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  1. #361
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Ma i partiti sono sempre più ricchi

    • da Corriere della Sera del 25 maggio 2010

    -->

    di SERGIO RIZZO


    Se per dare un giudizio dell’affidabilità dell’Italia i mercati utilizzassero la dinamica del finanziamento pubblico ai partiti anziché quella degli stipendi del pubblico impiego, allora non avremmo davvero speranza. La speculazione ci avrebbe già fatti a pezzi prima della Spagna, del Portogallo, della Grecia e dell’Irlanda, ovvero i Paesi che ci precedono nella graduatoria della crescita delle retribuzioni pubbliche.
    Mentre fra il 1999 e il 2008 queste aumentavano in Italia, secondo l’Ocse, del 42,5%, gli incassi dei nostri partiti si moltiplicavano addirittura per undici: + 1.110%. Grazie a due colpi da maestro. Il primo nel 1999, quando i «rimborsi elettorali», la formula ipocrita con la quale si chiama adesso il vituperato finanziamento pubblico abrogato per finta dal referendum del 1993, furono portati in un sol colpo da 800 a 4 mila lire. II secondo nel 2002, quando si passò da 4 mila lire a 5 euro a legislatura (1 euro l’anno) per ogni italiano iscritto alle liste elettorali di Montecitorio: 5 euro per la Camera, 5 per il Senato, 5 per le europee e 5 per le regionali. Totale, 20 euro a cranio per ogni quinquennio, indipendentemente da quanti davvero vanno a votare. E siccome gli iscritti alle liste elettorali di Montecitorio sono 50 milioni tondi, la bolletta che gli italiani pagano ai partiti ha raggiunto la cifra stratosferica di un miliardo di euro per cinque anni: 200 milioni l’anno. Con l’aggiunta di un simpatico bonus, introdotto, anch’esso alla chetichella, nel 2006. Nel caso di fine anticipata della legislatura, infatti, i contributi elettorali continuano a correre.
    Per il triennio che si conclude nel 2011, quindi, razione doppia per Camera e Senato. E invece di 200 milioni, eccone 300. Almeno sulla carta, perché c’è stato un taglio di cassa del 10%. Che ha provocato (l’avreste detto?) anche qualche vergognoso mugugno.
    Per capire quanta ipocrisia abbiano messo nell’aver chiamato «rimborsi» questo fiume di denaro, basta leggere che cosa ha ripetutamente scritto la Corte dei conti nei suoi referti sulle spese elettorali, sottolineando come non esista alcuna relazione fra le somme spese per le campagne elettorali e quello che lo Stato dà ai partiti. Ma ben più eloquenti sono i numeri. Nel 1996 un partito come Forza Italia aveva speso per la campagna elettorale, considerando anche la Casa delle Libertà, 4 milioni 90.563 euro. Dieci anni più tardi, la spesa era arrivata a 62 milioni 490.854 euro: +1.427%. E i «rimborsi»? Da 14 milioni 707.526 a 128 milioni 42.335 euro: +770%. Se nel 1996 il partito di Silvio Berlusconi si era messo in tasca, puliti, lo milioni 616.963 euro, cioè la differenza fra la le spese e i «rimborsi», dieci anni dopo l’«utile» era salito a qualcosa come 65 milioni 551.481 euro. Due anni più tardi, nel 2008, con spese elettorali cresciute ancora del 10%, i rimborsi spettanti al Popolo della Libertà sono schizzati a 206 milioni 518.945 euro. Con un «utile» astronomico: 138 milioni 43.803 euro. Non che le cose siano andate peggio alla sinistra, nonostante l’ultima batosta elettorale. Secondo i dati pubblicati nel referto della Corte dei conti sulle politiche 2008, il Partito democratico di Walter Veltroni aveva investito in tutta la campagna elettorale 18 milioni 418.043 euro, meno di un terzo del Popolo della Libertà.
    Acquisendo però il diritto a incassare una somma dieci volte superiore a quella investita: 180 milioni 231.506 euro. Cifra che ha perciò garantito a sua volta al Pd un «utile» ancora maggiore di quello del partito di Berlusconi:161 milioni 813.463 euro.
    A conti fatti, le elezioni politiche del 2008 riverseranno nelle casse dei partiti introiti «puliti» per 367 milioni di euro. Ovvero la differenza fra 136 milioni di spese e 503 milioni di «rimborsi» per Camera e Senato, spalmati su cinque anni. Per ogni euro sborsato, dunque, ne sono tornati indietro quattro. Gli effetti di questo andazzo sono fin troppo facilmente intuibili. A cominciare dagli apparati di alcuni partiti, i quali hanno potuto evitare la pesante dieta dimagrante che si era profilata dopo il 1993. Per proseguire con l’abnorme incremento delle spese elettorali, che hanno raggiunto livelli senza precedenti. E finire con il risanamento di alcune difficili situazioni finanziarie. Se la pesante esposizione (si parla di 500 milioni di euro) di cui i Democratici di sinistra si erano fatti carico accollandosi i debiti dell’Unità si è ridotta a meno di un terzo, il merito è anche di quei generosissimi contributi. Che consentono oggi anche al Partito democratico, unica formazione politica ad avere un bilancio certificato, di chiudere i conti con un attivo di una quindicina di milioni. Per non parlare di altri «tesoretti» sulla cui destinazione si è discusso a lungo, ma senza costrutto: per esempio i «rimborsi» elettorali a cui hanno avuto diritto ancora sia i Ds sia la Margherita dopo la nascita del Pd.
    Certo, ci sono anche situazioni dove i soldi non bastano mai. Forza Italia, per esempio, era arrivata nel 2006 a essere esposta per 157 milioni di euro con le banche. Garantiti da una fidejussione personale del Cavaliere. Per avere un’idea di quanto pure la dimensione economica di quel partito fosse personale, si consideri che nei conti c’era anche un debito di 14 milioni e mezzo con la Dolcedrago, società del premier che controlla la Immobilare Idra, cassaforte nella quale sonocustodite le ville di Arcore e Macherio, le proprietà sarde, la casa romana nella zona dell’Appia Antica dove abita Franco Zeffirelli, e altre ancora.
    Possiamo immaginare la sofferenza dei tesorieri se davvero la minaccia di Giulio Tremonti, di tagliare i «rimborsi» da 5 euro a 2 euro e 50 per ogni legislatura e per ogni tornata elettorale, dovesse andare in porto. Si consolino comunque: pure dimezzati, i finanziamenti pubblici sarebbero pur sempre ancora più alti di quelli che toccano ai partiti di altri Paesi europei. Come Francia e Spagna...

