Signor Bernard Revel,
Questo martedì ho trovato particolarmente desolante il suo
editoriale de “L’Indépendant” (1) sulla questione di Srebrenica.
Infatti vi figurano tutti i luoghi comuni divulgati da dieci anni in
qua: lo statuto automatico di povere vittime conferito ai ”
Musulmani ” bosniaci, il carattere criminale dei Serbi, la loro
colpevolezza collettiva, il loro doversi pentire e così via, mentre
è ben chiaro che il contesto della questione non viene mai
affrontato. Metto la maiuscola e le virgolette a “Musulmano”, perché
questo termine, ereditato dalla Jugoslavia titoista, inizialmente
designava una nazionalità senza territorio e in secondo luogo, ma
solo in secondo luogo, una religione.
Uno dei tanti rimproveri che si possono fare agli Occidentali è di aver voluto inventare uno
Stato per tale nazionalità, provocando una guerra civile che qualcuno hanno ritenuto bene trasformare in guerra di religione.
Se, ad esempio, viene rivelato che i Serbi erano minoritari a
Srebrenica, si passano sotto silenzio le aggressioni di cui furono
vittime in questa città, tra il 1992 e il 1995, i 3297 Serbi
assassinati: questi formalmente identificati e sepolti una volta
sola, senza telecamere né diplomatici stranieri. Le nuove tombe dei
cimiteri ortodossi della regione parlano da sole, a partire dal
1992. Si passa pure sotto silenzio il fatto che durante la seconda
guerra mondiale quegli stessi Serbi - i loro genitori, i loro nonni -
furono cacciati dal posto dagli Ustascia che costituirono la
Divisione SS Handzar, di cui forse lei ha sentito parlare.
Si accusano i Serbi di aver massacrato da 7000 a 8000 ” Musulmani ”
bosniaci, e questo senza citare la fonte delle cifre e senza addurre
una prova. Ricordo, all’epoca della caduta dell’enclave, un articolo
del giornale francese “La Croix” (per essere precisi) che faceva
riferimento ad un rapporto preliminare della Croce Rossa
Internazionale. E che diceva questo testo, il cui titolo terminava
con un punto interrogativo? Si domandava se a Srebrenica vi fossero
stati 8000 morti. Da allora esce sempre il medesimo numero, ma da un
pezzo il punto interrogativo è scomparso. Da una semplice domanda si
è così passati, per un’omissione surrettizia, ad una ripetuta
affermazione, trasformata in verità ufficiale dalle società di
comunicazione d’oltreatlantico - quali la Ruder Finn - che hanno
avuto tutto il tempo per alimentare la leggenda.
Secondo funzionari francesi da me incontrati nella regione e che
sono al corrente di molte cose, a cominciare dagli attentati
effettuati a Sarajevo dai “Musulmani” contro la propria popolazione
per addossarne la responsabilità ai Serbi e beneficiare così di
maggiori sostegni dall’estero, le perdite bosniache a Srebrenica non
superano il numero di alcune centinaia e sarebbero dovute ai
tentativi di penetrazione di uomini in armi dopo la resa con tutte
le formalità da parte delle autorità civili della città. Secondo
l’ex consigliere di Radovan Karadzic, Zvonimir Trajkovic, era stato
anche creato un ferro di cavallo attorno all’enclave per incanalare
i fuggitivi e non molestarli, ma certi gruppi di “mugiahidin”
avevano superato questo perimetro di sicurezza e minacciavano
parecchi villaggi e la città di Zvornik. Ecco perché vi fu bisogno
d’intervenire, come avrebbe fatto qualsiasi esercito regolare (e
l’Esercito della Republika Srpska (VRS) era appunto un esercito
regolare, professionale e disciplinato). In quei giorni mi trovavo
sul posto ed ebbi tra le mani un documento dell’ONU attestante che
le operazioni successive alla caduta dell’enclave si erano svolte
secondo le norme internazionali e che la popolazione civile era
stata trattata correttamente. In seguito furono incriminati i Caschi
Blu olandesi, che non poterono difendersi e testimoniare
correttamente perché fu loro impedito di farlo. Zvonimir Trajkovic
ha fatto anche con pertinenza notare che non è stato detto niente
sulla liberazione dell’altra enclave presa dai Serbi, quella di
Zepa, da cui tutti gli uomini armati dovevano essere evacuati in
Serbia, dopo essere stati affidati agli organismi dell’ONU e della
Croce Rossa prima di poter partire dalla zona musulmana di Bosnia. A
Srebrenica non è accaduto niente di più che a Zepa. Semplicemente si
cercava una Guernica da agitare contro i Serbi per le necessità
della propaganda e la si è fabbricata con Srebrenica. Dopo
l’evacuazione dei “Musulmani” bosniaci da Srebrenica, ho discusso
per tre ore con Radovan Karadzic a Pale e posso affermarvi che egli
ci teneva in modo particolare che le popolazioni civili dell’enclave
fossero trattate bene.
