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  1. #441
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    ABRUZZO, LA REGIONE REGALA AUMENTI AI MANAGER ASL

    Da "IL MESSAGGERO" di mercoledì 21 luglio 2010

    ~ SPRECOPOLI Abruzzo, la Regione regala aumenfl ai manager Asl. Nonostante il buco post terremoto, retribuzioni alzate del 20%

    di CLAUDIO MARINCOLA ROMA - «Non ci sono soldi per garantire l`assistenza agli sfollati», ha risposto, ieri, il sindaco dell`Aquila, Massimo Cialente ad un albergatore che protestava per i ritardi nel rimborso delle spese per l`accoglienza ai terremotati.

    L`ossigeno sta per finire. Le imprese boccheggiano, minacciano di sfrattare chi è rimasto senza un tetto.

    Il terremoto però non è uguale per tutti. E non tutti se la passano così male. C`è chi in questi giorni si è visto «aumentare lo stipendio», espressione ormai abolita dai vocabolari italiani, in via di estinzione su tutto il territorio nazionale. Sono i manager della Asl abruzzesi, categoria in controtendenza. In tutti i sensi.

    Vengono scelti dai partiti nel mare magnum della sanità pubblica. Lottizzati, spesso criticati ma ricompensati lautamente: stipendi che vanno da un minimo di 120 mila euro ad oltre 200 mila Il ritocchino salariale deciso in Abruzzo è servito a compensare le sforbiciate (20%) del ministro Brunetta. «Cí siamo limitati ad adeguare il contratto che i dg avevano firmato qualche mese fa - sostiene l`assessore regionale alla Sanità della Regione Abruzzo Lanfranco Venturosi - l`aumento sarà di circa 10 mila curo, Ma era proprio il caso, visto il deficit, i commissariamenti, e tutto il resto? «Si stava creando una situazione assurda - si difende l`assessore - un direttore sanitario guadagna in media il 20% in meno del manager, circa 85 mila euro lordi, molto meno di un primario. Idem per i direttori amministrativi.A Chieti se ne appena dimesso uno. E poi che c`è di male? In Puglia lo ha fatto anche Niki Vendola».

    «Vendola? E chi se ne frega! - replica a distanza il consigliere Maurizio Acerbo - Niki faccia quello che vuole, io sto in Abruzzo mica in Puglia e trovo questo aumento, considerando tutti i guai della nostra regione, scandaloso, anzi scandisce bene fan-ta-scien-ti-fi-co».

    Acerbo (Prc) sulla questione ha presentato un`interrogazione, insieme al collega Antonio Saia (Pdci). al presidente della Regione Gianni Chiodi.

    In Abruzzo il ritocchino ai manager fa il paio con la storia delle 11 Audi 6 noleggiate per rottamare le Lancia Thesis. Tv al plasma, poltrone in alcantara, lettore Dvd, comando vocale e via accessoriando. Lussi che stridono col clima imposto del dopo-sisma.

    E le altre regioni? La legge 69 introdotta da Brunetta pretenderebbe glasnost non solo in fatto di cilindrate. Ma non tutte le Asl si sono adeguate e hanno pubblicato sui loro siti retribuzioni e curriculum.

    «Il sito è in ristrutturazione - si giustificano quelli della Asl Napoli 1 - e del resto qui in Campania siamo tutti commissariati».

    Trasparenza e deficit spesso sono inversamente proporzionali. La Lombardia, è in testa all`otto regioni virtuose, è una di quelle che hanno passato a pieni voti l`esame Tremonti e chiuso il bilancio con un avanzo di 29,6 milioni. Nessuna difficoltà, perciò, a far sapere che Luigi Gianoli, manager della Asl di Sondrio, ha guadagnato nel 2009 182.025 curo lordi l`anno.

    E ancora: Gian Paolo Zanetta, Casal Monferrato, Piemonte, 171.526. A Trento per sapere quanto guadagna il dirigente della azienda sanitaria (828 3 euro netti a] mese, più del presidente della Giunta) c`è voluta una mozione votata da tutto il consiglio provinciale.

    In Umbria, altra regione virtuosa (+10,4%) i manager guadagnano 120 mila euro più 20 mila di bonus. Alla AsI di Lecce, invece, dopo il ritocchino di 24 mila euro, il dg si porta a casa tanto per gradire 184 mila euro. A Rimini 171 mila, Brindisi 182 mila, Latina 153 mila, alla Asl RmD e RmE 150 mila.

    Anche nel modello Emilia Romagna i manager avrebbero voluto arrotondarsi l`assegno ma la giunta ha bloccato tutto. «Non ci sembrava decisamente il momento giusto per farlo», si limita a osservare l`ex assessore alla Sanità Giulio Bissoni. Nelle Marche, infine, i tagli sono arrivati molto prima del dictat di Brunetta. «Un 10% subito e un 20% dopo, ora gli stipendi dei nostri S manager oscillano intorno ai 120 milioni - rivendica l`assessore Almerino Mazzoleni - Se non ci siamo fatti pubblicità e perché siamo fatti così. Facciamo fatica a parlare bene di noi stessi».

  2. #442
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", GIOVEDÌ, 22 LUGLIO 2010
    Pagina 2 - Interni

    "Porta gli assegni sotto casa di Denis"
    E Carboni telefonò alla moglie:
    Le conversazioni durante un "vertice" con Verdini, Martino e Lombardi
    La versione del banchiere: "Denaro usato solo per le attività del mio giornale di Firenze"