  2. #362
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Caro Cappato, stiamo lavorando per l'anagrafe degli eletti

    • da Europa del 26 maggio 2010

    -->

    di Paolo Fontanelli

    Qualche giorno fa Marco Cappato si è rivolto al Pd su Europa per chiedere, a nome dei Radicali, più chiarezza sulle posizioni da mettere in campo per costruire l’alternativa alla destra che attualmente ci governa.
    In particolare Cappato ha fatto riferimento ad alcuni temi forzando in modo evidente le posizioni del Pd, fino ad arrivare all’allusione di una certa nostra indifferenza nell’affrontarli. Mi riferisco alle posizioni sulle riforme istituzionali e sull’anagrafe degli eletti. Ora, sul problema delle riforme istituzionali, la smentita più evidente su un presunto atteggiamento di disattenzione è venuta proprio in presa diretta dall’assemblea nazionale del Pd. Infatti uno dei documenti proposti, discussi e approvati riguarda le "linee per la modernizzazione e la riforma democratica dell’ordinamento costituzionale". Si tratta di un testo importante, che sarà oggetto di un’ampia discussione nei circoli territoriali ma che è già contenuto per un confronto a tutto campo. Le proposte seguono un percorso di alla innovazione in un quadro che conferma la scelta della repubblica pare detto lamentare delineata dalla nostra Costituzione. Però si indica con decisione una via per il superamento del bicameralismo perfetto in sintonia con il titolo V e per una riforma del sistema elettorale coerente con un impianto maggioritario uninominale, che restituisca il diritto di scelta ai cittadini e funzionale alla differenziazione dei compiti fra le due camere. Il tutto in un contesto articolato e volto a garantire l’unità nazionale, la trasparenza delle decisioni politiche, la separazione dei poteri, che sono le condizioni per operare in direzione di un recupero del rapporto di fiducia tra i cittadini, la politica e le istituzioni che abbiamo visto indebolirsi fortemente negli ultimi anni. La crescita della disaffezione al voto ne è una dimostrazione evidente. Certo anche la crescita dell’attenzione e della sensibilità sulla questione dei costi della politica ha contribuito a questi fenomeni di distacco, e forse ancora di più ha favorito la diffusione di un certo populismo, non sempre orientato verso la salvaguardia dei valori e della sostanza democratica della nostra Costituzione. È quindi giusto mettere l’accento anche su questi aspetti. Ma la via non può essere quella di mettere all’indice i partiti. Semmai ciò di cui abbiamo bisogno è proprio un percorso di riforme come quelle che indichiamo nel documento e che, credo, consentano un confronto positivo anche con le cose dicono i Radicali. Infine Cappato chiede che l’opposizione proponga l’adozione dell’anagrafe pubblica degli eletti. Nelle stesse ore lo ha fatto anche Emma Bonino proponendolo perla Regione Lazio. Si tratta di una idea non nuova. Se ne è parlato molto negli ultimi anni in relazione all’iniziativa dei radicali, condivisa e sostenuta dal Pd, e una serie, purtroppo non numerosissima, di enti locali hanno deliberato l’istituzione dell’anagrafe. Sul tema ci sono anche proposte di legge depositate in parlamento e finora ignorate. Però va detto che adesso c’è una opportunità straordinariamente attuale.
    Nell’ambito della discussione in prima commissione della camera, sul disegno di legge che tratta del riordino delle funzioni delle autonomie locali, il Pd ha proposto un emendamento per "L’istituzione dell’anagrafe telematica degli amministratori e degli eletti a cariche pubbliche locali". In un primo momento il governo lo aveva giudicato inammissibile, poi sulla base delle nostre obiezioni è stato ammesso alla discussione, ma ciò non significa che passerà.
    Certo se fosse approvato sarebbe davvero un fatto nuovo e concreto sul piano della trasparenza perché prevede la possibilità di conoscere e verificare non solo i dati economici e patrimoniali degli uomini pubblici ma anche della loro attività politica e amministrativa. Per ora il Pd ha fatto da solo, ma il nostro augurio è che con le votazioni sugli emendamenti arrivi anche un interesse consapevole e motivato da parte delle altre forze politiche, a cominciare da quelle di opposizione.

