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    Predefinito Riferimento: Crocifisso, simbolo di laicità

    "La Repubblica", GIOVEDÌ, 19 FEBBRAIO 2009
    Pagina 1 - Prima Pagina

    La lettera
    L´Italia, la Chiesa e una laicità positiva

    GIANFRANCO FINI

    Caro direttore, una singolare casualità della storia ha voluto che la ricorrenza degli ottant´anni del Concordato cada proprio a venticinque anni dalla stipula della revisione del Concordato stesso. Ma, soprattutto, tali ricorrenze cadono in una fase in cui più viva che mai è la questione del rapporto fra il pensiero della Chiesa cattolica e l´azione politica, ed in cui riemergono periodici conflitti tra laici e cattolici impegnati in politica.
    Per tentare di fare il punto su tale questione, mi sia consentito trarre ispirazione da un concetto pronunciato dal Santo Padre, Giovanni Paolo II, in un momento di alto valore storico e simbolico quale il discorso tenuto nell´Aula di Montecitorio il 14 novembre di sette anni fa.




    In quel discorso colpirono, soprattutto, la sottolineatura del rispetto dovuto dalla politica alla centralità della persona umana, accompagnata dall´invito rivolto al nostro Paese ad «incrementare la sua solidarietà e coesione interna per poter meglio esprimere le sue doti caratteristiche e valorizzare la sua ineguagliabile ricchezza e varietà di culture».
    Si tratta di una bussola, fatta di entrambi i concetti, che ci deve guidare proprio in questa fase in cui fenomeni epocali quali la globalizzazione, accoppiati al mutamento della struttura stessa delle nostre società, possono mettere in dubbio quelli che debbono essere i valori fondamentali di riferimento per una società. Una società che richiede una nuova e forte "dimensione etica", oggi offuscata dalla labilità con cui spesso vengono percepiti i valori fondamentali.
    In questo quadro si colloca anche il forte incremento della presenza nella società italiana di nuovi movimenti religiosi di diversa origine culturale e geografica, resa più complessa dal fatto che manca a tutt´oggi una legge di carattere generale che garantisca la libertà religiosa, pur nel quadro del multiculturalismo e del pluralismo religioso indubbiamente in atto. Una tendenza destinata inevitabilmente a crescere, e rispetto alla quale la società italiana, per fortuna, non ha vissuto tensioni interetniche, avendo manifestato una accoglienza nei fatti positiva per le minoranze religiose, ben più di quanto abbiano saputo fare altri grandi paesi europei.
    Un fenomeno al quale la stipulazione di Intese con culti non cattolici potrebbe recare un utile contributo, sempre ovviamente nel rispetto fondamentale delle garanzie dei diritti umani di libertà e di uguaglianza.
    Mi ha colpito molto che il Presidente della laicissima Francia, Nicolas Sarkozy, nel suo discorso pronunciato a San Giovanni in Laterano nel 2007, abbia introdotto il concetto di "laicità positiva", volendo così evidenziare la fine della sostanziale indifferenza dello Stato francese nei confronti del fenomeno religioso, vissuto, oltralpe, nell´ambito di una dimensione tutta personale e privata, completamente separata da quella pubblica.
    Ebbene, quel concetto di "laicità positiva" era già ben presente nell´Accordo Craxi-Casaroli del 1984 di modifica del Concordato, con conseguente abbandono di quell´atteggiamento di "difesa" nei confronti dello Stato tipico dei Concordati tradizionali.
    Un nuovo "Concordato-quadro" a maglie larghe, che rimandava la disciplina concreta dei singoli settori a successivi accordi, o a intese attuative tra il Governo e la Conferenza episcopale italiana, sulla base della "reciproca collaborazione per la promozione dell´uomo e per il bene del Paese" (articolo 1 dell´Accordo).
    Un concetto del resto ripreso dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quando in occasione della visita di Papa Benedetto XVI al Quirinale, ha sottolineato, tra l´altro, «conosciamo e apprezziamo la dimensione sociale e pubblica del fatto religioso».
    È in questo quadro che si colloca quel riconoscimento dell´importanza delle radici ebraico-cristiane dell´identità culturale europea, in cui si sono riconosciuti sia il Governo precedente che quello attualmente in carica, indipendentemente dalle concezioni religiose ed ideali di ognuno, così come si riconoscono nell´importanza dell´azione di coesione e di sostegno svolta dalla Chiesa nella società italiana.
    Tutto questo non stride con il progressivo disvelamento di quel principio di "laicità dello Stato", sostanzialmente racchiuso, anche se non formulato con queste parole, nella Carta costituzionale.
    Una laicità non certo aggressiva nei confronti della religione, aliena da degenerazioni laiciste ed anticlericali, aperta al riconoscimento del ruolo attivo e positivo della Chiesa nella società italiana. Una laicità dello Stato che deve però tenere conto che viviamo in un Paese la cui storia è inestricabilmente intrecciata alla vicenda del Cristianesimo e della Chiesa romana, perché si possa minimamente immaginare un reciproco disinteresse.

    L´autore è presidente della Camera

  2. #22
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    Predefinito Riferimento: Crocifisso, simbolo di laicità

    "La Repubblica", GIOVEDÌ, 19 FEBBRAIO 2009
    Pagina 18 - Cronaca

    Terni, non voleva insegnare sotto un simbolo religioso. Rischia un mese di allontanamento
    Prof toglie il crocifisso dalla classe; gli studenti lo denunciano: sospeso.

    SALVO INTRAVAIA
    TERNI - Staccare il crocifisso dal muro durante la lezione può costare un mese di sospensione dal servizio. È questa la sanzione disciplinare cui potrebbe andare incontro Franco Coppoli, insegnante di Italiano e Storia all´istituto superiore Casagrande di Terni. La vicenda inizia lo scorso mese di settembre, quando Coppoli si trasferisce da Bologna a Terni.
    Il docente, «rivendicando la libertà di non fare lezione sotto un simbolo di una specifica confessione religiosa appeso dietro la cattedra, invocando la libertà di insegnamento, la libertà religiosa e la laicità dello Stato e della scuola pubblica previste dagli articoli costituzionali», decide di staccare il crocifisso dalla parete durante le sue lezioni.
    All´inizio la cosa non sembra creare problemi, ma dopo qualche settimana gli studenti si riuniscono in assemblea e "a maggioranza", ci tiene a sottolineare Coppoli, decidono che nelle classi il simbolo religioso va alla parete e denunciano l´episodio.
    Ma il professore non si arrende e, durante le lezioni di Italiano, continua a staccare dal muro il crocifisso per riappenderlo prima di uscire dalla classe. A questo punto interviene il preside, Giuseppe Metastasio, che intima al professore di non rimuovere il crocifisso. E di fronte all´ennesimo rifiuto lo denuncia al Consiglio nazionale della pubblica istruzione (Cnpi), che lo ha ascoltato lo scorso 11 febbraio, proponendo la sospensione dal servizio, e dallo stipendio per un mese.
    La patata bollente passa ora nelle mani del direttore dell´Ufficio scolastico regionale dell´Umbria, Nicola Rossi, che dovrà irrogare l´eventuale sanzione. «È un fatto gravissimo – commenta Piero Bernocchi, dei Cobas della scuola che hanno difeso il docente – Il Cnpi – continua Bernocchi – si è dimostrato più reazionario della magistratura che ha recentemente assolto il giudice che si rifiutò di fare udienza col crocifisso in aula».

