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  1. #11
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    I voti smarriti tra i veleni di Sicilia


    • da Corriere della Sera del 10 giugno 2009, pag. 1

    -->

    di Gian Antonio Stella
    -->

    «A mmmia!». Se non fosse un milanese fiero della sua milanesità al punto di dire che «bisogna avere la scighera (nebbia) nei polmoni» e che a palazzo Chigi «l'è un laura' de la madona» e che i politici di professione sono dei «faniguttùn», Silvio Berlusconi potrebbe sintetizzare la sua collera contro i siciliani in due parole: «A mmmia!». Più ci pensa, dicono, più gli monta dentro la rabbia. L'aveva detto chiaro e tondo: voleva fare un figurone, alle elezioni. Testuale: «Dobbiamo dare un drizzone a questa Europa». L'aveva ripetuto nel messaggio video urbi et orbi fatto distribuire in campagna elettorale: «Abbiamo davanti una sfida: dobbiamo diventare il primo gruppo popolare nel Parlamento Europeo per incidere sulle sue decisioni». E com'è finita? I numeri sono impietosi: il gruppo più robusto nel Ppe sarà la Cdu di Angela Merkel con 42 deputati, il secondo sarà l'Ump di Nicolas Sarkozy con 30 e il Pdl non solo sarà terzo (come il Milan in campionato!) ma con un solo parlamentare in più rispetto alla Platforma Obywatelska del polacco Donald Tusk, nonostante alla Polonia spettassero 22 seggi in meno rispetto ai 72 assegnati all'Italia. Seccante.

    Di più, aveva chiesto un acquazzone di voti personali: «Se dovessi raccogliere milioni di preferenze avrei ancora più autorevolezza, perché nessun altro leader europeo potrà contare sui voti che immagino di poter avere». E per essere sicuro che tutti capissero aveva precisato: «Non vorrei che gli elettori che hanno intenzione di votarmi si limitassero a barrare il simbolo: per votare Berlusconi va scritto il nome nell'apposito spazio e possibilmente in bella calligrafia». Mettetevi dunque al posto suo, in queste ore in cui ribolle d'ira convinto d'aver fallito i due obiettivi per colpa «di Veronica, di Kakà e della Sicili». La Sicilia! La regione del «cappotto» (61 parlamentari a 0) alle politiche del 2001! Delle 9 province su 9 governate dalla destra! Dei 61 seggi contro 29 all'Ars! Come è possibile, frigge il Cavaliere, che la Sicilia l'abbia tradito regalandogli solo 362mila preferenze e cioè quasi un milione in meno dei voti pidiellini (1.316.000) alle politiche 2008? Com'è possibile che, dopo quelle pubbliche sviolinate che lo mettevano «in imbarazzo», solo il 52% degli elettori isolani del Pdl gli abbia dato domenica la preferenza?

    Perfino Rita Borsellino, in proporzione ai voti del proprio partito, lo ha battuto! La Borsellino! Per non dire del fastidio d'avere scoperto che la guerra intestina dentro il partito, combattuta a colpi di preferenze date agli amici e ai compagni di cordata, l'aveva esposto a battersi in quel di Catania, come ha notato Marcello Sorgi, con uno sconosciuto di nome Giovanni Lavia. Ma chi è, 'sto pidiellino che per ore ha osato avere quasi le stesse preferenze di Sua Emittenza? Il fatto è che il Cavaliere seduttore per una volta era stato sedotto lui da mirabolanti promesse. Basti rileggere quanto avevano detto poche settimane fa i potentissimi alfieri locali Carmelo Briguglio e Giovanni La Via, i quali discettavano trionfanti che «le regole della democrazia non consentono a un minuscolo partito, com'è quello del presidente Lombardo, di imporre scelte di governo non condivise» e dunque dopo le Europee si sarebbero fatti i conti dato che «l'unico grande impegno» del partito, data per scontata una schiacciante vittoria, era «quello di raggiungere il 51%». Obiettivo ribadito dal coordinatore regionale Giuseppe Castiglione: «Il Pdl avrà un grandissimo consenso». E confortato da sondaggi spettacolari come quello di Demopolis che due settimane prima del voto sentenziava: «Il nuovo Pdl siciliano, con le sue diverse componenti, ha oggi per le Europee un voto certo del 46%, ma un bacino potenziale senza precedenti, che sfiora il 55%».

    Come osava, Lombardo, a mettersi di traverso a un partito del 55%? Macché: 36,6%. Quasi venti punti in meno che nei sogni. E solo 692.340 voti. Cioè oltre seicentomila meno che alle politiche 2008. Col risultato finale che il Pdl, da quell'isola considerata il «granaio azzurro», manderà a Strasburgo la miseria di due parlamentari. Due su sei euro-deputati siciliani. In una terra dov'era convinto di avere oltre la metà dei consensi. Cosa succederà, adesso? C'è chi è pronto a scommettere che Berlusconi, anche se non subito per non acuire le tensioni peggiorando l'immagine di rissosità interna, potrebbe tagliare qualche testa. A cominciare da quella di chi gli aveva fatto credere di avere in pugno un trionfo storico esponendolo nella roccaforte isolana (lui, «col gradimento del 75% degli italiani») alla figura non simpatica di raccogliere la preferenza di un votante siciliano su sei. Molto dipenderà comunque dal modo in cui andrà l'incontro che il leader del Pdl avrà oggi o domani con Raffaele Lombardo. Cioè l'uomo che prima lo ha tolto dai pasticci facendogli vincere le comunali di Catania nel momento in cui Forza Italia e la destra erano in crisi dopo aver perso a ripetizione tutte le elezioni della primavera 2005, poi gli ha fatto stravincere le Regionali dell'anno scorso e adesso lo ha inguaiato, proprio alla vigilia del «drizzone all'Europa», facendo saltare il banco, azzerando la giunta, spaccando il Pdl e buttando fuori i pidiellini legati da quello che Gianfranco Micciché chiama il «patto del pistacchio».