  3. #363
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Su oggi.it, le case dei nostri politici

    • da Oggi del 26 maggio 2010

    -->

    di Roberto Beccaria

    Milano, maggio

    Francamente, non ce lo saremmo mai aspettato. L’inchiesta di Mauro Suttora sulle case di deputati e senatori ha letteralmente sbancato (anche) il web. O, per lo meno, ha sbancato il nostro neonato sito oggi.it: nella sola giornata di mercoledì 19 maggio, quando abbiamo messo on-line le e-mail integrali di tutti i parlamentari che hanno risposto alla nostra domanda su dove abitano e a che prezzo, abbiamo registrato oltre 114 mila pagine viste (114.276, per la precisione).
    Un record (e un trionfo) per noi, neonati della Rete: il nostro vagito internettiano, infatti, si sente da appena una ventina di giorni. Il merito del boom è dell’alta qualità dell’inchiesta di Suttora. Ed è merito anche dei siti che ci hanno ripreso (soprattutto corriere.it e dagospia.it).

    I "RITARDATARl"

    Un successo inaspettato, dicevamo. Anche per molti dei nostri parlamentari. La riprova è che sono stati tanti quelli che ci hanno immediatamente scritto per rispondere alla e-mail che fino a qualche giorno prima sembrava essere caduta nel vuoto. Tra i «ritardatari» più noti, ricordiamo la senatrice radicale Emma Bonino, che ci ha rimandato al sito dei Radicali (dove c’è scritto che ha un appartamento a Roma e un immobile commerciale dato in locazione, sempre a Roma), il senatore del Pd Marco Follini, che è in affitto a 2.250 euro al mese in un appartamento zona Farnesina, il deputato del Pdl Fiamma Nirenstein, che ha un appartamento di 90 metri quadri nel Nomentano, comprato col prestito dei giornalisti negli Anni 80, e tanti, tanti altri. Potete andare ancora a leggere le mail (continuamente aggiornate) su oggi.it
    Così come sul nostro sito trovate le decine e decine di commenti che ci hanno scritto i navigatori. Molti dei quali indignati o addirittura scandalizzati. «Poveri i nostri deputati e senatori! Risiedono in piccoli o piccolissimi monolocali, spendendo tantissimo. Ma sarà vero?», si chiede Nofaste.
    «Io sono quasi 8 anni che vivo a Roma... e affitti così "economici" in centro... mai visti in vita mia!!», ribatte Anna. «È il potere, e noi povere anime che ancora andiamo a votarli, almeno stiamo zitti», si sfoga Rosario. «Casa di 65 mq in periferia di Milano... mutuo di 600 euro al mese... con un figlio e uno in arrivo... mio marito guadagna 1.500 euro al mese... è dura e a guardare tutto ciò mi fa ancora più male», commenta desolata Silvia. Ma c’è anche chi non si stupisce: «Non capisco l’indignazione, mi sembrano tutti contratti normali!», scrive Pietro. «Pensavo peggio», aggiunge Giuseppe.
    Comunque sia, su oggi.it potete continuare a leggere tutti i commenti che ci sono arrivati. E anche lasciare il vostro.

  4. #364
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 26 Maggio 2010, pag. 19

    ACCUSÒ BERLUSCONI DI AVER RICEVUTO ILLEGALMENTE IL NASTRO DI FASSINO E CONSORTE

    Caso Unipol, arrestato Favata



    PAOLO COLONNELLO
    MILANO


    L’uomo che accusava Silvio Berlusconi di aver ricevuto illegalmente il file dell’intercettazione di Piero Fassino («Abbiamo una banca!»), pubblicata in seguito su "il Giornale", è stato arrestato ieri pomeriggio a Genova con l’accusa di estorsione. Ma non nei confronti del premier, bensì verso Roberto Raffaelli, ex amministratore delegato della Rcs, forse la più importante società d’intercettazioni in Italia, la stessa che per conto della Procura di Milano realizzò la registrazione tra l’ex segretario dei Ds e l’ex presidente di Unipol, Giovanni Consorte. Fabrizio Favata, 60 anni, milanese, un passato non proprio immacolato, da tempo era alla ricerca disperata di un modo per risollevarsi dai guai finanziari in cui era caduto dopo il fallimento della società che aveva aperto con Paolo Berlusconi per la costruzione dei decoder televisivi. Per questo da almeno un anno girava le redazioni di vari giornali raccontando di aver assistito alla consegna, da parte di Raffaelli, del famoso file "Fassino" a Silvio Berlusconi in persona. Un file che all’epoca, dicembre 2005, era custodito senza neppure essere stato sbobinato, nella cassaforte della Procura e in pochissimi, inaccessibili, computer. E’ per questo che Favata sarebbe riuscito ad ottenere da Raffaelli 300 mila euro versati in diverse tranche, altri ne avrebbe voluti, prima che la storia iniziasse a circolare sui giornali.
    «Una millanteria», così era stato bollato il suo racconto dall’avvocato del premier Niccolò Ghedini, cui Favata si era pure rivolto sempre alla ricerca di soldi e aiuti. E anche Raffaelli, interrogato sul punto una prima volta, aveva negato la consegna del nastro illegale a Berlusconi, che sarebbe avvenuta la sera della vigilia di Natale del 2005 ad Arcore: «In realtà mi recai dal Premier per chiedergli aiuto per un affare in Romania». Ci si chiede: ma se quella di Favata era "una millanteria", perchè allora versargli ben 300 mila euro? «Non è importante qui stabilire - risponde il gip Giordano nell’ordinanza di 72 pagine - se il fatto storico sia vero o no...». Da notare che qualche settimana fa, Favata aveva consegnato in procura la registrazione di una sua conversazione con Raffaelli nella quale lo stesso ammetteva di aver consegnato a Berlusconi i nastri di Fassino.
    Ai 300 mila euro estorti, gli inquirenti sono arrivati seguendo la traccia di alcune lettere ricattatorie spedite a Raffaelli e ritrovate nelle perquisizioni a casa di Favata diversi mesi fa. Analizzando poi la contabilità di Rcs si sono accorti di un flusso di denaro in nero ralizzato grazie a false fatture fornite da certo Eugenio Petessi. Seguendo le uscite del "nero" e incrociando un successivo racconto fatto da Raffaelli, che però non aveva mai presentato denuncia per estorsione, hanno ricostruito i versamenti di denaro a Favata. Così come il versamento di altri 560 mila euro in nero a Paolo Berlusconi, indagato un paio di mesi fa con l’accusa di millantato credito (era stato lui a promettere a Raffaelli di aiutarlo a ottenere un appalto sulle intercettazioni in Romania).
    Insomma, una bella girandola di ricatti incrociati di cui ora, con l’arresto di Favata, si dovrebbe venire a capo scoprendo così definitivamente se davvero Berlusconi ricevette i nastri illegali.

