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  1. #471
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 6 agosto 2010, pag. 17

    I pm: Scaglia e Mokbel subito a processo
    FRANCESCO GRIGNETTI
    ROMA

    Quando li arrestarono, l’imprenditore Gennaro Mokbel, l’ex presidente di Fastweb Silvio Scaglia (ancora ai domiciliari), l’ex ad di Telecom Italia Sparkle Stefano Mazzitelli, il giudice Aldo Morgigni scrisse che era stata scoperta «una delle frodi più colossali mai poste in essere nella storia nazionale»: ben due miliardi di euro sottratti alle casse dello Stato. Era la fine del febbraio scorso. Da allora, l’inchiesta ha fatto molti passi in avanti. Un senatore della Repubblica si è dimesso dal Parlamento per rapporti con la criminalità organizzata. S’indaga su presunti fondi neri nella maggiore industria di Stato, la Finmeccanica. Ma intanto il reato di partenza, ovvero la frode al fisco attuata attraverso la compravendita di traffico telefonico internazionale, è sempre lì. E ora la prima tranche dell’inchiesta della procura di Roma si conclude con la richiesta di giudizio immediato per 37 persone. Per il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ed i sostituti Francesca Passaniti, Giovanni Bombardieri e Giovanni Di Leo ci sono elementi di prova sufficienti per mandare Mokbel e altri 36 sotto processo saltando l’udienza preliminare. Sulla richiesta della procura dovrà ora pronunciarsi il gip Maria Luisa Paolicelli.
    I reati contestati sono diversi: associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata finalizzata al riciclaggio all’intestazione fittizia di beni, evasione fiscale, reinvestimento di proventi illeciti e delitti contro la pubblica amministrazione. Cinquantasei le persone arrestate alla fine dello scorso febbraio; la richiesta di giudizio immediato riguarda soprattutto i destinatari di quelle misure ad eccezione dell’ex senatore Nicola Di Girolamo e di Marco Toseroni, braccio destro di Mokbel e sua mente finanziaria. Due che finora sembrano collaborare con la giustizia. Le loro posizioni per il momento sono state stralciate e rimangono nel filone di indagine che prende in esame anche un’ipotesi di riciclaggio legata all’acquisizione di quote della società Digint, partecipata nella misura del 49 percento da Finmeccanica.
    Tra gli indagati per i quali è stato sollecitato il giudizio immediato figurano l’ex responsabile dell’Area regioni europee di Telekom Sparkle Massimo Comito, il responsabile grandi aziende di Fastweb Bruno Zito, il membro del comitato direttivo Roberto Contin, e l’ex membro del cda, Mario Rossetti.
    Da quando è detenuto nel carcere di Nuoro, ossia dal 23 febbraio, Mokbel ha perso oltre 21 chili di peso, passando da 79 a quasi 58 chili. Secondo una consulenza sollecitata dagli avvocati Ambra Giovene e Cesare Placanica e resa pubblica alcuni giorni fa, il detenuto potrebbe essere affetto dalla sindrome di Tourette, malattia neurologica che con tic motori, vocali e comportamentali ha un impatto devastante sulla vita sociale del malato. Con la richiesta di giudizio immediato, però, se s’avvicina la data del processo, si allungano automaticamente anche i tempi della sua detenzione preventiva.

  2. #472
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 07 Agosto 2010

    Raisi contro La Russa: “Era lui a firmare i bilanci”. Il ministro: “Pubblica gli atti”

    Appartamento a Montecarlo
    Scoppia la rissa tra gli ex An

    FRANCESCO GRIGNETTI
    ROMA



    1999
    Il lascito
    La nobildonna Anna Maria Colleoni da fervente militante di destra, lascia in eredità ad Alleanza Nazionale il suo appartamento del Principato di Monaco, in Boulevard Princesse Charlotte 14.

    2008
    La vendita
    L’appartamento monegasco viene venduto alla società off shore con sede ai Caraibi “Printemps Ltd.” per 300mila euro. Secondo alcune ricostruzione la casa passa di mano a un’altra finanziaria sempre con sede alle Antille la Timara Ltd.

    2009
    L’affitto
    L’appartamento di Montecarlo viene affittato dalla Timara Ktd. a Giancarlo Tulliani, fratello della compagna del presidente della Camera Fini. Non si conosce l’importo dell’affitto.