Stessa manovra USA con il medico legale finlandese Elena Ranta nel
Kossovo per quanto riguarda il ” massacro ” di Racak, che servì da
pretesto per i bombardamenti del 1999. Dopo una perizia che
scagionava i Serbi del crimine loro attribuito, le si fece capire
che aveva interesse a starsene zitta. L’affaire era stato montato di
sana pianta dall’agente americano William Walzer, introdotto come
capo della missione di verifica dell’OCSE; in precedenza costui
aveva operato in Salvador per conto della SOA, la Scuola delle
Americhe, per la formazione degli Squadroni della Morte al servizio
dello Zio Sam in America Latina. Per quanto riguarda Racak, sono in
possesso della testimonianza di una persona di nazionalità francese
che ha seguito l’andirivieni di William Walker, diciamo… a due
passi da questo individuo in servizio comandato. In quel luogo
furono raccolti dei cadaveri di individui dell’UCK, fatti passare
per poveri abitanti di villaggio assassinati dalle forze serbe, il
che permise di orchestrare il baccano mediatico che servì da
pretesto per i bombardamenti della NATO.
E’ vero, l’enclave di Srebrenica era sotto la ” protezione
dell’ONU “, ma in teoria lo era anche la Krajina ” ripulita “; e
quando i Serbi furono cacciati manu militari e i loro cadaveri
gettati nel fiume Sava, nessun democratico occidentale protestò.
Dall’antichità i militari sanno che forzare un blocco è un esercizio
estremamente pericoloso, che generalmente si traduce in perdite
pesanti. Questo è quanto accadde in tale enclave, non un’esecuzione
collettiva di civili. Un esempio di menzogna (piccola menzogna in
rapporto alle grandi) è il famoso video che mostrava la liquidazione
di sei bosniaci, presentata come un anticipo di ciò che sarebbe
accaduto a Sebrenica: esso proviene dalla località di trovo, 170
chilometri da Srebrenica. Questo documento, guarda caso, è stato
diffuso sui circuiti televisivi giusto prima della commemorazione
annuale del “massacro”. In certe circostanze è innegabile che la
guerra civile jugoslava abbia dato luogo a regolamenti di conti, ma
l’obiettività consiste nel mostrare tutto. In caso contrario, si
tratta di propaganda. Anche i Serbi hanno il loro lotto di immagini
e di video di esecuzioni sommarie e di atti di barbarie di cui sono
stati vittime, ma tutto ciò non è mai stato diffuso sulla grande
stampa occidentale. Io posso inviargliene, se vuole, a condizione
che lei abbia lo stomaco di guardarli.
D’altra parte, si fece mostra di accusare la “comunità
internazionale” di passività, di mancata assistenza a enclave in
pericolo. Ma questo rimprovero non c’è stato nel caso dei Serbi di
Krajina, “ripuliti etnicamente” dalla milizia croata con il sostegno
della NATO; né c’è stato nel caso dei Serbi del Kossovo, anch’essi
ripuliti da altre piccole pedine della NATO che coi fuochi
d’artificio del 1999 trovò un bel modo per festeggiare il suo
cinquantesimo anniversario.