  3. #23
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    Predefinito Riferimento: Crocifisso, simbolo di laicità

    Ora don Gelmini accusa il Vaticano; certi cardinali sembrano dei cuculi
    • da Italia Oggi del 20 febbraio 2009, pag. 6

    di Andrea Bevilacqua

    In Vaticano la grana don Pierino Gelmini non è stata ancora disinnescata. L`ultima, infatti, viene proprio da Amelia dove don Gelimini risiede. Dalla sua abitazione don Gelmini ha accusato pesantemente il Vaticano in questo modo: «Il Vaticano - ha detto testuale - ha perso la fede, segue regole rigide di potere». E ancora: Al cristianesimo è la religione del sì, non del divieto. Certi cardinali facciano un passo indietro, sembrano dei cuculi». E la prima volta che don Gelmini parla dopo che è stato ridotto allo stato laicale a seguito dello scandalo dei presunti abusi sessuali su ospiti delle sue comunità di recupero. Sul sito religioso Pontifex, il «J`accuse» contro la Santa Sede è durissimo. La Santa Sede, dice, «non sa perdonare». E ancora: «In Vaticano non hanno più la fede e trasformano il cristianesimo in una cosa burocratica. Troppi documenti confusi e poche idee». Don Gelmini ha raccontato anche le sue giornate ad Amelia: «Quando la sera mi addormento - dice - benedico il Nord, il Sud, l`Est e l`Ovest pensando ai miei figli che soffrono». E poi il racconto dei compleanni festeggiati in convention via satellite con leader politici e cardinali, una fiction Mediaset in lavorazione sull`«eroica epopea del prete anti-droga», il Mulino Silla trasformato da rudere nella campagna di Amelia in sfavillante «città della speranza», casa madre di una multinazionale della speranza che nei cinque continenti assiste emarginati e accumula crediti nei palazzi del potere civile ed ecclesiastico, il seggio all`Onu come ong. «Abbiamo trovato dice - una casa distrutta e da qui abbiamo iniziato. Eravamo talmente poveri che mangiavamo pane, mortadella e una mela». Tra i mille impegni, don Pierino, «prete non per caso», si è pure conquistato i galloni di cappellano e guida spirituale della Casa della libertà. Del resto chiama tutti «figli»: Silvio Berlusconi che gli dona pubblicamente 5 milioni di euro, i profughi del Sud-est asiatico soccorsi per lo tsunami e Alfredo il primo ragazzo incontrato per caso a piazza Navona nel 1963 e strappato alla droga: «Non voleva soldi, ma una prospettiva». Da allora don Pierino ha rinunciato «alla carriera in Vaticano per imbarcarmi in una corriera piena di balordi». Adesso ad ogni festa della comunità si affollano decine di ministri e parlamentari, arcivescovi, personaggi dello spettacolo, vip di curia come il vicario papale Angelo Comastri e il cardinale Jorge Mejia. «Grazie Gianfranco per la legge anti-droga! Affido a voi di An il compito di difendere i principi cristiani», disse a Fini alla conferenza programmatica, davanti alla platea di partito in piedi ad applaudirlo. «Sono con voi - spiegò -, non potevo essere altrove. Credo negli ideali che difendete». Poi lanciò la crociata contro le unioni di fatto: «Esiste un solo matrimonio, sacro ed inviolabile. Difendetelo!». Quando due anni fa il premier Berlusconi, accompagnato dai ministri Buttiglione, Lunardi e Gasparri, varcò la soglia dell`auditorium Incontro, don Pierino lo fece accogliere da un sacrale «Alleluja» cantato a tremila voci. Eppure, in pieno Giubileo, aveva bacchettato i «ragazzi» per l`accordo diabolico tra il Polo e l`antiproibizionista Pannella: «Casini, Buttiglione, guardatemi in faccia: ci tradite per un piatto di lenticchie?», tuonò don Pierino. Ci fu bisogno di un «vis-à-vis» chiarificatore con «il buon cristiano Silvio» per esorcizzare l`avvicinamento. Questo è don Gelmini, prete anti-droga che su Pontifex ha voluto condurre la sua ultima battaglia, quella contro il Vaticano.

  4. #24
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    Predefinito Riferimento: Crocifisso, simbolo di laicità

    "La Stampa", 23 Febbraio 2009, pag. 10

    Il Papa: “Pregate per me, non lasciatemi solo”