    EMILIO RANDACIO
    MILANO - Mentre faceva gli onori di casa ai «soci» della presunta P3, Denis Verdini riceveva anche denaro. Assegni per un totale di 487 mila euro, che il giorno successivo incassava allo sportello della sua banca fiorentina. Questo hanno documentato, con tanto di fotografie e telefonate intercettate, i carabinieri, il primo ottobre scorso. La causale di quel versamento, che per l´accusa aveva come mittente Flavio Carboni, sta cercando di accertarla l´indagine della procura di Roma, in cui Verdini è indagato per corruzione. La versione dell´interessato, affidata alle agenzie di stampa, è che «quel denaro è stato utilizzato solo per le attività del mio giornale di Firenze», il Giornale della Toscana.
    Gli investigatori, di sicuro, sono convinti di aver accertato che nel primo pomeriggio del primo ottobre, all´interno del palazzo Pecci Blunt, Denis Verdini riceve Carboni, l´ex consigliere comunale napoletano Arcangelo Martino e Pasqualino Lombardi (tutti e tre finiti in manette lo scorso 8 luglio accusati di aver creato una «società segreta»). Dalle conversazioni telefoniche captate prima e dopo il summit, l´argomento ruota certamente sugli appalti sull´eolico in Sardegna. Le intercettazioni risultano determinanti per ricomporre tutti i tasselli di quella che è diventata una convinzione dei pm romani. «Un milione di euro», sta per passare «dalle casse di una società riconducibile al suocero di Fabio Porcellini, commercialista di Forlì che collabora con il Carboni nell´ambito delle operazioni pale eoliche». Un trasferimento finanziario consistente, «diretto dal Carboni», annotano i carabinieri, «che per l´effettuazione della stessa si avvale di più di un prestanome».
    È complicato il giro che il denaro compie partendo da Forlì, per arrivare nella capitale. Gli investigatori riescono a seguirlo, passo, passo, fino alla destinazione finale. «Il trasferimento è stato giustificato da un atto (un compromesso) afferente l´operazione parchi eolici che è stato redatto da Giuseppe Tomassetti (autista e intestatario di società riconducibili a Carboni, ndr)». I soldi, a questo punto, «vengono inviati, mediante due bonifici per importi rilevanti, sul conto di Maria Scanu Concas» (moglie dell´uomo d´affari sardo), e incassati «presso un´agenzia sita al centro di Roma». Tre passaggi, fino all´incasso attraverso diversi assegni circolari, che vengono prelevati dalla Concas, «su indicazione del marito, nel pomeriggio delle stesso giorno». Azione che avviene sotto la regia telefonica pressante di Carboni, nonostante fosse «impegnato in un importante incontro avvenuto nella dimora romana del parlamentare Verdini».
    Attraverso un appostamento, i carabinieri del nucleo provinciale di Roma, fotografano il viavai sul portone d´ingresso del prestigioso palazzo. Nonostante l´incontro sia in corso, l´uomo d´affari sardo invita la moglie «a raggiungerlo nei pressi della casa del Verdini, evidentemente per consegnargli i titoli», deducono i carabinieri. Sempre per le discussioni telefoniche, si può intuire anche il contesto. «In base a quanto riferito dal Carboni alla moglie, dopo la consegna, è ritornato nel luogo da dove era uscito "ecco, io sono a piazza... non potevo parlare prima. Ho lasciato, sono uscito dall´Ara Coeli....». A chi fossero destinati parte di quei 500 mila euro, lo svelano gli stessi militari. Appare «documentato come parte degli assegni circolari, prelevati quel giorno dalla moglie del Carboni sono stati posti all´incasso il giorno successivo a quello della loro emissione (2 ottobre 2009) presso la filiale Campi Bisenzio, istituto bancario nel quale lo stesso Verdini ricopre la carica di presidente del Consiglio d´amministrazione».
    È una delle quattro «operazioni finanziarie sospette», messe in atto dalla banda, e che hanno portato all´iscrizione per corruzione dell´esponente del Pdl toscano. La certezza del destinatario finale di quel denaro è attestata dai documenti bancari, ma si deduce anche «alla luce di alcune conversazioni intrattenute dal Carboni proprio il giorno in cui i titoli sono stati incassati».
    «L´analisi incrociata di tali acquisizioni consente di affermare che i titoli finanziari sono stati negoziati da persona diversa dal beneficiario (Tomassetti) che, con ogni probabilità si identifica nello stesso Verdini o in un suo stretto collaboratore». Il denaro incassato il 2 ottobre scorso ammonta a 487 mila euro. E che queste operazioni dovessero rimanere coperto gli inquirenti lo intuiscono anche da altre intercettazioni, captate il 25 aprile scorso, nel giorno in cui la procura di Roma esegue le prime perquisizioni nell´inchiesta sugli appalti dell´eolico. Appena saputa la notizia, due prestanome di Carboni, si dicono preoccupati «delle conseguenze che le perquisizioni potrebbero avere sulle vicende che fanno evidentemente capo allo stesso Carboni». Riccardo Piana, «facendo riferimento ai conti correnti della convivente e della moglie del Carboni, si allarma: «Eh bè, da dove vuoi che li faceva partire i soldi... loro sono le uniche due riserve da dove far partire i soldi... ».
    «Quel denaro non è il frutto di chissà quale misfatto - è la replica di Verdini - , rappresentano invece il risultato di operazioni aziendali del 2004 fra imprese e soci dello stesso gruppo editoriale che nulla hanno a che spartire con questa indagine. Questo denaro e´ stato esclusivamente utilizzato per l´attività del "Giornale della Toscana". E, comunque, a scanso di equivoci e di strane dietrologie - conclude il coordinatore nazionale del Pdl - , si tratta di risorse personali, frutto di enormi sacrifici economici fatti da me, dalla mia famiglia e dai miei soci».

  3. #443
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", GIOVEDÌ, 22 LUGLIO 2010
    Pagina 3 - Interni

    P3, al setaccio i conti di Verdini e Dell´Utri: "Sospette alcune operazioni finanziarie"
    Il coordinatore pdl: "I soldi? Frutto dei sacrifici della mia famiglia"
    Sotto controllo i depositi Unicredit. Interrogati la prossima settimana i due parlamentari

    ELSA VINCI
    ROMA - Indagini bancarie sul senatore Dell´Utri. Accertamenti su tutti i conti correnti, compresi quelli non più attivi, aperti da Denis Verdini - o da prestanome - dal 2004 a oggi negli istituti bancari del Gruppo Unicredit. I magistrati romani al lavoro sulla P3 hanno disposto ulteriori verifiche sui rapporti bancari del coordinatore nazionale del Pdl e di Flavio Carboni, arrestato nei giorni scorsi per associazione segreta. L´obiettivo è accertare se attraverso quei conti correnti siano state effettuate operazioni illecite o siano transitati fondi riconducibili a tangenti.
    Verdini, però, vede una «regia» dietro la diffusione delle notizie. «Adesso basta - sbotta - non ci sono fantomatici tesoretti. Sto subendo un processo di piazza per soldi frutto di sacrifici miei e della mia famiglia, e dei miei soci». L´esponente berlusconiano si sfoga e respinge tutte le accuse: «Non c´è alcun misfatto, quei soldi erano risorse personali utilizzate solo per le attività del Giornale di Toscana. Troppi sospetti e veleni contro di me. E una lettura parziale delle carte».
    La prossima settimana comunque dovrà rispondere in procura. Convocato per un interrogatorio anche Marcello Dell´Utri. Indagato per associazione segreta, rischia adesso l´accusa di corruzione. «Sia il Verdini che il Dell´Utri risultano apparentemente coinvolti in alcune operazioni finanziarie sospette condotte da Carboni, nell´ambito delle quali egli ha veicolato titoli per centinaia di migliaia di euro messi a disposizione da un imprenditore coinvolto nell´operazione parchi eolici, parte dei quali sono stati con ogni probabilità negoziati dallo stesso Verdini o da persona da lui delegata». Nelle carte dell´inchiesta il motivo delle nuove indagini sui due parlamentari del Popolo della libertà. Si parte dalle filiali Unicredit di Iglesias, poi si farà un giro d´Italia.
    Con il decreto di accertamento bancario, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli hanno chiesto ai finanzieri di acquisire presso il gruppo Unicredit tutta la documentazione per ricostruire «talune operazioni finanziarie» effettuate sia da Verdini sia da Carboni, dal gennaio 2004. L´indagine non riguarda solo i conti correnti attivi: i militari dovranno infatti acquisire pure gli estratti conto dei rapporti estinti, «la documentazione relativa a cassette di sicurezza, libretti di deposito a risparmio sia nominativi che al portatore, dossier titoli anche per quei rapporti laddove lo stesso abbia agito per delega o mediante qualsiasi altro strumento sostitutivo o di interposizione». I magistrati vogliono inoltre sapere se collegati ai conti di Verdini e Carboni vi siano «aperture di credito, mutui, e altre operazioni al portafoglio».
    Le indagini bancarie sono state disposte per i sospetti destati da quattro operazioni finanziarie condotte da Carboni nel secondo semestre 2009. In particolare da un passaggio di quote della Ste (Società Toscana editrice) e di una serie di versamenti effettuati tramite assegni negoziati presso il Credito Cooperativo Fiorentino, banca di cui Verdini è presidente. Gli assegni sono stati emessi tra giugno e dicembre 2009 parte da Banca Popolare dell´Emilia Romagna, parte da Unicredit. I versamenti, per un totale di 800 mila euro, sono stati fatti da Antonella Pau e da Giuseppe Tomassetti, collaboratore di Carboni.
    Tra le operazioni sospette anche il versamento di 2,6 milioni di euro da parte della Ste a favore di Denis Verdini e Massimo Parisi, che ricevono la somma per la vendita di un pacchetto azionario della società Nuova Editrice Toscana. Ma agli inquirenti il trasferimento quote non «risulta che sia mai stato effettivamente realizzato».
    Gli attacchi del Guardasigilli Alfano contro il pm Capaldo hanno creato in procura il timore di un´ispezione. Il ministero smentisce. Probabile la conferma della custodia cautelare per Arcangelo Martino.

