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Discussione: Algeria: ieri e oggi

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    Da "il Partito Comunista" n. 311

    10. CAPITALISMO A VISO SCOPERTO

    (continua dal n. 309)

    Farsa democratica tra massacri e crisi economica


    Il breve periodo di libertà compreso tra l’instaurazione del multipartitismo (1988) e il colpo di stato militare (1992) aveva visto la nascita di numerosi giornali sia in arabo sia in francese: El Watan, Le Soir, Al Monchar, Le Quotidien d’Algérie, La Nation (in tutto si contavano 169 periodici pubblici e privati, la maggioranza dei quali in lingua francese). Ma alla “primavera” della stampa algerina che aveva iniziato a denunciare la corruzione e i misfatti del regime seguirà ben presto un feroce giro di vite. Dal 1992 al 1997 verranno soppresse una sessantina di testate e 57 giornalisti assassinati, il più delle volte da sconosciuti, mentre innumerevoli altri lasceranno il paese. La Nation, per esempio, che era favorevole alla Piattaforma di Roma e che aveva pubblicato articoli di inchiesta sugli attentati ai diritti dell’uomo, senza passare sotto silenzio le responsabilità dell’esercito e dei servizi di sicurezza, nel 1996 è costretto a chiudere. Un’auto bomba esplode davanti alla Casa della Stampa che ospita la maggior parte dei giornali indipendenti facendo 21 morti.

    Pur di sopravvivere, le redazioni si legano a poco a poco a interessi politici e finanziari vicini all’Esercito. Il quotidiano L’Authentique, uno dei primi ad inviare giornalisti sui luoghi dei massacri, ha come direttore il genero del generale Betchine, un ex capo della Sicurezza militare e “consigliere speciale” della presidenza della Repubblica. Il grande quotidiano della borghesia berbera, Liberté, è diretto da un proprietario immobiliare vicino ai circoli militari. La stessa situazione esiste presso numerose altre testate. Il controllo diretto delle quattro tipografie pubbliche del paese e il monopolio sull’importazione della carta e sull’85 per cento della pubblicità consente allo Stato di sfruttare la leva economica per mettere in difficoltà i giornali scomodi.

    La censura viene inoltre agevolata da un dispositivo di leggi particolarmente repressive (decreti del 1992), fra cui va annoverata l’istituzione di “Comitati di lettura” all’interno delle tipografie. La parola d’ordine è di presentare il terrorismo come un fenomeno residuale, anche se esso è più vivo che mai. Le informazioni relative ad attentati contro gli obiettivi sensibili dell’economia (raffinerie, oleodotti, centrali elettriche, ecc.) vengono inevitabilmente censurate, così come le notizie relative a violenze (torture, esecuzioni extragiudiziarie, sparizioni di detenuti) perpetrate dalle forze di sicurezza. Nell’autunno 1996, ad esempio, è stato impedito ai media di rivelare il massacro di una trentina di lavoratori della compagnia di Stato Sonatrach.

    I giornalisti stranieri per poter lavorare in Algeria hanno bisogno di un visto di accredito permanente, rilasciato ufficialmente dal ministero degli Affari esteri, ma di fatto dalla Sicurezza militare. Il risultato è una stampa amorfa che si limita a riportare o le notizie ufficiali (El Mudjahid, L’Authentique) o le posizioni dei partiti anti-islamici (Ettahadi del Pags, la stampa del Rcd). Peraltro, sulla base di un decreto del 1994, un giornale che voglia diffondere informazioni relative al terrorismo o alla guerriglia deve richiedere l’avallo di una serie di autorità superiori. In un tale contesto, il fatto che a volte la stampa algerina riesca a riferire tempestivamente e in maniera esaustiva di eccidi e violenze è indice che all’interno dell’establishement esistono dei contrasti tra i diversi clan manipolati dalle diplomazie occidentali, oltre a significare che il “terrorismo “ islamico comincia a diventare ingombrante.

    L’uomo d’affari e diplomatico Adnan Kashoggi, intermediario tra la famiglia reale saudita e i circoli dirigenti americani, citato dalla rivista Valeurs Actuelles, salutava il riavvicinamento tra Usa e Iran nella convinzione che il Medio Oriente era ormai stanco di guerre e di terrorismo: «L’evoluzione dell’Iran rappresenta un fattore di stabilizzazione per l’insieme dell’area. Ritengo che siamo alla vigilia di un periodo di eccezionale prosperità [chissà se le masse irachene e palestinesi affamate e bombardate la pensano allo stesso modo!]: grandi progetti di cooperazione economica prenderanno corpo, dal Golfo al Mediterraneo, dal Mar Caspio all’Oceano indiano». È la borghese euforia! Interrogato circa i movimenti estremisti e sui loro eventuali legami con gli occidentali, Kashoggi commenta: «È vero che in altri tempi, negli anni ‘80, gli americani hanno appoggiato i fondamentalisti religiosi in Afghanistan, ma essi perseguivano un preciso disegno geopolitico, quello di arrestare l’avanzata sovietica verso il Golfo e l’Oceano indiano. È altrettanto vero che un gran numero di islamici originari di altri paesi, specialmente Egitto e Algeria, che hanno combattuto a fianco degli afgani, al ritorno in patria hanno messo le loro esperienze al servizio del terrorismo e della guerriglia (...) Parlare di un complotto o di una strategia deliberata è assurdo (...) In realtà le organizzazioni terroriste mediorientali hanno una loro autonomia, sono in grado di dotarsi di reti e strutture indipendenti, sanno trovare protezione presso questo o quel servizio segreto e predisporre le giuste coperture per poter condurre le operazioni, che si tratti di confraternite religiose, di organizzazioni umanitarie o di società commerciali».

    Tra i levantini meandri del discorso si legge agevolmente che i gruppi terroristi potrebbero benissimo essere manipolati dai servizi segreti di questa o quella potenza imperialista. Basta pensare, per esempio, agli attentati eseguiti in Italia negli anni ‘70 dai gruppuscoli di estrema destra manovrati dai servizi segreti italiani e dalla Cia allo scopo di attuare una “strategia della tensione” che provocasse nelle masse un bisogno di sicurezza, e fermare così la democratica scalata parlamentare del Pci. Allora si trattava della guerra fredda, qui siamo di fronte allo scontro tra più blocchi imperialisti per il controllo delle risorse energetiche dell’Africa del nord, del Medio oriente e del Mar Caspio.

    Secondo i dati di Le Monde pubblicati il 13 gennaio 1998, in Algeria la guerra civile strisciante ha fatto tra i 60.000 e gli 80.000 morti, ossia la metà dei morti provocati dal conflitto bosniaco, con grande soddisfazione dei borghesi che nel frattempo si fregavano le mani. Infatti, dopo la concessione del Fmi all’Algeria nel maggio 1995 di un finanziamento di 1,8 milioni di dollari in cambio di una “ristrutturazione” pagata dalle masse, numerose imprese straniere hanno bussato alle porte dell’economia algerina alla ricerca di contratti vantaggiosi. Uno degli accordi più importanti fu siglato con la multinazionale coreana Daewoo che si era impegnata ad investire (poco prima del crac finanziario!) l’equivalente di 2 miliardi di dollari nei settori dell’industria e dei servizi. Si trattava, peraltro, del primo contratto concluso in un settore non petrolifero.