    Un crescendo di critiche, anche nella Chiesa
    il caso


    GIACOMO GALEAZZI
    CITTA’ DEL VATICANO


    Benedetto XVI denuncia «smarrimento e tempeste» all’interno della Chiesa, riafferma il primato del Papa (il cui ruolo «è stato ribadito dal Concilio») e invita i fedeli a pregare per lui. Un accorato richiamo all’ordine proprio nel giorno in cui, dopo il quotidiano britannico «Financial Times», anche il conservatore «Sunday Times» spara sul Palazzo Apostolico. Le scelte prese troppo «in solitudine» e lo stile «regale e distaccato» di un Pontefice quasi «invisibile» starebbero irritando anche chi dovrebbe essergli più vicino e in particolare alcuni cardinali. In prima pagina la corrispondenza dalla Città del Vaticano descrive una Curia allo sbando (sotto assedio per le critiche dagli episcopati francese, austriaco, tedesco, svedese, svizzero, inglese) e registra forti malumori tra i porporati, incluso il ministro dei Vescovi, Giovanni Battista Re, «costretto ad una decisione affrettata» sulla revoca della scomunica ai lefebvriani». La routine giornaliera del Papa viene messa sotto accusa «per una serie di passi falsi che hanno provocato una rara manifestazione di dissenso da parte di cardinali esasperati». Insomma un’impietosa raffigurazione di «un Pontefice che sta guidando la Chiesa e i suoi 1,2 miliardi di fedeli come un monarca, separato dal mondo che sta fuori dalla finestre del suo palazzo, aiutato solo da consiglieri leali ma inetti». Perciò, «la gente si sente disorientata e la sensazione condivisa da tradizionalisti e riformisti è che al timone non ci sia nessuno».
    E mentre la Santa Sede apre un’indagine sugli stili di vita delle 59 mila suore americane («quelle impegnate nell’apostolato, non le religiose di clausura») e una delegazione pontificia visiterà oltre 400 conventi, Benedetto XVI è tornato sull’attuale situazione ecclesiale. Appena tre giorni fa il Papa si era lamentato delle «polemiche distruttive e l’arroganza intellettuale» che affliggono la Chiesa, e ieri, all’Angelus, ha riaffermato con forza il «primato di Pietro» invitando i fedeli a non cedere ai «turbamenti e alle tempeste», e a mantenersi «fedeli all’unità», «nell’amore reciproco». Da piazza San Pietro è partito un richiamo per l’intera Chiesa cattolica affinché «ciò che è particolare, non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva». E vegliare perché ciò avvenga tocca al Papa. Un «alto compito» nel quale Joseph Ratzinger chiede di essere «accompagnato» dalle preghiere dei fedeli.
    Lo «schiaffo» del «Sunday Times» è l’ultimo di una lunga serie di attacchi. Il caso Williamson, il vescovo negazionista graziato dal Pontefice, ha scatenato una bufera internazionale, con le proteste del Gran rabbinato di Gerusalemme e del governo israeliano, la richiesta di chiarimenti (senza precedenti) del cancelliere tedesco Angela Merkel, l’appello al Pontefice di 50 membri cattolici del Congresso Usa, le critiche del presidente francese Sarkozy («E’ inammissibile, increscioso e choccante che nel XXI secolo si possa negare la Shoah»). Fino alla nota della Segreteria di Stato che ha imposto a Williamson di ritrattare le sue dichiarazioni negazioniste sulla Shoah «per essere ammesso a funzioni episcopali nella Chiesa». Due settimane fa anche il «Financial Times» ha preso di mira Benedetto XVI definendolo «un rottweiler di Dio maltrattato» e descrivendolo come «un Papa timido e isolato, sepolto dalle sue letture e scritture, vulnerabile alle manipolazioni». Un Papa che «potenzialmente può essere intimorito» e che «per sua stessa ammissione, non presta mai attenzione alle critiche». Intanto la sollevazione della Conferenza episcopale austriaca ha costretto il Vaticano a rimangiarsi la nomina a Linz dell’ultraconservatore Wagner, secondo cui i gay «vanno guariti», l’uragano Katrina è stato il «castigo di Dio per le cliniche abortiste di New Orleans» e i libri di Harry Potter sono «satanisti e occultisti».
    Un quadro allarmante dovuto alla «percezione generale» di questo pontificato più che alle singole decisioni di Benedetto XVI, secondo Francesco Margiotta Broglio, studioso di relazioni tra Stato e Chiesa. «L’odierno governo della Chiesa difetta nel far comprendere il proprio operato all’esterno dei sacri palazzi», osserva Margiotta Broglio. E per risalire a un pontificato così sotto scacco, occorre risalire «alle durissime campagne giornalistiche del ’49 contro Pio XII per la scomunica dei comunisti, i comitati civici e le reazioni alle difficili scelte politiche del Papa durante la guerra fredda». I mass media anglosassoni, aggiunge Margiotta Broglio, «sono tradizionalmente severi con il capo della Chiesa cattolica» e «neppure Paolo VI aveva doti comunicative». Karol Wojtyla, invece, «era un grande comunicatore e curargli l’ufficio stampa era un gioco da ragazzi» perché «anche quando diceva cose discutibili lo faceva sempre nel modo giusto e otteneva unanime consenso». Però «la preparazione e il livello di Ratzinger sono indiscutibili».

    www.lastampa.it/galeazzi

  5. #25
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    Predefinito Riferimento: Crocifisso, simbolo di laicità