  4. #444
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", GIOVEDÌ, 22 LUGLIO 2010
    Pagina 21 - Cronaca

    Cola, sequestro in Svizzera la procura blocca dieci milioni conti anche in Usa e a Londra
    Nel mirino i rapporti fra il consulente e Enav
    Movimenti anche a Singapore e in Lussemburgo: forse è lì l´altra parte del "tesoro"
    Ieri comunicata la rinuncia a chiedere la scarcerazione al Riesame

    CARLO BONINI
    MARIA ELENA VINCENZI
    ROMA - Immaginate un gioco di matrioske. La Svizzera. New York. Londra. Singapore. E, ora, anche il Lussemburgo. I conti esteri di Lorenzo Cola, la chiave dell´affaire Finmeccanica, l´uomo del Presidente Pier Francesco Guarguaglini, il ventriloquo del Sismi collezionista di cimeli del Terzo Reich, detenuto dall´8 luglio a Regina Coeli con l´accusa di aver riciclato 7 milioni e mezzo di euro della provvigione nera uscita dalle tasche della "banda Mokbel" per l´operazione "Digint", cominciano a parlare. E gonfiano le stime di un «tesoro» che potrebbe presto superare i 20 milioni di euro. Dieci dei quali, ora, ufficialmente sequestrati in Svizzera, tra lunedì e martedì, dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo nella sua trasferta a Lugano. Di più: quei conti promettono di allargare l´orizzonte dell´inchiesta ai rapporti che Cola, in nome di Finmeccanica, ha avuto con Enav (l´Ente Nazionale di assistenza al volo) e con Selex. Dunque con Guido Pugliesi (amministratore delegato di Enav) e Marina Grossi, moglie di Guarguaglini e ad di Selex.

    I CONTI DI LUGANO, LONDRA,
    NEW YORK, SINGAPORE, LUSSEMBURGO
    É una partita, questa, che, con tutta evidenza, si annuncia infernale. E che, non a caso, ieri ha convinto Cola a rinunciare a chiedere la propria scarcerazione al Tribunale del Riesame. «Ripartiamo da zero – spiega il professor Franco Coppi, uno dei suoi legali – Aspettiamo che la Procura ci metta a disposizione alcune importanti intercettazioni e verbali, quindi chiederemo di poter sostenere un interrogatorio con i pm più serio di quello di garanzia e, a quel punto, presenteremo un nuovo ricorso al Riesame». Anche perché, reduce da due giorni di rogatoria in Svizzera, Capaldo è tornato ieri a Roma non solo con il sequestro di 10 milioni di euro, ma anche con la documentazione dei due conti di Cola individuati a Lugano e su cui il denaro era parcheggiato. Il "975031" acceso presso la Banca della Svizzera Italiana e intestato alla "Yorkell overseas", società offshore con sede in Belize. E il conto "Riolite", acceso nella filiale del "Credit Agricole". Sul primo dei due, è stata "tracciata" parte dei 7 milioni e mezzo di euro della provvigione pagata dalla banda Mokbel. Dal secondo, tra l´agosto e il settembre del 2007, sono stati invece movimentati 4 milioni e 400 mila euro verso Londra e gli Stati Uniti. Dove, del resto, sono stati individuati almeno altri quattro conti esteri di Cola. Due a Londra, intestati alla società offshore "Pamegard". Altrettanti a New York, intestati alla società di consulenza "Duddley". Lugano, Londra, New York, dunque, ma anche Singapore (dove Cola, nel 2008, utilizzò un conto intestato alla società offshore "Pinefold") e Lussemburgo, dove, ne sono convinti la Procura e il Ros dei carabinieri, sarebbe la parte di «tesoro» non ancora tracciata e per la quale si attende l´esito delle ultime rogatorie.

    L´OMBRA DI ENAV E SELEX
    Fin qui, i conti. Ma c´è dell´altro. Interrogato in carcere il 7 giugno scorso, l´ex senatore Nicola Di Girolamo nel dare conto dell´operazione "Digint" consegna agli inquirenti un dettaglio solo apparentemente insignificante, ma che in realtà svela a chi lo ascolta in quale razza di crocevia si trovi Lorenzo Cola e dove l´indagine possa arrivare. Dice Di Girolamo: «Dopo l´acquisto insieme a Mokbel del 51 per cento della "Digint", mi venne detto che il valore della società doveva essere gonfiato con contratti di appalto. Ho sentito dire che gli appalti che doveva ricevere "Digint" dovevano essere di Enav e Vitrociset». Ebbene, cosa diavolo c´entra Enav con una società come "Digint"? E perché Cola può spingersi a promettere alla banda Mokbel l´impiego di una leva di quel genere?
    Sappiamo già ("Repubblica" 20 luglio) che Cola «è» Finmeccanica, al punto da poter confidare al telefono, due settimane prima della nomina («sto lavorando molto, molto bene») che Giuseppe Giordo, già Ceo di Alenia aeronautica Usa, diventerà amministratore delegato di Alenia Aeronautica. Ma, ora, fonti qualificate vicine a Enav confermano che il network di Cola aveva uno dei suoi snodi cruciali anche nell´amministratore delegato della società, Guido Pugliesi. Non fosse altro perché Enav è stato per anni il «granaio» della "Selex", la controllata di Finmeccanica di cui Marina Grossi è amministratore delegato (i due terzi del fatturato nel settore delle opere civili di Selex è con Enav) e Cola, come Marco Iannilli (uomo di Mokbel), è "consulente". C´è di più. Nell´orbita di Cola ed Enav – aggiungono le stesse fonti - si muove anche Tommaso Di Lernia, imprenditore noto alle cronache per essere stato arrestato nell´aprile del 2006 nell´inchiesta sulla scalata alla Rcs e ora proprietario della "Print system", società con 6 milioni e mezzo di fatturato, specializzata in sistemi radar e con un portafoglio clienti che ha in Selex ed Enav i due principali committenti. É un fatto, o forse solo una curiosa coincidenza, che dopo l´arresto di Mokbel e Di Girolamo Enav abbia improvvisamente modificato le procedure per l´assegnazione degli appalti per le opere civili, fino ad allora assegnati, senza gara, alla Selex. Chi sa, dunque, che un qualche allarme non sia suonato anche lì. E che le indicazioni di Di Girolamo non comincino ad aprire nuove porte.

  5. #445
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Tre miliardi di euro ai partiti | RadioRadicale.it
    Tre miliardi di euro ai partiti

    Di Primo di Nicola - 22 luglio 2010

    Il finanziamento pubblico in teoria è stato abolito. Ma tra rimborsi, contributi e trucchi vari, le segreterie hanno incassato lo stesso. Incluse quelle che non esistono più, ma continuano a prendere soldi.

    Tre miliardi di euro. Una cifra stratosferica, equivalente a quasi seimila miliardi delle vecchie lire. Sono i soldi pubblici che i partiti italiani hanno incassato in sedici anni: il tesoro nascosto della Seconda Repubblica. Una cascata di denaro prelevato dalle tasche dei cittadini e trasferito nei forzieri che sostengono la macchina politica del nostro paese. E stiamo parlando soltanto dei fondi elargiti dallo Stato a partire dal fatidico 1994, anno di svolta dopo la tempesta di Tangentopoli, segnato dall’introduzione del sistema maggioritario.

    “L’espresso” ha ricostruito i mille rivoli di questo fiume di denaro, che si è modificato secondo gli assetti della politica e delle maggioranze, con formazioni che scompaiono e coalizioni in continua metamorfosi.

    In questo inseguirsi di sigle e simboli, dalla contabilità bizantina, resta però un punto fermo, che ha il sapore di una truffa ai danni della cittadinanza. Perché nell’aprile 1993 il referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti era stato approvato con una maggioranza bulgara. L’iniziativa promossa dai Radicali di Marco Pannella aveva ottenuto il 90,3 dei consensi e avrebbe dovuto decretare la fine delle trasfusioni a vantaggio dei segretari amministrativi di movimenti grandi e piccoli. Invece no: nonostante quel voto, i cittadini hanno continuato a pagare per sovvenzionare la politica. Nel disprezzo della volontà popolare espressa dal referendum, la corsa all’oro di Stato è proseguita ed addirittura aumentata.