  5. #365
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", GIOVEDÌ, 27 MAGGIO 2010
    Pagina 21 - Cronaca

    "Mastella comprò casa con i soldi dell´Udeur"
    I pm: immobile a Roma poi intestato ai 2 figli

    DARIO DEL PORTO
    napoli – Un appartamento a largo Argentina a Roma. Valore stimato, oltre un milione e mezzo di euro. Dopo aver ospitato la sede del giornale dell´Udeur Il Campanile, l´immobile è stato intestato a una società costituita dai due figli di Clemente Mastella. Su questa operazione indaga adesso la Procura di Napoli che vuole verificare se sia stato utilizzato danaro stornato dalle casse del partito. Il pm Francesco Curcio ha allegato gli accertamenti condotti sulla vicenda agli atti dell´udienza preliminare sul caso Udeur, che si sta celebrando davanti al giudice Edoardo De Gregorio e vede fra gli imputati la moglie di Mastella, Sandra Lonardo. Il pm Francesco Curcio ha depositato la documentazione a sostegno dell´accusa di associazione per delinquere contestata alla Lonardo, riconfermata alla fine di marzo consigliere regionale in Campania e anche all´ex ministro della Giustizia, oggi europarlamentare eletto con il Pdl, la cui posizione è attualmente stralciata da quella degli imputati per i quali si sta celebrando l´udienza. Il pm ha raccolto le dichiarazioni dell´ex parlamentare ed ex segretario amministrativo dell´Udeur, Tancredi Cimmino, che già in passato aveva espresso alla stampa forti riserve sull´impiego dei fondi del partito del Campanile. «Non è la prima volta, anzi sono anni che mi trovo e ci troviamo al centro di tentativi di screditare me, la mia famiglia e il partito - replica Mastella - sulle vicende in questione, quando sarà, verranno esibiti tutti gli atti pubblici e i mutui bancari più che decennali che potranno chiarire i rilievi. Nessuno - conclude Mastella - mi ha dato, o ci ha dato, soldi. Né in nero, né in bianco». L´avvocato Alfonso Furgiuele, che assiste i coniugi Mastella, evidenzia: «Non conosciamo ancora gli atti, ma posso dire sin da ora che sono vicende molto diverse da quelle degli ultimi giorni. Nessun reato è stato contestato né a Mastella, né alla signora Lonardo né ai figli. I finanziamenti ottenuti dall´Udeur sono tutti legittimi e non è stato utilizzato danaro pubblico per operazioni immobiliari».
    Il lavoro degli inquirenti per va avanti. All´udienza di ieri il pm Curcio, titolare del fascicolo con il coordinamento del procuratore aggiunto Francesco Greco, ha depositato anche la perizia fonica eseguita su un filmato andato in onda durante la puntata di "Porta a porta" dedicata ai provvedimenti (fra cui il divieto di dimora in Campania nei confronti di Sandra Lonardo) emessi il 21 ottobre scorso durante la prima fase delle indagini. Nel servizio era raffigurata una persona con il volto oscurato che criticava l´inchiesta. Secondo la perizia chiesta della Procura, si sarebbe trattato in realtà di un esponente dell´Udeur, Pietro Funaro, a sua volta coinvolto nel procedimento. E agli atti la Procura ha esibito anche una consulenza su quattro nuovi appalti Arpac sotto inchiesta, tutti riguardanti servizi di teletrasmissione relativi alla manutenzione del sistema, e sul progetto, poi mai concretizzato, di costruzione di un depuratore a Benevento.

  6. #366
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Palermo/ SeL e Radicali Italiani: il Comune di Palermo deliberi sull'introduzione dell'Anagrafe Pubblica degli Eletti"

    27 maggio 2010



    -->

    Dichiarazioni di Donatella Corleo (Radicali Italiani) e Salvatore Lima (Sinistra Ecologia e Libertà)

    “Sono passati quasi due anni dalla presentazione ,in consiglio comunale, della Mozione che mirava all'introduzione dell'Anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati. Ad oggi questa proposta, che aveva incontrato favore e condivisione da parte di molti consiglieri comunale, giace dimenticata nello sterminato o.d.g. del Consiglio Comunale. Come Radicali Italiani e Sinistra Ecologia e Libertà abbiamo, pertanto, scritto ai gruppi consiliari per sollecitarne la discussione. Allo stesso modo chiediamo che sia prodotto uno sforzo supplementare per garantire gli strumenti di partecipazione diretta dei cittadini alla vita amministrativa della Città.” lo affermano in una nota congiunta Donatella Corleo, responsabile delle attività di Radicali Italiani e Sergio Lima, Coordinatore provinciale di SEL. “ Per quanto pienamente consapevoli del momento di difficoltà affrontato dalla città – continua la nota- riteniamo non oltremodo differibile l'introduzione di strumenti di trasparenza e partecipazione attiva e diretta. Anzi,siamo convinti, che l'introduzione di meccanismi di partecipazione possano rappresentare un valido contributo per il miglioramento dell'azione amministrativa,ed allo stesso tempo, che potenziare la trasparenza ,tramite l'anagrafe degli eletti e dei nominati, sia un contributo importante per rimuovere quel senso di separatezza e di sfiducia tra la città e le istituzioni. Per tanto- concludono Corleo e Lima- sollecitiamo l'intero Consiglio Comunale a compiere uno scarto in avanti concreto su questi temi, temi che troppo spesso sono stati giudicati di secondaria importanza e che,invece, devono diventare l'ossatura per una nuova fase politica in questa città.”