    Vale a dire l'accordo anti-lombardiano stretto a Bronte, il cuore dell'«oro verde», da Renato Schifani e Giuseppe Castiglione. Il governatore siciliano l'ha già detto: «Non cederò di un millimetro». E tanto per non concedere spazio a equivoci, non lascia passare giorno senza sparare a zero sul governo. Prima sfogandosi con Famiglia Cristiana: «Si rende conto che, mentre il Sud è in ginocchio, viene sollevata la questione del Nord come unica questione nazionale? Ma siamo impazziti?». Poi infilzando il coltello là dove il Premier è più sensibile: «Il ponte di Messina? Ma come potrà essere posta la prima pietra se manca il progetto esecutivo? Basta con la politica degli annunci nei confronti del Sud!». Poi denunciando che «il Mezzogiorno è scomparso dall'agenda del governo» e avvertendo che darà vita a un «Partito del Sud» perché «è il momento di pensare solo al Mezzogiorno». Tutte parole che, dopo i trionfi della Lega al Nord, rischiano di gonfiare nuvoloni neri sul futuro della destra nonostante i larghissimi numeri parlamentari. Tema: è possibile accontentare insieme Lombardo e i Lumbard?

  2. #12
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    La rivelazione del tesoriere Pd «In 5 anni ai partiti 941 milioni» - Corriere della Sera


    La rivelazione del tesoriere Pd: «In 5 anni ai partiti 941 milioni»
    Mauro Agostini svela i meccanismi dei «rimborsi» e la difficile convivenza con i colleghi di Ds e Margherita

    La copertina del libro di Mauro Agostini
    La copertina del libro di Mauro Agostini
    ROMA - «Il tesoriere ha in mano i cordoni della borsa di un partito. Figura tradizionalmente oscura, un po’ sinistra, al punto da passare per colui che manovra non solo i denari ma anche i segreti più turpi della politica ». Tanto basterebbe a spiegare perché nessun tesoriere di partito abbia mai scritto un libro. Nessuno prima di Mauro Agostini, l’uomo che un anno e mezzo fa ha avuto (e ha tuttora) in mano i cordoni della borsa del Partito democratico: non si sa se per coraggio o incoscienza. Il suo libro, da cui sono tratte queste frasi, esce oggi in libreria, l’ha pubblicato Aliberti in una collana diretta da Pier Luigi Celli e si chiama semplicemente Il tesoriere. Da un titolo così è lecito attendersi anche qualche considerazione numerica. Che infatti non manca. A cominciare dal calcolo minuzioso di quanti soldi pubblici, attraverso il meccanismo ipocrita dei cosiddetti rimborsi elettorali, sono entrati nelle tasche dei partiti italiani soltanto negli ultimi cinque anni, dal 2004 al 2008. Reggetevi forte: 941 milioni 446.091 euro e 14 centesimi. Cifre senza eguali in Europa, se si eccettua, sostiene Agostini, la Germania. La ciccia, tuttavia, non è nei numeri. Il tesoriere sostiene che è necessario un sistema di finanziamento dei partiti «prevalentemente pubblico » senza più ipocrisie, ma con «forme di controllo incisive e penetranti » di natura «squisitamente pubblica» e il «vincolo esplicito» di una gestione sobria ed economica prevedendo anche «sanzioni reputazionali ». Ma al tempo stesso non può non ripercorrere la storia dei ruvidi rapporti con i suoi colleghi dei Ds, Ugo Sposetti, e della Margherita, Luigi Lusi, i due partiti che hanno dato vita al Pd. «Il nuovo partito nasceva senza un euro. L’obiettivo, mai esplicitato, ma evidente in comportamenti (...) dei tesorieri Ds e Margherita era quello di dare vita a una sorta di triumvirato nella gestione delle risorse, di cui però i veri sovrani avrebbero dovuto essere Ugo Sposetti e Luigi Lusi, in quanto titolari dei rimborsi elettorali.
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    Con le conseguenze facilmente immaginabili: quando le cose sarebbero andate secondo i desiderata dei due vecchi azionisti, i soldi sarebbero affluiti regolarmente, in caso contrario no. È evidente che la questione rivestiva un valore (...) squisitamente politico e di autonomia del nuovo partito». Una ricostruzione che indica senza mezzi termini fra le cause delle difficoltà interne del Pd la sopravvivenza dei vecchi apparati di partito, con le rispettive munizioni finanziarie. Agostini ricorda che i Ds avevano provveduto a blindare in fondazioni «con un percorso opaco» migliaia di immobili. E che il tesoriere della Margherita, Lusi, aveva dato sì la disponibilità a contribuire al Pd con i rimborsi elettorali, «a condizione che anche i Ds avessero fatto la loro parte, in ragione di quaranta a sessanta per cento». Ma «l’impossibilità dei Ds» a mettere mano al portafoglio motivata da quel partito con il forte indebitamento «assolveva tutti dall’obbligo politico di sostenere il Pd». Questa vicenda è chiaro sintomo di quella che Agostini definisce «un’ambiguità di fondo mai esplicitata ma che percorrerà il progetto sotto pelle in tutto il suo primo anno di vita e che rischia di essere anche la causa profonda della crisi che sfocia nelle dimissioni di Walter Veltroni ». Ancora: «L’ispirazione sembra più quella di dare vita a una specie di consorzio o di holding i cui diritti principali restano in mano ai soci fondatori, piuttosto che fondare una nuova formazione politica». La notizia con la quale comincia Il tesoriere, e cioè che il Pd ha fatto certificare il bilancio 2008 dalla Price Waterhouse Coopers («la prima volta», rivendica con orgoglio Agostini, che un partito italiano sottopone i suoi conti a una verifica del genere), valga a questo punto come una consolazione. Perché se la diagnosi politica è giusta, la strada è ancora tutta in salita. Dettaglio non trascurabile: il libro viene presentato oggi dal segretario del Pd, Dario Franceschini.

    Sergio Rizzo
    11 giugno 2009

  3. #13
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Massari: le difficoltà politiche del Pd nascono dal finanziamento pubblico e dalla trasformazione del partito in holding

    Roma, 11 giugno 2009


    • Dichiarazione di Alessandro Massari membro della Direzione nazionale di Radicali Italiani


    Agostini, tesoriere del PD nel suo libro “Il tesoriere”, solleva il velo d’ignoranza sul finanziamento pubblico dei partiti in Italia, in modo specifico su quello di PD, DS e margherita e su quanto questi danari abbiano influito sulla involuzione politica, ma non solo, del PD.