    Sommando al denaro per gli organigrammi di partito quello per i loro organi: fondi a go-go erogati a favore dei cosiddetti giornali organi di partito, come la cara vecchia “Unità” del Pci-Pds-Ds, il “Campanile nuovo” dell’Udeur di Clemente Mastella, la “Padania” di Umberto Bossi, il “Foglio” di Giuliano Ferrara e le altre decine di testate di partiti e movimenti spesso fantasma o appositamente creati che, nello stesso periodo, da soli, secondo una stima de “L’espresso” , in quella torta di tre miliardi valgono circa 600 milioni di euro. Davvero un bel bottino.

    Caccia al tesoro

    È quella scatenata dai partiti per mettere le mani sul tesoretto pubblico dei rimborsi: ben 2 miliardi 254 milioni di euro stando al calcolo fatto recentemente dalla Corte dei conti fino alle elezioni politiche del 2008, cui vanno però aggiunti un altro centinaio di milioni maturati nel 2009 grazie alle ultime europee. Come è stato possibile trasferire tanto denaro nonostante il plebiscito del referendum? Aggirando il veto al finanziamento pubblico con una nuova formula: il meccanismo dei rimborsi elettorali. Sempre pubblici, sempre pingui ma formalmente giustificati dalla volontà di tutelare la competizione democratica.

    Sulla carta, però, il risarcimento a carico della collettività avrebbe dovuto coprire soltanto i costi sostenuti nella campagna. Ma i furbetti del partitino hanno subito inserito un primo trucco: come per magia, i rimborsi volano lontano dalle regole dell’economia e si plasmano su quelle della politica, per dilatarsi e lievitare. Non si calcolano sulla base dei soldi effettivamente investiti e spesi per spot, comizi e manifesti, ma in proporzione ai voti ricevuti. Quanto per l’esattezza? Una cifra che si è gonfiata senza sosta e senza vergogna, in un’autentica corsa al rialzo. Nelle politiche del 1994, le prime dopo il referendum blocca finanziamenti che segnarono la vittoriosa discesa in campo di Silvio Berlusconi, il fondo a disposizione è stato alimentato con una formula magica: 1.600 lire per ogni cittadino, non tantissimo perché all’epoca un quotidiano costava 1.300 lire ma che fatti i calcoli produce una cifra monstre. In totale, per Camera e Senato, il contributo toccò la cifra di 90 miliardi 845 milioni di lire. Un bel gruzzolo, non c’è che dire.

    La torta che lievita

    Ma, si sa, l’appetito vien mangiando, ed ecco negli anni successivi gli alchimisti parlamentari scendere in aiuto dei tesorieri di partito. I maestri del ritocchino si danno da fare e nel 1999 il contributo triplica e passa a 4 mila lire per abitante. E come è accaduto in tutte le botteghe, nel 2002 l’euro ha offerto un’occasione ghiotta per scatenare aumenti selvaggi e poco chiari. Si prevede un 1 euro per ciascun anno di legislatura: in pratica 5 euro per ogni cittadino italiano. Certo, parallelamente si cancella quel 4 per mille che dal 1997 per due anni ha dato ai cittadini la possibilità di destinare ai partiti questa percentuale dell’imposta sul reddito fino a un totale massimo di 56 milioni 810 mila euro. E poi si era ridotto il fattore di moltiplicazione: non più il totale dei cittadini ma solo il numero degli iscritti nelle liste elettorali della Camera.

    Anche le modalità di pagamento degli agognati rimborsi subiscono modifiche: non più tutti e subito ma rateizzati nei cinque anni di durata della legislatura. Con una fondamentale postilla: il blocco in caso di scioglimento anticipato. Niente più parlamento, niente più quattrini. Una misura ispirata dalla frequenza delle elezioni nostrane, che viene però considerata troppo severa dalle segreterie di partito. E difatti nel 2002 aboliscono l’interruttore: il finanziamento si incassa anche se i parlamentari decadono prima. Una farcitura a doppio strato: consente alle rate dei vecchi rimborsi milionari di sovrapporsi a quelle altrettanto ricche portate in dote dalla nuova legislatura. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, con effetti paradossali. Come bene dimostrano i rimborsi della quindicesima legislatura aperta nel 2006 e finita nel 2008 che continueranno ad essere incassati dai partiti fino al 2011 e si sommeranno a quelli della sedicesima che dovrebbe durare fino al 2013. Ci sono partiti, come i Verdi, Rifondazione, i Comunisti italiani che non sono più in Parlamento ma vengono ancora sovvenzionati dagli italiani.

    Di astuzia in cavillo, le coalizioni hanno divorato oltre 2 miliardi 300 milioni di euro, frutto non solo dei rimborsi per le elezioni di Camera, Senato e Parlamento europeo, ma anche per quelle regionali. La Finanziaria del 2008 ha promesso le forbici: un taglio del dieci per cento su questi fondi. Che però si fatica a seguire nella loro destinazione finale, soprattutto da quando la competizione è tra blocchi di alleanze.

    Chi ha incassato di più? Secondo la stima che “L’espresso” ha elaborato spulciando i piani di ripartizione stilati dalla Tesoreria della Camera e i bilanci annuali delle forze politiche, a fare la parte del leone è stato proprio colui che da sempre sostiene di essere sceso in campo per affrancare gli italiani dai partiti-parassiti: l’attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La creatura da lui fondata nel 1994, Forza Italia, risulta infatti in testa alla lista dei beneficiati con oltre 638 milioni di euro di rimborsi elettorali incassati, pari a mille 235 miliardi di lire.

    Il calcolo è semplificato dal fatto che nel Pdl i conti restano separati: Fi e An si spartiscono le elargizioni pubbliche in modo netto. Più complesso decifrare le geometrie finanziarie della sinistra. In tre anni il Partito Democratico ha maturato ben 253 milioni di euro, frutto soprattutto delle ultime politiche. In più ci sono quelli del Pds-Ds con 184 milioni di euro alla voce “contributi dello Stato per rimborso delle spese elettorali”. Troppo poco, è evidente, ma a questa cifra ci sono da aggiungere le quote Ds nei fondi per le coalizioni di centrosinistra e soprattutto per l’Ulivo: ma i rami della pianta di sinistra sono così intricati che nessuno riesce a distinguerne i colori.

    Anche la tesoreria del partito ha replicato alla richiesta de “L’espresso” allargando le braccia. E che si tratti di cifre considerevoli lo testimoniano le posizioni di assoluto rililevo conquistate nella nostra graduatoria dalle coalizioni di centrosinistra come L’Ulivo e L’Ulivo per l’Europa che insieme hanno totalizzato oltre 260 milioni. In casa Fini prima delle ultime turbolenze era invece facile fare i calcoli: 237 milioni. Al settimo posto c’è poi l’Udc di Pier Ferdinando Casini con i suoi quasi 114 milioni, seguita da Rifondazione comunista che, a dispetto delle traballanti fortune elettorali che l’hanno vista sparire dalla scena parlamentare nel 2008, in tre lustri ha raccolto 105 milioni di euro, mentre Lega e Margherita vantano rispettivamente 102 e 85 milioni di euro.

    Cifre ragguardevoli che si attestano sopra i 72 milioni iscritti nei bilanci dell’Italia dei valori e che doppiano i 35 dei Verdi, altri desaparecidos in Parlamento. Si può infatti anche non avere rappresentanti alle Camere ma, incredibilmente, riscuotere lo stesso i rimborsi pubblici. Se per farsi eleggere serve più del 4 per cento dei suffragi, per incassare è sufficiente un modesto 1 per cento. Come è capitato alla Destra di Francesco Storace e Daniela Santanché che, nonostante sia restata fuori con il 2,4 per cento dei voti, sta intascando oltre 6 milioni di euro.