    Complessivamente in Algeria operano – soprattutto nel settore degli idrocarburi – oltre venti società internazionali. Attirate dalle enormi riserve (valutate in 12 miliardi di barili), le compagnie petrolifere americane, britanniche, malesi, spagnole, tedesche si sono affrettate a sottoscrivere contratti con la loro omologa algerina, la Sonatrach. La cessione alle compagnie straniere dell’oro nero assicura all’Algeria una fonte di divise che va a rimpinguare le casse dello Stato (la riserva in miliardi di dollari è passata da 1,9 del 1975 a 6,3 del 1996), ma non ha ricadute positive sulla popolazione. Nel giugno 1997 il Fmi, pur parlando in termini elogiativi della gestione Zeroual, chiedeva «più sicurezza e stabilità economica», non perché gli algerini tornassero finalmente a vivere in pace, ma per «favorire gli investimenti stranieri e i trasferimenti di tecnologia necessari allo sviluppo del settore privato»!

    Sullo stesso tono Le Monde del 19 gennaio 1998 scriveva che il proseguimento della guerra civile in Algeria «è una catastrofe» per la... Coface, l’organismo di assicurazione degli esportatori francesi. L’instabilità algerina a breve rappresenta un rischio contenuto per gli esportatori, ma a medio termine il rischio si fa elevato. La Coface nel suo rapporto ricorda i punti forti dell’economia algerina e le riforme attuate sotto l’egida del Fmi, sottolineando che «il paese beneficia dell’appoggio dei paesi dell’Unione europea». Ma l’indebitamento rimane alto, come pure la dipendenza alimentare, senza contare che la riforma del settore pubblico, in un primo tempo, farà peggiorare le condizioni di vita, già assai dure, della popolazione. Sul piano politico, «il campo terrorista, sempre più diviso, non è sicuramente in grado di prendere il potere, ma non per questo sembra sul punto di essere rapidamente debellato (...) Al consolidamento delle istituzioni corrisponde specularmente una divisione all’interno della classe dirigente: di fronte al terrorismo non si delinea alcuna alternativa credibile allo sradicamento di questo fenomeno».

    Un simile cinismo lascerebbe di stucco, se il marxismo fin dal suo nascere non avesse denunciato le atrocità di cui è capace una società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

    Una cosa è sicura, le enormi ricchezze ricavate dalla vendita del petrolio e del gas naturale non vengono reinvestite per lo sviluppo del paese, ma vanno a vantaggio di una piccola minoranza privilegiata che vive e consuma all’occidentale mentre la stragrande maggioranza della popolazione algerina s’impoverisce giorno dopo giorno. D’altra parte, lo sviluppo del capitalismo porta con sé un depauperamento catastrofico dell’agricoltura, un aumento esponenziale della disoccupazione e un peggioramento drammatico delle condizioni di vita delle masse. Le forze militari preferiscono proteggere il petrolio e le frontiere piuttosto che i poveri delle città e delle campagne, bersagli designati dei massacri. Con la creazione dei gruppi di autodifesa, il governo algerino ha incoraggiato il caos sociale, la guerra di tutti contro tutti, una guerra che terrorizza, depoliticizza e disorganizza le masse. Gli ultimi avvenimenti confermano in pieno le nostre conclusioni.

    Nell’aprile 1999, dopo “dubbie” elezioni presidenziali, Liamine Zeroual viene sostituito da Abdelaziz Bouteflika, un ex del clan Boumediene, nuovo pupillo dalla borghesia internazionale. Propone subito una legge di riconciliazione nazionale che impone ai gruppi armati la resa entro il 13 gennaio 2000. Ma, nonostante questa misura che riduce a 2000-2500 il numero di islamici armati, non passa giorno senza un nuovo attentato o un nuovo massacro (nei primi 5 mesi dell’anno si hanno circa mille morti).

    Sul piano economico le cose non vanno meglio. Scrive Le Monde dell’1 giugno 2000: «Secondo il Consiglio nazionale e sociale algerino (Cnes), la disoccupazione colpisce oggi il 32 per cento (il 28 per cento secondo altre fonti) della popolazione, ossia oltre 3 milioni di persone. Con un debito di 28 miliardi di dollari, il paese è sempre in attesa di quella ripresa economica preventivata nel 1994 dal piano di ristrutturazione del Fmi. Secondo il Cnes, l’economia si è fossilizzata “in un clima di attendismo e di indecisione pregiudizievole”. Nell’ultimo anno, 400 mila lavoratori sono stati licenziati da circa mille aziende pubbliche e, secondo i calcoli della Centrale sindacale Ugta, altrettanti li seguiranno a ruota. Il clima sociale in alcune zone del paese è esplosivo: ad Annaba, per esempio, il 16 maggio scorso ci sono stati 30 feriti nel corso dei violenti scontri tra le forze di sicurezza e gli operai siderurgici che reclamavano il pagamento dei salari arretrati».

    La vecchia talpa della crisi e della lotta di classe dunque sta ben scavando anche nel sottosuolo della società algerina.



    CONCLUSIONI


    L'Algeria – come i Balcani – resterà reno di scontro tra imperialismi. L’Algeria rifornisce di petrolio e di gas naturale l’Europa mentre è soprattutto l’imperialismo americano che ne controlla i campi petroliferi. Chi controlla l’Algeria – e i Balcani – controlla di fatto economicamente e militarmente l’Europa.

    La borghesia algerina non ha voluto, né potuto, tentare la carta della Repubblica islamica, alla maniera saudita o iraniana, per timore che quel tipo di dittatura non fosse sufficiente ad imbrigliare la disperazione delle masse. Certo, dare il semaforo verde all’ex Fis – attualmente in posizione di estrema debolezza e praticamente disposto a negoziare a qualsiasi prezzo la sua sopravvivenza – avrebbe potuto costituire un’eccellente via d’uscita alla sinistra carneficina ancora in corso, a maggior ragione in una fase socialmente “delicata” a causa del processo di privatizzazione in atto nel settore pubblico.

    Invece, dopo dieci anni di guerra civile, il Fis è stato definitivamente vinto. L’assassinio in pieno centro di Algeri di Abdelkader Hachani, suo principale dirigente ancora in libertà, ne rappresenta pressoché l’epilogo. La classe dominante ha scelto il “metodo di governo” fondato sul terrorismo “cieco”, statale e islamico, come arma puntata essenzialmente contro le masse diseredate. La borghesia piccola e media è destinata, come storicamente ha sempre fatto, a schierarsi col più forte.

