In onore dei valorosi combattenti della legione straniera caduti in Indocina per mantenere le posizioni europee.
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Marzo 1954: i parà della Legione straniera nell’inferno d’Indocina
Dien Bien Phu, ovvero la vittoria impossibile
di Salvatore Santangelo
Sul Tonchino, sperduto altopiano del Vietnam del Nord, in 56 giorni di strenua resistenza contro soverchianti forze nemiche, i battaglioni coloniali francesi e i proscritti della Legione straniera scrivono una delle più fulgide pagine di eroismo della storia militare.
«Legio patria nostra»
Motto della Legione Straniera
Verso la fine del 1953 il comandante in capo delle forze francesi in Indocina, il generale Henri Navarre, decise di installare un campo fortificato, rifornito unicamente da un ponte aereo, nel cuore del territorio dei vietminh sull’altopiano del Tonchino: la valle di Dien Bien Phu, che si trova a ben 350 km dal delta del Mekong, e quindi lontanissimo dalle più vicine basi francesi. Il campo avrebbe dovuto fungere da punto di appoggio per i gruppi di commando che operavano sul confine con il Laos e da base di partenza per gli attacchi di grosse unità appoggiate dall’artiglieria e dall’aviazione che aveva le proprie basi nella enclave.
Anche se ben presto l’ipotesi di lanciare qualsiasi operazione offensiva si rivelò assolutamente velleitaria, il campo fu mantenuto e, anzi, progressivamente rinforzato. Lo Stato maggiore francese pensava infatti di poterlo usare come “incudine” contro cui il “maglio” dell’aviazione e dell’artiglieria avrebbe potuto schiacciare le divisioni del generale Vo Nguyen, detto Giap. Ma le implicazioni di questo nuovo ruolo del campo non furono valutate con sufficiente lucidità. In particolare, furono costantemente sottovalutate le dimensioni dell’artiglieria vietminh, la capacità che le forze di Giap avevano di muovere i cannoni e le munizioni per centinaia di chilometri e la loro straordinaria attitudine a mimetizzarsi e quindi a sfuggire al fuoco francese; inoltre, la particolare morfologia della valle - stretta e lunga - comportava per la guarnigione serie difficoltà nel mantenere il controllo delle colline circostanti. I materiali di costruzione erano palesemente insufficienti a proteggere sia l’area centrale sia il perimetro difensivo da un attacco prolungato; infine i francesi non sapevano che i vietminh si erano dotati di un regolare reggimento di contraerea.
La valle fu conquistata fra il 20 e il 22 novembre del 1953: durante l’operazione Castor furono lanciati sei battaglioni di parà, tra i quali il I Bep (Battaglione paracadutisti della Legione straniera); questa unità fu uno dei reparti di para che rimase a Dien Bien Phu quando il resto delle forze tornò nelle retrovie, rimpiazzata da dieci battaglioni di fanteria aerotrasportata: quattro della legione, tre algerini, uno marocchino e due thailandesi. Il campo fu dotato di dieci carri M24 di fabbricazione statunitense, una trentina di pezzi d’artiglieria di vario calibro e sei cacciabombardieri Bearcat. La guarnigione giunse a comprendere più di 10 mila uomini, ma solo una parte era composta da truppe di prima linea.
Giap accettò la sfida e, fra il novembre del 1953 e il marzo del 1954, riuscì ad ammassare sulle colline circostanti circa 50mila uomini appartenenti alle sue migliori divisioni, appoggiate da circa trecento bocche da fuoco; riuscì anche a schierare il suo reggimento di contraerea da 37mm appositamente addestrato dai cinesi. Le sortite tentate in dicembre dalla guarnigione dimostrarono che tre battaglioni di parà, nonostante il supporto pesante, non riuscivano ad uscire per più di qualche chilometro dalla valle senza essere impegnati in pesanti scontri. In particolare, tra il 10 e il 15 dicembre, il I Bep perse ben 52 uomini in un’azione locale verso l’imboccatura nord della vallata. A breve anche le pattuglie nella valle stessa vennero impegnate in giornalieri scontri a fuoco: erano le prime avvisaglie di quanto stava per accadere.