    Viva la differenza

    Fondare un partito e presentarlo alle elezioni è infatti sempre un grande affare. Il denaro impegnato in spese elettorali è un investimento sensazionale. Qualche cifra: a fronte dei 2 miliardi e 254 milioni di euro di rimborsi erogati dal 1994 al 2008, secondo l’indagine della Corte dei conti le forze politiche hanno speso solo 579 milioni di euro. In pratica ci hanno guadagnato 1600 milioni: il che vuol dire (vedere tabella) che i soldi investiti nella campagna elettorale hanno avuto un rendimento di oltre il 389 per cento, con punte massime del 959 registrate alle politiche del 2001. Con qualche partito più bravo di altri. Il Pdl che nel 2008 ha dichiarato spese elettorali per 68 milioni 475 mila euro ha maturato rimborsi per più di 200 milioni di euro con un guadagno di oltre il 200 per cento. Mentre il Pd che ha speso 18 milioni 418 mila euro, riscuoterà 180 milioni con un guadagno di circa il 1.000 per cento. Un vero record.

    Dati choc che smascherano l’effettiva natura di quelle erogazioni: altro che rimborsi, è sempre quel finanziamento dei partiti tout court che è sopravvissuto al referendum. Lo sottolinea la Corte dei conti nel dossier sui consuntivi delle spese delle forze politiche per le elezioni del 2008. Queste cifre, hanno sentenziato i magistrati contabili, dimostrano “che quello che viene normalmente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento”.

    Prelievo quotidiano

    È quello per tanti anni consumato da molti dei cosiddetti organi di partito.

    Un altro pozzo senza fondo alimentato dal dipartimento per l’Editoria della presidenza del Consiglio e che secondo i dati disponibili sul sito di palazzo Chigi e analizzati da “L’espresso” in sedici anni ha elargito finanziamenti per un totale di 598 milioni di euro. A chi sono andati? In testa alla lista c’è “l’Unità” con quasi 100 milioni di euro. A sorpresa, al secondo posto, con oltre 50 milioni, rifulge la “Padania” dei leghisti di Umberto Bossi, grandi fustigatori della “Roma ladrona”, ma non quando si tratta di incamerare pubbliche provvidenze. Seguono “Liberazione” (48 milioni), voce di Rifondazione comunista e “Il Secolo d’Italia”, di An (quasi 40 milioni). Dov’è lo scandalo? Anche nel fatto che a ramazzare questi denari ci sono testate di quotidiani e periodici che difficilmente comparirebbero se lo spirito della legge fosse stato correttamente rispettato.

    Tra i grandi foraggiati, con oltre 35 milioni c’è “Il Foglio”: fondato da Giuliano Ferrara, ha tra gli azionisti pure Veronica Lario, moglie del presidente Berlusconi prossima al divorzio. C’è “Il Denaro” (18 milioni), giornale napoletano diretto da Alfonso Ruffo; “Il Riformista” (14 milioni) fondato dall’ex senatore Antonio Polito ma edito dalla famiglia Angelucci, tra i maggiori imprenditori della sanità privata, il cui capostipite Antonio è stato eletto deputato nel Pdl. E c’è “Libero”, altra testata della famiglia Angelucci, che ha incassato circa una ventina di milioni. Anche in questo caso, una legislazione ambigua e volutamente sprecona ha permesso di confondere alti principi democratici e bassi interessi privati. Nel 1990 si stabilisce che per ottenere i fondi basta essere organi di partito o di un movimento con almeno due rappresentanti eletti in Parlamento; poi via via si introducono regole nuove e strambi cavilli come l’apparentamento con almeno un gruppo parlamentare, anche a Strasburgo; o la trasformazione in cooperativa giornalistica. Le regole sono oscure, il fine è chiaro: mettere i soldi in tasca.

    Come l’ultima trovata del 2006 che ha totalmente abolito il requisito del collegamento con una rappresentanza parlamentare per i giornali che in passato sono comunque stati organo di partito. In pratica, il privilegio è immortale. È proprio grazie a questi “aggiustamenti” che “Il Foglio” ha potuto attingere ai finanziamenti in quanto organo della “Convenzione per la giustizia”, creatura dell’ex presidente forzista del Senato Marcello Pera e del verde Marco Boato. Il “Denaro” invece ha fatto bingo in quanto bandiera di “Europa mediterranea”, un’associazione che allineava l’ex ministro Antonio Marzano e l’ex parlamentare Claudio Azzolini. Ma il caso più eclatante resta quello di “Libero”, quotidiano fondato nel 2000 da Vittorio Feltri. Questo giornale per accedere ai fondi per l’editoria di partito, a cominciare dal 2003 ha preso in affitto il bollettino “Opinioni nuove”che già riceveva modeste provvidenze in quanto organo del movimento Monarchico italiano. Questo supplemento coronato ha portato in dote a “Libero” i fondi pubblici riservati agli organi di partito. Avanti Savoia, tutto serve per fare cassa.

  6. #446
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    Quella Rai di sinistra che cancella i radicali

    • da Europa del 23 luglio 2010

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    di Mario Staderini


    Dal 10 giugno la Rai ha chiuso per ferie. Andati in vacanza i vari Vespa, Floris e Santoro, dalla prima serata sono scomparsi gli spazi di approfondimento, nonostante 13 mila dipendenti e 1619 milioni di euro di canone. Eppure, il paese avrebbe avuto bisogno di conoscere, di dibattere: dell'attività del parlamento, con la manovra finanziaria e il ddl sulle intercettazioni; di un'intera città, L'Aquila, che si rivolta per tornare a vivere; delle condizioni disumane e disperanti in cui vive la comunità penitenziaria; delle inchieste giudiziarie che fotografano una classe dirigente intrappolata nel malaffare. Organizzare il silenzio, come ha fatto anche quest'anno il cda, conferma quanto il "servizio pubblico" sia in realtà strumento per la negazione dei diritti civili e politici degli italiani. Non lo dicono i radicali ma l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che, esattamente un anno fa, ha accertato che la Rai è strutturalmente inadempiente rispetto agli obblighi previsti dal contratto di servizio, avendo negato per anni il pluralismo informativo (per 49 volte a danno dei radicali). Dopo quella pronuncia la situazione si è persino aggravata: il Contratto di servizio è scaduto da sette mesi e non sono stati neanche adottati quei criteri di concreta attuazione del pluralismo che pure l'Autorità aveva indicato come soluzione per arginare l'arbitrio fuorilegge di testate giornalistiche e conduttori. Nel frattempo, la Commissione di vigilanza ha abdicato alla sua funzione di indirizzo e le tribune politiche sono sospese da tre anni, fatto senza precedenti nelle democrazie moderne. È questo il contesto che consente a Berlusconi di occupare l'etere a suo piacimento. E che impedisce agli italiani di conoscere chi, come i radicali, è stato cancellato da tutto per la sua capacità di incardinare lotte istituzionali e politiche su temi popolari che toccano il vissuto dei singoli, come le battaglie di Luca Coscioni e di Piero Welby. La responsabilità, spiace dirlo, è proprio delle roccaforti progressiste: negli ultimi dodici mesi Ballarò e Annozero hanno assicurato alla partitocrazia 770 milioni di spettatori complessivi, di cui il 43% al Pdl e il 26% al Pd. Ai radicali, invece, è stata concessa solo una presenza a un mese dal voto regionale e a seguito dell'ennesimo esposto. Era il 1998 quando il presidente della Commissione di vigilanza, Francesco Storace, denunciò «l'operazione di genocidio politico-culturale» in corso a nostro danno. Da allora, abbiamo assistito alla promozione, a turno, degli antagonisti ufficiali: prima Bertinotti, poi Di Pietro, ora Nichi Vendola. La presenza televisiva prefigura la possibilità stessa del consenso: nel 1976 il Partito radicale entrò per la prima volta in parlamento solo dopo aver ottenuto una tribuna riparatoria per anni di silenzio. Oggi, l'imposizione di protagonisti e antagonisti serve per circoscrivere i temi ammessi al pubblico dibattito, con l'obiettivo di abolire l'agenda reale del paese. Dare accesso ai radicali, ad esempio, significherebbe dover parlare di giustizia giusta, di opportunità per i non garantiti, di finanziamento pubblico ai partiti e alle chiese, di diritti umani, del rischio di controriforme elettorali per governi di unità nazionale. Argomenti su cui sovente gli elettori di entrambi gli schieramenti si ritrovano uniti nelle proposte radicali senza però nemmeno sapere che c'è una forza politica organizzata proprio su quegli obiettivi. Discutere di questo, dell'impunita violazione delle regole, dell'agenda setting, della promozione o della eliminazione di minoranze politiche come metodo per impedire la conoscenza e la lotta sulle grandi questioni sociali, rimane un tabù, anche nel Partito democratico. Prova ne è che sul sistema radiotelevisivo e sulle modalità con cui garantire la conoscenza mai c'è stato un confronto pubblico, ne si ricordano grandi manifestazioni. Sarebbe ora di iniziare a farlo, insieme, liberando viale Mazzini da sdraio e ombrelloni per fare posto a dibattiti quanto mai urgenti.

