Bisognava cacciarli prima(libero)
di VITTORIO FELTRI
Basta ipocrisie, diciamo la verità: l'integrazione del mondo islamico è impossibile I fatti di Londra lo dimostrano. Solo che adesso è troppo tardi. Ci hanno già invaso
C'è qualcosa che non si ha il coraggio di ammettere. D'altronde riconoscere gli errori è un esercizio penoso: comporta rimorsi, pentimenti, adattamento ai propri limiti. Ma a un dato momento occorre vincere ogni riluttanza e fare quattro chiacchiere con la coscienza. Se succede quello che sta succedendo a Londra, che è successo a Madrid e ancor prima a New York, la colpa è nostra. Abbiamo sottovalutato un problema. Lo sottovalutiamo da almeno quarant'anni e nel frattempo è marcito; la situazione si è incancrenita ed è tardi per rimediare con provvedimenti improvvisati, abborracciati. Mi riferisco al problema dell'immigrazione selvaggia. È noto. I flussi migratori - insegna la storia peraltro - non sono arrestabili. Massimo si possono governare, e non è facile. La gente affamata lascia la tenda, lascia la sua terra e va in cerca di pane dove spera di trovarne, va anche in capo al mondo. Gli apparati nazionali per quanto collaudati ed efficienti sono in grado di bloccare alla frontiera una, dieci, cento persone e rispedirle ai luoghi di origine. Ma se l'ondata d'urto è costituita da moltitudini, da un fiume di popolo, allora salta ogni meccanismo di selezione; il fiume rompe gli argini e dilaga. Siamo all'invasione. Ecco. L'Occidente rischia di annegare.
Per nuotare nuotiamo e ci illudiamo di salvarci, ma presto o tardi andremo a fondo. Stiamo già sprofondando. Londra è stata letteralmente occupata da milioni, e sottolineo milioni di arabi musulmani. Quarantacinquant'anni di politica multietnica e multiculturale producono ora frutti velenosi. L'innesto arabo nella società inglese (americana e pure europea) all'inizio avvenne in modo indolore, all'apparenza. Orde di poveracci giungevano in Gran Bretagna cariche di stracci. Avevano un solo obiettivo: sopravvivere, cioè un tetto, un lavoro purchessia, qualcosa da mangiare, assistenza medica, marciapiedi più sicuri delle aspre sabbie desertiche sui quali camminare con fiducia verso il futuro. Gli immigrati della prima generazione si integrarono svolgendo mestieri disparati; non avevano voglia né tempo per distrarsi e coltivare manie di grandezza islamica. Erano sì affezionati alle tradizioni connesse ai dettami coranici, però la loro fede e i loro costumi, a contatto con la civiltà anglosassone, provvisoriamente persero forza, si annacquarono. La seconda generazione si inserì perfettamente; il comportamento di un inglese e quello di un arabo - moschee a parte - erano indistinguibili. Il sogno multiculturale sembrava essersi realizzato. Balle. La terza generazione ha dimostrato che erano tutte balle.
Il richiamo del deserto è stato irresistibile: le imprese di Osama Bin Laden, evidentemente, per i giovani sudditi islamici sono state più suggestive dei principi democratici radicati in Gran Bretagna. I terroristi che hanno ferito Londra non vengono da Bagdad, non sono clandestini, non sono figli o fratelli dei tagliatori di teste, bensì nipoti di islamici integrati, cittadini che giocavano a cricket e a golf, studiavano nei college e bevevano thé o addirittura birra. Passano i lustri, passa la fame, ma il musulmano, anche quello che non ha mai visitato la terra dei padri, rimane legato da un filo d'acciaio allo spirito ancestrale dell'Islam. Osama fischia e l'inglesino aspirante kamikaze risponde: sissignore. La radice pachistana è più resistente del fogliame acquisito in inghilterra. Gratta gratta l'arabo in bombetta e viene fuori il fondamentalista insensibile alle ragioni del Paese che lo ospita e lo ha trasformato da conducente di cammello in rampantello della city.
Questo faccia riflettere. Non è l'immigrazione in sé ad essere nociva all'Occidente, ma l'immigrazione di un determinato tipo. Non è il filippino, non è il romeno o l'ucraino a minacciare la nostra esistenza, ma il musulmano. Tra i romeni, gli ucraini, i filippini ci sono dei criminali, ovvio, come tanti ve ne sono fra gli europei e gli statunitensi; tuttavia sono delinquenti comuni, hanno moventi molto umani, avidità di denaro, scarsa propensione per il lavoro e il sacrificio, desiderio di consumare generi di lusso, disperazione. Il musulmano estremista invece è un invasato religioso, un esaltato, non esita a imbottirsi di esplosivo per la gloria di Allah e a massacrare se medesimo, uomini e donne che gli hanno dato una mano.
L'islamico non doveva entrare in casa nostra. Bussava? Non ti apro la porta. Non ti guardo neppure perché temo di farmi impietosire. Noi siamo così: se guardiamo negli occhi un individuo sofferente non riusciamo a negargli aiuto. Ma aiutare un fondamentalista equivale a finanziare il boia che ti ucciderà. O ci rendiamo conto di questo o non andremo lontano. Perché il fondamentalista non rispetta le tue leggi; prima di essere un cittadino è un islamico, se ne infischia della tua organizzazione sociale, dei diritti civili, delle regole democratiche e, semmai, le sfrutta per occupare più agevolmente il tuo Paese. Se gli regali un rasoio non lo usa per radersi, bensì per reciderti la gola. Inglesi e americani, olandesi e tedeschi quando mezzo secolo fa "importarono" arabi a iosa (onde dare una spinta all'economia) senza nemmeno sottoporli all' "esame del sangue", commisero una imperdonabile leggerezza. Non immaginavano di tirarsi fra i piedi potenziali assassini? Hanno peccato di imprudenza. Potevano essere più lungimiranti. Gli strumenti culturali idonei a prevedere non mancavano neanche allora. L'Islam non è nato ieri.
Si obietterà che non tutti i musulmani sono stragisti; ne sono persuaso. Però non mi risulta si sia sviluppato tra gli arabi occidentalizzati un movimento maggioritario allo scopo di contrastare e isolare i sanguinari. E quando alcuni dei nostri ospiti pronunciano parole di condanna verso il terrorismo lo fanno basandosi sul Corano e non sui codici del Paese in cui sono immigrati. Il che rivela la inconciliabilità fra noi e "loro". Libero pubblica oggi i dati di un'inchiesta sul numero di musulmani in Europa e sulla percentuale (elevata) di fondamentalisti. L'Italia non è una penisola felice e immune dai rischi. Gli islamici ufficiali, regolari, sono oltre ottocentomila; il dieci per cento, si calcola, è fonte di grave pericolo per l'incolumità nostra. E trascuriamo di considerare i clandestini. Era d'obbligo fermare o almeno filtrare gli ingressi. Non l'abbiamo fatto per assecondare il buonismo becero e suicida di una quota cospicua dell'opinione pubblica, e a causa di un ceto politico tremebondo e inetto. L'unica voce che si ode è quella di Ciampi, lui che difende l'euro e con lo stesso slancio difende gli accordi di Schengen che vietano la chiusura delle frontiere. Tutti gli altri, di maggioranza e di opposizione, zitti. Teniamoci i musulmani, quelli cattivi e quelli buoni, e ci terremo prossimamente i morti che ci sbatteranno in faccia.


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