    "La Stampa", 23 Febbraio 2009, pag. 29

    BENEDETTO, LA PREGHIERA E L’OBBEDIENZA
    Filippo Di Giacomo

    Il Papa ha paura? Ieri all’Angelus, spiegando il significato teologico della festa della cattedra di san Pietro, Benedetto XVI ha ricordato il peso supplementare che tale incarico comporta. Dalla sua cattedra, ha detto il Pontefice citando il Concilio, il successore del principe degli apostoli «presiede alla comunione universale della carità, tutela le varietà legittime, e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva». Nella sua breve catechesi, Benedetto XVI ha armonizzato i temi della domenica e della festa della cattedra con quelli dell’imminente quaresima che, come da tradizione, il vescovo di Roma aprirà con la cerimonia delle ceneri a Santa Sabina mercoledì prossimo. Nel cristianesimo, la quaresima permette al cristiano di disporsi, attraverso un cammino di conversione e di purificazione, a vivere in pienezza il mistero della risurrezione di Cristo nella Pasqua. In tale spirito, prima della preghiera domenicale, Benedetto XVI ha rivolto ai fedeli un’esortazione molto cara all’ascesi cristiana, soprattutto durante i tempi forti dell’anno liturgico: «Questa festa mi offre l’occasione per chiedervi di accompagnarmi con le vostre preghiere».
    Un cristiano che invita a pregare per lui, non è un vile. Se poi fa il papa è un battezzato da annoverare tra i miti e gli umili di cuore. Tutti ricordiamo la domanda con la quale Hannah Arendt si chiese, ai tempi di Giovanni XXIII, come fosse possibile che un conclave scegliesse come papa un cristiano. Se ricordassimo la sua risposta, sapremmo anche come e perché l’evento si sia ripetuto a ogni sede vacante. Paolo VI, il mercoledì delle ceneri del 1978, sempre a Santa Sabina, interruppe la sua omelia e improvvisando disse: «Ve lo chiedo per favore, vogliate bene al papa, pregate per lui». L’episodio viene ricordato solo da chi vuole vederlo come quel papa-Amleto che Montini invece non fu. Allora, se contestualizzati nel loro humus socio-religioso, i tentennamenti che in questi giorni vengono attribuiti a Benedetto XVI riguardano solo casi irrisolti, vecchi di decenni, sui quali il pontefice tenta di ottenere obbedienza con paziente educazione.
    Le nomine vescovili del Nord-Europa, soprattutto quelle in Svizzera, Germania e Austria, sono state rette per secoli da norme dettate da antichi concordati, tutti rivisti alla luce del codice di diritto canonico in vigore ormai da 26 anni. Non è certo un problema del Papa se i governi ne hanno già preso atto mentre i capitoli delle cattedrali di lingua tedesca e francese non riescono ad abbandonare quel complesso antiromano che innervosiva persino un teologo progressista come Yves Congar. La visita canonica che Benedetto XVI ha fatto espletare nei seminari americani, per problemi che alla stampa cattolica anglosassone di questi giorni non piace ricordare, esistevano da decenni e a questo papa si deve la responsabilità di aver voltato una pagina che in tanti, e a lungo, non hanno neanche voluto toccare.
    Nella discrezione più assoluta di simili fatti, per chi osserva bene, la Chiesa di oggi ne ha compiuti tanti. ll Papa a maggio andrà in Israele, un paese dove per giovani israeliani in vena di youtubizzare, lo sputo in faccia all’ecclesiastico di ogni rito è uno dei passatempi preferiti. «La visita del Papa è un atto di coraggio», si è limitato a commentare, da Gerusalemme, il nunzio apostolico dopo che il premier Olmert ne aveva dato l’annuncio ufficiale. Anche a Istanbul e a New York, a Sidney e a Parigi, erano in molti a pensare che un papa dialogante fosse necessariamente un papa debole. E così, invece, non è stato. Sabato scorso, Benedetto XVI ha improvvisato un altro discorso nella cappella del seminario romano. Commentava la lettera di Paolo ai Galati, il passo dove l’apostolo «accenna così alle polemiche che nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l’umiltà viene sostituita dall’arroganza di essere migliori degli altri». Forse anche in Italia, per togliere tra i fedeli e i loro pastori, Papa e vescovi compresi, l’inutile intralcio degli intellettualismi che affligge coloro che soffrono e che stentano a ritrovare l’abbraccio della Chiesa, basterebbe qualcuno che avesse il coraggio di dire loro: «Fratelli, la ricreazione è finita».

  6. #26
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    Predefinito Riferimento: Crocifisso, simbolo di laicità

    La Chiesa. O no?
    • da Il Foglio del 25 febbraio 2009, pag. 2

    di Maurizio Crippa

    Il film già visto, sequenza per sequenza, inquadratura per inquadratura, di come il giornalista collettivo, più ancora che il pensiero corrente, vede e racconta la chiesa: coupe de théàtre, dialoghi strappalacrime e trucchetti (un po` vili) di regia inclusi. Trecentosessanta e passa pagine, se si vuole scrivere un pamphlet polemico e preconcetto (Marco Politi, "La Chiesa del no", Mondadori, 365 pp.,19 euro), sono davvero un po` troppe: rischiano di risultare indigeste anche per i più volenterosi. Soprattutto se non ci si imbatte mai nella sorpresa di un contraddittorio, di un punto di vista diverso da quello del narratore e della blindatissima lista di testimoni. Dal vaticanista di Repubblica, un po’ di laicissimo gusto in più per il dibattito si poteva sperarlo. Marco Politi però non si spaventa davanti a niente. Fa un libro che ha per sottotitolo "Indagine sugli italiani e la libertà di coscienza". Buon tema, poteva essere un`inchiesta stimolante. Invece l`autorevole vaticanista, che ben conosce la materia e i protagonisti e potrebbe cavarne il succo di un dibattito reale e sottile, enuncia pigramente la sua tesi già nell`introduzione balneare, datata da Creta: "Gli italiani chiedono testimonianza, non comandi dal pulpito... la verità è che la chiesa ha paura di una società in cui è esplosa la soggettività di massa" e parte per un percorso che a suo modo si pretende edificante, epperò falsato. L`aborto? Raccontato attraverso la minacciosa epopea della moratoria e la demonizzazione delle posizioni pro fife. La deriva eugenetica, le politiche abortiste mondiali? Un dibattito nemmeno preso in considerazione. Le coppie gay? L`autorevole punto di vista è affidato a una chiacchierata con Lino Banfi, promosso sul campo a cattolico del dissenso per aver interpretato un telefilm che non era piaciuto alla Cei. Eutanasia, testamento biologico? La parola è al caso Welby, a Ignazio Marino (fra i più citati). Fede e omosessualità? Li spiega il sacerdote di Pinerolo che le coppie omosessuali le sposa in chiesa. Inseminazione artificiale? Ecco pronto il caso limite, la storia drammatica cui ovviamente fanno da contraltare i dettami di una chiesa sorda e dura. Col contorno di bravi cattolici che però "non vado in chiesa perché i dogmi e i riti mi dicono poco. Però rifletto molto sugli eventi". Un canovaccio troppo facile, senza contraddittorio, in cui spuntano pure reperti archeologici come Giovanni Franzoni, ma non una voce felice di concordare con i suoi pastori. Il gioco continua anche quando Politi passa ad affrontare tematiche più generali, come l`atteggiamento dell`episcopato italiano verso la politica o la sua stessa organizzazione interna. La voce guida, in questo caso, diventa quella di monsignor Alessandro Plotti, arcivescovo emerito di Pisa e a lungo vicepresidente della Cei, ma anche uomo di chiesa che evangelicamente a Politi confessa che "mi fa veramente rivoltare lo stomaco" il fatto che sul caso della Sapienza ci siano stati dei laici scesi in campo per difendere il Papa: "Non mi fido e ho la sensazione che sia dietro un disegno di potere". Ossessione neocon e omissione Montini Il "disegno di potere", il "cristianesimo come religione civile dell`occidente", è ovviamente quello dei "teocon" e degli "atei devoti", in combutta con le forze più oscure di una chiesa impaurita. Una vera ossessione per Politi, che invece avrebbe potuto affrontare con qualche sfaccettatura e qualche laico dubbio in più il gran tema del rapporto tra la fede e la ragione secolare. Ma invece che un problema culturale, "i teocon" sono per Politi quasi un tic linguistico, al pari di altri tic del linguaggio giornalistico corrivo, per cui è tutto una chiesa che "cannoneggia" "attacca", "bolla", pronuncia diktat. Poteva discutere di parecchi argomenti che pure sono presenti e spinosi nel travagliato momento della chiesa italiana (di quella, in realtà, ci si limita a parlare: ed è già questo un limite prospettico). Ad esempi del "grande freddo" (Garelli) che ha gelato il laicato in era ruiniana. O della dialettica tra continuità e cambiamento presente nel passaggio tra l`attuale pontificato e il precedente. Invece Politi si limita a riproiettare la fiction del "blocco conservatore" che ha eletto Benedetto XVI e della progressiva involuzione del teologo sottile in arcigno pastore tedesco. E` bizzarro che, in un libro intitolato alla coscienza e per due terzi dedicato a temi bioetici, Paolo VI sia citato solo per fargli dire che "dobbiamo avere una grande simpatia per il mondo", ma che l"`Humanae Vitae" non compaia mai se non nell`appendice, in cui Politi riporta la sua lunga conversazione con il cardinal Ratzinger del 2004. E in cui è proprio il Custode della fede a spiegare a Politi la centralità di quell`enciclica rispetto alla "rivoluzione antropologica di grandissime dimensioni" avvenuta attorno alla pillola contraccettiva, e quanto Papa Montini avesse "indicato un problema di grandissima attualità". Presa da dove la inizia Ratzinger - ma a pagina 333 del libro - tutta l`indagine sul presunto irrigidimento e arretramento della chiesa sul tema della libertà di coscienza sarebbe stata molto, molto più interessante.