  7. #447
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    "La Repubblica", LUNEDÌ, 26 LUGLIO 2010
    Pagina 1 - Prima Pagina

    I verbali
    Ecco tutti i segreti del tesoro di Verdini

    MILANO

    Ha ricevuto garanzie dal Mediocredito e possiede conti, titoli e garanzie presso Banca Intesa.


    Ha effettuato operazioni extraconto con Unicredit, ha aperto e chiuso rapporti con la Banca di Lodi e il Banco di Napoli e non ha disdegnato di avere titoli e obbligazioni in deposito alla Cassa di Risparmio di Firenze. Sono ancora attivi i suoi conti correnti presso Webank e la Banca Nazionale del Lavoro, mentre in passato ha ricevuto finanziamenti da Deutsche Bank. Una certa preferenza è andata al Monte dei Paschi di Siena con la quale ha registrato rapporti per garanzie, cassette di sicurezza, carte e conti correnti. Qualche passaggio lo ha fatto anche alla Popolare di Milano, alla Banca di credito cooperativo di Reggello, alla Aureo gestioni e altro, ma niente a che vedere con i 60 rapporti aperti con il Credito cooperativo fiorentino.
    E non è difficile capire perché Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, e oggi indagato per corruzione a Firenze (per l´appalto della Scuola marescialli), a Roma (l´indagine sull´eolico) e a L´Aquila (gli appalti della ricostruzione post-terremoto ottenuti dal «Consorzio Federico II») abbia scelto come sua banca di fiducia la banca di cui è presidente. Lì non solo ha una normale operatività in conti correnti, deposito titoli, risparmi, carte di credito e di debito, ma ha anche un considerevole numero di garanzie, crediti, operazioni extraconto e altro per un totale di 60 rapporti. Sui quali ora sta indagando il Nucleo di polizia valutaria di Roma.
    Del resto Verdini è il padre padrone del Credito cooperativo fiorentino. Lui è l´indiscusso presidente dal 1990 e il vertice della banca è praticamente in mano sua. Il vicepresidente vicario non è altri che il suo avvocato, Marco Rocchi, e due dei quattro consiglieri di amministrazione sono a libro paga nelle sue aziende: Enrico Luca Biagiotti è consigliere della Società Toscana di Edizioni ed è l´amministratore unico della Nuova editoriale, le società attraverso le quali Verdini controlla Il giornale della Toscana, mentre Fabrizio Nucci è addirittura socio di Verdini della Nuova Toscana Editrice (di cui è socio anche Massimo Parisi braccio destro di Verdini e parlamentare del Pdl). Chi poi deve controllare, il collegio sindacale, non brilla certo per indipendenza. Il presidente è l´avvocato "storico" di Verdini, Antonio Marotti, mentre gli altri due sindaci sono uno, Luciano Belli, socio della moglie di Verdini in Edicity, l´altro, Gianluca Lucarelli, presidente del collegio sindacale della stessa società.
    La mancanza di controllo all´interno del Credito cooperativo è diventata palese proprio nei rapporti con la Società Toscana di Edizioni (Ste), alla quale la banca ha concesso un fido superiore al 10% del proprio patrimonio (che a fine 2009 era di 56 milioni di euro). L´operazione, ritenuta sospetta dalle Fiamme gialle, avviene nel 2005, quando la Ste versa in base a un contratto preliminare 2,6 milioni di euro a Verdini e a Parisi per l´acquisto di quote di una nuova società, la Nuova toscana editrice. Sulla carta, la Ste si sarebbe procurata la provvista attraverso una plusvalenza di 2,6 milioni, ottenuta vendendo alcuni immobili proprio alla Edicity, la società di proprietà della moglie di Verdini e in cui siedono gli stessi sindaci della banca. In realtà gli investigatori stanno analizzando una serie di versamenti in contanti.
    Il giro di immobili e di contratti "tutto in famiglia" della Ste è simile alle compravendite ritenute "fasulle" dagli inquirenti fiorentini che hanno analizzato i finanziamenti concessi dal Credito cooperativo a un altro gruppo amico, la società di costruzioni Btp di Riccardo Fusi, al centro dell´inchiesta per l´appalto da 200 milioni di euro per la Scuola dei Marescialli. Il Credito concedeva prestiti a Fusi (fino a 10 milioni di euro) su preliminari di compravendite immobiliari che poi non venivano mai chiusi. Fusi è finito sul registro degli indagati con il direttore generale del Credito cooperativo, Piero Italo Biagini. E forse non era nemmeno un caso che la segretaria di Fusi, Monica Manescalchi fosse nel collegio dei probiviri della banca.
    La mancanza di controllo trova piena corrispondenza nel bilancio, dove alla voce "rapporti con parti correlate" non vi è nemmeno l´ombra di quanto avveniva tra le società di Verdini e la banca. Solo di recente la Banca d´Italia ha avviato un´ispezione sul Credito cooperativo, sebbene già nel ‘98 non erano mancate le prime avvisaglie, quando una prima ispezione era terminata con una multa da un milione di euro per ritardi nella iscrizione tra gli incagli di crediti andati a male. Ora ce ne sarebbe abbastanza per chiedere un commissariamento, anche perché, secondo l´accusa, sui conti del Credito cooperativo sarebbero stati resi liquidi parte degli assegni versati da Flavio Carboni, il faccendiere regista della P3, a Verdini per gli appalti in Sardegna nel settore eolico. Di quel milione, una tranche da 230 mila euro si è trasformata in denaro sonante a luglio 2009 presso la filiale del Credito Cooperativo di Campi Bisenzio, dove Antonella Pau, la convivente di Carboni, ha portato 23 assegni circolari da 10mila euro. Tra novembre e dicembre, ne sono arrivati altri otto da 12.499 euro. Importi non casuali, ma tali da non superare i limiti della normativa antiriciclaggio. Dopo i 12.500 euro scatta infatti la segnalazione. Nessuno obbligo quindi, ma nessuno in banca si è nemmeno insospettito di quei versamenti e prelievi, per cifre imponenti e con valori vicini ai limiti di legge. E non si può neppure dire che siano cifre insignificanti per una banca che nel 2009 ha riportato un utile di 240mila euro a fronte di 400 milioni di impieghi.