    Alcune dati deludono chi pensa che la politica nel PD sia solo passione e militanza: negli ultimi cinque anni il finanziamento pubblico è stato enorme, pari a 941 milioni 446.091 euro e 14 centesimi.

    Poiché il PD ha avuto diritto ai primi finanziamenti pubblici “diretti” solo dopo la competizione elettorale dello scorso anno, allora questi fondi gli sono stati “girati” dagli “azionisti di riferimento”: la Margherita e i DS, con le conseguenze immaginabili sulla titolarità degli stessi, così descritte dall’autore:<< i veri sovrani avrebbero dovuto essere Ugo Sposetti e Luigi Lusi, in quanto titolari dei rimborsi elettorali>>.

    Si denuncia, finalmente, il “potere di veto” esercitato dagli “azionisti” della Margherita e deiDS , vera e propria ragione di tante difficoltà del PD, poiché ciò ha causato la necessità di garantire la <<sopravvivenza dei vecchi apparati di partito con le rispettive munizioni finanziarie>>ma le migliori condizioni delle finanze della Margherita -che non voleva pagare l’intero conto- rispetto a quella dei DS, «assolveva tutti dall’obbligo politico di sostenere il Pd… ed essere anche la causa profonda della crisi che sfocia nelle dimissioni di Walter Veltroni ».
    Insomma la crisi del Pd e del suo primo segretario, è nata da risse per la “roba” tra le vecchie oligarchie di cui, è bene non dimenticarlo, anche Veltroni fa parte.

    Ma sono le fondazioni di partito la parte più moderna di un gioco antico perché, grazie a questa schermatura , si sarebbero blindate «con un percorso opaco» migliaia di immobili. E ancora: «L’ispirazione sembra più quella di dare vita a una specie di consorzio o di holding i cui diritti principali restano in mano ai soci fondatori, piuttosto che fondare una nuova formazione politica».

    Ciò che è sempre stato chiaro e segnalato dai radicali, trova oggi un’autorevole conferma: il PD è nato sulle rovine delle magre casse dei Ds, sui veti delle ricche casse della Margherita, sulla necessità di garantire la sopravvivenza dei vecchi apparati di partito e sull’uso spregiudicato delle fondazioni, che hanno trasformato i partiti, in questo caso il PD, in vere e proprie holding con al centro dei propri interessi “la roba”.

    I radicali, da sempre denunciano le storture del sistema politico italiano, non ricorrendo a fondazioni e non trasformandosi in holding, ma continuando a concorrere alla formazione di proposte politiche alternative.

  4. #14
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    (Quanto i contribuenti italiani daranno a Gheddafi ... fino al 2029!)



    Legge 6 febbraio 2009, n. 7


    "Ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana
    e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008"



    pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 40 del 18 febbraio 2009



    Art. 1.

    (Autorizzazione alla ratifica)

    1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008.



    Art. 2.

    (Ordine di esecuzione)

    1. Piena ed intera esecuzione è data al Trattato di cui all’articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall’articolo 23 del Trattato stesso.



    Art. 3.

    (Addizionale all’imposta sul reddito delle società)

    1. Le disposizioni del presente articolo si applicano nei confronti delle società e degli enti commerciali residenti nel territorio dello Stato:
    a) che operano nel settore della ricerca e della coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, con partecipazioni di controllo e di collegamento e con immobilizzazioni materiali e immateriali nette dedicate a tale attività con valore di libro superiore al 33 per cento della corrispondente voce del bilancio di esercizio;
    b) emittenti azioni o titoli equivalenti ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato;
    c) con una capitalizzazione superiore a 20 miliardi di euro determinata sulla base della media delle capitalizzazioni rilevate nell’ultimo mese di esercizio sul mercato regolamentato con i maggiori volumi negoziati.
    2. I soggetti di cui al comma 1 sono tenuti al versamento di un’addizionale all’imposta sul reddito delle società (IRES) pari al 4 per cento dell’utile prima delle imposte risultante dal conto economico qualora dallo stesso risulti un’incidenza fiscale inferiore al 19 per cento. In ogni caso l’addizionale non è dovuta per gli esercizi in perdita e il relativo importo non può eccedere il minore tra:
    a) l’importo determinato applicando all’utile prima delle imposte la differenza tra il 19 per cento e l’aliquota di incidenza fiscale risultante dal conto economico;
    b) l’importo corrispondente alle percentuali di seguito indicate del patrimonio netto, come definito al comma 5:
    1) 10,3 per mille fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2011;
    2) 5,8 per mille dall’esercizio che inizia successivamente al 31 dicembre 2011 e fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2015;
    3) 5,15 per mille dall’esercizio che inizia successivamente al 31 dicembre 2015 e fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2019;
    4) 4,65 per mille dall’esercizio che inizia successivamente al 31 dicembre 2019 e fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2023;
    5) 4,2 per mille dall’esercizio che inizia successivamente al 31 dicembre 2023 e fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2028.
    3. L’incidenza fiscale di cui al comma 2 corrisponde all’aliquota determinata dal rapporto tra i seguenti dati rilevati dal conto economico:
    a) onere netto per l’IRES corrente, differita e anticipata, per le eventuali imposte sostitutive. Ai fini della presente lettera il riferimento all’IRES deve intendersi comprensivo dell’addizionale istituita dall’articolo 81, comma 16, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133. Non rileva ai fini della determinazione dell’onere netto per l’IRES l’addizionale prevista dal comma 2 del presente articolo;
    b) utile prima delle imposte.
    4. Dall’onere netto per l’IRES di cui al comma 3 sono esclusi gli effetti di imposta corrente, differita e anticipata, relativi alle società incluse nello stesso consolidato fiscale nazionale o mondiale o insieme con le quali è stata esercitata l’opzione per la trasparenza fiscale. Tuttavia tali effetti devono essere mantenuti, o, qualora non siano rilevati, l’onere netto per l’IRES deve essere corrispondentemente rettificato, nel caso in cui le partecipazioni in tali società siano oggetto di svalutazione. In ogni caso tali effetti rilevano in misura non superiore al 27,5 per cento della svalutazione della partecipazione alla quale si riferiscono, come risultante dal conto economico.
    5. Il patrimonio netto per la determinazione del limite di cui al comma 2, lettera b), è quello risultante dal bilancio di esercizio diminuito dell’utile di esercizio e aumentato degli acconti sul dividendo eventualmente deliberati. Se il periodo d’imposta è superiore o inferiore a dodici mesi, il limite di cui al citato comma 2, lettera b), è ragguagliato alla durata di esso.
    6. L’addizionale di cui al comma 2 è dovuta a decorrere dall’esercizio che inizia successivamente al 31 dicembre 2008 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2028. Ai fini del calcolo dei versamenti in acconto relativi al primo esercizio si fa riferimento a quella che sarebbe stata l’addizionale dovuta per l’esercizio precedente, ferma rimanendo la facoltà di fare riferimento allo stesso esercizio relativamente al quale la stessa si rende dovuta.