    Il “terrorismo islamico” permette allo Stato, primo fra i terroristi, di avere l’appoggio delle classi medie e dei partiti democratici d’opposizione che nascondono, dietro il timore del ritorno alla “legge islamica”, la paura di una insorgenza delle masse diseredate e proletarie.

    Nella spietata lotta fra le classi in Algeria il braccio che brandisce l’arma è quello della classe dominante. Il proletariato algerino, disorganizzato, smarrito, immobilizzato nelle maglie del terrore, abbandonato dai suoi fratelli europei, rimane silenzioso.

    In Algeria non è solo in atto una lotta spietata tra fazioni rivali. Lottando contro il Fis e contro l’estremismo islamico, il clan al potere e la cricca di privilegiati di cui esso si circonda, legati come sono a filo doppio alle potenze occidentali e insieme a queste dilapidatori delle risorse dell’Algeria, lottano in realtà contro il proletariato. Sia che scendano a patti con l’islamismo, allo scopo di screditarlo agli occhi dei poveri, o che tentino direttamente di abbatterlo perseguitandonemilitanti e “simpatizzanti”, il potere – ovverosia l’Esercito, questa espressione brutale dello Stato borghese – cerca soprattutto di colpire le masse povere che, illuse dai discorsi demagogici degli estremisti religiosi, sono sospinte nelle loro braccia.

    Per manifestare la rivolta alla corruzione, alla miseria, al tradimento della “rivoluzione algerina”, che prometteva una riforma agraria mai attuata e una industrializzazione mai decollata, le masse, specialmente quelle delle campagne impoverite dal colonialismo e dal “socialismo” all’algerina, insieme a tutti i diseredati che vivono di espedienti nelle periferie e nelle bidonville delle grandi città, scacciati da quelle campagne che non riescono più a nutrirli, queste masse, e il proletariato industriale con esse, si sono aggrappati all’illusoria scheda elettorale che la borghesia algerina, buona allieva della borghesia occidentale e coloniale, ha sventolato davanti ai loro occhi.

    La tragedia è che le lotte di classe non hanno disgraziatamente ancora la forza di far nascere organizzazioni economiche autonome e un partito di classe di impronta autenticamente marxista. In questo senso, in questa superiore prospettiva di classe, ha infine poca importanza sapere chi è che uccide e chi si difende, chi “ha ragione” e chi “torto”, se i clan islamici o i partiti cosiddetti democratici. Esse, opposte bande di politicanti, sono tutte, senza eccezione, nemiche del proletariato algerino. Da tutte queste il proletariato è attaccato, da tutte queste deve difendersi, tutte sarà esso ad attaccare e disperdere, in collegamento col rinato movimento internazionale del proletariato.

    * * *

    A chiusura riportiamo la sintesi finale sul problema del fondamentalismo islamico nel Maghreb pubblicata nel nostro Comunismo (nn. 41 e 43, 1997).

    «Come prima sintesi finale per i tre paesi centrali del Magreb emergono i seguenti punti:

    1) I movimenti islamici di opposizione ai gruppi di governo non pongono in nessun modo la questione, per noi centrale, dell’abbattimento violento della dittatura borghese ed il superamento dell’attuale modo di produzione capitalistico, ma, pur rivendicando ovviamente un miglioramento delle condizioni generali di vita degli strati più poveri della popolazione, guardano indietro nella storia in direzione di una mitica età dell’oro generale e garantita dalla supremazia delle leggi coraniche.

    2) Tutti questi movimenti, fino ad oggi, hanno un forte carattere nazionale e non rivendicano alcuna forma di coordinamento internazionale, ma seguono, secondo l’antica tradizione islamica, ciascuno un proprio capo carismatico proveniente, nella maggioranza dei casi, dai vari centri religiosi. I contatti fra i gruppi dei vari paesi avvengono prevalentemente in occasione di sconfinamento per motivi di difesa tattica. Al contrario le polizie magrebine ed europee sono organizzate in un’opera di controllo dei gruppi locali e delle frange straniere che hanno sconfinato.

    3) La Francia prosegue nel suo mandato internazionale di gendarme in Africa e mantiene un ruolo importante nelle politiche finanziarie rivolte al Magreb. In Francia vivono e lavorano 1.200.000 persone con passaporto magrebino, la metà delle quali sono marocchine.

    4) La crisi economica algerina, per il crollo del prezzo degli idrocarburi, è insanabile senza consistenti sostegni dei centri finanziari internazionali e non accenna a rallentare.

    5) La situazione del Marocco, pur con una considerevole crisi economica, è la più tranquilla e non sono presenti gruppi integralisti armati, mentre in Tunisia con una crisi meno pesante c’è una sensibile adesione ai movimenti islamici con organizzazioni già attive.

    6) Il congiungimento, almeno tra le formazioni algerine e tunisine nel caso di una guerra civile in Algeria, allo stato di fatto attuale, appare un’evenienza remota.

    7) Il grande assente nel Magreb, per quanto ne sappiamo, è l’organizzazione di classe del proletariato comunista con il suo programma rivoluzionario in grado di prendere il controllo della guerra civile.

    8) Abbiamo letto l’esperienza algerina di questi anni con questi criteri ammettendo fin dall’inizio che il fenomeno generato dalla pesante crisi economica in corso nasceva abbagliato da ricorrenti putride istanze religiose, come avvenne in Iran vent’anni orsono. La nostra attesa era che il movimento si liberasse dalla pesante zavorra coranica per percorrere, pur fra mille difficoltà, la genuina strada della lotta di classe: proletariato e classi in via di divenirlo contro capitalisti e fondiari locali o stranieri che fossero. Così, al momento, non è stato anche perché il proletariato europeo, suo fratello maggiore, più forte ed esperto, è stato bloccato in casa dalla medesima crisi nel tentativo di difendere i pochi privilegi rimasti; tutti i suoi nemici di destra e di sinistra inoltre hanno saputo organizzare sapientemente una campagna di «informazione» incentrata prevalentemente sugli eccidi allo scopo, come fu per la spartizione dell’ex Iugoslavia, di creare un diffuso senso di paura ed incertezza, occultare la varie cause del conflitto che avrebbero potuto accomunare i lavoratori delle opposte sponde del Mediterraneo. In questo senso il terrorismo politico qui come altrove, con le sue vittime e le conseguenti catene di vendette e ritorsioni, si è riconfermato strumento ben collaudato per contrapporre e confondere il proletariato».



    Appendice
    LA QUESTIONE BERBERA

    In Algeria l’opposizione tra berberofoni e arabofoni, che viene cinicamente alimentata dalla classe dominante, è uno dei tanti ostacoli alla ripresa della lotta di classe.