  8. #448
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    "La Stampa", 27 Luglio 2010, pag. 8

    P3, Verdini in Procura per otto ore



    PAOLO COLONNELLO
    ROMA

    Si presenta nella Procura di Piazzale Clodio alle tre del pomeriggio con una dichiarazione che è tutta un programma: «Risparmio il fiato con voi per parlare con il pm». E in effetti passeranno altre 9 ore prima che Denis Verdini, il coordinatore nazionale del Pdl indagato nell’inchiesta sulla cosiddetta "P3" e gli appalti sull’eolico in Sardegna, riemerga dalla stanza del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, sottoposto a un interrogatorio fiume come indagato per corruzione e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. E nonostante si sia fatta mezzanotte, Verdini è più che mai battagliero: «Fini ha chiesto le mie dimissioni? La sua richiesta è impropria. In Italia ci sono tre gradi di giudizio e con le risposte che ho dato stasera penso di non avere alcun motivo per dimettermi».
    I suoi legali, gli avvocati Franco Coppi e Marco Rocchi, quest’ultimo anche vicepresidente dimissionario della banca di Verdini, negano tutte le accuse: nessuna partecipazione alla "P3", nessuna pressione per l’eolico in Sardegna. «Abbiamo fornito testimonianze e documentazioni che saranno facilmente riscontrabili dal pm».
    Due erano le questioni da chiarire: da una parte la gestione della sua banca, il Credito Cooperativo Fiorentino, da cui da ieri si è dimesso da presidente seguito da tutto il consiglio d’amministrazione, e che, secondo una relazione della Guardia di Finanza e della Banca d’Italia (che però sarà nota solo entro il 22 agosto), avrebbe avuto una guida poco trasparente. Tanto che ieri dalla Procura di Firenze, che si occupa dell’inchiesta sugli appalti della Scuola dei Marescialli, è arrivata una nuova contestazione per «mendacio bancario». Dall’altra, i suoi rapporti finanziari con Flavio Carboni, il finanziere sardo da cui avrebbe ricevuto almeno 800 mila euro per quella che i pm considerano una una corruzione, in cambio di pressioni sul presidente della Sardegna Ugo Cappellacci in vista di appalti sull’eolico e per far nominare il direttore dell’Arpas (amico di Carboni) Ignazio Farris. Pressioni confermate nell’interrogatorio di settimana scorsa dallo stesso Cappellacci.
    Soprattutto le vicende appaiono intersecate tra loro in un groviglio non semplicissimo di passaggi di denaro tra la sua banca, la Società Toscana Edizioni, che edita il Giornale della Toscana, controllata sempre da Verdini e lo stesso Carboni. Autore di quel versamento del 2009, di almeno 800 mila euro in assegni circolari, sempre al di sotto della soglia dei controlli antiriciclaggio. Denaro che per Verdini si spiega con il fatto, così avrebbe sostenuto ieri davanti al pm, che Carboni voleva entrare con una quota del 30 per cento nella Ste impegnandosi con un finanziamento che alla fine sarebbe ammontato a 2 milioni e 600 mila euro, così come dimostrerebbe un contratto di accordo firmato tra Carboni e i soci della Ste. Dunque, nessuna corruzione e tanto meno per eventuali appalti sull’eolico.
    C’è però un rapporto del nucleo Valutario della Gdf che avrebbe riscontrato nella banca di Verdini irregolarità nei rapporti finanziari proprio con la Società toscana editoriale. Per la Gdf infatti, grazie alla mancanza di controllo interno al Credito Fiorentino, alla Ste sarebbe stato concesso un fido superiore al 10 per cento del proprio patrimonio con un’operazione considerata «sospetta», avvenuta nel 2005. Ovvero quando la Ste, in base a un contratto preliminare, versò 2,6 milioni di euro a Verdini e al suo braccio destro e parlamentare del Pdl, Massimo Parisi, per l’acquisto della Nuova Toscana Editrice. Soldi che la Ste si sarebbe procurata vendendo alcuni immobili alla Edicity, società di proprietà della moglie di Verdini. Una compravendita non chiarissima e che tra l’altro equivale alla stessa somma per cui, cinque anni dopo, si impegnò Carboni. Il quale, insieme a Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, secondo il Tribunale del riesame di Roma dovrà continuare a rimanere in carcere «perché la società segreta a loro riconducibile era ed è in grado di interferire sulle scelte delle istituzioni».

  9. #449
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    "La Stampa", 27 Luglio 2010, pag. 8

    Il Credito Fiorentino trema, si va verso il commissariamento

    Era la «banca costruita intorno a lui», ma lui, Denis Verdini, alla riunione del consiglio d’amministrazione più drammatica nei centouno anni di storia del Credito Cooperativo Fiorentino, non c’era. Si trovava a Roma, in altre faccende affaccendato. Non c’era neppure Marco Rocchi, il vicepresidente vicario: era anche lui a Roma, come avvocato difensore di Verdini e dunque anche lui affaccendato nelle stesse faccende del presidente. Che poi, si è saputo solo ieri, Verdini presidente non lo era già più, avendo presentato le dimissioni venerdì scorso. A dimettersi ieri è stato invece il resto del cda, in blocco, manifestando la solidarietà a Verdini. Il prossimo passo potrebbe essere quello del commissariamento da parte di Banca d’Italia, in virtù degli esiti dell’ispezione in corso da marzo da parte dell’istituto centrale. «Rilevanti irregolarità riscontrate», sarebbe la conclusione dei controllori di Bankitalia. Quindi, in virtù della necessaria tutela dei depositi e della responsabilità dei soci, l’ipotesi del commissariamento non è da escludere, facevano sapere ieri da Bankitalia.
    Pensare che proprio lo stesso Verdini aveva mandato un caro saluto agli ispettori di Bankitalia di fronte a tutti i soci, nel corso dell’ultima assemblea della banca. La solita ispezione di routine, aveva spiegato il consiglio d’amministrazione. Evidentemente proprio di routine non era. Verdini e gli altri consiglieri, almeno fino a quell’assemblea, non si erano certo nascosti dietro un dito con i loro mille e passa soci: «Un conto è il polverone e un conto sono i fatti. E i fatti dicono che la banca e la sua dirigenza hanno agito sempre nel pieno rispetto delle regole della correttezza e della trasparenza del processo di erogazione del credito», è scritto nella relazione che accompagna l’ultimo bilancio.
    Un migliaio di soci, sette sportelli tra Firenze e Prato, quasi mezzo miliardo di raccolta e più di cento anni di storia, il Credito Fiorentino. Divisi in «prima» e «dopo» Verdini. Il rampante Denis, origini da commerciante - ramo carni e affini, inizia come macellaio nella natìa Campi Bisenzio -, diventa presidente nei primi Anni Novanta. È lui il motore dell’espansione che farà cambiare alla banca volto e nome: apre la prima filiale a Firenze, fa sparire dal nome dell’istituto il riferimento a Campi Bisenzio e si dà da fare per allargare le attività «sociali» della banca. Nella sua sede c’è anche un bar, così che i clienti in attesa possono avere, gratis, un caffè o una bibita fresca. Una grande attenzione al consenso, quella di Verdini. Nel Pdl come nel tenere salda e solida la base sociale della «sua» banca. Senza badare a spese: lo scorso anno, per festeggiare i cento anni, ha chiamato perfino Fiorello, per un grande show al teatro Tenda di Firenze, di fronte a seimila persone entusiaste. Quest’anno, tanto per non far venir meno la grandeur malgrado la tempesta in corso, soci riuniti a Palazzo Corsini, sul Lungarno a due passi da Ponte Vecchio. Così, dopo le chiacchiere e l’approvazione del bilancio, i «signori soci» avranno anche il privilegio di ammirare «gli splendidi saloni affrescati» dello storico palazzo fiorentino.
    «Il polverone di queste settimane si sarà definitivamente abbassato permettendo finalmente a tutti di capire e di distinguere ciò che è accaduto», auspicava il cda presentando il bilancio ai soci, nell’aprile scorso. Non è andata esattamente così.