    2010
    La denuncia
    La Procura di Roma apre un fascicolo in seguito alla denuncia di due esponenti della Destra. Il reato ipotizzato è appropriazione indebita. «Ben vengano le indagini», dichiara Fini. I giudici capitolini chiederanno di poter studiare le carte del Principato di Monaco e delle Antille. Ma nei paradisi fiscali molto difficilmente vengono accolte le richieste di rogatoria internazionale.



    E’ il momento delle insinuazioni e dei colpi bassi, tra ex di An, finiani e non. Al centro delle accuse, la storia dell’appartamento di Montecarlo che comunque la si rigiri è una vicenda scomoda. E perciò è un tutti contro tutti. Il finiano Enzo Raisi accusa Ignazio La Russa: «Nel 2008 era lui il reggente del partito e ha firmato il bilancio, entrate da Montecarlo comprese. Non può dire di non sapere». La Russa risponde per le rime: «Se Raisi ha dei dubbi, pubblichi l’atto sul “Secolo d’Italia” e lì ci sono tutte le risposte». E Antonino Caruso, uno dei Garanti, antifiniano, gli dà ragione: «Raisi non approfitti troppo della sua immunità parlamentare. L’atto di vendita testimonia che nessuno di quelli chiamati in causa ha partecipato alla vendita dell’appartamento in questione. L’unico davanti al notaio era il senatore Pontone». Nel frattempo Gianfranco Fini ha incontrato Giulia Bongiorno, che da qualche giorno ha sul tavolo gli articoli di giornale sull’affaire e sta preparando una raffica di querele.
    E’ sempre più imbarazzante, la vicenda, tanto più che a comprare l’appartamento per trecentomila euro (e sembra che ne fossero stati offerti il quadruplo da alcuni condomini) è stata una società off-shore con sede alle Antille. La procura di Roma ha già aperto un’inchiesta penale. Reato ipotizzato, appropriazione indebita. Quel giorno del 2008 a firmare materialmente la compravendita davanti a un notaio di Montecarlo c’era un tal James Walfenzao, che è un consulente d’affari, antillano, collaboratore del re dei casinò e dei videogiochi Francesco Corallo. Ma a sentire nominare Corallo, classe 1960, catanese trapiantato alle Antille, in gioventù militante del Msi, c’è chi ha fatto un salto sulla sedia perché la società di Corallo, la Atlantis, negli ultimi anni è stata platealmente sponsorizzata da An nella corsa alle slot-machine. Il deputato Amedeo Laboccetta, ex Msi, ex An, è stato il loro rappresentante legale in Italia fino a due anni fa. Al riguardo si consulti una vecchia inchiesta del pm John Henry Woodcock che aveva già evidenziato la filiera Monopoli di Stato-Corallo-Laboccetta-Checchino Antonini (ex segretario particolare di Fini, attuale deputato).
    Per rendersi conto di quale potenza sia la Atlantis, si sappia che la Corte dei Conti ritiene che le loro slot-machine tra il 2004 e il 2005 abbiano incassato almeno 520 milioni di euro e che ne debbano la metà al fisco italiano. E l’anno seguente Atlantis avrebbe incassato altri 530 milioni. E’ una società che in Italia fa affari d’oro. Ed è particolarmente permalosa: qualche anno fa ha citato il settimanale «l’Espresso» per danni, davanti al foro di Londra, chiedendo un risarcimento record di cento milioni di sterline per un paio di articoli pepati. Cause vinte dal settimanale.
    Chi abbia effettivamente comprato l’appartamento di An a Montecarlo, insomma, non è chiaro. Il nome dell’acquirente è schermato da una catena di società fiduciarie. Non lo sa nemmeno la magistratura romana, che ha chiesto e ottenuto una certa mole di documenti dal rappresentante legale di An e che ora si appresta a chiedere informazioni tramite rogatorie internazionali (ma con poca speranza di avere risposte da paradisi fiscali come Montecarlo o le Antille). Resta l’unico esile spunto della firma del signor James Walfenzao. E resta il dato di fatto che l'appartamento alla fine della giostra è stato concesso in affitto a Giancarlo Tulliani, il «cognato» di Fini.
    Certo però che se il filo che parte da quell’appartamento arrivasse davvero ai Corallo, l’imbarazzo sarebbe doppio perché non s’è mai sopito il ricordo di un’inchiesta degli Anni Ottanta, a proposito della scalata ai casinò (di nuovo!) di Sanremo e Campione d’Italia, in cui fu associato il nome del boss mafioso Nitto Santapaola a quello di Gaetano Corallo costretto alla latitanza, poi assolto dalla Cassazione nel 1995 per l’accusa di associazione mafiosa, ma condannato in via definitiva a sette anni per corruzione e associazione a delinquere semplice. Corallo jr comunque fa sapere che non ha più rapporti con il padre ormai da tantissimi anni.