    Art. 4.

    (Riconoscimento di un ulteriore indennizzo ai soggetti titolari di beni, diritti e interessi sottoposti in Libia a misure limitative)

    1. Ai cittadini italiani nonchè agli enti e alle società di nazionalità italiana già operanti in Libia, in favore dei quali la legge 6 dicembre 1971, n. 1066, ha previsto la concessione di anticipazioni in relazione a beni, diritti e interessi perduti a seguito di provvedimenti adottati dalle autorità libiche, ovvero che hanno beneficiato delle disposizioni di cui alla legge 26 gennaio 1980, n. 16, alla legge 5 aprile 1985, n. 135, nonchè alla legge 29 gennaio 1994, n. 98, è corrisposto un ulteriore indennizzo, per gli anni dal 2009 al 2011, nei limiti delle risorse del fondo di cui al comma 5.
    2. Agli effetti del comma 1 sono valide le domande già presentate, se confermate dagli aventi diritto entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.
    3. Ai fini della corresponsione dell’indennizzo di cui al comma 1, le pratiche già respinte per carenza di documentazione sono, su domanda, prese nuovamente in esame con carattere di priorità dalla Commissione interministeriale di cui all’articolo 2, comma 2, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 14 maggio 2007, n. 114, al fine di acquisire ogni elemento utile per l’integrazione della documentazione mancante.
    4. Agli indennizzi corrisposti in base al presente articolo si applicano le disposizioni di cui all’articolo 11 della legge 5 aprile 1985, n. 135, e all’articolo 1, comma 4, della legge 29 gennaio 1994, n. 98.
    5. Ai fini della corresponsione dell’indennizzo di cui al comma 1 è istituito, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, un apposito fondo con una dotazione di 50 milioni di euro annui dall’anno 2009 all’anno 2011. Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare previo parere delle Commissioni parlamentari permanenti competenti per materia e per i profili finanziari, sono stabilite la misura e le modalità di corresponsione dell’indennizzo di cui al comma 1, nel limite della dotazione del predetto fondo.



    Art. 5.

    (Copertura finanziaria)

    1. Agli oneri derivanti dall’attuazione degli articoli 10, lettere a), b), c) e d), e 19 del Trattato di cui all’articolo 1, pari a euro 34.200.200 per l’anno 2009, a euro 74.216.200 per l’anno 2010, a euro 70.716.200 per l’anno 2011 e a euro 1.336.200 per ciascuno degli anni dal 2012 al 2029, e a quelli derivanti dall’attuazione dell’articolo 8 dello stesso Trattato, valutati in 180 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2009 al 2028, nonchè agli oneri derivanti dall’attuazione dell’articolo 4 della presente legge, pari a 50 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2009 al 2011, si provvede mediante utilizzo di quota parte delle maggiori entrate derivanti dall’attuazione dell’articolo 3.
    2. Il Ministro dell’economia e delle finanze provvede al monitoraggio degli oneri derivanti dall’attuazione dell’articolo 8 del Trattato di cui all’articolo 1 della presente legge, anche ai fini dell’adozione dei provvedimenti correttivi di cui all’articolo 11-ter, comma 7, della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni. Gli eventuali decreti emanati ai sensi dell’articolo 7, secondo comma, numero 2), della citata legge n. 468 del 1978, prima della data di entrata in vigore dei provvedimenti o delle misure di cui al periodo precedente, sono tempestivamente trasmessi alle Camere, corredati di apposite relazioni illustrative.
    3. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.




    Art. 6.

    (Entrata in vigore)

    1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

  5. #15
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    Parlamento, la classifica dei fannulloni


