Un passo avanti il ddl approvato al Senato
di Carlo Stagnaro
Tre anni. Ci sono voluti tre anni perché il Senato approvasse il disegno di legge presentato da Furio Gubetti (Forza Italia) sulla legittima difesa. Prima di entrare in vigore, il testo, che ha già sollevato un vespaio di polemiche, dovrà passare attraverso le Forche Caudine della Camera. È bizzarro che un provvedimento di una manciata di righe debba affrontare un iter tanto complicato. Eppure se ne capisce la ragione se si considera la feroce opposizione ideologica che i fautori del diritto all’autodifesa devono fronteggiare.
Sgombriamo il campo da equivoci: il ddl non dà ai cittadini una licenza di uccidere, non disegna una società di assassini spietati, non dà la stura agli istinti peggiori dell’uomo. Semmai riconosce che in casa sua ciascuno è padrone: un intruso vi entra a suo rischio e pericolo. In sostanza, il progetto di legge allarga le maglie dell’articolo 52 del codice penale, consentendo alle vittime di utilizzare un’arma da fuoco nel caso in cui la propria o altrui incolumità sia messa a repentaglio o, più semplicemente, quando “non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione”.
In qualche maniera l’attuale articolo 52 riconosce già ai cittadini la possibilità di difendersi. Lo fa, però, in maniera contorta e involuta, lasciando grande discrezionalità ai magistrati. Questo si traduce, generalmente, in un calvario giudiziario che distrugge la vita e le prospettive di chi, trovandosi faccia a faccia con un aggressore, impugna un’arma per tutelare i suoi diritti. Per fare solo un esempio fra i tanti (purtroppo) disponibili: Francesco Cutuli, il benzinaio di Lecco che nel 1995 uccise due rapinatori che minacciavano il figlio, fu assolto solo nel 2003. Ci vollero otto anni per far giustizia. Al vuoto immenso che si spalanca agli occhi di un onest’uomo costretto a sparare a due suoi simili per proteggere la carne della sua carne, si aggiunge la beffa di una via crucis senza fine nelle aule di giustizia.
La tutela accordata dalle nuove norme risponde a diverse esigenze. “Nella tradizione del diritto romano – spiega Gubetti – la casa è considerata un ‘luogo sacro’, il rifugio sicuro per la propria famiglia, aperto agli ospiti e inviolabile per chi, ostile, entra senza invito. Psicologicamente essa è un prolungamento, una parte integrante del proprio io. Per un’aggressione che determini una reazione di difesa all’interno di un domicilio non possono valere le stesse regole previste per analoghi eventi che si verifichino altrove”. Seppure meno intense, le emozioni che si provano nel vedere un nemico sorgere dall’oscurità sono simili a quelle conseguenti a uno stupro. In entrambi i casi ci si sente espropriati della propria nicchia, si avverte quanto fragile sia la sicurezza di cui pure tutti i politici di tutte le parti si riempiono la bocca.
Naturalmente può esserci l’altra faccia della medaglia. Non è che per salvare l’argenteria i proprietari cominceranno a sparare a ogni ombra nella notte? Non è che dai buoni propositi sgorgherà una nuova ondata di violenza? “Da psicologo specializzato in criminologia – spiega Gubetti – posso citarle studi americani dai quali si evince che i ladri hanno soprattutto timore di trovare persone armate in casa. Perciò fanno mille accertamenti prima di tentare un furto: vogliono essere certi di non trovarci nessuno”. Il rischio di finire impallinati funziona da deterrente, se non nei confronti dei cattivi propositi, almeno della disinvoltura nel portarli a compimento. I malviventi continuerebbero probabilmente a rubare, ma cercherebbero di farlo in assenza dei proprietari, disinnescando pericolose tensioni.
C’è poi un’altra questione. A chi spetta la responsabilità ultima di difendere sé, i propri cari, i propri beni? Alla polizia? Ai carabinieri? È moralmente corretto pretendere che altri siano a nostra disposizione, rischino la vita per noi? E, se anche così fosse, è una prospettiva desiderabile quella in cui a ogni cittadino viene affidato il suo bravo guardiano? Dalla risposta a queste domande dipende molto. Se si pensa che, in fondo, ciascuno deve badare a sé, allora la nuova legislazione diventa un importante passo avanti. Non si può attribuire a un individuo una responsabilità senza dargli i mezzi necessari a farsene carico.
da La Provincia di Como, 13 luglio 2005


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