    Il termine “berbero” è preso dalla lingua araba, che a sua volta l’ha derivato dal latino “barbaro”, termine con cui gli invasori romani chiamavano gli autoctoni. Di fatto, non esiste una vera e propria razza berbera, ma piuttosto un miscuglio di tipi etnici. La tradizione araba identifica i Berberi con l’insieme delle tribù che abitavano il Maghreb al tempo delle invasioni fenicia, romana, araba ecc.

    L’arabizzazione si è imposta gradualmente a partire dal XII secolo, dopo il trionfo definitivo dell’Islam. Ma molte di queste tribù, in special modo quelle abitanti le regioni montagnose dell’Aures, della grande Cabilia, del Rif e dell’Atlante, benché musulmane e più volte reislamizzate dai marabuti, hanno continuato a conservare le loro lingue e i loro costumi non coranici. Il diritto berbero si basa sul giuramento collettivo quale mezzo di prova e prevede un codice di tariffe di penalità. La giustizia viene esercitata da giudici arbitri o da assemblee di villaggio. Tuttavia costume berbero e diritto coranico non sono mai entrati in conflitto perché, di fatto, Arabi e Berberi hanno tradizioni comuni (organizzazione sociale basata sui legami di sangue, pratiche di corvée collettive, granai comunitari, culto dei santi).

    La lingua berbera non è una lingua scritta e si apparenta all’egiziano antico, al cuscitico e al semitico. Corrisponde a una miriade di parlate locali (da 4 a 5 mila). Si può dire che la lingua araba si irradia a partire dalle città, mentre quella berbera prevale tra le montagne. L’arabo classico, o letterario, quello del Corano, viene parlato in Egitto e in Siria ma non in Algeria, anche se dal luglio 1998 l’arabo letterario è stato reso obbligatorio per tutte le amministrazioni e per i settori bancario e commerciale, a spese del francese ed, evidentemente, del berbero. Oltre all’arabo non letterario in Algeria si parla il tamazigh a Nord (Cabilia), che risulta la lingua più parlata (la metà della popolazione di città come Algeri, Costantina, Bejaia, Setif, Annata sono Cabili), il tamacheq a Sud e il chaoui ad Est. Il francese è utilizzato dai Cabili come seconda lingua.

    Attualmente in Africa del Nord si contano 12 milioni di persone la cui prima lingua è la berbera, di cui 7-8 milioni in Marocco (il 40% della popolazione se si contano i berberi del Sous, gli allevatori del massiccio centrale e gli abitanti del Rif), 3-4 milioni nel nord dell’Algeria, alcuni villaggi in Tunisia (Djerba), Libia ed Egitto, oltre a 750 mila Tuareg nel Niger e nel Mali. I gruppi berberi maggiori risultano essere gli Schleuhs, i Tuareg e i Cabili.

    In Algeria i berberofoni, principalmente cabili, costituiscono il 30-40 per cento della popolazione, ma non bisogna dimenticare che la maggioranza degli arabofoni (persone la cui prima lingua è l’arabo) è di origine berbera! La Cabilia corrisponde grosso modo alla wilaya di Tizi Ouzozu (la cosiddetta Grande Cabilia, ad Est di Algeri, che comprende le città di Setif, Bejaia e il massiccio del Djurdjura), alla parte settentrionale della wilaya di Setif e a quella nord-occidentaledella wilaya di Costantina.

    Il termine “Cabilo” è la forma europeizzata di quello arabo “Kbayl” (che significa tribù).

    Tradizionalmente i Cabili non hanno mai avuto un governo centrale perché la geografia della regione richiedeva un’organizzazione in tribù più che in uno Stato unico. La Cabilia è sempre servita da rifugio per le popolazioni delle pianure in fuga di fronte agli invasori, ed ha quindi avuto una estensione variabile nelle diverse epoche, spesso ridotta alle sole montagne inaccessibili. Nell’XI secolo, ad esempio, il dominio cabilo si estendeva da Annaba a Cherchell a Nord e lungo l’Atlante sahariano a Sud, mentre nei secoli successivi esso si restringerà sempre di più sotto la spinta degli Arabi provenienti dall’Egitto e delle altre dinastie berbere.

    La Cabilia moderna è una regione accidentata percorsa da occidente a oriente da due catene montuose, senza pianure vere e proprie. L’insieme è una massa compatta, una piattaforma alla quale si accede attraverso poche fenditure che ne formano le valli più larghe.

    Si tratta di una regione agricola povera, ma il suolo è ricco d’acqua e ogni fazzoletto di terra viene coltivato da una numerosa popolazione di agricoltori stanziali. Per la sua densità, la Cabilia ha conosciuto fin dall’epoca coloniale una forte emigrazione di lavoratori verso la Mitidja di Algeri.

    L’economia rurale fu squilibrata dalla vasta confisca di terre a favore della colonizzazione francese attuata dopo l’insurrezione del 1871, che privò la Cabilia del suo territorio di pianura. Un ulteriore spopolamento è stato provocato dalla repressione coloniale negli anni dal 1954 al 1962. Nel 1966 su 13.000 chilometri quadrati vivevano 1.665.000 abitanti, il 77% dei quali berberofoni, con soltanto il 9% di cittadini. Oltre ai Cabili emigrati ad Algeri, più di un terzo degli uomini in età attiva sono lavoratori emigrati all’estero le cui rimesse costituiscono la maggiore risorsa della regione.

    I Cabili sono dunque per la gran parte dei contadini, anzi il più sovente coltivatori di olivi, fichi e querce, dato che il suolo è formato da una vasta distesa montagnosa. Fin dal XIX secolo i Cabili importano il 90% del loro fabbisogno di orzo, grano, legumi secchi prodotti nelle pianure. Mancando le vaste praterie, sono rari i montoni e i bovini e l’allevamento è limitato a qualche gregge di capre. L’artigianato (tessitura, gioielleria) oggi è scomparso. Gli abitanti vivono ancora raggruppati in grossi villaggi costruiti sui picchi delle montagne o sulla sommità dei mammelloni, concepiti in maniera tale da essere difendibili. Per un secolo e più, il villaggio ha costituito una unità politica e amministrativa autosufficiente, amministrata da un’assemblea, fino a quando l’organizzazione comunale non ha messo fine a questa “democrazia diretta”.

