Che cosa sta rischiando la Chiesa in trincea
• da Europa del 12 febbraio 2009, pag. 6
di Francesco Saverio Garofani
Attorno alla tragedia di Eluana e della sua famiglia si è svolta una danza macabra che ha travolto sentimenti, rispetto, senso di umanità. Il cinismo irresponsabile di Silvio Berlusconi ha innescato un cortocircuito che ha esteso le sue conseguenze ben oltre la delicatissima "questione istituzionale". Quella scelta, infatti, ha prodotto la definitiva degenerazione di un confronto già difficile come quello in atto sul fine vita. Così rapidamente ci siamo ritrovati schiacciati e costretti in uno schema inaccettabile: da una parte il partito della vita, dall`altra quello della morte. Tutto ciò ha provocato una reazione a catena che ci ha collocato sulla pericolosa frontiera di quel bipolarismo etico che, a parole, tutti negano ma in pratica molti finiscono per frequentare. E in questo modo tornano vecchie parole d`ordine, antichi impulsi, riflessi istintivi mai dimenticati. Si affrontano nell`arena clericali e anticlericali, armati di ragioni vecchie e nuove, conservatori-reazionari e radicallibertari, laici e laicisti, ognuno blindato nel suo armamentario di incrollabili convinzioni.
Il campo è diviso, e anche senza voler banalizzare, a me pare che in questa incomunicabilità non guadagni nessuno: da una parte vedo un`etica senza diritto (o contro il diritto e le sue istituzioni), dall`altro diritti senza uri etica. In ogni caso resta lontano l`orizzonte di uno sforzo comune per avvicinare le posizioni di fronte a problemi che pure toccano le persone e le loro esì- stenze, a prescindere dalle convinzioni morali, religiose, culturali, politiche. Ci si chiede, davanti alle scene violente, anche nei linguaggi, che nei giorni abbiamo vissuto: è davvero possibile un`etica condivisa? Credo che questa sia un obiettivo irrinunciabile, che vada perseguito ognuno per la sua responsabilità e il suo ruolo, in una ricerca che si gioca su un terreno che viene prima della politica e che, anzi, costituisce il presupposto affinché la politica possa esercitare la sua iniziativa, riconoscendo, nel contempo, il suo limite. A me pare che, in questo senso, dal mondo cattolico - e in particolare da quello cattolico democratico - siano giunti segnali di vivacità e vitalità importanti, anche per quanto riguarda lo stile di questa ricerca.
Si è cercato di leggere in profondità la modernità indagando le incognite che essa reca con se, lasciandolo spazio necessario al dubbio, valorizzando la libertà, non solo quella di coscienza, evocata troppo spesso come una sorta di alibi per coprire un irrilevanza. Nel dibattito di queste settimane che hanno accompagnato la drammatica vicenda di Eluana si sono fatte ascoltare voci autorevoli, riflessioni impegnate, originali sul rapporto tra persona, scienza, tecnica. Su come il progresso scientifico e tecnologico incidano in modo del tutto nuovo sulla vita e sulla morte. Su come il diritto possa o debba intervenire nel regolare questioni che riguardano la libertà e la dignità delle persone. Sul dovere della politica e del legislatore di trovare punti di convergenza di fronte a istanze etiche diverse, sapendo che nessuna legge, in una società aperta e culturalmente complessa, può prescindere dai necessari compromessi. Penso alle cose che hanno detto e scritto, ad esempio, Francesco Paolo Casavola, Vittorio Possenti, Giovanni Reale, Roberta De Monticelli, solo per fare alcuni nomi. Ma penso anche al lavoro faticoso - e meno appariscente e apprezzato svolto a livello parlamentare da molti esponenti di quel cattolicesimo democratico del quale alcuni preconizzavano il possibile tramonto. Delle conseguenze politiche di questo impegno e delle sue potenzialità per il Pd ha scritto bene Chiara Geloni. C`è, tuttavia, un punto di domanda che richiede un supplemento di analisi.
Ed è questo: perché questo apporto che sul piano culturale e politico vi è stato appare sostanzialmente estraneo, comunque separato, da quella che in questa vicenda è stata la posizione dominante nella Chiesa? Perché, in altri termini, ancora una volta la voce di molti laici, che pure riconoscono il valore della dottrina e a essa si ispirano, è sembrata dissonante da quella di una larga parte della gerarchia? Non c`è qui solo il tema, tutto politico, della laicità dello stato, dell`autonomia della politica, del rapporto tra mediazione e principi non negoziabili. In questo caso a me sembra che eri sia stata una diversa lettura dell`impatto che la cultura dominante della modernità ha sulla cosiddetta questione antropologica. Non voglio entrare nel merito del cosiddetto "caso Englaro", rispetto al quale conservo i miei dubbi. Tuttavia a me sembra che anche in questa occasione, così come accadde per Welby, il tema della morte - un tema profondamente cristiano - sia rimasto nascosto dietro a quello della tecnica. Contro il rischio di una deriva eutanasica, legittimamente temuta, la Chiesa ha alzato una trincea che ha usato tutti i mezzi a disposizione, a cominciare dal potere politico. Ma c`è il rischio che quella trincea si riveli fragile e persino inutile se, come penso che sia possibile, l`attacco più insidioso alla dignità della vita umana dovesse presto venire non dalla discussione sulla morte, ma dalla sua sostanziale rimozione. In fondo è già così.
L`aspirazione al prolungamento indefinito della propria esistenza è il paradigma psicologico del progressivo allungamento biologico della vita. Il sogno dell`immortalità da realizzare attraverso una scienza onnipotente può essere, per qualcuno, più vicino di un racconto di fantascienza. Vent`anni fa chi pensava alla donazione? E non è forse vero che questa generazione vive e si comporta senza pensare al futuro, o meglio: come se il futuro le appartenesse di diritto? Pensiamo agli stili di vita, allo sfruttamento delle risorse, dell`ambiente, alla decrescente propensione alla genitorialità, almeno nelle società ricche dell`Occidente. Tutto questo non ha forse a che fare con l`idea di una cultura che, puntando tutte le sue carte sulla tecnica, non si riconosce limiti? La morte è il limite. La morte è parte della vita. Penso alle recenti testimonianze di due persone che ci hanno insegnato a vivere e a morire: Pietro Scoppola e Paolo Giuntella. Penso alla speranza dei cristiani. Alla umanità che ci unisce, credenti e non credenti. Al rispetto che è dovuto a ogni vita. Sempre. Penso a quanto sarebbe importante e bello discutere, con la necessaria libertà dentro la Chiesa di tutto questo. E mi vergogno a pensare che possa essere stato un cristiano - magari in nome della vita - a scrivere su un muro "Peppino boia". Peppino, il papà di Eluana Englaro.




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