  3. #473
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    "La Stampa", 09 Agosto 2010

    Fini: “Sulla casa niente da temere o da nascondere”
    Replica agli attacchi sull’immobile di Montecarlo
    “Fiducia nei magistrati, insisterò sulla legalità”

    «Stupito e amareggiato quando ho saputo che era stata affittata a mio cognato»


    FRANCESCA SCHIANCHI
    ROMA

    «Non ho assolutamente niente da nascondere né tantomeno da temere per la vicenda monegasca». Dopo giorni di silenzio, il presidente della Camera Gianfranco Fini interviene sull’affaire sollevato dal “Giornale”, sul quale è stata aperta anche un’inchiesta: l’appartamento di Montecarlo ricevuto in eredità da An, venduto a una società off-shore e oggi affittato al fratello della sua compagna.
    Una nota in otto punti per spiegare come la casa sia arrivata con sua «sorpresa e disappunto» in locazione a Tulliani, infarcita qui e là di attacchi per niente velati all’alleato-nemico Berlusconi, che fanno subito gridare alla fine di un rinnovato dialogo alcuni fedelissimi azzurri. Come Osvaldo Napoli: «Il presidente della Camera ha deciso oggi di chiudere la verifica prima ancora di aprirla», e Francesco Giro: «La nota di Fini segna un’accelerazione verso il voto».
    Sarà l’inchiesta a stabilire se ci siano state irregolarità, comincia Fini. «E’ la ragione per cui mi sono fino ad oggi limitato ad affermare “Ben vengano le indagini”. A differenza di altri non ho l’abitudine di strillare contro i magistrati comunisti...»: ogni riferimento è puramente casuale. Ma la richiesta di chiarire «punti non facilmente comprensibili per l’opinione pubblica» si è allargata, per cui Fini decide di «fare chiarezza», premesso che «il caso è diventato tale per l’ossessiva campagna mediatica dei giornali berlusconiani - seconda stoccata al cofondatore del Pdl - che fingono di ignorare che la vicenda non ha ad oggetto soldi o beni pubblici ma solo la gestione di una eredità a favore di An».
    A quel punto la terza carica dello Stato entra nei dettagli della vicenda: la casa venne valutata in circa 450 milioni di lire e così iscritta a bilancio. «Non corrisponde al vero che siano state avanzate a me o, per quel che mi risulta, all’amministratore senatore Pontone o ad altri proposte formali di acquisto», specifica. Nel 2008 è il “cognato” Tulliani a parlare di una società interessata a comprare per 300mila euro. La cifra è più alta della stima, e la casa un onere per An: «Autorizzai il senatore Pontone alla vendita». Come già «accaduto altre volte in casi analoghi», precisa. «In nessuna occasione», chiarisce, «alcun dirigente di An contestò o sollevò perplessità». La casa viene venduta il 15 ottobre 2008 e «sulla natura giudica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla».
    Solo dopo «ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l’appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite», scrive. Questo è tutto, per Fini, salva una considerazione finale: «In quasi trenta anni di impegno parlamentare non ho mai avuto problemi di sorta con la giustizia», dichiara, «pertanto, chi spera che in futuro io sia costretto a desistere dal porre il tema della trasparenza e della legalità nella politica è meglio che si rassegni».
    Altro che rassegnazione: nel Pdl sono tanti a non accontentarsi della ricostruzione. Per Massimo Corsaro è «peggio la toppa del buco», mentre il sottosegretario Santanché chiede le dimissioni. Lapidario Storace: «Ma è diventato cosi facile fare fesso Fini? Non sapeva, come Scajola...».