    Nel 1963 gli ufficiali della terza wilaya (Cabilia) si opposero a Ben Bella e a Boumediene, provocando feroci scontri che fecero 400 morti. Questo episodio costituirà una lacerazione per i Cabili e rafforzerà la loro lotta identitaria in opposizione agli “Arabi”.


    perso.wanadoo.fr/italian.left/Partito/Parti311.htm
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

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    Originally posted by thematrix
    Da "il Partito Comunista" n. 311

    10. CAPITALISMO A VISO SCOPERTO

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    Farsa democratica tra massacri e crisi economica


    Il breve periodo di libertà compreso tra l’instaurazione del multipartitismo (1988) e il colpo di stato militare (1992) aveva visto la nascita di numerosi giornali sia in arabo sia in francese: El Watan, Le Soir, Al Monchar, Le Quotidien d’Algérie, La Nation (in tutto si contavano 169 periodici pubblici e privati, la maggioranza dei quali in lingua francese). Ma alla “primavera” della stampa algerina che aveva iniziato a denunciare la corruzione e i misfatti del regime seguirà ben presto un feroce giro di vite. Dal 1992 al 1997 verranno soppresse una sessantina di testate e 57 giornalisti assassinati, il più delle volte da sconosciuti, mentre innumerevoli altri lasceranno il paese. La Nation, per esempio, che era favorevole alla Piattaforma di Roma e che aveva pubblicato articoli di inchiesta sugli attentati ai diritti dell’uomo, senza passare sotto silenzio le responsabilità dell’esercito e dei servizi di sicurezza, nel 1996 è costretto a chiudere. Un’auto bomba esplode davanti alla Casa della Stampa che ospita la maggior parte dei giornali indipendenti facendo 21 morti.

    Pur di sopravvivere, le redazioni si legano a poco a poco a interessi politici e finanziari vicini all’Esercito. Il quotidiano L’Authentique, uno dei primi ad inviare giornalisti sui luoghi dei massacri, ha come direttore il genero del generale Betchine, un ex capo della Sicurezza militare e “consigliere speciale” della presidenza della Repubblica. Il grande quotidiano della borghesia berbera, Liberté, è diretto da un proprietario immobiliare vicino ai circoli militari. La stessa situazione esiste presso numerose altre testate. Il controllo diretto delle quattro tipografie pubbliche del paese e il monopolio sull’importazione della carta e sull’85 per cento della pubblicità consente allo Stato di sfruttare la leva economica per mettere in difficoltà i giornali scomodi.

    La censura viene inoltre agevolata da un dispositivo di leggi particolarmente repressive (decreti del 1992), fra cui va annoverata l’istituzione di “Comitati di lettura” all’interno delle tipografie. La parola d’ordine è di presentare il terrorismo come un fenomeno residuale, anche se esso è più vivo che mai. Le informazioni relative ad attentati contro gli obiettivi sensibili dell’economia (raffinerie, oleodotti, centrali elettriche, ecc.) vengono inevitabilmente censurate, così come le notizie relative a violenze (torture, esecuzioni extragiudiziarie, sparizioni di detenuti) perpetrate dalle forze di sicurezza. Nell’autunno 1996, ad esempio, è stato impedito ai media di rivelare il massacro di una trentina di lavoratori della compagnia di Stato Sonatrach.

    I giornalisti stranieri per poter lavorare in Algeria hanno bisogno di un visto di accredito permanente, rilasciato ufficialmente dal ministero degli Affari esteri, ma di fatto dalla Sicurezza militare. Il risultato è una stampa amorfa che si limita a riportare o le notizie ufficiali (El Mudjahid, L’Authentique) o le posizioni dei partiti anti-islamici (Ettahadi del Pags, la stampa del Rcd). Peraltro, sulla base di un decreto del 1994, un giornale che voglia diffondere informazioni relative al terrorismo o alla guerriglia deve richiedere l’avallo di una serie di autorità superiori. In un tale contesto, il fatto che a volte la stampa algerina riesca a riferire tempestivamente e in maniera esaustiva di eccidi e violenze è indice che all’interno dell’establishement esistono dei contrasti tra i diversi clan manipolati dalle diplomazie occidentali, oltre a significare che il “terrorismo “ islamico comincia a diventare ingombrante.

    L’uomo d’affari e diplomatico Adnan Kashoggi, intermediario tra la famiglia reale saudita e i circoli dirigenti americani, citato dalla rivista Valeurs Actuelles, salutava il riavvicinamento tra Usa e Iran nella convinzione che il Medio Oriente era ormai stanco di guerre e di terrorismo: «L’evoluzione dell’Iran rappresenta un fattore di stabilizzazione per l’insieme dell’area. Ritengo che siamo alla vigilia di un periodo di eccezionale prosperità [chissà se le masse irachene e palestinesi affamate e bombardate la pensano allo stesso modo!]: grandi progetti di cooperazione economica prenderanno corpo, dal Golfo al Mediterraneo, dal Mar Caspio all’Oceano indiano». È la borghese euforia! Interrogato circa i movimenti estremisti e sui loro eventuali legami con gli occidentali, Kashoggi commenta: «È vero che in altri tempi, negli anni ‘80, gli americani hanno appoggiato i fondamentalisti religiosi in Afghanistan, ma essi perseguivano un preciso disegno geopolitico, quello di arrestare l’avanzata sovietica verso il Golfo e l’Oceano indiano. È altrettanto vero che un gran numero di islamici originari di altri paesi, specialmente Egitto e Algeria, che hanno combattuto a fianco degli afgani, al ritorno in patria hanno messo le loro esperienze al servizio del terrorismo e della guerriglia (...) Parlare di un complotto o di una strategia deliberata è assurdo (...) In realtà le organizzazioni terroriste mediorientali hanno una loro autonomia, sono in grado di dotarsi di reti e strutture indipendenti, sanno trovare protezione presso questo o quel servizio segreto e predisporre le giuste coperture per poter condurre le operazioni, che si tratti di confraternite religiose, di organizzazioni umanitarie o di società commerciali».

    Tra i levantini meandri del discorso si legge agevolmente che i gruppi terroristi potrebbero benissimo essere manipolati dai servizi segreti di questa o quella potenza imperialista. Basta pensare, per esempio, agli attentati eseguiti in Italia negli anni ‘70 dai gruppuscoli di estrema destra manovrati dai servizi segreti italiani e dalla Cia allo scopo di attuare una “strategia della tensione” che provocasse nelle masse un bisogno di sicurezza, e fermare così la democratica scalata parlamentare del Pci. Allora si trattava della guerra fredda, qui siamo di fronte allo scontro tra più blocchi imperialisti per il controllo delle risorse energetiche dell’Africa del nord, del Medio oriente e del Mar Caspio.

    Secondo i dati di Le Monde pubblicati il 13 gennaio 1998, in Algeria la guerra civile strisciante ha fatto tra i 60.000 e gli 80.000 morti, ossia la metà dei morti provocati dal conflitto bosniaco, con grande soddisfazione dei borghesi che nel frattempo si fregavano le mani. Infatti, dopo la concessione del Fmi all’Algeria nel maggio 1995 di un finanziamento di 1,8 milioni di dollari in cambio di una “ristrutturazione” pagata dalle masse, numerose imprese straniere hanno bussato alle porte dell’economia algerina alla ricerca di contratti vantaggiosi. Uno degli accordi più importanti fu siglato con la multinazionale coreana Daewoo che si era impegnata ad investire (poco prima del crac finanziario!) l’equivalente di 2 miliardi di dollari nei settori dell’industria e dei servizi. Si trattava, peraltro, del primo contratto concluso in un settore non petrolifero.