  7. #27
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    "La Stampa", 25 Febbraio 2009, pag. 11

    Intervista ad Hans Küng
    “Questa Chiesa diventerà una setta”


    Il teologo tedesco attacca il Papa: “Ha tradito lo spirito del Concilio”

    N. BOURCIER, S. LE BARS
    TUBINGA



    Alto e magro, con il volto glabro e il ciuffo ribelle, Hans Küng, considerato il massimo teologo cattolico dissidente vivente, riceve nel suo studio di Tubinga dai muri tappezzati di libri, dove i suoi - tradotti in tutte le lingue - occupano il posto d’onore.
    Professore, come giudica la decisione del Papa di togliere la scomunica ai quattro vescovi integralisti di monsignor Lefebvre, uno dei quali, Richard Williamson, è un negazionista?
    «Non ne sono rimasto sorpreso. Già nel 1977, in una intervista a un giornale italiano, Monsignor Lefebvre diceva che “alcuni cardinali sostengono il mio corso” e che “il nuovo cardinal Ratzinger ha promesso si intervenire presso il Papa per trovare una soluzione”. Questo dimostra che la questione non è né un problema nuovo né una sorpresa. Benedetto XVI ha sempre parlato molto con queste persone. Oggi toglie loro la scomunica, perché ritiene che sia il momento giusto per farlo. Ha pensato di poter trovare una formula per reintegrare gli scismatici i quali, pur conservando le loro convinzioni personali, avrebbero potuto dare l’impressione di essere d’accordo con il concilio Vaticano II. Si è proprio sbagliato».
    Come spiega il fatto che il Papa non abbia misurato la dimensione della protesta che la sua decisione avrebbe suscitato, anche al di là dei discorsi negazionisti di Richard Williamson?
    «La revoca delle scomuniche non è stato un errore di comunicazione o di tattica, ma un errore del governo del Vaticano. Anche se il Papa non era a conoscenza dei discorsi negazionisti di monsignor Williamson e lui personalmente non è antisemita, tutti sanno che quei quattro vescovi lo sono. In questa faccenda il problema fondamentale è l’opposizione al Vaticano II, in particolare il rifiuto di un rapporto nuovo con l’ebraismo. Un Papa tedesco avrebbe dovuto considerare centrale questo punto e mostrarsi senza ambiguità nei confronti dell’Olocausto. Invece non ha valutato bene il pericolo. Contrariamente alla cancelliera Merkel, che ha prontamente reagito.
    Benedetto XVI è sempre vissuto in un ambiente ecclesiastico. Ha viaggiato molto poco. E’ sempre rimasto chiuso in Vaticano - che è assai simile al Cremlino d’un tempo -, dove è al riparo dalle critiche. All’improvviso, non è stato capace di capire l’impatto nel mondo di una decisione del genere. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che potrebbe essere un contropotere, era un suo subordinato alla Congregazione per la dottrina della fede; è un uomo di dottrina, completamente sottomesso a Benedetto XVI. Ci troviamo di fronte a un problema di struttura. Non c’è nessun elemento democratico in questo sistema, nessuna correzione. Il Papa è stato eletto dai conservatori e oggi è lui che nomina i conservatori».
    In che misura si può dire che il Papa è ancora fedele agli insegnamenti del Vaticano II?
    «A modo suo è fedele al Concilio. Insiste sempre, come Giovanni Paolo II, sulla continuità con la “tradizione”. Per lui questa tradizione risale al periodo medioevale ed ellenistico. Soprattutto non vuole ammettere che il Vaticano II ha provocato una rottura, ad esempio sul riconoscimento della libertà religiosa, combattuta da tutti i papi vissuti prima del Concilio». L’idea di fondo di Benedetto XVI è che il Concilio vada accolto, ma anche interpretato: forse non al modo dei lefebvriani, ma in ogni caso nel rispetto della tradizione e in modo restrittivo. Per esempio è sempre stato critico sulla liturgia. E ha una posizione ambigua sui testi del Concilio, perché non si trova a suo agio con la modernità e la riforma, mentre il Vaticano II ha rappresentato l’integrazione nella Chiesa cattolica del paradigma della riforma e della modernità. Monsignor Lefebvre non l’ha mai accettato, e nemmeno i suoi amici in Curia. Sotto questo aspetto Benedetto XVI ha una certa simpatia per monsignor Lefebvre. D’altra parte trovo scandaloso che, per i 50 anni dal lancio del Concilio da parte di Giovanni XXIV, nel gennaio 1959, il Papa non abbia fatto l’elogio del suo predecessore, ma abbia scelto di togliere la scomunica a persone che si erano opposte a questo concilio».
    Che Chiesa lascerà questo Papa ai suoi successori?
    «Penso che difenda l’idea del “piccolo gregge”. È un po’ la linea degli integralisti: pochi fedeli e una Chiesa elitaria, formata da “veri” cattolici. È un’illusione pensare che si possa continuare così, senza preti né vocazioni. Questa evoluzione è chiaramente una restaurazione, che si manifesta nella liturgia, ma anche in atti e gesti, come dire ai protestanti che la Chiesa cattolica è l’unica vera Chiesa».
    La Chiesa cattolica è in pericolo?
    «La Chiesa rischia di diventare una setta. Molti cattolici non si aspettano più niente da questo Papa. È molto doloroso».
    Lei ha scritto: «Com’è possibile che un teorico dotato, amabile e aperto come Joseph Ratzinger abbia potuto cambiare fino a questo punto e diventare il Grande Inquisitore romano?». Allora, com’è possibile?
    «Penso che lo choc dei movimenti di protesta del 1968 abbia resuscitato il suo passato. Ratzinger era un conservatore. Durante il Concilio si è aperto, anche se era già scettico. Con il ‘68, è tornato a posizioni molto conservatrici, che ha mantenuto fino a oggi».
    Lei pensa che possa ancora correggere questa evoluzione?
    «Quando mi ha ricevuto, nel 2005, ha fatto un atto coraggioso e io ho veramente creduto che avrebbe trovato la via per le riforme, anche se lente. In quattro anni, invece, ha dimostrato il contrario. Oggi mi chiedo se sia capace di fare qualcosa di coraggioso. Tanto per cominciare, dovrebbe riconoscere che la Chiesa cattolica attraversa una crisi profonda. Poi potrebbe fare un gesto verso i divorziati e dire che, a certe condizioni, possono essere ammessi alla comunione. Potrebbe correggere l’enciclica Humanae vitae, che nel 1968 ha condannato tutte le forme di contraccezione, dicendo che in certi casi l’uso della pillola è possibile. Potrebbe correggere la sua teologia, che data dal Concilio di Nizza (325). Potrebbe dire: “Abolisco la legge del celibato”. È molto più potente del Presidente degli Stati Uniti! Non deve rendere conto a una Corte Suprema! Potrebbe anche convocare un nuovo Concilio».
    Un Vaticano III?
    «Permetterebbe di regolare alcune questioni rimaste in sospeso, come il celibato dei preti e la limitazione delle nascite. Si dovrebbe prevedere un modo nuovo per eleggere i vescovi, che contempli il coinvolgimento anche del popolo. L’attuale crisi ha suscitato un movimento di resistenza. Molti fedeli si rifiutano di tornare al vecchio sistema. Anche alcuni vescovi sono stati costretti a criticare la politica del Vaticano. La gerarchia non può ignorarlo».
    La sua riabilitazione potrebbe far parte di questi gesti forti?
    «In ogni caso sarebbe un gesto ben più facile del reintegro degli scismatici! Ma non credo che lo farà, perché Benedetto XVI si sente più vicino agli integralisti che alle persone come me, che hanno lavorato al Concilio e l’hanno accettato».