  4. #474
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    "La Stampa", 09 Agosto 2010, pag. 2

    La Tulliani-dynasty: mamma e fratello
    gossip, politica e Rai

    Il primo a capire che nella politica italiana stava facendo irruzione una nuova risorsa narrativa, ancora una volta è stato Dagospia. E’ infatti il famoso sito di gossip che prende a martellare, in tempi non sospetti, molto prima che esca fuori la storia dell’appartamento di Montecarlo, sul clan Tulliani. Lo fa alla sua maniera, irridente, sarcastica, avvelenata al punto giusto.
    E’ Roberto D’Agostino a rivelare per primo che la quasi-suocera di Fini, la signora Frau, 63 anni, è appena sbarcata alla Rai come produttrice tv e ha venduto un programma a RaiUno: 183 puntate da 50 minuti l’una, ciascuna alla cifra di 8120 euro, per un totale di 1 milione e 485 mila. Un anno prima, sempre Dagospia aveva raccontato che anche Giancarlo Tulliani, il quasi-cognato, fratellino della compagna di Fini, era approdato in Rai come produttore tv. Scriveva maligno Dago che Tulliani jr era stato ribattezzato in Rai «mignolo d’ascolto» per il flop. E aggiungeva con rara perfidia: «Era il dato Auditel che tutti i dirigenti Rai aspettavano avendo assistito increduli alle rimostranze del giovane produttore che voleva il suo programma "Italian Fan Club Music Award’s" addirittura in prima serata».
    Il clan Tulliani va alla ribalta, dunque. Mamma, fratello, e poi, lei, lady Tulliani, ex show girl, ex fidanzata di Luciano Gaucci, ex giocatrice di straordinaria fortuna al Superenalotto. Inevitabili, vista l’area, i riferimenti al clan Petacci che imperversava dietro le quinte del potere ai tempi del Regime.
    «Tulliani è convinto che il suo futuro sia ormai la televisione ed ha pronto anche un pacchetto di film da vendere a Rai Cinema, dicono gli “addetti ai lavori”. Con grande padronanza di sé ricorda a tutti chi è e dove vuole arrivare», scriveva ancora Dagospia.
    E qualche giorno dopo aggiungeva che Fini aveva incontrato il produttore tv franco-tunisino Tarak Ben Ammar, già socio del Cavaliere, proprio perché erano in vista «sinergie» con il giovane Tulliani.
    Già, dove vuole arrivare questo giovane Tulliani che quando frequentava casa Gaucci nel settembre del 2000 si fece nominare vicepresidente della Sanbenedettese e poi presidente della Viterbese (società di calcio che Gaucci, patron del Perugia, comprava a raffica) ad appena 23 anni? Le malelingue raccontano che lo si vede un po’ troppo spesso nei ministeri a perorare i suoi vari affari.
    Ma se Giancarlo balza solo oggi agli onori delle cronache (e avrebbe tanto sperato di rimanere inosservato nel suo quartierino di Montecarlo dove paga, pare, un affitto di 1500 euro al mese) è Elisabetta, la compagna del presidente della Camera, madre delle sue due figlie, immancabilmente ribattezzata dagli antipatizzanti «la zarina», su cui si sa molto di più.
    E’ stata una show girl, ma senza grande successo: qualche comparsata qua e là dietro Giancarlo Magalli. Si è data anche lei al calcio, dietro Lucianone, ma non ha lasciato tracce indimenticabili nel football.
    Ci ha provato anche con la politica. Come ha raccontato il «Riformista», nel 2004 assieme a Gaucci andò a conferire con Sandro Bondi, che era il coordinatore di Forza Italia, per strappare una candidatura alle Europee nel partito di Berlusconi. La candidatura non arrivò; Gaucci poco tempo dopo - non prima di averle intestato alcune proprietà, ma la questione è molto controversa e ci sta provando il tribunale civile di Roma a fare chiarezza - scappò a Santo Domingo; lei nel 2007 fu scoperta dai paparazzi che s’accompagnava a Fini.
    Cattive le parole dell’ex fidanzato, tornato alla ribalta, e secondo il suo avvocato ormai teleguidato dal clan berlusconiano, tornando sulla questione delle vincita miliardaria al Superenalotto: «Tutte le case che le ho comprato, le ville, i terreni... Si figuri che con quella fame di soldi che ha Elisabetta e tutta la sua famiglia, che ha sempre avuto, mi da la metà a me. Aveva fame di soldi. Stava con me per i soldi, mica per altro».
    Il resto è cronaca politica.