    Complessivamente in Algeria operano – soprattutto nel settore degli idrocarburi – oltre venti società internazionali. Attirate dalle enormi riserve (valutate in 12 miliardi di barili), le compagnie petrolifere americane, britanniche, malesi, spagnole, tedesche si sono affrettate a sottoscrivere contratti con la loro omologa algerina, la Sonatrach. La cessione alle compagnie straniere dell’oro nero assicura all’Algeria una fonte di divise che va a rimpinguare le casse dello Stato (la riserva in miliardi di dollari è passata da 1,9 del 1975 a 6,3 del 1996), ma non ha ricadute positive sulla popolazione. Nel giugno 1997 il Fmi, pur parlando in termini elogiativi della gestione Zeroual, chiedeva «più sicurezza e stabilità economica», non perché gli algerini tornassero finalmente a vivere in pace, ma per «favorire gli investimenti stranieri e i trasferimenti di tecnologia necessari allo sviluppo del settore privato»!

    Sullo stesso tono Le Monde del 19 gennaio 1998 scriveva che il proseguimento della guerra civile in Algeria «è una catastrofe» per la... Coface, l’organismo di assicurazione degli esportatori francesi. L’instabilità algerina a breve rappresenta un rischio contenuto per gli esportatori, ma a medio termine il rischio si fa elevato. La Coface nel suo rapporto ricorda i punti forti dell’economia algerina e le riforme attuate sotto l’egida del Fmi, sottolineando che «il paese beneficia dell’appoggio dei paesi dell’Unione europea». Ma l’indebitamento rimane alto, come pure la dipendenza alimentare, senza contare che la riforma del settore pubblico, in un primo tempo, farà peggiorare le condizioni di vita, già assai dure, della popolazione. Sul piano politico, «il campo terrorista, sempre più diviso, non è sicuramente in grado di prendere il potere, ma non per questo sembra sul punto di essere rapidamente debellato (...) Al consolidamento delle istituzioni corrisponde specularmente una divisione all’interno della classe dirigente: di fronte al terrorismo non si delinea alcuna alternativa credibile allo sradicamento di questo fenomeno».

    Un simile cinismo lascerebbe di stucco, se il marxismo fin dal suo nascere non avesse denunciato le atrocità di cui è capace una società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

    Una cosa è sicura, le enormi ricchezze ricavate dalla vendita del petrolio e del gas naturale non vengono reinvestite per lo sviluppo del paese, ma vanno a vantaggio di una piccola minoranza privilegiata che vive e consuma all’occidentale mentre la stragrande maggioranza della popolazione algerina s’impoverisce giorno dopo giorno. D’altra parte, lo sviluppo del capitalismo porta con sé un depauperamento catastrofico dell’agricoltura, un aumento esponenziale della disoccupazione e un peggioramento drammatico delle condizioni di vita delle masse. Le forze militari preferiscono proteggere il petrolio e le frontiere piuttosto che i poveri delle città e delle campagne, bersagli designati dei massacri. Con la creazione dei gruppi di autodifesa, il governo algerino ha incoraggiato il caos sociale, la guerra di tutti contro tutti, una guerra che terrorizza, depoliticizza e disorganizza le masse. Gli ultimi avvenimenti confermano in pieno le nostre conclusioni.

    Nell’aprile 1999, dopo “dubbie” elezioni presidenziali, Liamine Zeroual viene sostituito da Abdelaziz Bouteflika, un ex del clan Boumediene, nuovo pupillo dalla borghesia internazionale. Propone subito una legge di riconciliazione nazionale che impone ai gruppi armati la resa entro il 13 gennaio 2000. Ma, nonostante questa misura che riduce a 2000-2500 il numero di islamici armati, non passa giorno senza un nuovo attentato o un nuovo massacro (nei primi 5 mesi dell’anno si hanno circa mille morti).

    Sul piano economico le cose non vanno meglio. Scrive Le Monde dell’1 giugno 2000: «Secondo il Consiglio nazionale e sociale algerino (Cnes), la disoccupazione colpisce oggi il 32 per cento (il 28 per cento secondo altre fonti) della popolazione, ossia oltre 3 milioni di persone. Con un debito di 28 miliardi di dollari, il paese è sempre in attesa di quella ripresa economica preventivata nel 1994 dal piano di ristrutturazione del Fmi. Secondo il Cnes, l’economia si è fossilizzata “in un clima di attendismo e di indecisione pregiudizievole”. Nell’ultimo anno, 400 mila lavoratori sono stati licenziati da circa mille aziende pubbliche e, secondo i calcoli della Centrale sindacale Ugta, altrettanti li seguiranno a ruota. Il clima sociale in alcune zone del paese è esplosivo: ad Annaba, per esempio, il 16 maggio scorso ci sono stati 30 feriti nel corso dei violenti scontri tra le forze di sicurezza e gli operai siderurgici che reclamavano il pagamento dei salari arretrati».

    La vecchia talpa della crisi e della lotta di classe dunque sta ben scavando anche nel sottosuolo della società algerina.



    CONCLUSIONI


    L'Algeria – come i Balcani – resterà reno di scontro tra imperialismi. L’Algeria rifornisce di petrolio e di gas naturale l’Europa mentre è soprattutto l’imperialismo americano che ne controlla i campi petroliferi. Chi controlla l’Algeria – e i Balcani – controlla di fatto economicamente e militarmente l’Europa.

    La borghesia algerina non ha voluto, né potuto, tentare la carta della Repubblica islamica, alla maniera saudita o iraniana, per timore che quel tipo di dittatura non fosse sufficiente ad imbrigliare la disperazione delle masse. Certo, dare il semaforo verde all’ex Fis – attualmente in posizione di estrema debolezza e praticamente disposto a negoziare a qualsiasi prezzo la sua sopravvivenza – avrebbe potuto costituire un’eccellente via d’uscita alla sinistra carneficina ancora in corso, a maggior ragione in una fase socialmente “delicata” a causa del processo di privatizzazione in atto nel settore pubblico.

    Invece, dopo dieci anni di guerra civile, il Fis è stato definitivamente vinto. L’assassinio in pieno centro di Algeri di Abdelkader Hachani, suo principale dirigente ancora in libertà, ne rappresenta pressoché l’epilogo. La classe dominante ha scelto il “metodo di governo” fondato sul terrorismo “cieco”, statale e islamico, come arma puntata essenzialmente contro le masse diseredate. La borghesia piccola e media è destinata, come storicamente ha sempre fatto, a schierarsi col più forte.

    Il “terrorismo islamico” permette allo Stato, primo fra i terroristi, di avere l’appoggio delle classi medie e dei partiti democratici d’opposizione che nascondono, dietro il timore del ritorno alla “legge islamica”, la paura di una insorgenza delle masse diseredate e proletarie.