    • da La Repubblica del 16 giugno 2009, pag. 1

    -->

    di Carmelo Lopapa
    -->Pochi stakanovisti e un esercito di «fannulloni», direbbe Brunetta. Che stanno soprattutto a destra. Per non dire che con le pagelle scolastiche reintrodotte dalla Gelmini (da 0 a 10), solo il 2,6% dei parlamentari (16 deputati e 8 senatori per la precisione) sarebbero promossi al secondo anno di legislatura. Il primo anno si archivia così, con insufficienze a go-go: poco presenti, poco attivi, poco propositivi. Con gli onorevoli di opposizione a salvare la faccia. Le donne, come sempre, meglio degli uomini. E col dato più avvilente a fare da sfondo: un Parlamento ormai in ginocchio, ridotto a ratificare decisioni già adottate a Palazzo Chigi: in un anno, 61 ddl presentati dall´esecutivo trasformati in legge (90%), a fronte dei soli 7 di iniziativa parlamentare (10%).
    La fotografia dei primi dodici mesi di vita delle Camere l´ha scattata l´»Osservatorio» composto da Cittadinanzattiva (movimento che dal ‘78 promuove i diritti dei cittadini e dei consumatori), Controllo cittadino e Openpolis. Le 32 pagine del rapporto 2008-2009 sulle attività parlamentari - che sarà presentato oggi - misurano con grafici e classifiche l´efficienza di gruppi e singoli. Un «indice di attività» elaborato in base a una serie di parametri: quante volte ogni parlamentare è stato primo firmatario o cofirmatario di un atto legislativo o ispettivo, quante volte relatore di un progetto di legge, quante volte è intervenuto in aula o in commissione, quante volte presente alle votazioni. Cosa si scopre? «Emerge molto chiaramente che i deputati dell´Italia dei valori sono i più attivi tra tutti i gruppi presenti alla Camera», su una scala da 0 a 10, la loro media di attività si attesterebbe attorno al 3,57. Sotto la sufficienza, ma meglio degli altri. Seguiti dal gruppo della Lega (2,67) e dal Pd (2,65). Stesso discorso al Senato, anche lì in testa i dipietristi, seguiti però da Udc e Pd. In entrambi i rami del Parlamento, il principale gruppo di maggioranza, il Pdl, ha raccolto il grado di efficienza più basso, ultimo alla Camera (2,01) e penultimo (seguito dal solo misto) al Senato (0,67). Quozienti che si invertono, ed è facile immaginare il perché, se si passano ai raggi x le presenze in occasione delle votazioni: essendo la gran parte dei ddl di origine governativa, ecco che i deputati del Pdl sono risultati presenti all´83% delle votazioni, i leghisti all´86, i democratici all´81. Le donne hanno un indice di attività medio di 2,7, mentre gli uomini si fermano al 2,2. Tra le senatrici e i senatori «la differenza è ancora più marcata: le prime hanno un indice di attività di oltre 3 punti, mentre i senatori sono al 2». Stesso discorso per le presenze.
    E come alla fine di ogni anno scolastico che si rispetti, Cittadinanzattiva ha affisso i quadri con promossi e bocciati. Classifiche elaborate, anche queste, sulla base di quei criteri (presenze, firme agli atti, interventi, votazioni). Ed ecco allora la pidiellina Angela Napoli in testa ai virtuosi, affiancata dalla senatrice radicale-Pd Donatella Poretti (entrambe con un bel 10 per indici di attività). Maglia nera tra i «bocciati», invece, al coordinatore del Pdl Denis Verdini alla Camera e al senatore (anche lui pdl) Marcello Pera, che di Palazzo Madama è stato presidente. «È la prima volta che i cittadini accendono un faro sui lavori del Parlamento, basato su dati incontrovertibili e pubblici - spiega Antonio Gaudioso di Cittadinanzattiva - . È giunto il momento che gli elettori si assumano la responsabilità di verificare le attività delle istituzioni, tanto più utile nel momento in cui viene a mancare il rapporto diretto con gli eletti, ormai semplici nominati». -->
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    In Parlamento e alla Provincia corsa alla doppia poltrona

    • da Corriere della Sera del 19 giugno 2009, pag. 14

    di Sergio Rizzo

    Il deputato Francesco Stradella aveva già provato dodici anni fa il brivido dell’incompatibilità. Ma la sua corsa alla poltrona di sindaco di Alessandria, città di 85 mila abitanti, si era fermata al primo turno. Ostinato, alle ultime amministrative è invece arrivato al sospirato ballottaggio per la presidenza della Provincia: se domenica ce la farà, quel brivido avvertito nel 1997 si materializzerà. Addirittura piacevolmente, tanto è innocuo. La legge dice che chi è sindaco di un comune con oltre 20 mila abitanti oppure presidente di giunta provinciale non può essere parlamentare. Ma siccome non dice il contrario, può accadere che un onorevole si presenti alle amministrative, venga eletto e conservi il seggio a Montecitorio o Palazzo Madama. Senza che nessuno lo schiodi da lì. Ancora prima delle elezioni del 6 giugno c’erano in Parlamento ben cinque sindaci di città con più di 20 mila abitanti e due presidenti di Provincia. Come riescano a conciliare i due incarichi è un mistero. Ma il loro esempio ha funzionato eccome. Il primo turno delle ultime elezioni amministrative ci ha così regalato altri sei presidenti di Provincia con il doppio incarico. C’è il deputato leghista Ettore Pirovano, presidente della Provincia di Bergamo. Il senatore pdl Cosimo Sibilia (figlio del famoso presidente dell’Avellino calcio Antonio Sibilia), presidente della Provincia di Avellino. Il parlamentare dello stesso partito Edmondo Cirielli, noto per la famosa legge sulla prescrizione dei reati, da lui poi sconfessata, presidente della Provincia di Salerno. Ci sono poi i deputati Luigi Cesaro (Pdl) e Roberto Simonetti (Lega), rispettivamente presidenti delle Province di Napoli e Biella, e l’onorevole del Carroccio Daniele Molgora, presidente della Provincia di Brescia, che di incarichi ne ha addirittura tre, essendo anche sottosegretario all’Economia. Roba da far impallidire il suo collega deputato Paolo Romani, viceministro delle Comunicazioni, che al comune di Monza (120 mila abitanti) è «soltanto» assessore. Ma anche il suo collega senatore Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture, sindaco di Orbetello. E perfino il sottosegretario alla presidenza Gianfranco Micciché, che è stato proposto come assessore della nuova giunta comunale di Termini Imerese. Al primo turno un altro parlamentare del centrodestra, l’ex nazional alleato Marco Zacchera, è diventato sindaco di Verbania (30.128 abitanti), andando a ingrossare pure il plotone dei sindaci presunti incompatibili. ‘Chi pensa che sia finita qua, tuttavia, si sbaglia di grosso. Se Simeone Di Cagno Abbrescia prevalesse al ballottaggio su Michele Emiliano, anche Bari potrebbe avere un sindaco parlamentare. E lo stesso accadrebbe a Temi, in caso di vittoria del senatore del Pd Leopoldo Di Girolamo contro l’ex presidente della Consulta e della Rai Antonio Baldassarre. Per non parlare delle Province ancora in bilico. Come Frosinone, dove al ballottaggio c’è il deputato pdl Antonio Iannarilli. Oppure la già citata Alessandria. O ancora Brindisi, con il secondo turno che metterà alla prova il senatore del centrodestra Michele Saccomanno. Di fronte a una situazione simile sarebbe difficile continuare a fare spallucce. Convinto che si debba mettere un freno, mercoledì prossimo il presidente del comitato parlamentare per le incompatibilità Pino Pisicchio (Italia dei valori), porrà ufficialmente la questione. E si tratta di vedere che sviluppi avrà la faccenda in Senato, dove il presidente della giunta per le elezioni, Marco Follini, è fautore come Pisicchio del principio dell’assoluta incompatibilità fra incarichi elettivi diversi. Ma è una missione impossibile. Anche perché il confine fra «incompatibilità» e «opportunità», è ormai diventato impercettibile, come dimostrano anche altri fatti. A Fermo, per esempio, il sindaco della città Saturnino Di Ruscio si è presentato anche per la presidenza della nuova Provincia, arrivando al ballottaggio. Caso non isolato. Il sindaco di San Donà di Piave (35.417 abitanti) Francesca Zaccariotto corre al secondo turno per la Provincia di Venezia. Ad Ascoli Piceno l’ex deputato dell’Udc Amedeo Ciccanti, dirigente della Provincia, si è candidato contemporaneamente alle elezioni per il sindaco del capoluogo e a quelle per il presidente della Provincia. I parlamentari in carica del suo partito, del resto, si sono presentati in massa alle amministrative: Michele Vietti per la Provincia di Torino, Mauro Libé a Parma, Roberto Occhiuto a Cosenza, Teresio Delfino a Cuneo. E c’è chi si scandalizza perché l’assessore alla casa del Comune di Roma Alfredo Antoniozzi, eletto al parlamento europeo non si è ancora dimesso.