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    Predefinito Riferimento: Crocifisso, simbolo di laicità

    "La Repubblica", MERCOLEDÌ, 25 FEBBRAIO 2009
    Pagina 1 - Prima Pagina

    Le idee
    Cattolici, pensiamo a un Concilio Vaticano III

    VITO MANCUSO

    Sono passati cinquant´anni dal primo annuncio del Vaticano II da parte di papa Giovanni e nella Chiesa si discute ancora sul significato di quell´evento. Io ritengo che il problema oggi in realtà non sia tanto il Vaticano II quanto piuttosto il Vaticano III, e per illustrare la mia tesi inizio con un riferimento alla politica italiana. In essa una serie di circostanze ha fatto sì che coloro che amano definirsi progressisti si ritrovino ad avere come principale bandiera la difesa del passato, nella fattispecie la Costituzione del 1947.
    Io sono fermamente convinto della necessità di essere fedeli ai valori della Costituzione e ho qualche sospetto su certe dichiarazioni in suo sfavore (poi quasi sempre ritrattate), ma non posso fare a meno di notare che il messaggio complessivo dei progressisti che giunge al paese sia per lo più rivolto al passato, mentre quello dei non progressisti sia paradossalmente più carico di progresso, di desiderio di innovare e di cambiare (che, vista la diffusa insoddisfazione rispetto al presente, è quanto tutti desiderano). Per evitare che la stessa cosa avvenga nella Chiesa trasformando i progressisti in antiquati lodatori di un tempo che fu e in risentiti critici del presente (pericolo più che concreto), a mio avviso è necessario iniziare a coltivare nella mente l´idea di un Vaticano III, applicando lo spirito del Vaticano II a ciò che di più urgente c´è nel nostro tempo, cioè la comprensione della natura e della vita umana in essa. La svolta positiva che il Vaticano II ha introdotto nel rapporto tra cattolici e storia, deve essere estesa al rapporto con la natura.