  5. #475
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  6. #476
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    "La Repubblica", GIOVEDÌ, 12 AGOSTO 2010
    Pagina 4 - Interni

    Pannella: pagati 586 milioni in tredici anni alla stessa società senza che sia stata fatta una gara d´appalto
    Denuncia dei Radicali: "Affitti sospetti alla Camera"

    ROMA - Oltre mezzo miliardo in 10 anni, precisamente 586,1 milioni di euro, ma soprattutto una storia di "amicizia" interessata, che lega la Camera dei deputati alla Milano 90 srl dell´imprenditore Sergio Scarpellini. L´hanno denunciata i Radicali che hanno ricostruito i rapporti tra l´amministrazione di Montecitorio e la srl. «La documentazione - spiega la deputata Rita Bernardini - prova, al di là di ogni dubbio, movimentazioni di denaro e regalie». «Ecco perché - ha aggiunto Bernardini - il corposo fascicolo messo insieme dai radicali prenderà la via della procura di Roma, dove i magistrati dovranno accertare se ci sono estremi per inchieste o procedimenti penali». Il gruppo dirigente radicale - presenti il segretario Mario Staderini e il leader Marco Pannella - illustra la storia in tre atti: il primo rappresentato dai contratti di affitti di diverse strutture vale 352 milioni. Il secondo: contratti per servizi legati agli immobili (pulizie e consegna della posta) fruttato 172,6 milioni, il terzo oltre 51 milioni tra manutenzione e ristorazione. Il tutto «senza gare» e calcolato «per difetto». Al di là delle cifre, i Radicali puntano il dito soprattutto sulle tipologie di contratti vantaggiosi riconosciuti ad una società riconducibile all´imprenditore Scarpellini.
    Secondo la Bernardini, «le condizioni riconosciute a "Milano 90" sono molto vantaggiose: affitto di 9 anni più 9, canone di 12 miliardi di vecchie lire annui rivalutati ogni anno secondo l´inflazione Istat, pagamento anticipato ogni anno in un´unica rata». «La Camera - ricorda Bernardini - ha tentato di esercitare la facoltà di acquisto nel 2007, ma il tribunale civile le ha dato torto avendo sottoscritto un contratto dalle uova d´oro per la società».

  7. #477
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    "La Repubblica", MERCOLEDÌ, 08 SETTEMBRE 2010
    Pagina 11 - Interni

    Lunardi, alla Camera le carte dell´accusa
    La Giunta valuta l´autorizzazione al processo: per l´ex ministro ipotesi di corruzione
    Al centro della vicenda l´acquisto di un palazzo dal Vaticano e l´ok a un finanziamento per Propaganda Fide