  7. #367
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    La guerra di Bossi per salvare le province

    • da la Repubblica del 28 maggio 2010

    -->

    di Gad Lerner

    Minacciando la guerra civile in caso d’abolizione della provincia di Bergamo, quel grande statista che risponde al nome di Umberto Bossi vuole solo ricordarci cos’è per lui la politica.
    O vuole ricordarci, per meglio dire, cos’è per lui l’antipolitica: rappresentanza di interessi locali, ammantata d’ideologia tradizionalista. Ovviamente la provincia di Bergamo (più di un milione di abitanti) non corre pericolo di essere abolita; e resterà a presiederla un senatore leghista con doppio incarico e doppio stipendio. Il cumulo di poltrone non imbarazza affatto il partito di Bossi, anzi, rientra appieno nelle sue modalità di espansione. Pure a Brescia, Sondrio e Biella i presidenti di provincia leghisti sono parlamentari, eurodeputati o sottosegretari. Mentre gli altri nove (Cuneo, Varese, Como, Lodi, Treviso, Vicenza, Venezia, Belluno, Udine) cumulano volentieri ruoli da sindaco o presidenze di società autostradali e fieristiche. Se dunque la Lega rifiuta di liquidare le province come enti inutili, ciò si devenon certo alla mitologia del "territorio", bensì a un disegno di consolidamento delle sue burocrazie locali: una classe dirigente amministrativa che utilizza anche la presenza a Roma per restare abbarbicata alla tutela di meri interessi localistici. A prescindere da qualsivoglia visione nazionale.
    Altro che federalismo, la moltiplicazione dei centri di spesa asseconda le più variegate spinte separatiste e genera sempre nuove clientele che aspirano a trarre vantaggio dalla disunità d’Italia. Sembra quasi che un preoccupante fervore egoistico autorizzi i notabili a sbizzarrirsi con la fantasia, ridisegnando la carta geografica della penisola secondo convenienza, ben oltre i confini meridionali (inventati e flessibili) della Padania. È di questi giorni la notizia che il Pdl di Benevento, escluso dalla ripartizione degli assessorati regionali campani, minaccia l’addio a Napoli per dare vita, con Campobasso, niente meno che a una nuova regione denominata Molisannio. Un’assurdità? Forse, ma incoraggiata dal crescente peso governativo di un partito che nel suo statuto, articolo 1, proclama la finalità dell’"indipendenza della Padania".
    C’è poco da scherzare su questa dissoluzione in corso dei partiti nazionali, accelerata da sempre più frequenti scissioni locali (ci sono già due Pdl in Sicilia e a Bolzano). Quando la contesa per la spartizione delle risorse pubbliche per garantirsi il consenso si avvale di pretesti folkloristici, di recriminazioni campanilistiche e di strumentali richiami alla tradizione, la tendenza centrifuga rischia di farsi inarrestabile. Ma soprattutto è il contesto di crisi dell’Unione europea a preannunciare effetti dirompenti. Si illude chi scommette che il ritorno alla stagione dei nazionalismi conduca al ripristino della sovranità degli Stati pre-esistenti. La sofferenza dei governi costretti dall’Ue a manovre di stabilità di bilancio impopolari, rischia al contrario di farli soggiacere o travolgere dalle spinte dell’antipolitica e delle piccole patrie.
    Sul vecchio continente soffia un vento sinistro di frantumazione, di cui il leghismo italiano rappresenta solo un episodio. La crisi del governo Le terme, in Belgio, rischia di sancire l’irreparabilità della frattura trai partiti fiamminghi e francofoni che ormai ipotizzano apertamente una separazione statuale. Mentre la destra vittoriosa nelle recenti elezioni in Ungheria riaccende le controversie territoriali con i paesi limitrofi, decidendo di assegnare il passaporto di Budapest alle minoranze magiare che vivono oltreconfine. La reazione della Slovacchia (un paese, non dimentichiamolo, nato da una recente secessione dalla Cecoslovacchia) rischia di essere altrettanto minacciosa, dando luogo a una vera e propria guerra dei passaporti. Non conforta sapere che gli estremisti Jobbik, forti del 18% dei consensi, pretendano di partecipare alle sedute del Parlamento ungherese indossando la divisa della loro Guardia nazionale disciolta in quanto milizia para-militare.
    Il monito della tragedia dei Balcani risuona inascoltato in un’Europa percorsa da tensioni xenofobe, miraggi separatisti, pseudo-irredentismi, miti reazionari. Il cemento delle nazioni, reso friabile dalla loro mancata unione politica, ora è sottoposto alle scosse monetarie. Sui mercati c’è chi specula preconizzando che l’euro non sopravvivrà alla tentazione tedesca di ripristinare un’area di moneta forte, autonoma dai paesi abituati a sopravvivere con le svalutazioni. È chiara a tutti la spaccatura che questo scenario determinerebbe fra Italia settentrionale e Italia meridionale.
    Berlusconi addebita ai vincoli imposti dall’Unione europea per l’ennesima volta additata agli italiani come "nemico esterno" una manovra resa obbligatoria dal nostro enorme debito pubblico. Bossi impone al governo la salvaguardia delle sue casematte di potere sul territorio, confidando di rafforzarle con il federalismo fiscale.
    I partiti nazionali vengono soppiantati da amministratori che fondano sul localismo il loro consenso. Ma in tutto ciò è l’idea della politica come governo armonico degli interessi e degli squilibri a venire meno. Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia rischia di essere celebrato in un clima di dissoluzione nazionale. Più che una classe dirigente, la destra al governo sta coltivando una generazione di potentati rivali, non così dissimili dagli staterelli preunitari.