  7. #17
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "Io, pagata in nero dai dipietristi e poi licenziata causa estate"

    • da Il Giornale del 22 giugno 2009, pag. 12

    di Marco Zucchetti
    «Eeeh, mo’ non mi servi, non tengo molto da fare, è estate...». Clic. Fine della chiamata. Fine di un rapporto professionale, seppure coi contorni in chiaroscuro del lavoro nero. Il «principale» in questione, che scarica così il suo dipendente, è il deputato dell’Italia dei Valori Francesco Barbato, un tempo tra i più vicini ad Antonio Di Pietro, sempre tra i più attivi nel condannare la Casta e nel «rappresentare veramente le esigenze dei cittadini», come rivendica spesso in Aula; la «defenestrata», invece, è la sua collaboratrice Liliana. Che dopo quattro mesi da «fantasma» ha ricevuto il benservito. Alla faccia dei Valori e delle esigenze dei cittadini.
    Liliana, anche i dipietristi hanno il pessimo vizio di sfruttare i collaboratori?
    «Io posso parlare di uno solo, Barbato. E lui questo vizio ce l’ha. Eppure io non sono nata nella bambagia. Ho lavorato tre anni all'ufficio stampa dei Radicali, so cosa vuol dire farmi un mazzo così. Ma almeno avevo un contratto regolare».
    Però ha dovuto cambiare...
    «Purtroppo sì. Un altro suo collaboratore esterno mi ha detto che l’onorevole Barbato cercava una persona, quindi ci hanno presentati. Un colloquio senza nemmeno parlare di lavoro e un “cominci mercoledì”. Così a febbraio è iniziato il bailamme».
    Qualche promessa?
    «Semplicemente un contratto dopo un periodo di prova. Ma alla Camera non ci sono regole e quelle che valgono per tutti i lavoratori italiani lì sono ignorate perché con l’autodichiarazione c’è sempre la scusa per mettere all’angolo i principi costituzionali. Quindi passavano i mesi e il contratto non si vedeva. Come del resto Barbato».
    Desaparecido?
    «In aula c’era, ma è sempre molto difficile parlare. Quando lo vedevo e gli chiedevo notizie sul contratto mi diceva: “Vabbé, mo’ vediamo”».
    Intanto lei lavorava...
    «Dalle 9.30 alle 19.30, dal lunedì al venerdì. Toh, a volte arrivavo alle 10, ché non abito vicino a Montecitorio, io... Solitamente l’attività di un’assistente è strettamente legata a quella del parlamentare in questione: interrogazioni, appuntamenti, proposte di legge, rassegne stampa. E devo riconoscere che il lavoro svolto per Barbato non era esattamente frenetico».
    Nella classifica di produttività dei deputati di Open Polis è 207° su 630. Comunque, dice il saggio: lavoro è se principale paga. Sennò è volontariato. Lei almeno era pagata?
    «Puntualmente. Ma rigorosamente in nero. Andava a prelevare i contanti e li metteva in una bella busta con la scritta “Camera dei Deputati”. Io trattenevo la mia parte e poi lasciavo il resto dei soldi al mio collega».
    Prassi comune tra i politici...
    «Zero assicurazione, zero buoni pasto. Ho speso un capitale in panini nei bar, dato che io non pranzavo alla buvette con 4 euro come i parlamentari».
    Epperò questo incanto si è spezzato...
    «E in modo davvero antipatico. Alla vigilia della settimana bianca della Camera, giorni in cui è sospesa l’attività parlamentare, mi ha telefonato il mio collega dicendo di aver “intuito” che non sarei stata confermata. Ho chiamato Barbato che ha fatto il pilatesco: “Devi parlarne con lui, è stato lui che inizialmente ti ha contattata... in estate, sai, non servono persone...”. Eppure il “capo” era lui, era lui che mi pagava, però a decidere era il collega. Mah...». E tanti saluti.
    «Esatto. Mai più sentito. Il 6 giugno mi ha fatto chiamare dal suo collaboratore dicendo che mi lasciava a casa perché non ero all’altezza del compito. Ah, giusto perché d’estate non serviva una figura come la mia, so che il mio posto è già stato assegnato a un’altra. Magari senza contratto. Ma tanto la giustificazione è la stessa: il periodo di prova...».
    Cosa chiederebbe a Di Pietro?
    «In quest’esperienza gli unici “valori” che ho incontrato sono stati quelli in nero e in busta chiusa. L’Idv parla di ripristino della legalità, trasparenza, aiuto alle fasce deboli e alternativa di diritto: ecco però in concreto come sono stata tutelata. Di Pietro non può tenere sotto controllo tutti i parlamentari, ma deve sapere che ci sono cellule cancerogene nel suo partito».
    La stessa cosa che gli rimproverava Barbato a proposito dei membri campani di Idv...
    «Appunto. Tralascio commenti».
    Francesco Comellini, presidente dell’associazione collaboratori parlamentari, si augura che tutti seguano il suo esempio. Ma lei non teme di non lavorare più al Parlamento?
    «Non guardo al rischio ma al coraggio di denunciare ciò che non va. Se uno sta zitto, come spesso i miei colleghi, subisce. Io nei Radicali ho imparato ad agire piuttosto di lamentarmi».