Ci viene detto con voce tremante che questa comunità internazionale
avrebbe potuto impedire ” la più grave barbarie verificatasi in
Europa dalla seconda guerra mondiale”: è quello che si può leggere
da più parti, mentre è proprio questa “comunità internazionale”,
termine che designa prima di tutto gli Anglosassoni (Russia e Cina
non rientrano nel concetto) ad aggravare volutamente la situazione e
a gettar benzina sul fuoco con manovre che ricordano le Guerre
dell’Oppio e con una ideologia battezzata “dovere d’ingerenza” -
ingerenza in un conflitto che riguardava solo gli Jugoslavi.
La Francia è andata deprecabilmente a rimorchio di questi
guerrafondai ed abbiamo avuto, dopo i bombardamenti della Republika
Srpska nel 1995, quelli della Repubblica Federale di Jugoslavia
(Serbia-Montenegro) nel 1999 (bombardamenti della NATO tanto
illegittimi ed illegali quanto la sporca guerra fatta poi all’Iraq).
È in quest’occasione che si è sentito parlare di “guerra del
diritto” e di “guerra umanitaria”, eufemismi che designano i crimini
di guerra dei democratici. Migliaia di persone - che non hanno
diritto a spettacoli cinematografici come la cerimonia annuale di
Srebrenica ritrasmessa nel mondo intero, dove stavolta si è visto un
Paul Wolfowitz, presidente della Banca Mondiale e notorio grande
amico dell’Islam, abbandonarsi ad un simulacro di compassione in
compagnia di emiri wahhabiti - sono state uccise senza che alcun
giornale occidentale abbia loro dedicato una sola riga. Eppure nelle
nostre democrazie sembra che la stampa sia ” libera e pluralista “.
Quelli che ieri facevano e oggi fanno mostra di lamentarsi delle
disgrazie, vere o presunte, dei “Musulmani” bosniaco-secessionisti,
questi inquisitori del diritto e della morale che si guardano allo
specchio e definiscono Radovan Karadzic e Ratko Mladic “criminali di
guerra”, questi nuovi crociati dell’Atlantismo sono gli stessi che
danno la caccia ai Musulmani in Afghanistan, in Iraq ed in Palestina
in nome della “guerra contro il terrore”: un terrore risvegliato,
quando serve, da qualche attentato clamoroso ed opportuno nella
città giusta.
E’ risaputo che l’Intelligence Service britannico a manipolò
l’organizzazione dei Fratelli Musulmani, alla quale era legato
l’autoproclamatosi presidente bosniaco Alija Izetbegovic; e non si
dimentichi il ruolo assegnato ai fondamentalisti “islamici”,
decretati “combattenti della libertà” dagli Americani che volevano
cacciare i Russi dall’Afghanistan e dall’Asia Centrale. Ebbene, una
simile operazione è stata organizzata in Jugoslavia, dove gli stessi
mestatori hanno fatto di tutto per montare le comunità etniche e
religiose le une contro le altre, al fine di installare loro basi e
indebolire l’Europa: quella vera, non la comunità “euro-atlantica”
del panzer-liberismo.
Allora la prego, signor Revel, lei ed i suoi colleghi allineati
sulle gazzette anglosassoni dei complessi militar-industriali:
smettetela di prendere tutti per idioti e di versare lacrime di
coccodrillo su avvenimenti montati di sana pianta, su “massacri”
aventi come attori Ben Laden, Saddam Hussein e Radovan Karadzic, in
film dai grossi budget destinati a provocare “lo scontro di civiltà”
e ad impressionare un pubblico disinformato. I Serbi ed i loro amici
sono stati fin qui troppo passivi nei confronti dei loro diffamatori
e sono in diritto di chiedere conto a coloro i quali partecipano ad
un’attività di demonizzazione collettiva che deve cessare.
Ecco che cosa ci tenevo a dire su questo argomento. Lei capisce che,
in ragione di quanto precede, ci tengo a dispensarmi dalla consueta
formula di cortesia.
Yves Bataille
14 luglio 2005
Note
(1) Quotidiano di Perpignan, Pirenei orientali.
Si ringrazia l’Autore per aver permesso la pubblicazione di questa
lettera
fonte: http://www.eurasia-
rivista.org/cogit_content/articoli/ArgomentoSrebrenica.shtml




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