  8. #368
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", SABATO, 29 MAGGIO 2010
    Pagina 1 - Prima Pagina

    Il colloquio
    Ciampi: la notte del ´92 con la paura del golpe

    MASSIMO GIANNINI

    «Non c´è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c´è dietro le stragi del ´92 e ´93? Chi c´è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta...». Dopo la denuncia di Piero Grasso, dopo l´appello di Walter Veltroni, ora anche Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo e al presidente del Consiglio di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica.

    L´ex presidente, a Santa Severa per un weekend di riposo, è rimasto molto colpito dalle parole del procuratore nazionale antimafia, amplificate dall´ex leader del Pd. E non si sottrae a una riflessione e, prima ancora, a un ricordo di quei terribili giorni di quasi vent´anni fa. «Proprio la scorsa settimana ho parlato a lungo con Veltroni, che è venuto a trovarmi, di quelle angosciose vicende. E ora mi ritrovo al 100 per cento nei contenuti dell´intervista che ha rilasciato a "Repubblica". Quelle domande inevase, quel bisogno di sapere e di capire, riflettono pienamente i miei pensieri. Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell´apparato statale, anzi dell´anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire... «.
    Il ricordo di Ciampi è vivissimo. E il presidente emerito, all´epoca dei fatti presidente del Consiglio di un esecutivo di emergenza, che prese in mano un Paese sull´orlo del collasso politico (dopo Tangentopoli) e finanziario (dopo la maxi-svalutazione della lira) non esita ad azzardare l´ipotesi più inquietante: l´Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. «Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l´esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse "Carlo, non capisco cosa sta succedendo...", ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi... «.
    Resta da capire per mano di chi. Su questo Ciampi allarga le braccia. «Non so dare risposte. So che allora corsi come un pazzo in macchina, e mi precipitai a Roma. Arrivai a Palazzo Chigi all´una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi "presidente, dobbiamo reagire". Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte». La certezza che esponeva ieri Veltroni è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un «anti-Stato», ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?
    È lo scenario ipotizzato dal procuratore Grasso: gli attentati servirono forse a preparare il terreno alla nascita di una nuova «entità politica», che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani Pulite. Un «aggregato imprenditoriale e politico» che doveva conservare la situazione esistente. Quell´entità, quell´aggregato, secondo questo scenario, potrebbe essere Forza Italia. Nel momento in cui quel partito si prepara a nascere, e siamo al ‘94, Cosa Nostra interrompe la strategia stragista. È uno scenario credibile? Ciampi non si avventura in supposizioni: «Non sta a me parlare di tutto questo. Parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole».
    Per questo, in nome di quella verità troppo a lungo negata, l´ex capo dello Stato oggi rilancia l´appello: è sacrosanto che chi sa parli. Ed è sacrosanto, come chiede Veltroni, che «Berlusconi e il governo non tacciano», perché la lotta alla mafia non è questione di parte, «ma è il tema bipartisan per eccellenza». Si apra dunque una sessione parlamentare, dedicata a far luce su quegli avvenimenti. Perché il clima che si respira oggi, a tratti, sembra pericolosamente rievocare quello del ‘92-´93. Ciampi stesso ne parlerà, in un libro autobiografico scritto insieme ad Arrigo Levi, che uscirà per «il Mulino» tra pochi giorni. «Lì è tutto scritto, ciò che accadde e ciò che penso. Così come lo riportai, ora per ora, sulle mie agende dell´epoca... «. Deve restare memoria, di tutto questo. Ma insieme alla memoria deve venir fuori anche la verità. «Perché senza verità - conclude l´ex presidente della Repubblica - non c´è democrazia».

    m.gianninirepubblica.it

  9. #369
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 29 Maggio 2010, pag. 5