  10. #450
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    "La Repubblica", MARTEDÌ, 27 LUGLIO 2010
    Pagina 7 - Interni

    "Fratelli", "struppoli" e "santità": ecco il vocabolario del malaffare
    I dialoghi della loggia, tra lessico massone e slang napoletano
    I "dardi di noia" di Carboni e le recriminazioni di Lombardi nei confronti del presidente del Consiglio: "Dorme co´ a zizza mmocca". E Cosentino ride: "Vuonno fa´ fori a Berlusconi"
    Dalle conversazioni di un pezzo di classe dirigente italiana - sottosegretari, magistrati, imprenditori - emergono deficit culturali e calembour da caserma degni dei vecchi film di Alvaro Vitali

    ALBERTO STATERA

    «Dorme co´ a zizza mmocca». Chi è che dorme con un seno di donna in bocca ? Faticano gli ufficiali e gli appuntati del reparto investigativo del Comando di Roma della Legione Carabinieri del Lazio a tradurre in italiano il delirio lessicale della P3, un "lessico familiare" - ci perdoni lo spirito di Natalia Ginzburg per l´uso del titolo del suo grande romanzo - fatto di napoletano, casertano, irpino stretto, metafore di sodali che sospettano o sanno di avere i telefoni sotto controllo, che per non farsi intercettare s´incontrano all´Ara Coeli, parente di Regina Coeli, nelle vicinanze dell´appartamento di Denis Verdini, o in un´area di servizio sull´autostrada Roma-Napoli. Ma in migliaia di telefonate esibiscono involontariamente il loro lessico di potere e di ignominia. Per il toscano nutrito di quarti di bue ma intellegibile di Denis Verdini non c´è bisogno d´interprete, come per il lombardo Roberto Formigoni. Autentico volpino, il governatore lombardo chiede in codice al suo faccendiere di riferimento Arcangelo Martino, l´ex socialista che presentò a Berlusconi il padre di Noemi Letizia, con il quale era finito in galera, e che con la sua azienda fa milioni e milioni di affari con l´«eccellente» sanità lombarda, se «malgrado la neve ci saranno passeggiate».
    Cioè se gli ispettori manipolati dalla loggia pitreista di riferimento arriveranno con mezzi non proprio ortodossi per sbloccare la lista a lui collegata esclusa dalle elezioni regionali del marzo scorso per irregolarità nella firme.
    Più che ai giuristi, è al faccendiere Martino, capace di aggiustare i magistrati attraverso il geometra di Cervinara Pasqualino Lombardi, che il pio governatore di Comunione e Liberazione si affida subito per risolvere la sua grana elettorale, appena la Commissione elettorale ha annullato le firme.
    «Si dà atto - scrivono i benemeriti carabinieri-trascrittori all´inizio di ogni verbale - che alcuni tratti della conversazione in dialetto napoletano sono stati tradotti in lingua italiana».
    All´inizio, l´analisi del deficit semantico e culturale di un pezzo rilevante della cosiddetta classe dirigente italiana, giudici, sottosegretari, deputati, senatori, coordinatori di partito, imprenditori, dirigenti ministeriali, pregiudicati, spacciatori, faccendieri di ogni risma, che dialogano tutti insieme appassionatamente, è un´amara goduria, tra inediti calembour da caserma degni dei film scoreggioni di AlvaroVitali.
    Poi, via via, producono in chi legga dotato di una media dose di civiltà, un senso di disperato sconforto. Dopo aver scorso le prime centinaia di pagine delle 15 mila di intercettazioni tra i gentiluomini che governano la società italiana sotto l´ala della maggioranza di governo, vien voglia di respirare forte, di archiviare per sempre o di bruciare le carte parlanti dell´Italia mucillaginosa, secondo la definizione fin troppo ottimistica di Giuseppe De Rita, che in una federazione interregionale di comitati d´affari dilaga su su fino alle stanze ovattate di Gianni Letta a Palazzo Chigi e di Berlusconi in una delle sue molteplici residenze.
    L´uomo «co´ a zizza mmocca», immagine quasi poetica che richiama l´allattamento di un neonato al seno della mamma, sembra essere proprio lui.
    Nessun altro che Silvio Berlusconi. Ma non per le sue performance erotiche, che l´"imprenditore" Arcangelo Martino presentatore di Noemi deve conoscere bene, ma per le ingenuità politiche che manifesterebbe nel difendere Nicola Cosentino, sottosegretario all´Economia, coordinatore del Pdl campano e aspirante candidato alla presidenza della regione, di cui è stato richiesto l´arresto per collusioni con la camorra. «Se quella posizione di Berlusconi, invece di prenderla ieri, io ce lo dicette, l´avesse preso quindici venti giorni fa, il discorso di oggi sarebbe tutto diverso», dice Lombardi, perché dorme proprio «co´ a zizza mmocca». E Cosentino, ridendo: «Vuonno fa´ fori a Berlusconi».
    Persino i nipotini della Banda della Magliana, che ha trafficato per anni con Flavio Carboni, il più intimo con Marcello Dell´Utri e Denis Verdini, sono nel lessico più soavi dei sottosegretari in carica, dei presidenti di Corte d´Appello e dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura. L´inchiesta che porta alla scoperta della P3 sembra nascere dalle intercettazioni dei membri di un´organizzazione criminale di tipo mafioso con base a Roma che ricicla i proventi del traffico di droga e dell´usura nei videogiochi e nelle scommesse online. Indagato con altri 23 gentiluomini, compreso Carboni, è Pasquale De Martino, che racconta al telefono come «Flavio gli serve lavorare in Sardegna. gli servono i punti, sta facendo una società. lui mette qualche persona sua in questa società. questi tutte le settimane fanno la raccolta dei soldi». Questo De Martino non è andato evidentemente a scuola dalle Orsoline, ma la droga che la figlia di un´attrice gli chiede via sms viene soavemente nominata, con un altro richiamo all´infanzia, «caramelle belle». Anche Carboni ha qualche squarcio poetico quando, tra le multiformi attività affaristiche e politiche e le quotidiane telefonate con Marcello Dell´Utri («Li sento tutti i giorni che ha fatto dio») confessa: «A volte provo dardi di noia». Peccato che poi confonda il condizionale col congiuntivo quando annuncia a Martino che va a mettersi a letto con lo sciroppo ma lo vedrà lo stesso «se sarebbe necessario». E a Lombardi, il geometra di Cervinara che sussurra ai giudici e ai sottosegretari più potenti e che la collaboratrice del presidente della Cassazione Vincenzo Carbone chiama «ingegnere», garantisce di osservare «le tue desiderata».
    Poi è tutta un´orgia di struppoli («E´ proprio uno struppolo», dice Lombardi di Cosimo Ferri parlando con una collaboratrice del giudice del Csm), pipoli, sbrodoloni, chiavici o chiaviche, falsoni, fracichi, stronzi, cessi, animali, culattoni, froci, ricchioni, femminielli, bocchinari, accattoni e delinquenti. Su struppoli e pipoli i benemeriti carabinieri- trascrittori non sono riusciti a trovare sinonimi accettabili. Ma tra loro i pitreisti, quando non si dicono infamie alle spalle, sono prodighi di complimenti. Per Martino, Carboni è «Sua Santità», ricambiatone con un «Caro Eminenza». Cosentino è «Fratello mio», espressione che ricorre anche tra altri pitreisti, citazione della fratellanza massonica. «Sei bellissimo come fotografia. e resti sempre il migliore», sbrodola Lombardi con il presidente della Cassazione Carbone, che vorrebbe una proroga nell´incarico. E quello: «Va be ia´, mo´ non esageriamo se no viene a piovere, statte buone, ce vedemmo». Celestina Tinelli del Csm è «Sua Eccellenza» e Alfonso Marra, a favore del quale i pitreisti si sono impegnati per ottenere che anche Nicola Mancino lo votasse alla Corte d´Appello di Milano, è soltanto «Fofò». L´altro votante in bilico, Giuseppe Maria Berruti, se lo è «lavorato» il sottosegretario «Giacomino» Caliendo in persona, che lo considera «proprio una vergine».
    Dopo qualche migliaio di pagine, quando appena parte la «valanga mediatica» contro Stefano Caldoro accusato di andare coi transessuali in un falso dossier della P3 che fa il giro del governo fino a Berlusconi, l´interconnessione dei segni, come la chiamerebbe Roland Barthes, non lascia dubbi. Viviamo nella repubblica pitreista del malaffare. E il lessico dei protagonisti ne è lo specchio.

    a.statera@repubblica.it

 

 
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