  8. #18
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Alternativi al regime - Lettera

    • da Terra del 24 giugno 2009, pag. 15

    di Massimiliano Iervolino

    In questi giorni assistiamo all’ennesimo spettacolo desolante della partitocrazia. Mi riferisco al dibattito surreale che, subito dopo l’europee, si è aperto in Regione Lazio. Una vera e propria guerra tra bande che, nella speranza di continuare ad acquisire potere, riempie le pagine dei giornali di argomenti e dibattiti che non toccano minimamente il vissuto della gente. Si passa dal rimpasto del Governo Marrazzo, all’apertura delle due colazioni all’Udc, per finire ai problemi della sinistra massimalista. Tutto questo avviene mentre la nostra Regione vive problemi drammatici. Una sanità sempre falcidiata dai conti in rosso e controllata costantemente dai partiti, una possibile emergenza rifiuti che vede come unica soluzione partitocratica la diffusione della “cultura” della discarica, una cementificazione selvaggia che, con un accordo bipartisan, continua ad attanagliare il nostro territorio e, per finire, un’assoluta mancanza di laicità dove, per esempio, le donne per trovare un medico del pronto soccorso disposto a prescrivere la “pillola del giorno dopo” sono costrette a girovagare la notte per gli ospedali romani. Tutti questi problemi dovrebbero portare le formazioni politiche ad aprire un dibattito ampio e serio, trascinando i cittadini della nostra regione alla riflessione, magari anche allo scontro democratico che, come ormai diciamo da decenni, è il sale delle migliori culture anglosassoni. Non vogliamo dei cittadini succubi delle lotte interne ai partiti e non vogliamo che la prossima campagna elettorale in regione Lazio si traduca in due mesi di promesse, senza che prima ci sia un confronto democratico utile agli elettori per decidere secondo il principio enaudiano del “conoscere per deliberare”. Da parte nostra, nei mesi precedenti al voto dell’europee, abbiamo molto riflettuto sul come far circolare le nostre proposte e sul come sconfiggere l’immobilismo dei due schieramenti laziali. Partendo dalla lettura dello Statuto della Regione Lazio ci siamo convinti che lo strumento referendario regionale fosse il migliore per perseguire questi obiettivi. Proprio per questo da due mesi, e fino al trenta settembre, siamo impegnati nella raccolta di 50.000 firme su ognuno dei referendum dai noi presentati. I quesiti sono otto (quattro propositivi e quattro abrogativi) e sono un vero e proprio programma di Governo per il Lazio, infatti riguardano: i rifiuti, le coppie di fatto, i costi della politica, i vincoli paesistici e i finanziamenti nel turismo agli enti religiosi. L’allontanamento dei cittadini dalla politica si supera solo attraverso lo scontro su argomenti forti che toccano il vissuto di ognuno di noi. Proprio per questo abbiamo incardinato questa iniziativa referendaria regionale, come al solito vicini alla gente e alla legalità.

  9. #19
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", VENERDÌ, 26 GIUGNO 2009
    Pagina 2 - Economia

    "La corruzione costa 60 miliardi l´anno"
    Allarme della Corte dei conti: "E´ una tassa occulta. E l´evasione ne toglie altri cento"
    Il procuratore generale Pasqualucci accusa: "L´azione repressiva è insufficiente e contro il sommerso sono stati frenati gli accertamenti nei comuni"

    ROBERTO PETRINI
    ROMA - Corruzione ed evasione. Sono queste le due piaghe che minano l´Italia, che drenano risorse allo sviluppo e intaccano la fiducia del paese. E´ questa la denuncia del procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci pronunciata ieri in occasione del Rendiconto generale dello Stato per l´esercizio 2008. Parole drammatiche che si sono unite al monito sulla inarrestabile crescita del debito pubblico e sulla difficoltà di reperire risorse per uscire dalla crisi.
    La Corte dei Conti valuta in 60 miliardi all´anno il costo della corruzione per il paese: si tratta di una «tassa immorale e occulta», dice la magistratura contabile, «pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini». Il fenomeno è «talmente rilevante» che rischia di incidere sullo sviluppo economico e di scoraggiare – soprattutto nel Sud – gli investimenti esteri. Ci vuole dunque una «decisa azione di contrasto» che tuttavia – no-ta la Corte – attualmente sconta una «insufficiente azione re-pressiva». Tanto più che anche le tecniche della corruzione vanno evolvendosi: la bustarella, ormai passata di moda, è stata sostituita da «fatturazione di compensi per presunte consulenze, rimborso di spese elettorali, rimborso di presunte spese di viaggio e/o di rappresentanza».
    Alla corruzione, segno del degrado del tessuto civile, si aggiunge la piaga dell´evasione. I dati forniti dalla Corte dei Conti sono inquietanti: il valore aggiunto del sommerso in Italia è pari al 18 per cento del Pil che in termini di gettito significa 100 miliardi sottratti dalle casse dello Stato. «Un vero e proprio tesoro – ha osservato Pasqualucci – che acquisito all´erario risolverebbe non pochi problemi». Ovvero: riduzione del debito, alleggerimento della pressione fiscale e risorse per rilanciare l´economia. Tuttavia la lotta all´evasione sembra segnare il passo: la Corte cita l´indebolimento dell´apparato sanzionatorio e la frenata degli accertamenti nei Comuni.
    Tutto ciò mentre l´economia – come hanno sottolineato le relazioni dei presidenti di sezione Gian Giorgio Paleologo e Maurizio Meloni – non va bene e la crisi continua a mordere. Il governo ha rinunciato al programma di azzeramento del disavanzo, il deficit è il doppio rispetto al 2007, la pressione fiscale sale, la spesa sul Pil è al livello più alto dal Dopoguerra (40,4 per cento).
    A ciò si aggiunga, sottolinea la Corte dei Conti, che l´auspicio della riduzione del debito è stato «disatteso» e dunque l´azione di recupero di risorse per il rilancio dell´economia si svolge in «spazi ridotti». Nel breve periodo queste risorse non possono venire dalla dismissione degli immobili e anche la lotta all´evasione richiede «tempi lunghi» per cui la soluzione proposta dal procuratore Pasqualucci è quella di intervenire sulle pensioni con il risultato di «liberare risorse». Del resto si può cogliere l´occasione, per un riesame della materia, della sentenza della Corte di giustizia europea che ci invita ad equiparare il trattamento tra uomini e donne nella pubblica amministrazione.
    L´elenco dei mali della finanza pubblica si dipana nella relazione della magistratura contabile e si intreccia anche con gli effetti della crisi globale: molto duro il giudizio sui contratti derivati sottoscritti dai Comuni definiti una «bomba finanziaria a orologeria innescata dal ricorso sconsiderato a tali strumenti». Critiche anche alle cartolarizzazioni degli immobili pubblici: hanno dato risultati modesti.

