I guerrieri di pietra
I giganti del Sinis. Solo smemoratezza?
Fra n cesco Casula SCRITTO RE
La vicenda dei giganti di pietra di Monti Prama ha tali e tante implicazioni che abbisogna di riflessioni serie e rigorose.
Essa travalica la dimensione archeologica, pur importante. Investe la nostra stessa storia e con essa il nostro passato e dunque la nostra identità etno-culturale.
Derubricando e cancellando la quale difficilmente possiamo avere un presente e ancor meno un futuro, come popolo sardo intendo.
L’indignazione che da più parti è stata espressa – e di cui questo Quotidiano ha fatto da prezioso megafono - pur giusta e sacrosanta, non basta.
Come non sono sufficienti le motivazioni con cui si è cercato di spiegare il comportamento vergognoso cui sono stati sottoposti i grandi soldati nuragici, accatastati e relegati in un magazzino del Museo di Cagliari, per ben 31 anni.
Nel silenzio assordante e nella smemoratezza.
Mai pubblicizzati e dunque sottratti non solo all’opinione pubblica sarda e non, ma agli stessi sguardi della comunità scientifica internazionale.
Si è parlato d’ignavia, di mancanza di risorse finanziarie, di gelosie e di invidie fra gli addetti ai lavori.
Di paura che i ritrovamenti potessero mettere in discussione vecchie e nuove certezze storiche e storiografiche, di storici e accademici, sull’intera civiltà nuragica.
Io credo che tutte queste motivazioni siano alla base del “confino” e dell’abbandono trentennale dei colossi nuragici del Sinis in uno scantinato polveroso.
Credo però che ci sia anche altro, che forse per pudore non si ha il coraggio di ammettere: la sottostima dell’importanza dei ritrovamenti.
Ovvero una sorta di complesso di inferiorità, quasi una “vergogna di sé”. Un’autodenigrazione.
Ricordo - ma è solo un esempio - che la Biblioteca del Quotidiano Repubblica, recentemente ha pubblicato e regalato a migliaia di copie un volume di 800 pagine sulla preistoria, nel quale i nuraghi e la Sardegna non vengono citati, neppure per errore.
Un’occasione mancata per la cultura italiana che pur pretende di dominare sull’Isola.
Ma qualcuno nel passato e fuori dall’Italia, ha fatto di peggio: certo Gustavo Jourdan, uomo d'affari francese, deluso per non essere riuscito dopo un anno di soggiorno in Sardegna, a coltivare gli asfodeli per ottenerne alcool, in “l’Ile de Sardaigne” (1861) parla della Sardegna rimasta ribelle alla legge del progresso, terra di barbarie in seno alla civiltà che non ha assimilato dai suoi dominatori altro che i loro vizi.
Mentre l’inglese Donald Harden, archeologo, filologo e storiografo di fama, dopo aver visitato in lungo e in largo molte contrade della Sardegna tra gli anni 20/30 del ‘900 espresse giudizi insultanti sulla tradizionale cultura del popolo sardo che lo aveva ospitato e in una sua opera “The Fhoenician” parlerà della Sardegna come regione sempre retrograda.
Meditate gente, meditate!!!![]()




Rispondi Citando