Nessun dato conferma le paure di Pisanu.
lstat e Caritas:
stranieri e clandestini non influiscono sull'aumento del crimine
Stefano Galieni
"1997 Fuga da New York" è il titolo di un fortunato film di John Carpenter del 1981. Raccontava della "Grande Mela" trasformata, di lì a pochi anni, in un luogo in cui regnavano crimine e violenza, da cui bisognava fuggire. Proprio alla fine degli anni Novanta, l'Italia cominciò ad essere attraversata da una simile paura. Il nemico era il diverso, lo straniero appena arrivato, ma delinquente potenziale.
Le soluzioni? La tolleranza zero, le manie forcaiole su cui si sono costruite carriere elettorali non solo a destra. Cinema e politica avevano però fallito: in Italia, come in gran parte del mondo ricco, non c'è stata crescita esponenziale dei reati. Le città sono rimaste sicure, le orde di stranieri assassini e stupratori non esistono. A dirlo sono i dati diffusi dall'Istat, dal Ministero della Giustizia, dall'Eures.
Il rapporto Eures del 2004 parla chiaro: nel 2003 c'è stato, dopo tanti anni di decrescita, un aumento degli omicidi volontari - si è passati da 639 delitti a 712 in un anno - ma l'84% di questi risulta ascrivibile alla criminalità organizzata autoctona, il 30,5% è stato commesso all'interno del proprio nucleo familiare, vittime sono per lo più le donne (67.7%), soprattutto in Lombardia, regione in cui il nucleo familiare risulta meno sicuro. In crescita le morti violente dovute a disagio sociale, disperazione.
Ma gli stranieri? Ci sono ma per lo più fra le vittime (113, con un incremento annuale del 18,9%), unico dato in crescita costante dal 1994. Per uno straniero i rischio di essere ucciso è di 6,3 vittime ogni 100 mila abitanti, 9 volte superiore a quello di un italiano.
Non si tratta solo di persone coinvolte in attività extralegali ma anche, per il 13,3% di operai e manovali. Gran parte dei delitti commessi da stranieri ha come vittime altri stranieri, nel 2003 le persone di nazionalità italiana uccise da stranieri sono state 31 a fronte di 14 stranieri uccisi da italiani. Una cifra assoluta che rischia di confondere le idee perché i migranti presenti all'epoca in Italia erano 2.600.000, il 4,6% della intera popolazione italiana. Se il Ministro dell'Interno lancia oggi grandi allarmi rispetto alla clandestinità dovrebbe smentire quanto affermava il 15 agosto del 2003. L'Italia veniva definito come un paese sicuro - il migliore d'Europa - e la grande preoccupazione era costituita dalla crescita dei delitti in famiglia.
Calavano e continuano a calare i furti (- 5% rispetto a due anni prima) e le rapine in banca (- 1,6 %). Negli ultimi 9 anni in Italia la regolare presenza migrante è passata dalle circa 560 mila persone del 1997 ai quasi 2 milioni e 700 mila del 2004, con le due sanatorie del 1998 e del 2002 che hanno fatto uscire dal sommerso rispettivamente 250 mila e 700 mila immigrati. Una crescita sostanziale che nulla c'entra con la criminalità. Ha un bel dire Pisanu che la maggior parte dei "clandestini" sono dediti ad attività illecite. Sarebbe più corretto dire che oltre il 60% dei migranti presenti in Italia ha passato un periodo più o meno lungo di clandestinità e che oggi, con le leggi vigenti, l'ingresso regolare è praticamente impedito. Nonostante ciò, sempre basandosi sui dati Istat, risulta che ad esempio, al 31 dicembre 2002 i cittadini stranieri che erano stati denunciati (non condannati) per un reato grave come la violenza sessuale erano stati 856, quelli per rapina 3757 (gli italiani erano 13285).
Tutti innocenti? No. Lo stabilizzarsi dell'immigrazione copre anche nicchie economiche di illegalità.
Se una volta il cittadino straniero era per lo più utilizzato come manovalanza ora si assiste anche allo sviluppo di forme di criminalità organizzata.
Ma ha ragione il Rapporto annuale della Caritas a ricordare come sia importante distinguere tali mafie dalle condizioni di devianza e di esclusione sociale. Perché allora nelle carceri aumenta la presenza di immigrati?
Tante le ragioni: solo una percentuale minima di stranieri riesce ad usufruire di misure alternative alla pena, gran parte di coloro che sono reclusi ( 17819 al 31 dicembre 2004, fonte Dap) è in custodia cautelare ovvero non è stata ancora condannata. Dal 1998, anno in cui si analizza la detenzione disaggregata degli stranieri, quelli detenuti sono aumentati di 6000 unità. Nello stesso periodo la presenza migrante nel paese è quasi quintuplicata.
Ad andare in galera sono, indipendentemente dal paese di provenienza, soprattutto i "poveri Cristi".
Basta un dato sulla popolazione carceraria fornito dal ministero della Giustizia: il 26,5 % dei detenuti nel 2004 ha la licenza elementare, il 38,6% quella media inferiore, l'1,4% è addirittura analfabeta. Chi è straniero è sicuramente discriminato ma è una discriminazione di classe e di censo oltre che razzista.




Rispondi Citando
...............Complimenti........... Ma che poesia nell'usare "migrante" al posto di "extracomunitario"......
.............. Peccato che per beccarci questo "bene prezioso"
........... DOBBIAMO INCORAGGIARE IL MONDIALISMO DELLE MULTINAZIONALI CAPITALISTE AD AFFAMARE IL TERZO MONDO AFFINCHE' I "MIGRANTI" ABBANDONINO LE LORO PATRIE E GLI USA (che sono quindi il Tuo vero riferimento internazionale)POSSANO CONTINUARE INDISTURBATI A FARE A PEZZI TUTTE LE CULTURE............. TUTTE LE LINGUE........... TUTTE LE TRADIZIONI DEL PIANETA............
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..........!!!
