E' ufficiale: quando si interpella un extracomunitario occorre far attenzione al tono di voce, che potrebbe far trasparire sentimenti di ostilità o comunque di disprezzo.

Nella inedita veste di grandi sacerdoti del galateo interetnico, i giudici della Cassazione hanno infatti decretato che l’appellativo “marocchino” ha valenza lesiva e razzista, specie quando ci si rivolge così a un immigrato del quale si conosce il nome. Per questo la Suprema Corte ha confermato la condanna “per ingiuria” nei confronti di Saverio S., operaio di una ditta piemontese che aveva chiamato “marocchino” un compagno di lavoro, Abderrahim T., nativo del Maghreb. Nonostante il contrario parere dei giudici d’appello. È facilmente prevedibile quale sia stata l’argomentazione a difesa fatta valere dai legali dell’imputato: quella usata non era un’espressione offensiva perché il termine in questione designava semplicemente l’origine etnica della persona. Non c’era quindi nessuna volontà di derisione nell’uso di quella parola, come del resto avviene nella vita di tutti i giorni - e non soltanto nell’ambiente di lavoro - quando ci si rivolge scherzosamente a qualcuno facendo riferimento alla sua origine o provenienza geografica. Ma, al di là delle sottili disquisizioni sulle caratteristiche che una certa inflessione deve avere per configurare un’aggressione verbale ai danni della dignità e dell’onore di qualcuno, è curioso l’atteggiamento mentale dei giudici della Cassazione. I quali, vittime forse di certa ideologia “terzomondista” sempre viva nell’arcipelago delle sinistre più o meno alternative, partono dal presupposto che l’occidentale sia sempre in torto nel suo rapportarsi all’altro: perché si deve pur scontare il razzismo, la xenofobia, lo sfruttamento coloniale, l’imperialismo culturale e tutte le nefandezze di corredo. Dunque, affetti da questa sindrome, gli “ermellini” hanno applicato la massima “meglio abbondare che mancare”: il rischio è di essere tacciati delle stesse accuse, di finire con l’essere dipinti come nemici degli immigrati, soggetti che ostacolano l’integrazione o fomentano ghettizzazioni. Va bene insomma dire “nero” anziché “negro”: non conta quello che si pensa, ma come lo si esprime. Detto altrimenti: ne uccide più la lingua che la spada...

la Padania