    il caso
    L’ente pubblico che vanta il record di generosità

    Chi va in Parlamento conserva il vitalizio della Regione

    Sprechi per 1,5 miliardi
    Denunciate 225 persone

    5 mila euro al mese da Palermo

    La Sicilia fa ricchi i suoi ex consiglieri

    LAURA ANELLO
    PALERMO

    Come una mamma, non si dimentica dei suoi figli. Neanche quando sono cresciuti, lontani dalle sue ali, per andare a occupare lontani, prestigiosi incarichi. Niente da ridire sull’affetto mostrato dall’Assemblea regionale siciliana - il Parlamento autonomo dell’Isola - nei confronti dei suoi augusti componenti che hanno il diritto di cumulare la pensione maturata sugli scranni di Palazzo dei Normanni con le indennità da senatori e deputati. Un doppio stipendio, in tempi di cinghie strette e di polemiche sui costi della politica. E neanche trascurabile: ai diecimila euro che spettano ai parlamentari nazionali, si aggiunge un vitalizio che in media è di cinquemila euro netti al mese. Quattordici i fortunati, di destra e di sinistra: un ex ministro (Calogero Mannino), due ex governatori come Salvatore Cuffaro e Angelo Capodicasa, l’ex presidente dell’Assemblea Nicola Cristaldi, l’ex sindaco di Palermo e attuale portavoce di Italia dei Valori Leoluca Orlando, nove ex assessori regionali: il colonnello finiano Fabio Granata, Vladimiro Crisafulli, Giuseppe Firrarello, Salvatore Fleres, Ugo Grimaldi, Dore Misuraca, Alessandro Pagano, Sebastiano Burgaretta Aparo. E Raffaele Stancanelli, il quale detiene il record della tripla indennità, visto che riceve anche lo stipendio da sindaco di Catania, al quale ha detto però di volere rinunciare.
    L’ipotesi di risparmiare
    Il caso è stato sollevato dal presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, in vista del consiglio di presidenza del 9 giugno in cui ha messo all’ordine del giorno il taglio della pensione, senza escludere di intaccare i diritti acquisiti. «Trovo necessario, in un momento di grandi difficoltà economiche, dare un segnale di contenimento della spesa pubblica e di moralizzazione della politica. Contiamo di risparmiare un milione di euro all’anno». Un beneficio tutto siciliano: perché se al contrario un ex deputato nazionale viene eletto nel Parlamento regionale, lo Stato se lo scrolla dal groppone. «È vero - aggiunge Cascio - ci stiamo adeguando al regolamento di Camera e Senato con qualche ritardo, ma del resto abbiamo evitato di omologarci ad altre cose, come all’aumento di stipendio deciso dai senatori per se stessi. Le nostre indennità sono ferme al 2007».
    Le baby pensioni
    Ma c'è di più: perché i figli di mamma Regione, se hanno cominciato la loro esperienza politica prima della riforma previdenziale del 2000 (che ha fissato a 60 anni il tetto minimo per ritirarsi a vita privata), ottengono la pensione a soli 50 anni quando hanno tre legislature alle spalle. Soglia che sale a 55 se le legislature sono due e arriva a 60 se è una sola. D’altronde, di baby-pensioni la Regione siciliana è esperta: qui un padre malconcio, una madre con gli acciacchi degli anni, una moglie cardiopatica valgono oro.
    Basta dovere assistere un coniuge, un genitore o un figlio con una malattia «di particolare gravità» per avere diritto a un beneficio unico in Italia: non un doveroso permesso, non un congedo per assistenza continuativa, ma l’agognato vitalizio. L’assegno scatta per tutti i dipendenti - dai custodi ai più alti papaveri della burocrazia - che abbiano 25 anni di contributi. Per le mamme ne bastano 20. Il colpo di genio, pochi anni fa, lo ebbe proprio una donna, che si fece adottare da una novantenne male in arnese per conquistare il diritto alla pensione. «Naturali o no, sempre figli sono», allargarono le braccia negli uffici. Ma adesso, a sette anni dall’introduzione del privilegio stabilito nel 2003 dalla munifica Assemblea siciliana ai tempi della giunta Cuffaro, il caso è diventato bollente.
    L’assegno a Russo
    Perché a utilizzare il prezioso salvacondotto per assistere il padre malato è stato il più alto in grado dell’amministrazione, il segretario generale Pier Carmelo Russo, che si è portato a casa - a 47 anni - una pensione che è baby soltanto per ragioni anagrafiche, raggiungendo i 6.462 euro netti al mese. Niente male. Tanto più che Russo, anziché passare le giornate al capezzale del padre, pochi mesi dopo il pensionamento è rientrato in campo come assessore all’Energia della giunta Lombardo. Uno dei più esposti, con tanto di scorta, assegnatagli da quando si è schierato contro i termovalorizzatori in odor di mafia.
    Non è servita a sedare le polemiche la sua rinuncia all’indennità di assessore, circa 300 mila euro lordi all’anno, devoluti in beneficenza. La burocrazia-lumaca, finora, non ha sganciato un solo soldo ai poveri.Oltre un miliardo e mezzo di sprechi a carico del Servizio sanitario nazionale da parte di 165 Asl di 19 regioni, che non avrebbero attuato il risparmio della spesa farmaceutica, è stato scoperto dalla Guardia di Finanza che ha denunciato 225 persone. Il presunto spreco si deve al modo di acquisto e distribuzione dei farmaci inseriti nel prontuario terapeutico ospedale-territorio. «Si tratta - spiega la GdF - di farmaci destinati a pazienti cronici come i trapiantati d’organo, i malati oncologici e i diabetici e che devono essere costantemente controllati. Gli ospedali e le Asl, fin dal 2001, possono acquistare questi farmaci direttamente dalle case farmaceutiche con uno sconto del 50%. Per la distribuzione dei preparati, poi, è prevista una duplice via e cioè «diretta pura», tramite ospedali ed Asl, e «diretta per conto» tramite farmacie convenzionate, che ricevono però solo un aggio. Ciò nonostante, spiega la Guardia di Finanza, è emerso che la distribuzione dei farmaci è avvenuta, in larga parte, mediante il canale tradizionale (a rimborso) delle farmacie aperte al pubblico. Ciò che ha causato una maggiore spesa pari a 1.515.655.352 euro.