    CARLO BONINI
    ROMA - Accompagnati dalla «relazione motivata» del Tribunale dei ministri di Perugia che rivendica la propria competenza, gli atti dell´inchiesta umbra che vede indagati per corruzione l´ex ministro delle infrastrutture (oggi deputato) Pietro Lunardi e l´arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe sono stati consegnati dai carabinieri del Ros alla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati. La trasmissione del fascicolo (del cui contenuto le cronache hanno dato ampio conto nel luglio scorso e che ha al centro la vicenda dell´acquisto sottocosto da parte dell´ex ministro di un palazzo di "Propaganda Fide" in via dei Prefetti in cambio del finanziamento pubblico di 2 milioni e mezzo di euro per la ristrutturazione della sede della Congregazione in piazza di Spagna) segna formalmente l´avvio della procedura parlamentare di richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Lunardi e soprattutto annuncia nel prossimo calendario politico (i lavori della Camera riprenderanno il 15 settembre) un nuovo momento di scontro tra le componenti di quello che fu il Pdl.
    La scomposizione traumatica della maggioranza consegna infatti un primo giudizio su Lunardi a una Giunta in cui ciò che resta del Pdl e della Lega non ha più i numeri per assicurare una difesa "politica" dell´ex ministro. Dopo la costituzione del gruppo "Futuro e Libertà" (cui appartengono il vicepresidente della Giunta Giuseppe Consolo e Antonino Lo Presti), dei 21 componenti della Giunta, sono infatti rimasti soltanto 9 i voti di "blocco". Due della Lega e 7 del Pdl. Cinque i voti del Pd (che ha la presidenza con Pierluigi Castagnetti), due dell´Udc, 1 dell´Idv, 1 dell´Api e 1 del gruppo misto. Per Lunardi, insomma, il passaggio si annuncia tutt´altro che agevole. Non fosse altro per la nettezza con cui il Tribunale dei ministri di Perugia ha ritenuto di chiosare il lavoro istruttorio della Procura. «La prospettiva accusatoria - si legge infatti nella relazione motivata trasmessa alla Camera - appare corroborata». Il che significa che non esistono elementi che autorizzino a ipotizzare né un fumus persecutionis oggi, né una archiviazione domani. E ne sarebbero prova, appunto, gli atti trasmessi alla Giunta. Dalla relazione della Procura generale della Corte dei Conti sulle macroscopiche anomalie della ristrutturazione della sede di "Propaganda Fide", alla lettera di Sepe a Lunardi con cui la si sollecitava (marzo 2005), alla "nota d´ordine" con cui, nel maggio del 2005, proprio Lunardi chiese che l´intervento a favore della Congregazione fosse trattato «prioritariamente e in via di massima urgenza». E ancora: dai verbali di interrogatorio dell´architetto Angelo Zampolini (factotum del costruttore Diego Anemone e professionista che seguì la compravendita e la ristrutturazione del palazzo di via dei Prefetti acquistato dall´ex ministro per 3 milioni di euro a fronte di un valore commerciale di 8) alla testimonianza di Hidri Fathi Ben Laid (ex autista di Anemone che ricorda la consegna di "buste, verosimilmente contenenti denaro" alla figlia dell´ex ministro).
    Legato al destino di Lunardi, evidentemente è quello del cardinale Sepe. Per motivi di opportunità - come riferiscono fonti inquirenti - l´attività istruttoria nei confronti del cardinale è stata in questo ultimo mese congelata (in attesa della pronuncia del Tribunale dei ministri) e tale resterà in attesa di quella della Giunta. Anche se, qualora i tempi parlamentari dovessero dilatarsi - aggiungono le stesse fonti - il fair play non avrebbe più ragion d´essere. E l´indagine riprenderebbe.

  8. #478
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    "La Repubblica", MERCOLEDÌ, 08 SETTEMBRE 2010
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    Le "triangolazioni" sospette tra la società di costruzioni Btp e il Credito cooperativo del coordinatore Pdl
    Un valzer di 400 milioni tra Fusi e Verdini nel mirino di Bankitalia e delle procure
    Un flusso enorme di denaro che entrava ed usciva, anche in 24 ore, da un conto all´altro
    Il sospetto è che la movimentazione di tutti questi soldi servisse a ottenere finanziamenti