  10. #20
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", VENERDÌ, 26 GIUGNO 2009
    Pagina 3 - Economia

    Sanità, appalti, business rifiuti: mazzette in aumento del 30%
    Si travestono da consulenze o rimborsi viaggio

    Il dossier
    Non c´è più la busta di soldi, si passa attraverso società "cartiere" o sovrafatturazioni
    Denunce concentrate al Sud e in Lombardia. Risarcimenti da 19 a 117 milioni.

    LUISA GRION
    ROMA - Non aspettatevi la mazzetta consegnata a mano o la busta di soldi nascosta fra gli incartamenti: la corruzione negli uffici pubblici ha fatto passi avanti e ora usa sistemi più elaborati. Il denaro passa alla persona «giusta» attraverso la sovrafatturazione di operazioni commerciali, l´utilizzo di società «cartiere» (quelle che emettono fatture inesistenti), il pagamento di presunte consulenze, il rimborso di spese elettorali o di falsate spese di viaggio e di rappresentanza. Nuove forme per esercitare vecchi vizi: corruzione (quando si chiede un pagamento per effettuare il «favore»), concussione (quando si utilizza il proprio ruolo dominante per costringere il privato a pagare o altro), abuso d´ufficio. Pratiche piuttosto diffuse nella pubblica amministrazione che il tornado di Mani Pulite ha colpito, ma certo non distrutto.
    La Corte dei Conti ne traccia i confini, avverte che nel 2008 questa «tassa occulta e immorale» ha pesato «sulle tasche dei cittadini» per 60 miliardi e che il fenomeno, in tempi di crisi come quello attuale «è gravido di conseguenze». Perché sia chiaro - avvertono i magistrati contabili - ogni euro di mazzetta versato si ripercuote sui conti pubblici o come aumento di spesa o - per via delle operazioni illegali in «nero» - come mancato versamento di entrate fiscali.
    L´Italia delle tangenti, con i suoi perversi legami con l´evasione, è dunque viva e gode di buona salute: il business delle mazzette, avverte la Corte, risulta in crescita del 30 per cento. Nel 2008 sono stati registrati 3.197 delitti, denunciate più di 10 mila persone, 182 sono state arrestate o fermate per istigazione alla corruzione. Sicilia e Campania, Puglia, Calabria e Lombardia stanno in testa alle classifica; Val d´Aosta, Liguria, Friuli. Trentino Alto Adige e Molise risultano le regioni più virtuose. Il Lazio, sede delle amministrazioni centrali, sta più o meno a metà strada.
    Il guaio, precisa la Corte dei Conti, è che di fronte allo sforzo richiesto alle forze in campo, il risultato - dal punto di vista delle condanne e dei risarcimenti - è ancora risibile. Nel 2008 le sentenze riguardo tali delitti sono state 110 (di cui 98 condanne). I danni patrimoniali e all´immagine che ne sono conseguiti sono stati valutati per 117 milioni di euro (ma se nella top ten delle denunce sta in vetta Sud, quanto a sentenze e risarcimenti il Nord rimonta). Un buon risultato, se si considera che nel 2007 la quota si fermava a 18,8 milioni, ma certo poca cosa di fronte all´intensità del fenomeno.
    Bisogna fare di più, avverte la Corte dei Conti, e soprattutto bisogna prevenire. «L´azione repressiva è insufficiente» si legge nel rendiconto, è un «mero deterrente contro la corruzione scoperta», ma per far sì che il fenomeno non esploda bisogna agire «su comportamenti, procedure, trasparenza».
    Perché si corrompe? Ai vecchi obiettivi se ne sono aggiunti di nuovi: la Guardia di Finanza e i Carabinieri segnalano che nella pubblica amministrazione i settori più colpiti restano la sanità, le assunzioni del personale, la concessioni di finanziamenti e di appalti pubblici. Ma il malaffare sta crescendo anche nell´edilizia privata, nelle università, fra le consulenze e lo smaltimento rifiuti.
    E´ «una tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini» avvertono i magistrati contabili. Il delitto, precisano, ha «un costo non monetizzabile» perché «rischia di ostacolare gli investimenti esteri, di distruggere la fiducia nelle istituzioni e di togliere la speranza nel futuro». Un quadro che fa a pugni con la rincorsa alla ripresa e che invece sviluppa una relazione pericolosa con l´evasione fiscale e l´economia sommersa, l´altra ferita aperta nell´economia italiana. I suo valore aggiunto, per la Corte di Conti « è quasi pari al 18% del Pil: in termini di gettito almeno 100 miliardi di euro l´anno. Un tesoro che deve essere recuperato».

 

 
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