    Una volta fatto ciò, avverrà che, come oggi i cattolici sono tra i più equilibrati nell´interpretare le questioni economiche e sociali, e tra i pochi ad avere una coscienza profetica di fronte alla forza militare, lo stesso equilibrio apparirà sulle questioni bioetiche. Si tratta solo di estendere alla natura il medesimo principio di laicità applicato alla storia dal Vaticano II. Il criterio è quello indicato dal Concilio nel punto 7 della dichiarazione Dignitatis humanae: «Nella società va rispettata la consuetudine di una completa libertà, secondo la quale all´uomo va riconosciuta la libertà più ampia possibile, e non deve essere limitata se non quando e in quanto è necessario». Se questa libertà, come insegna il Concilio, deve essere garantita agli uomini nel rapporto con Dio (che è il bene più prezioso che c´è), è evidente che una sana teologia non può non estenderla anche alla deliberazione degli uomini sulla propria vita naturale mediante il principio di autodeterminazione. È questo passaggio che la dottrina della Chiesa, in fedeltà a se stessa, è chiamata a esplicitare.
    Tra gli storici cattolici (eminenti prelati compresi) fervono in verità le discussioni sul Vaticano II, se abbia costituito davvero una svolta rispetto al magistero precedente (un po´ come la Costituzione repubblicana rispetto allo Statuto albertino) oppure se sia stato una semplice e naturale opera di riforma come altre. C´è più discontinuità, o c´è più continuità tra il Vaticano II e i pontefici preconciliari? A mio avviso non ci possono essere dubbi che il Vaticano II abbia costituito una svolta, anche abbastanza radicale, rispetto al magistero precedente. Riporto due episodi emblematici. Nel 1832 Gregorio XVI scomunica Lamennais per aver sostenuto la libertà di coscienza in materia religiosa, definita dal pontefice "delirio"; nel 1965 il Vaticano II approva quel delirio con la dichiarazione Dignitatis humanae. Nel 1950 Pio XII condanna la theologie nouvelle allontanandone dalla cattedra i principali esponenti tra cui il gesuita Henri de Lubac, il quale, una volta eletto papa Giovanni, torna in cattedra, partecipa al Vaticano II, riceve lettere autografe da Paolo VI e nel 1983 viene nominato cardinale da Giovanni Paolo II. Se già da questi due fatti è difficile negare in buona fede che qualcosa sia radicalmente mutato ante e post Vaticano II, la discontinuità appare in tutta la sua limpida chiarezza quando si passa ai seguenti elementi contenutistici: 1) la lettura della Bibbia, prima scoraggiata, viene promossa a tutti i livelli, e scompare ogni diffidenza nell´utilizzo del metodo storico-critico negli studi biblici; 2) in liturgia si passa dal latino alle lingue nazionali, si sposta l´altare verso l´assemblea, si restaura l´anno liturgico; 3) da una concezione clericale della Chiesa si passa a una valorizzazione del sacerdozio universale dei fedeli; 4) i cristiani delle confessioni non cattoliche passano da scismatici ed eretici a "fratelli separati", mentre Paolo VI e Atenagora patriarca di Costantinopoli si tolgono le reciproche scomuniche; 5) si rivede il rapporto con gli ebrei, togliendo il "perfidi giudei" dalle preghiere del venerdì santo e non considerandoli più popolo "deicida"; 6) le altre religioni non sono più pensate come idolatrie, ma come vie di avvicinamento al mistero divino e portatrici di salvezza; 7) il mondo moderno non viene più condannato in blocco per ciò che di nuovo produce, in particolare le libertà democratiche, ma si passa a un atteggiamento di ascolto e cordialità.
    Per quest´ultimo punto è sufficiente mettere a confronto anche solo due righe del celebre Syllabus di Pio IX del 1864 con il documento conclusivo del Vaticano II Gaudium et spes per rendersi conto che c´è una differenza molto maggiore dei 101 anni che li separano nel tempo. Pio IX parla di «scellerate trame degli empi, che, come flutti di mare tempestoso, spumano le proprie turpitudini», il Vaticano II invece di «scrutare i segni dei tempi per conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo». A che cosa è dovuta la notevole differenza? Al mondo, alla diversa idea del rapporto tra cristiani e mondo. Col Vaticano II il mondo, da avversario con cui lottare, è entrato a far parte della coscienza che il cristiano ha di sé e della propria fede. Il che ha comportato che alcuni concetti, prima condannati, siano poi diventati positivo insegnamento dei papi. Oltre alla libertà religiosa si possono ricordare le libertà democratiche, la salvezza universale, la separazione Chiesa-Stato, la libertà di stampa. Con il Vaticano II finisce l´epoca della Controriforma, cioè della Chiesa che è contro: contro le altre chiese cristiane, contro le altre religioni, contro il mondo civile. In questo senso io concordo pienamente con coloro che colgono la principale novità del Vaticano II non tanto in un insegnamento positivo quanto in un atteggiamento spirituale e parlano di "spirito del Vaticano II". Tale spirito consiste in un rinnovato rapporto della Chiesa col mondo, nel senso che nel leggere la storia del mondo è subentrata la categoria di laicità, giungendo così a riconoscere l´autonomia della storia, della politica, della ricerca scientifica, della società civile. La mano di Dio non è più pensata come direttamente coinvolta nella storia, la quale ha una sua autonomia e deve essere lasciata libera di autodeterminarsi: è da questa nuova teologia che è scaturita una relazione più serena e più amichevole col mondo.
    Se ai nostri giorni la Chiesa sembra talora tornata quella della Contro-riforma (non a torto Marco Politi intitola il suo nuovo libro La Chiesa del no), questo lo si deve in gran parte a un´antiquata teologia della natura che ancora governa la dottrina, incapace di assumere il principio di laicità introdotto dal Vaticano II a proposito della storia. Come il Syllabus di Pio IX non coglieva la necessità di una nuova teologia della storia, così i documenti del magistero odierno non colgono la necessità di una nuova teologia della natura, e conseguentemente della vita e della morte degli uomini. Questo sarà il compito del Vaticano III, che ogni cattolico responsabile deve iniziare a preparare dentro di sé, nella preghiera e nell´esercizio vigile dell´intelligenza. Lo Spirito è sempre al lavoro.

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    Predefinito Riferimento: Crocifisso, simbolo di laicità

    Sulla "Chiesa del no" un pamphlet che innalza steccati
    • da Avvenire del 26 febbraio 2009, pag. 28

