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    Lightbulb Il futuro della Palestina

    Il futuro della tregua e delle relazioni interne palestinesi




    di Yasser al-Z‘atra
    martedì, 26 luglio 2005
    L'Autorità Palestinese è disposta ad accettare le peggiori umiliazioni pur di ottenere il controllo di Gaza, una parte minima del territorio palestinese occupato. Ma l'evolversi della situazione irachena potrebbe cambiare le carte in tavola...
    La scena palestinese ha visto alcuni colpi di scena nelle ultime settimane segnate da una sostanziale interruzione della tregua. Il movimento islamico al-Jihad ha subito l’uccisione e l’arresto di elementi di rilievo delle sue milizie. Ciò ha portato ad una serie di ritorsioni, fra cui l’operazione di martirio di Netania, alle quali a sua volta Sharon ha risposto mirando ai dirigenti e quadri di tutta l’opposizione palestinese. Hamas ha attuato la sua rappresaglia che ha avuto come vittima una colona israeliana.

    A questo si aggiungono gli scontri fra Hamas e le forze dell’ordine dell’Autorità Palestinese, che hanno causato il ferimento di cinque membri del movimento, nonché l’uccisione di sedici comuni cittadini e di due bambini, e i battibecchi sulla stampa fra i leader dell’Autorità e delle forze di opposizione. Ma il conflitto non è esclusivamente fra queste due parti. Hamas non è stata la sola a reagire agli attacchi israeliani: accanto ad essa c’era il Jihad, le Brigate dei Martiri di al-Aqsa, e le Brigate Abu al-Rish, legate al movimento Fath. Questo smentisce le voci che stigmatizzano Hamas, attribuendole la volontà di ostacolare il ritiro israeliano da Gaza – secondo alcuni -, o di conquistare il potere nella striscia al posto degli israeliani - secondo altri.

    Gli scontri fra Israele e le forze di opposizione palestinesi portano alla memoria i tempi dell’Intifada, e formano una catena che pare non fermarsi. Per quanto riguarda le relazioni fra Autorità e resistenza armata, non crediamo che siano il presagio di una guerra civile, né che Hamas nutra intenzioni aggressive nei confronti dell’Autorità. E’ stata infatti quest’ultima a dichiarare che avrebbe colpito, anche in modo violento, chiunque violasse la tregua. Negli scontri a fuoco fra le due parti, non è un caso che nessuno fra le forze dell’ordine dell’Autorità sia rimasto ferito. Sono state proprio queste forze dell’ordine a sequestrare le telecamere e i nastri dei giornalisti che hanno assistito agli scontri, per paura che si scoprisse la verità. Di fatto, dalla creazione dell’Autorità - nel 1994 - fino ad ora, Hamas non ha mai propugnato la guerra civile, perfino quando l’Autorità le ha imposto i peggiori abusi.

    Gli ultimi eventi tuttavia ripropongono le questioni relative al futuro della tregua, alle relazioni interne palestinesi, e su come verrà governato da parte palestinese il ritiro da Gaza, il prima e il dopo. E’ assurdo sostenere che Hamas avrebbe intenzione di ostacolare il ritiro, quando essa sarebbe la prima a beneficiarne, considerato il numero di vittime causate fra le sue fila dall’occupazione israeliana a Gaza, fra cui leader eminenti come lo Sheikh Yasin e Abd al-Aziz al-Rantisi. La realtà è che Hamas rifiuta di accettare la logica per cui si offre la guancia sinistra agli occupanti mentre si schiaffeggia quella destra dei palestinesi. Soprattutto si oppone al fatto che il ritiro israeliano avvenga all’insegna delle continue umiliazioni dei palestinesi. Vorrebbe che tale ritiro assomigliasse a quello dal sud del Libano, e che fosse una tappa verso la liberazione anche della Cisgiodania, e non invece verso il rafforzamento dell’occupazione in questa regione, come auspica Sharon più o meno esplicitamente. E’ vero che Sharon ha dichiarato che non si ritirerà sotto il fuoco, ma di fatto non può fare marcia indietro, perché il ritiro è la merce più preziosa di cui dispone nello scambio con gli Stati Uniti, che hanno bisogno di dimostrare al mondo che il governo israeliano ha intenzioni pacifiche. Per gli Stati Uniti, il ritiro permette la messa a tacere del dossier palestinese, così che possano concentrasi indisturbati su quello iracheno.