    Nella spietata lotta fra le classi in Algeria il braccio che brandisce l’arma è quello della classe dominante. Il proletariato algerino, disorganizzato, smarrito, immobilizzato nelle maglie del terrore, abbandonato dai suoi fratelli europei, rimane silenzioso.

    In Algeria non è solo in atto una lotta spietata tra fazioni rivali. Lottando contro il Fis e contro l’estremismo islamico, il clan al potere e la cricca di privilegiati di cui esso si circonda, legati come sono a filo doppio alle potenze occidentali e insieme a queste dilapidatori delle risorse dell’Algeria, lottano in realtà contro il proletariato. Sia che scendano a patti con l’islamismo, allo scopo di screditarlo agli occhi dei poveri, o che tentino direttamente di abbatterlo perseguitandonemilitanti e “simpatizzanti”, il potere – ovverosia l’Esercito, questa espressione brutale dello Stato borghese – cerca soprattutto di colpire le masse povere che, illuse dai discorsi demagogici degli estremisti religiosi, sono sospinte nelle loro braccia.

    Per manifestare la rivolta alla corruzione, alla miseria, al tradimento della “rivoluzione algerina”, che prometteva una riforma agraria mai attuata e una industrializzazione mai decollata, le masse, specialmente quelle delle campagne impoverite dal colonialismo e dal “socialismo” all’algerina, insieme a tutti i diseredati che vivono di espedienti nelle periferie e nelle bidonville delle grandi città, scacciati da quelle campagne che non riescono più a nutrirli, queste masse, e il proletariato industriale con esse, si sono aggrappati all’illusoria scheda elettorale che la borghesia algerina, buona allieva della borghesia occidentale e coloniale, ha sventolato davanti ai loro occhi.

    La tragedia è che le lotte di classe non hanno disgraziatamente ancora la forza di far nascere organizzazioni economiche autonome e un partito di classe di impronta autenticamente marxista. In questo senso, in questa superiore prospettiva di classe, ha infine poca importanza sapere chi è che uccide e chi si difende, chi “ha ragione” e chi “torto”, se i clan islamici o i partiti cosiddetti democratici. Esse, opposte bande di politicanti, sono tutte, senza eccezione, nemiche del proletariato algerino. Da tutte queste il proletariato è attaccato, da tutte queste deve difendersi, tutte sarà esso ad attaccare e disperdere, in collegamento col rinato movimento internazionale del proletariato.

    * * *

    A chiusura riportiamo la sintesi finale sul problema del fondamentalismo islamico nel Maghreb pubblicata nel nostro Comunismo (nn. 41 e 43, 1997).

    «Come prima sintesi finale per i tre paesi centrali del Magreb emergono i seguenti punti:

    1) I movimenti islamici di opposizione ai gruppi di governo non pongono in nessun modo la questione, per noi centrale, dell’abbattimento violento della dittatura borghese ed il superamento dell’attuale modo di produzione capitalistico, ma, pur rivendicando ovviamente un miglioramento delle condizioni generali di vita degli strati più poveri della popolazione, guardano indietro nella storia in direzione di una mitica età dell’oro generale e garantita dalla supremazia delle leggi coraniche.

    2) Tutti questi movimenti, fino ad oggi, hanno un forte carattere nazionale e non rivendicano alcuna forma di coordinamento internazionale, ma seguono, secondo l’antica tradizione islamica, ciascuno un proprio capo carismatico proveniente, nella maggioranza dei casi, dai vari centri religiosi. I contatti fra i gruppi dei vari paesi avvengono prevalentemente in occasione di sconfinamento per motivi di difesa tattica. Al contrario le polizie magrebine ed europee sono organizzate in un’opera di controllo dei gruppi locali e delle frange straniere che hanno sconfinato.

    3) La Francia prosegue nel suo mandato internazionale di gendarme in Africa e mantiene un ruolo importante nelle politiche finanziarie rivolte al Magreb. In Francia vivono e lavorano 1.200.000 persone con passaporto magrebino, la metà delle quali sono marocchine.

    4) La crisi economica algerina, per il crollo del prezzo degli idrocarburi, è insanabile senza consistenti sostegni dei centri finanziari internazionali e non accenna a rallentare.

    5) La situazione del Marocco, pur con una considerevole crisi economica, è la più tranquilla e non sono presenti gruppi integralisti armati, mentre in Tunisia con una crisi meno pesante c’è una sensibile adesione ai movimenti islamici con organizzazioni già attive.

    6) Il congiungimento, almeno tra le formazioni algerine e tunisine nel caso di una guerra civile in Algeria, allo stato di fatto attuale, appare un’evenienza remota.

    7) Il grande assente nel Magreb, per quanto ne sappiamo, è l’organizzazione di classe del proletariato comunista con il suo programma rivoluzionario in grado di prendere il controllo della guerra civile.

    8) Abbiamo letto l’esperienza algerina di questi anni con questi criteri ammettendo fin dall’inizio che il fenomeno generato dalla pesante crisi economica in corso nasceva abbagliato da ricorrenti putride istanze religiose, come avvenne in Iran vent’anni orsono. La nostra attesa era che il movimento si liberasse dalla pesante zavorra coranica per percorrere, pur fra mille difficoltà, la genuina strada della lotta di classe: proletariato e classi in via di divenirlo contro capitalisti e fondiari locali o stranieri che fossero. Così, al momento, non è stato anche perché il proletariato europeo, suo fratello maggiore, più forte ed esperto, è stato bloccato in casa dalla medesima crisi nel tentativo di difendere i pochi privilegi rimasti; tutti i suoi nemici di destra e di sinistra inoltre hanno saputo organizzare sapientemente una campagna di «informazione» incentrata prevalentemente sugli eccidi allo scopo, come fu per la spartizione dell’ex Iugoslavia, di creare un diffuso senso di paura ed incertezza, occultare la varie cause del conflitto che avrebbero potuto accomunare i lavoratori delle opposte sponde del Mediterraneo. In questo senso il terrorismo politico qui come altrove, con le sue vittime e le conseguenti catene di vendette e ritorsioni, si è riconfermato strumento ben collaudato per contrapporre e confondere il proletariato».



    Appendice
    LA QUESTIONE BERBERA

    In Algeria l’opposizione tra berberofoni e arabofoni, che viene cinicamente alimentata dalla classe dominante, è uno dei tanti ostacoli alla ripresa della lotta di classe.

    Il termine “berbero” è preso dalla lingua araba, che a sua volta l’ha derivato dal latino “barbaro”, termine con cui gli invasori romani chiamavano gli autoctoni. Di fatto, non esiste una vera e propria razza berbera, ma piuttosto un miscuglio di tipi etnici. La tradizione araba identifica i Berberi con l’insieme delle tribù che abitavano il Maghreb al tempo delle invasioni fenicia, romana, araba ecc.