  10. #370
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 30 Maggio 2010, pag. 5

    Ogliastra, la provincia grande come un quartiere

    Reportage
    La più piccola d’Italia, 31 abitanti ogni chilometro

    GIOVANNI CERRUTI
    INVIATO A TORTOLÌ (OGLIASTRA)

    G ià in queste prime righe c’è qualcosa che forse non va. Perché raccontare l’Ogliastra, la Provincia più piccina d’Italia, partendo da Tortolì e non da Lanusei, dove c’è il Tribunale e pure il Vescovo? Se quest’inizio fosse appunto da Lanusei l’obiezione sarebbe quest’altra: noi di Tortolì siamo il doppio di voi, quasi 11 mila, e già il Regio Editto del 1807 diceva che il capoluogo è affar nostro. Anche in terra di Sardegna è la solita Italia dei campanili e per metterli d’accordo basta una minaccia, chiudere la loro Provincia. E se Bossi per quella di Bergamo ipotizza guerra civile in Ogliastra son pronte le «leppe», i coltelli.
    Proprio in queste due giornate, quando non si è ancora ben capito il destino delle Province con meno di 220 mila abitanti, in Sardegna vanno a votare l’Ogliastra e altre sette. In totale fa otto. I sardi sono quasi un milione e 700 mila, più o meno una Provincia ogni 20 mila abitanti. Dal Continente, come si dice qui, potrebbero già partire i fischi, la protesta contro i costi della politica, le accuse di sprechi. Vero niente, o quasi vero niente, a sentire le voci dell’Ogliastra. Che è Provincia dal 2005, avrebbe anche la targa OG, ma guai a chi la vorrebbe abolire o riportare sotto Nuoro, nominata a fatica, e detta «la matrigna».
    «Lo capisco, uno che ci guarda da fuori pensa subito: "Ma siete matti"? Una Provincia per meno di 60 mila abitanti, più piccola di un quartiere di Milano o Torino?"». Pier Luigi Carta, 62 anni, socialista da sempre, ora nel Pd, da domani non sarà più presidente della Provincia e tornerà ad insegnare al liceo di Jartzu, il suo paese. Al tavolino del bar Belvedere arriva a fine mattina con una cartelletta rossa, dentro ha il bilancio della sua giunta. «Ci vorranno altri cinque anni per capire se la nuova Provincia è stata una follia oppure, come credo, una grande invenzione che funziona solo se è a Costo Zero».
    Al momento, ad ascoltare il professor Carta, sarebbe andata così così. «Questa, l’Ogliastra, era un’isola nell’isola. Se da Nuoro partiva un soldo non faceva tempo ad arrivare da queste parti. Abbiamo abolito le Comunità Montane, ma non siamo ancora riusciti ad abolire del tutto i Consorzi Industriali e quelli di Bonifica. Non si chiamano più in quel modo, ma esistono ancora e accumulano milioni di euro di passivo. A volte penso che la Casta sia sempre al limite tra il nobile e il perverso, e di questi tempi mi sembra che il nobile sia perdente...». Frase meditata per dire che il Costo Zero non è stato ancora raggiunto.
    La fortuna dell’Ogliastra e delle altre piccole Province di Sardegna, da Carbonia-Iglesias al Medio Campidano, è che della loro sorte non decide il governo di Roma. «Dovrebbero modificare una Legge Costituzionale e una Legge Regionale -come dice Giorgio Ladu, 68 anni, capitano di lungo corso in mare e nella politica, già consigliere e assessore regionale, già presidente del Partito Sardo d’Azione e adesso, visto che in Ogliastra non si fanno mancare niente, candidato Presidente per la Lega Nord Sardegna. Non ce la faranno mai e se ci provassero vale anche per noi la provocazione di Bossi a proposito di Bergamo». La «leppa».
    Per i 25 consiglieri proviciali se ne vanno un milione e 200 mila euro all’anno, i 90 dipendenti costano quasi 4 milioni e siccome dalla Regione di milioni ne arrivano 5 la cassa resta vuota. «Ma ci sono i trasferimenti dello Stato -spiega il professor Carta- Da quando esistiamo a noi spetta il 23% di quel che andava a Nuoro, un milione e 800 mila euro». Poco, quasi niente. «Però è servito -aggiunge- Se prima la differenza di reddito con Cagliari era 100 contro 70 ora è 100 a 82. E per dirla tutta, secondo uno studio dell’Università, fossimo nati dieci anni prima ci sarebbero arrivati 178 miliardi di vecchie lire».
    Appena 31 abitanti per km quadrato, la metà della media in Sardegna, un quarto della media nazionale. Orgogliosi della loro Provincia, si capisce. Ma riuscire a metter d’accordo i 23 comuni non è mai stato facile, tanto che Lanusei ha preteso la sede della giunta provinciale e Tortolì s’accontenta di quella del Consiglio. «I rapporti storici sono sempre stati abbastanza conflittuali», è il riassunto al presente di Sandro Rubiu, 53 anni, medico, Udc ora candidato Presidente per il Pdl. In linea d’aria le due città che si litigano il capoluogo sarebbero a 10 km, ma sono 18 di curve sulla Statale 198, e ci vuole almeno mezz’ora, quando va bene.
    Quando chiude la sua cartelletta rossa il quasi ex Presidente Carta dice che il vero pericolo di questa Provincia è diventare come quelle italiane. «A quel punto ci porterebbero via tutto, e le Province sarde rimarrebbero Cagliari, Sassari e basta». Perché il rischio è quello di aumentare le spese e dimenticarsi la rivoluzione del Costo Zero. «Vedo che tutti i candidati alla Provincia dichiarano di voler completare il "progetto" e parlano della nuova Prefettura o della nuova Questura. Ma che c’entrano, a che servono? Quelle sì che sono spese inutili». E poi dove le metterebbero, sotto il campanile di Lanusei o a Tortolì?

 

 
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