    FRANCESCO VIVIANO
    ROMA - La "triangolazione" più sospetta sulla quale gli ispettori di Bankitalia (ma anche le Procure di Firenze e Perugia) stanno puntando la loro attenzione, è una "movimentazione" di quasi quattrocento milioni di euro che dal 2004 al 2007, è transitata sui conti della Btp (Baldassini-Tognoli-Pontelli) di Riccardo Fusi. Un flusso enorme di denaro che entrava ed usciva, anche nel giro di 24 ore, da un conto all´altro, «come il gioco delle tre carte» dicono gli inquirenti che stanno esaminando passaggio per passaggio quel movimento di centinaia di milioni di euro.
    E, naturalmente, la "centrale operativa" di questa "triangolazione" era il Credito Cooperativo Fiorentino, Agenzia di Campi Bisenzio, presieduta dal coordinatore del Pdl, Denis Verdini, pluri indagato a Firenze, Perugia e Roma nell´ambito delle inchieste sui Grandi Eventi e sulla nuova "P3". Ma l´interrogativo al quale gli ispettori di Bankitalia e gli inquirenti di Firenze e Perugia tentano di sciogliere è per quale ragione la Btp di Riccardo Fusi, attraverso il Credito Cooperativo Fiorentino (da mesi commissariato) di Denis Verdini abbia fatto fare avanti e indietro a quei quattrocento milioni di euro.
    La scoperta di questa triangolazione di centinaia di milioni di euro è stata fatta esaminando la contabilità della Btp relativa ad un grande appalto per la costruzione di un´autostrada in Sicilia, la Siracusa-Gela. Un appalto di 103 milioni di euro che la Btp si era aggiudicata insieme a due società consortili gemelle, la "Sige Rosolini" e la "Sige Noto" che facevano capo a due imprenditori siciliani, Salvatore Ferlito e Andrea Vecchio (quest´ultimo noto alle cronache perché scortato da anni per avere subito attentati per essersi rifiutato di pagare il pizzo alla mafia) che detenevano però una quota di minoranza, il 16 per cento contro l´84 per cento della Btp di Riccardo Fusi. I due imprenditori siciliani, pur facendo parte del consiglio d´amministrazione, non hanno mai avuto voce in capitolo, la Btp faceva quello che voleva e la contabilità era nota soltanto all´azienda di Riccardo Fusi ed alla banca del suo amico, il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, sulla quale andavano e tornavano quelle centinaia di milioni di euro.
    La "triangolazione" di quella ingente somma di denaro ha avuto inizio nel 2004 quando Riccardo Fusi fa aprire due conti correnti presso il Credito Cooperativo Fiorentino alle due società consortili, la Sige Noto e la Sige Rosolini. E sui conti di queste due società cominciano ad affluire somme ingentissime per "finanziamenti" da parte della Btp che vengono stornate e restituite alla Btp stessa in giornata. Insomma dalla Btp partivano bonifici per le due società minori da lei stessa controllate e da queste ritornavano indietro, pari pari. Nel periodo compreso tra il maggio 2004 ed il dicembre del 2007 la Btp di Riccardo Fusi ha "finanziato" complessivamente le "Sige" Rosolini e Noto per un importo di circa 300 milioni di euro, quasi il 300 per cento in più rispetto al valore complessivo dell´ appalto per la costruzione dell´autostrada che era di 103 milioni di euro. Non solo ma anche quando (nel 2006) i lavori per la costruzione dell´autostrada erano già conclusi, la Btp ha continuato a finanziare le sue società satelliti. Perché? Anche questo interrogativo è ancora irrisolto. Soltanto Fusi ed il Credito Cooperativo di Denis Verdini potrebbero dare una risposta. Dalle conversazioni telefoniche tra Riccardo Fusi ed il suo socio Riccardo Bartolomei che aveva potere di firma sui conti delle due società "Sige" controllate dalla Btp, c´è uno spunto di spiegazione. «Non sono mica soldi veri perché entrano e riescono, non so se mi spiego. L´importante è fare il giro» diceva il 18 giugno 2008 Riccardo Fusi al suo socio Roberto Bartolomei. «Un conto è come stanno le cose, un conto è come te le faccio vedere. L´importante è avere il finanziamento. Che problemi ci sono? S´è fatto mille volte..».
    Il sospetto degli ispettori di Bankitalia e dei magistrati di Firenze e Perugia è che Riccardo Fusi, esposto con il sistema bancario per oltre 900 milioni di euro, faceva girare quella montagna di soldi per "movimentare" i suoi conti e quelli delle sue società dove nel giro di 24 ore entravano ed uscivano centinaia di milioni di euro. E con questa sistema, grazie ai banchieri amici, soprattutto grazie al Credito Cooperativo Fiorentino di Denis Verdini, Fusi otteneva finanziamenti ed anticipi che altri imprenditori senza amici e protettori non avrebbero mai ottenuto.

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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", GIOVEDÌ, 09 SETTEMBRE 2010
    Pagina 6 - Interni

    Condanna di Fini, rivolta delle deputate del Pdl. E lei si scusa
    "Parlamentari prostituite per guadagnare un seggio sicuro" bufera contro la finiana Napoli