    L’arabizzazione si è imposta gradualmente a partire dal XII secolo, dopo il trionfo definitivo dell’Islam. Ma molte di queste tribù, in special modo quelle abitanti le regioni montagnose dell’Aures, della grande Cabilia, del Rif e dell’Atlante, benché musulmane e più volte reislamizzate dai marabuti, hanno continuato a conservare le loro lingue e i loro costumi non coranici. Il diritto berbero si basa sul giuramento collettivo quale mezzo di prova e prevede un codice di tariffe di penalità. La giustizia viene esercitata da giudici arbitri o da assemblee di villaggio. Tuttavia costume berbero e diritto coranico non sono mai entrati in conflitto perché, di fatto, Arabi e Berberi hanno tradizioni comuni (organizzazione sociale basata sui legami di sangue, pratiche di corvée collettive, granai comunitari, culto dei santi).

    La lingua berbera non è una lingua scritta e si apparenta all’egiziano antico, al cuscitico e al semitico. Corrisponde a una miriade di parlate locali (da 4 a 5 mila). Si può dire che la lingua araba si irradia a partire dalle città, mentre quella berbera prevale tra le montagne. L’arabo classico, o letterario, quello del Corano, viene parlato in Egitto e in Siria ma non in Algeria, anche se dal luglio 1998 l’arabo letterario è stato reso obbligatorio per tutte le amministrazioni e per i settori bancario e commerciale, a spese del francese ed, evidentemente, del berbero. Oltre all’arabo non letterario in Algeria si parla il tamazigh a Nord (Cabilia), che risulta la lingua più parlata (la metà della popolazione di città come Algeri, Costantina, Bejaia, Setif, Annata sono Cabili), il tamacheq a Sud e il chaoui ad Est. Il francese è utilizzato dai Cabili come seconda lingua.

    Attualmente in Africa del Nord si contano 12 milioni di persone la cui prima lingua è la berbera, di cui 7-8 milioni in Marocco (il 40% della popolazione se si contano i berberi del Sous, gli allevatori del massiccio centrale e gli abitanti del Rif), 3-4 milioni nel nord dell’Algeria, alcuni villaggi in Tunisia (Djerba), Libia ed Egitto, oltre a 750 mila Tuareg nel Niger e nel Mali. I gruppi berberi maggiori risultano essere gli Schleuhs, i Tuareg e i Cabili.

    In Algeria i berberofoni, principalmente cabili, costituiscono il 30-40 per cento della popolazione, ma non bisogna dimenticare che la maggioranza degli arabofoni (persone la cui prima lingua è l’arabo) è di origine berbera! La Cabilia corrisponde grosso modo alla wilaya di Tizi Ouzozu (la cosiddetta Grande Cabilia, ad Est di Algeri, che comprende le città di Setif, Bejaia e il massiccio del Djurdjura), alla parte settentrionale della wilaya di Setif e a quella nord-occidentaledella wilaya di Costantina.

    Il termine “Cabilo” è la forma europeizzata di quello arabo “Kbayl” (che significa tribù).

    Tradizionalmente i Cabili non hanno mai avuto un governo centrale perché la geografia della regione richiedeva un’organizzazione in tribù più che in uno Stato unico. La Cabilia è sempre servita da rifugio per le popolazioni delle pianure in fuga di fronte agli invasori, ed ha quindi avuto una estensione variabile nelle diverse epoche, spesso ridotta alle sole montagne inaccessibili. Nell’XI secolo, ad esempio, il dominio cabilo si estendeva da Annaba a Cherchell a Nord e lungo l’Atlante sahariano a Sud, mentre nei secoli successivi esso si restringerà sempre di più sotto la spinta degli Arabi provenienti dall’Egitto e delle altre dinastie berbere.

    La Cabilia moderna è una regione accidentata percorsa da occidente a oriente da due catene montuose, senza pianure vere e proprie. L’insieme è una massa compatta, una piattaforma alla quale si accede attraverso poche fenditure che ne formano le valli più larghe.

    Si tratta di una regione agricola povera, ma il suolo è ricco d’acqua e ogni fazzoletto di terra viene coltivato da una numerosa popolazione di agricoltori stanziali. Per la sua densità, la Cabilia ha conosciuto fin dall’epoca coloniale una forte emigrazione di lavoratori verso la Mitidja di Algeri.

    L’economia rurale fu squilibrata dalla vasta confisca di terre a favore della colonizzazione francese attuata dopo l’insurrezione del 1871, che privò la Cabilia del suo territorio di pianura. Un ulteriore spopolamento è stato provocato dalla repressione coloniale negli anni dal 1954 al 1962. Nel 1966 su 13.000 chilometri quadrati vivevano 1.665.000 abitanti, il 77% dei quali berberofoni, con soltanto il 9% di cittadini. Oltre ai Cabili emigrati ad Algeri, più di un terzo degli uomini in età attiva sono lavoratori emigrati all’estero le cui rimesse costituiscono la maggiore risorsa della regione.

    I Cabili sono dunque per la gran parte dei contadini, anzi il più sovente coltivatori di olivi, fichi e querce, dato che il suolo è formato da una vasta distesa montagnosa. Fin dal XIX secolo i Cabili importano il 90% del loro fabbisogno di orzo, grano, legumi secchi prodotti nelle pianure. Mancando le vaste praterie, sono rari i montoni e i bovini e l’allevamento è limitato a qualche gregge di capre. L’artigianato (tessitura, gioielleria) oggi è scomparso. Gli abitanti vivono ancora raggruppati in grossi villaggi costruiti sui picchi delle montagne o sulla sommità dei mammelloni, concepiti in maniera tale da essere difendibili. Per un secolo e più, il villaggio ha costituito una unità politica e amministrativa autosufficiente, amministrata da un’assemblea, fino a quando l’organizzazione comunale non ha messo fine a questa “democrazia diretta”.

    Nel 1963 gli ufficiali della terza wilaya (Cabilia) si opposero a Ben Bella e a Boumediene, provocando feroci scontri che fecero 400 morti. Questo episodio costituirà una lacerazione per i Cabili e rafforzerà la loro lotta identitaria in opposizione agli “Arabi”.


    perso.wanadoo.fr/italian.left/Partito/Parti311.htm
    Bene ottima iniziativa, abbiamo perso una sezione alla quale ero affezionato, ma in questo modo allargheremo il campo anche ad altre locazioni geografiche ed ad altri eventi che affliggono il pianeta, auguri a voi moderatori, con tutto il rispetto per POL e i moderatori lorostessi mi auguro non vi sia parzialità alla conduzione del forum

  3. #3
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    Predefinito Re: Re: Algeria: ieri e oggi

    Originally posted by tigermen
    Bene ottima iniziativa, abbiamo perso una sezione alla quale ero affezionato, ma in questo modo allargheremo il campo anche ad altre locazioni geografiche ed ad altri eventi che affliggono il pianeta, auguri a voi moderatori, con tutto il rispetto per POL e i moderatori lorostessi mi auguro non vi sia parzialità alla conduzione del forum
    ti ringrazio

    Thematrix
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

 

 

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