    di Umberto Folena

    E’ possibile chiamarla «indagine»? E’ possibile, se una buona metà dei riferimenti bibliografici rimanda ad articoli di un solo quotidiano, Repubblica? E’ possibile se ti scegli (con un`unica mezza eccezione) sempre e soltanto chi ti asseconda? E’ possibile, se l`indagine non è a 360 gradi? E allora chiamiamolo con il suo vero nome: pamphlet, genere letterario peraltro nobilissimo. Ma quando la tesi è una sola, reiterata, ribadita; quando l`oggetto dell`indagine è in realtà un bersaglio; allora «indagine» pare un termine improprio.
    Nel suo libro La Chiesa del no. Indagine sugli italiani e la libertà di coscienza (Mondadori, pp. 365, euro 19), con il «no» stampato in rosso, Marco Politi non aggiunge nessuna significativa novità a quanto da anni va scrivendo su Repubblica. Né nasconde i suoi intenti - una ben precisa lettura politica della Chiesa - affidando la prefazione a Emma Bonino, scelta tutt`altro che casuale e che la dice tutta sugli intenti del volume del vaticanista di uno tra i più importanti quotidiani italiani. La scelta di campo è chiara. E la tesi è la solita: la Chiesa non sa dialogare con la società, è sempre più distante dai fedeli, è arroccata attorno a dogmi intoccabili, manca di misericordia, il suo laicato è afono. Per avvalorare questa tesi, secondo un malcostume frequente in politica, è necessario screditare l`avversario demonizzandolo, a tal punto che poi uno si domanda perché mai dovrebbe desiderare il dialogo con chi è tanto ottuso e sgradevole. Il discredito comincia dal lessico, ostinatamente riconducibile all`area semantica bellica. Una Chiesa aggressiva e violenta «martella sistematicamente» e «straripa», le parrocchie sono «militarizzate», e nei confronti di Romano Prodi e Rosy Bindi gli attacchi di Avvenire (!) sono stati «virulenti, dal tono violentissimo». E questa è Emma Bonino, per la quale la Chiesa è «un tormento».
    Per Politi la Chiesa ha «paura» del mondo: «paura di una società in cui è esplosa la soggettività di massa», «paura dell`auto-realizzazione della società in quegli spazi che ha sempre considerato suo dominio: la nascita, la morte, la famiglia, la sessualità, la natura». Si parla di mobilitazione e di baluardi, di una Chiesa che quando parla non propone mai, ma impone sempre. Laici miti e dialoganti di qua, Chiesa intollerante e sorda di là. Politi, per sostenere il ripetitivo schema caricaturale, si sceglie gli interlocutori che considera più congeniali: da don Franco Barbero a Gustavo Zagrebelsky, da Mina Welby a Rosy Bindi, dal fisico e storico della scienza Enrico Bellone a Vito Mancuso, da Giulio Giorello a Enzo Bianchi, che peraltro gli tien testa. Sgradevole la demonizzazione di Giuliano Ferrara, il quale peraltro riderà di gusto della pittoresca definizione del suo giornale, «un Foglio di poche migliaia di lettori consumato in dosi di ecstasy quotidiana nei palazzi dei mandarini politici, economici, ecclesiastici».
    Brutale e sprezzante il modo di sbarazzarsi di Paola Binetti: «Liberi tutti. Ma l`autotortura con il cilicio è anche segno di un`idea di religione intimamente repressiva e colpevolizzante. Che idea di società possono avere un uomo o una donna che credono in una divinità amante della sofferenza?». Sono le frasi di chi premette, e promette: «Questo libro si mette in ascolto della società». Al di là delle intemperanze, che indagine è un`indagine che seleziona i materiali che avvalorano la tesi iniziale e scarta quelli che la smentirebbero, rifiutando ogni confronto con la complessità? Ad esempio, è singolare che sui temi della vita vengano ignorati tutti i messaggi dei vescovi, che non si fermano all`aborto ma lo inquadrano nel più vasto clima culturale del tempo, invitando a una riflessione profonda. Certo, smentirebbe l`immagine di una Chiesa ottusa e impaurita.
    Quanto al dialogo, la migliore predica è l`esempio. E dal quotidiano di Politi giungono tante prediche ed esempi contrari. Sulla vita, ad esempio, negli ultimi 4 anni Avvenire ha proposto ogni giovedì più di 200 inserti di 4 pagine ciascuno, ricche di documenti, inchieste, interviste, e di quanto anche gli altri pensano e scrivono, compresa Repubblica; Politi non ne fa cenno, forse perché non aderente al cliché di una Chiesa che non vuole né sa dialogare. Una Chiesa che, se davvero fosse così, il suo libro lo ignorerebbe.

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    Predefinito Riferimento: Crocifisso, simbolo di laicità

    "La Chiesa contro l´idolatria del denaro"
    Ratzinger prepara un´enciclica sull´ingiustizia dei sistemi economici
    Si chiamerà "Caritas in veritate" e sarà pubblicata in primavera


    "La Repubblica", VENERDÌ, 27 FEBBRAIO 2009
    Pagina 4 - Esteri

    ORAZIO LA ROCCA
    CITTÀ DEL VATICANO - La Chiesa «baluardo» contro l´idolatria del danaro, l´avarizia, lo scandalo della povertà, l´oppressione dei poveri, la disoccupazione, le ingiustizie sociali, gli ingiusti sistemi economici. Ecco i probabili capisaldi che daranno corpo, senso e forma alla nuova enciclica sociale su cui papa Benedetto XVI sta lavorando da mesi e che dovrebbe essere pubblicata la primavera prossima.
    E´ stato lo stesso Pontefice a parlarne ieri, in Vaticano, nell´udienza a porte chiuse concessa ai sacerdoti romani guidati dal cardinale vicario Agostino Vallini. Si chiamerà Caritas in veritate e sarà la terza enciclica dell´era ratzingeriana, dopo Deus Caritas Est, del 25-12-2005, incentrata sul significato della carità divina; e Spe Salvi del 30-11-2007, sulla speranza della salvezza contenuta nella fede cristiana. Nella terza, Benedetto XVI affronterà le più scottanti problematiche sociali, sulla scia delle analoghe tematiche sollevate da alcuni tra i più importanti papi del secolo scorso. Come, ad esempio, Leone XIII con la Rerum Novarum del 1891, la prima enciclica sociale della Chiesa cattolica; Giovanni XXIII che con la Pacem in Terris del 1963 condannò ogni forma di violenza ed oppressione, ed esortò le superpotenze Usa e Urss a fuggire dalle tentazioni della guerra; Paolo VI, autore della Populorum Progressio del 1967 che sollevò i drammi della fame e delle oppressioni dei popoli del Terzo Mondo; ma anche Giovanni Paolo II, predecessore di Ratzinger, autore di ben tre encicliche dedicate a questioni sociali e mondo del lavoro, trattati come valori irrinunciabili della dignità dell´uomo.
    Stando a quel che lo stesso Benedetto XVI ha fatto capire ieri, sollecitato anche dalle domande di alcuni parroci che vivono a contatto con le problematiche della più profonda periferia romana, la sua nuova lettera richiamerà alle loro responsabilità istituzioni, governanti, credenti, non credenti e uomini di buona volontà. Una precisa scelta di campo, perché - ha anticipato il Papa ai parroci della sua diocesi romana - la Chiesa «ha il dovere di denunciare» i problemi economici e sociali che sono causa di «ingiustizie». Per questo «da molto tempo preparo un´enciclica su questi temi», definiti dal Pontefice «molto difficili» perché «da un lato bisogna parlare con competenza» e «dall´altro con consapevolezza e etica creata dalla coscienza formata dal Vangelo». Ratzinger non si limiterà ad enunciazioni di principio, ma toccherà anche le più drammatiche vicende che hanno messo in crisi negli ultimi anni i grandi sistemi economici, come emerge, ha spiegato, dal «crollo delle grandi banche americane che mostra quello che è l´errore di fondo: l´avarizia e l´idolatria del denaro che oscurano il vero Dio; ed è sempre la falsificazione di Dio in Mammona che ritorna». Per il Pontefice, in definitiva «la Chiesa deve sempre avere il compito di essere vigilante e, comprendendo le ragioni del mondo economico, è chiamata ad illuminare questo ragionamento con la fede che ci libera dal peccato. Per questo deve farsi sentire ai diversi livelli per aiutare a correggere tanti interessi personali e di gruppi, nazionali e sopranzionali, che si oppongono alle correzioni alla radice dei problemi».

 

 
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