Processo a Cuba
Le colpe di Fidel
Cecilia Sammarco
Un sindacato unico, elezioni farsa, stampa imbavagliata, arresti arbitrari, libertà di espressione negata, condizioni carcerarie disumane, decine di anni di carcere quando non addirittura la pena di morte per reati politici o sociopolitici controrivoluzionari. Sono solo alcune delle accuse contenute nel “Libro nero di Cuba”, una serie di documenti, testimonianze, rapporti, testi delle legge cubane, raccolto da Reporter senza frontiere, Amnesty International, Commission cubaine des droits de l’homme e de la reconciliation nationale, Commissin interamericane des droits de l’homme de l’Organisation des Etats americains, Human Rights Watch, Pax christi Pays Bas. Parlano i dissidenti, come il poeta e giornalista Raul Rivero, accusato di essere un traditore venduto agli interessi americani per aver inviato articoli e interviste a giornali stranieri, per essere proprietario di un computer portatile e di una biblioteca di libri non autorizzati; ma parlano soprattutto i documenti. L’immagine, mitizzata e romantica, della rivoluzione cubana e del suo artefice Fidel Castro ne escono a pezzi. Partendo dalla repressione del 2003, quando Fidel fece arrestare 75 giornalisti con l’accusa di attività sovversive, il libro smantella pezzo dopo pezzo i luoghi comuni che hanno sempre fatto guardare con simpatia all’Avana, al piccolo e indifeso stato caraibico che ha saputo tener testa al gigante statunitense. Embargo compreso, che se di certo ha contribuito e di molto a giustificare la situazione cubana, così come hanno contribuito l’invasione Usa e i (700?) tentativi americani di far fuori Fidel, non può più essere considerato un alibi per la violazione sistematica dei diritti umani. E anche se in questa accusa manca il lungo elenco di morti e torture, costante degli altri “libri neri”, non si può certo affermare che quella di Fidel non sia una dittatura .Soft magari, ma sempre dittatura.
da L'Avanti della domenica




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