    ALESSANDRA LONGO
    ROMA - Ore 14,16. Sul tavolo di Gianfranco Fini arriva, come un missile, la dichiarazione di Angela Napoli, deputata del plotone di Futuro e Libertà. Il titolo dell´agenzia di stampa riassume e rende bene l´idea: «Non escludo elette dopo essersi prostituite». Balzo sulla sedia: ecco la grana, inattesa, di giornata. Il presidente della Camera dovrà risolverla di lì a poco con una nota ufficiale di censura. Chi è Angela Napoli? Una signora perbene, membro della Commissione Antimafia che, stimolata da una domanda dello scaltrissimo Klaus Davi, si è lasciata andare così: «Non escludo che senatrici e deputate siano state elette dopo essersi prostituite. Purtroppo può essere vero e questo porta alla necessità di cambiare l´attuale legge elettorale. E´ chiaro che, essendo nominati, se non si punta sulla scelta meritocratica, la donna spesso è costretta, per avere una determinata posizione in lista, anche a prostituirsi o comunque ad assecondare quelle che sono le volontà del padrone di turno».
    Intervista diffusa su Youtube, programma «Klauscondicio». E´ come mettere spontaneamente la testa sotto la ghigliottina. Dalle file del Pdl in pochi minuti si scatenano le ex colleghe di partito, già con il dente avvelenato. «Attacco squallido e infamante, questa sì che è la fogna della politica», urla Beatrice Lorenzin. Seguono le altre a ruota. Alessandra Mussolini vuol subito investire l´ufficio di presidenza della Camera; Melania Rizzoli annuncia: «Incaricherò l´avvocato Giulia Bongiorno (da notare la perfidia della scelta, ndr) di querelare la collega. Se la signora non fa nomi diffama tutto il Parlamento. E´ una donna frustrata sessualmente, influenzata dall´atmosfera della nuova casa finiana»; Daniela Santanché: «La Napoli? Certifica l´assoluto vuoto del partito di Fini»; Barbara Saltamartini: «Mi vergogno terribilmente per questo fuoco di fila volgare e meschino». E via così, fiamme sempre più forti, incendio sempre più esteso, fino a raggiungere gli stessi accampamenti finiani. Si dissociano Catia Polidori, Roberto Menia, Silvano Moffa: «Attacco inaccettabile, dichiarazione assurda».
    Elette perché si sono prostituite. Lei esclude o non esclude, chiede Davi. «Non escludo», è la risposta. Jole Santelli, vicepresidente dei deputati Pdl, si rivolge al presidente della Camera, peraltro già irritatissimo: «Deve intervenire e censurare!». Detto fatto, arriva la nota: «Ledere la dignità delle deputate con accuse generalizzate quanto teoriche, e quindi indimostrabili, non può essere consentito... mi auguro che l´onorevole Angela Napoli ammetta la gravità delle sue parole e se ne scusi». Margini zero. Angela Napoli fa marcia indietro. E´ sorpresa, amareggiata: «Trovo sorprendente quel che è successo. Parlavo della legge elettorale. Non volevo criminalizzare nessuno. E´ il velinismo che ruota intorno al premier a offendere le donne. Io ho solo risposto ad una domanda. Ci sono tante colleghe che siedono in Parlamento per merito. Comunque mi scuso».
    Finita qui? Mica tanto. Perché la faccenda riaccende i riflettori sul cortocircuito sesso e politica, rimanda al dolore concreto di Veronica Lario per «il ciarpame» che circondava il marito, ad un´altra recente uscita della finiana Barbara Contini, anche quella accolta a fischi, sull´eccedenza dei «tacchi a spillo» come strumenti di carriera. Flavia Perina, direttore del Secolo, denuncia l´ossessione «pruriginosa» del dibattito politico di questo Paese che è «il più maschilista d´Europa». Sempre riferimenti all´estetica, al sesso, sempre la ricerca dell´effetto-pollaio. «Angela è caduta per ingenuità nella trappola di Klaus Davi, che è un funambolo dell´informazione. Invito Davi ad approfondire il tema dei "prostituti", quelli, maschi, che barattano un seggio con la genuflessione al padrone di turno».
    L´editoriale di oggi sul Secolo, a firma di Annalisa Terranova, fa notare che, a prendersela, con le dichiarazioni generiche (e perciò trasversali) della Napoli sia stato solo il fronte berlusconiano. Segno che la battaglia con i finiani «ha raggiunto l´apice». «Angela ha sbagliato - dice la Terranova - è inciampata in una domanda sessista ma nella sua ingenuità ha dato voce a un legittimo sospetto. Patrizia D´Addario, candidata in una lista civica a Bari, non è un´invenzione dei finiani... Lei ha risposto in modo sbagliato ad una domanda sbagliata su un tema che però è sacrosanto».

 

 
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