    Israele ha deciso di ritirarsi per limitare lo scontro diretto con i palestinesi ed evitare le loro rappresaglie, ma non risparmia loro umiliazioni. Ma molti dell’Autorità Palestinese non lo capiscono, accecati dal desiderio di esercitare il potere su Gaza, nonostante essa non sia altro che 365 chilometri quadrati, o meglio il 6% dei territori occupati nel 1967, che erano a loro volta il 22% del territorio storico palestinese. Hamas deve quindi confrontarsi con una realtà in cui c’è chi è disposto a sacrificare metà del popolo palestinese pur di continuare a mantenere i propri leader ed esercitare il potere. Sa anche bene che l’occupante non si fermerà sulla porta, e che per sopravvivere dovrà comunque negoziarci, cosa per lei odiosa. D’altro canto, c’è l’Egitto che si rifiuta di accettare Hamas, forse anche nel caso l’accettasse Israele. Stessa cosa per gli Stati Uniti, che non cambiano la loro opinione sul movimento, nonostante vi siano stati incontri ad alto livello con i suoi leader, dichiaratamente per la reciproca comprensione, ma con lo scopo reale di addomesticarli.

    Per quanto riguarda la tregua, essa probabilmente continuerà, a meno che gli attacchi israeliani non superino ogni limite, e si scateni come nel 2000 una Intifada che né l’Autorità, né il movimento Fath possono fermare. Se tale scenario non si verifica, si andrà avanti nonostante le schermaglie, e questo perché i presupposti che hanno portato alla tregua rimangono in piedi, ovvero il sostegno dell’Autorità Palestinese, e la sempre maggiore acquiescenza araba – soprattutto egiziana – nei confronti del dominio americano.

    Ma non significa che questa situazione debba durare in eterno. Quello che sta succedendo in Iraq potrebbe cambiare le condizioni nella regione araba e nel mondo, rendendo evidente che ciò che impone Sharon non è accettabile né da Abu Mazen né da qualsiasi altro, tanto meno da Hamas, di cui alcuni vorrebbero la ritirata obbligata, cosa che il popolo palestinese non è disposta ad accettare, qualsiasi sia il proprio destino!

    fonte: al-Hayat, 5-7-05

  2. #2
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    Israele - Il governo israeliano dichiara "indesiderabile" la missione internazionale partita da Strasburgo lo scorso 4 luglio
    Carovana per la Palestina ferma ad un passo dalla meta


    --------------------------------------------------------------------------------

    È partita il 4 luglio da Strasburgo. Cinquanta veicoli e 150 partecipanti di 8 nazioni diverse: Francia, Germania, Italia, Svizzera, Grecia, Turchia, Giordania e Dubai. La Carovana per i diritti della Palestina è quasi giunta a destinazione, dopo aver attraversato il cuore dell’Europa, anche Varese. Ha toccato numerosi confini, sensibilizzando al suo passaggio gli abitanti di tutti i Paesi che ha toccato. Tra dimostrazioni di solidarietà entusiaste, sono però da segnalare alcuni episodi gravi. Il 9 luglio la Carovana è stata bloccata al confine tra Slovenia e Croazia dalla polizia croata: a quanto denunciano i partecipanti alla Carovana dei diritti per la Palestina, i cui resoconti si possono leggere sul sito http://www.lacaverna.it/palestina/carovana, durante la perquisizione dei mezzi, la polizia ha ritrovato un fucile di plastica, decidendo di bloccare tutta la carovana. Uno dei passeggeri della carovana, un ragazzo palestinese con il domicilio legale in Spagna, era sprovvisto della visa croata, quindi è stato trattenuto e interrogato. I partecipanti alla spedizione hanno inscenato una manifestazione di protesta, alla quale la polizia croata ha reagito in maniera “violenta e aggressiva”, minacciando di arrestare una giornalista locale. Il ragazzo fermato è stato riportato in Slovenia dalle forze dell’ordine, per lui a nulla sono serviti gli interventi delle ambasciate francese e spagnola. La Carovana è ripartita dopo sette ore di sosta forzata alla volta di Belgrado.


    L’11 luglio la Carovana per i diritti della Palestina è poi giunta in Turchia, dopo una lunga sosta al confine bulgaro. Qui, come nella maggior parte dei territori attraversati, l’accoglienza è stata grandiosa, sia ad Istambul che ad Adana. Molto apprezzate anche le dimostrazioni di affetto che hanno trovato i partecipanti in Siria, con le importanti visite ai campi profughi siriani che ospitano in totale ben 472475 palestinesi distribuiti su tutto il territorio nazionale. Il 18 luglio luglio la Carovana entra in Giordania, anche qui accolta alla frontiera da moltissima gente. Ancora problemi in vista della tappa finale: al confine con Israele, sul ponte Allenby, la Carovana è stata respinta e dichiarata “indesiderabile” dallo stato della stella di Davide. Le ultime notizie di oggi, 21 luglio, vedono i partecipanti alla Carovana fermi ad Amman, capitale giordana: manifestano contro la decisione del governo israeliano di respingere quella che è una missione che vuole cercare di portare pace e sensibilizzare i cittadini del mondo sulla situazione di un popolo da troppo tempo costretto a vivere senza una terra e senza diritti.
    Ibrahim

  3. #3
    Hanno assassinato Calipari
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    Il significato di "pace" per Israele e' questo.

 

 

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