dal sito del quotidiano AVVENIRE
" STORIA
Vinta la guerra d'Etiopia, Mussolini finanziò il nazionalismo arabo in Palestina in funzione anti-britannica e per rafforzare l'impero
L'intifada del Duce
Una «spy story» che vede all’opera agenti segreti, diplomatici e uomini politici come Ciano spinti dal sogno
di grandezza del fascismo
Di Antonio Airò
Un contributo finanziario di 138 mila sterline oro, con versamenti decisi sia da Mussolini, sia da Ciano all'indomani della vittoriosa guerra d'Etiopia e della proclamazione dell'Impero. Un consistente carico di armi e munizioni depositato per quasi due anni a Taranto in attesa di farlo pervenire "senza rischio" ai palestinesi pronti all'intifada per abbattere il regno di Transgiordania, sconfiggere gli inglesi "protettori" della Palestina, bloccare il crescente arrivo di ebrei su quel territorio e la nascita dello Stato israeliano in Terra Santa. Ma il piroscafo non riuscì a salpare. «La luna piena e il mare agitato avrebbero potuto comportare dei rischi». Altri tentativi successivi, contando anche sulla disponibilità dell'Arabia Saudita ad acquistare, con qualche "marchingegno", questo materiale bellico richiesto con insistenza dal Gran Mufti di Gerusalemme, la massima autorità palestinese, non approdarono a nulla. A Roma intanto il nostro governo attendeva l'intifada, sempre data per imminente dai palestinesi e di non breve durata, mentre Ciano riteneva, nel 1937, che era «il momento propizio per riprendere la rivolta», ma, prudentemente, aggiungeva che il suo era solo «un consiglio amichevole». L'anno dopo Mussolini decideva di interrompere ogni sovvenzione e di porre fine a qualsiasi tipo di appoggio al movimento palestinese, salvo «quello morale e indiretto, assai più vantaggioso di quello materiale dell'Italia». La vicenda riguardante la prima intifada del popolo palestinese, con il sostegno significativo di Mussolini , deciso ad estendere, in quegli anni «il prestigio di Roma a danno di quello britannico», è ora ricostruita da Stefano Fabei in un saggio sulla rivista "Studi piacentini" (Vicolo del Pavone editore; euro 13) dal quale emerge come la politica filo araba del nostro Paese sia stata una carta giocata nello scacchiere del Mediterraneo per aiutare il nascente nazionalismo arabo e «per dar fastidio agli inglesi», come ebbe ad esprimersi lo stesso Mus solini. Questa vicenda, nella quale si ritrovano in più anni non pochi elementi di una spy story, con diplomatici, intermediari più o meno accreditati e "affamati" di soldi, agenti dei servizi segreti italiani, (e ovviamente "spioni" delle altre nazioni coinvolte), funzionari del nostro ministero degli Esteri e politici con Mussolini e poi Ciano, in un turbinio di riunioni, relazioni, incontri ufficiali e "riservati" in Austria, Svizzera, oltre che in Italia, (ma anche Damasco e Beirut sarebbero entrate nel gioco) era iniziata nel 1933, con l'esplicito consenso del Duce, quando ci furono i primi contatti tra il nostro governo e il Gran Mufti di Gerusalemme, che più volte e in più occasioni avrebbe sollecitato soldi e armi. Il tutto, ovviamente, «senza lasciar tracce del concorso italiano». L'Italia - nota Fabei - «è il primo Stato europeo a sostenere concretamente la lotta di liberazione del popolo palestinese" ottenendo i calorosi ringraziamento del Mufti: «… dite al signor Mussolini che sono sceso in campo io stesso perché credo alle sue promesse e al suo appoggio». Per «il movimento nazionalista del Vicino Oriente» era inaccettabile ogni soluzione che favorisse gli "odiati" sionisti. Di qui il rifiuto anche delle conclusioni di una Commissione reale inglese che aveva raccomandato «la spartizione della Palestina in uno Stato arabo, uno ebraico e una parte comprendente Gerusalemme e i Luoghi Santi sotto amministrazione inglese». Per impedire ciò i palestinesi avevano messo in conto anche l'inquinamento dell'acquedotto di Tel Aviv e attentati agli oleodotti del Medio Oriente, cercando di coinvolgere, nella preparazione di questi attentanti, l'Italia. Ma il nostro governo in buona sostanza traccheggiò. Per l'acquedotto tutto fu rimandato a quando sarebbe stato possibile addestrare dei sottufficiali libici da inviare in Palestina. Per le bombe contro gli oleodotti, i palestinesi ebbero risposta negativa a far partire le bombe da Rodi , allora amministrata dall'Ita lia. La questione sarebbe stata rivista se finalmente fosse arrivato a destinazione il carico bellico che invece rimaneva sempre a Taranto. Anche l'Italia non accettava la divisione della Palestina. Per Ciano, la soluzione era contraria "ai nostri interessi". L'appoggio alla causa palestinese restava immutato. Sarebbe stato, come nota ancora Fabei, «uno strumento di pressione sull'Inghilterra e sulla Francia». Ma agli stessi dirigenti palestinesi il nostro ministro degli Esteri faceva sapere che il nostro Paese avrebbe fatto di tutto «per aiutare con mezzi indiretti e riservati gli arabi, pur non potendo per ragioni puramente finanziarie corrispondenti agli enormi sforzi che deve fare per valorizzare l'Impero, accordare altre sovvenzioni». Stop quindi ai soldi. Nel 1938, mentre gli "appetiti" territoriali di Hitler aumentavano i rischi di un conflitto, Mussolini assumeva sempre più il ruolo, positivo e riconosciuto, di mediatore tra Gran Bretagna e Francia da un lato e Germania dall'altro. La conferenza di Monaco del settembre di quell'anno fu il punto più alto della popolarità del Duce nell'opinione pubblica mondiale. La questione palestinese finiva con il passare in secondo piano. La guerra era alle porte. "
Shalom




Rispondi Citando