Il 13 marzo 1954, si abbatté sul campo un massiccio ed estremamente preciso sbarramento di artiglieria: si inaugurava così la battaglia vera e propria. Durante la prima notte Beatrice fu travolta, il giorno seguente Gabrielle: in soli due giorni vennero dunque persi due importanti sistemi di postazioni difensive a nord. La forza aerea francese si dimostrò assoluta-mente incapace persino di individuare l’artiglieria nemica, magnificamente posizionata e mimetizzata in modo efficacissimo; allo stesso tempo l’artiglieria del campo non solo non riusciva a mettere a tacere le armi dei vietminh, ma anzi veniva costantemente logorata nella lotta senza alcuna possibilità di essere sostituita o adeguatamente rinforzata.
Il fuoco della contraerea raggiunse livelli da Seconda guerra mondiale, e la pista d’atterraggio fu colpita con micidiale precisione. L’ultimo Dakota con a bordo un carico di feriti da evacuare riuscì a decollare il 27 marzo. Da quel momento in poi rifornimenti e rinforzi dovettero essere paracadutati in un perimetro sempre più ridotto, per lo più di notte, da aerei che dovevano attraversare un micidiale tunnel di fuoco antiaereo. La situazione della guarnigione si fece ancor più disperata dopo l’arrivo delle piogge monsoniche: sotto la pioggia e fra i bombardamenti ininterrotti, bunker e trincee si dissolsero in un mare di fango rosso.
Sotto il fuoco martellante dell’artiglieria vietminh le unità combattenti del tenente colonnello Langlais e del maggiore Bigeard tennero, persero, ripresero e ripersero una serie di collinette e di buchi nel fango di importanza strategica contro gli attacchi notturni delle maree umane del nemico. I vietminh scavarono trincee sempre più vicine, da tutte le direzioni: una rete capillare che permise loro prima di raggiungere, poi di isolare e infine di strozzare una postazione dopo l’altra.
Si susseguirono scene epiche di coraggio quando i parà, tenuti come riserva per i contrattacchi, barcollanti per la stanchezza e a corto di ogni rifornimento, si lanciarono in attacchi suicidi, anche all’arma bianca, per riconquistare le postazioni perse o per ristabilire il collegamento con una compagnia isolata. Vari battaglioni di reclute di parà e centinaia di volontari si lanciarono durante l’assedio in questo piccolo inferno sulla terra, e vi rimasero fino al crollo finale. In particolare il II Bep della Legione straniera si lanciò tra il 10 e il 12 aprile, in tre ondate successive, proprio sulla linea del fuoco, in un’azione rimasta nella storia del paracadutismo militare.
Il 23 aprile vi fu uno degli ultimi tentativi di ristabilire il perimetro originale con un violento contrattacco sulle posizioni Huguette. A nulla varrà l’eroismo dei legionari contro la pioggia di fuoco con cui li accolse il nemico. Il tenente Garin del II Bep, ferito durante questa azione e rimasto indietro, si uccise per non cadere vivo nelle mani del nemico e per evitare ai suoi di esporsi ad ulteriore pericolo nel tentativo di metterlo in salvo.
Alle ore 17.30 del 7 maggio 1954 il generale de Castries, ufficiale comandante, dopo 56 giorni di estenuanti combattimenti, dichiarò il cessate il fuoco dopo la caduta dell’intera metà orientale del campo. Su 635 uomini del I Bep della Legione, 575 risultarono morti o dispersi; il 7 maggio rimanevano solo una cinquantina di uomini del II Bep: questi indomiti guerrieri erano per lo più proscritti reduci della II guerra mondiale.
Quando i vietminh vittoriosi entrarono nel campo trincerato e fecero uscire i sopravvissuti, non trovarono tra questi nessuno che portasse la mimetica dei parà: nessuno di loro si arrese; gli unici prigionieri furono i para feriti o quelli fatti prigionieri sulla linea del fuoco più avanzata. Fra coloro che furono catturati, molti non sopravvissero alla “marcia della morte” e alle spietate condizioni dei campi di concentramento.
Dopo circa i tre mesi dalla resa, la Francia accettava il cessate il fuoco generale: tramontava così il suo sogno coloniale in Indocina.




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