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  1. #11
    SENATORE di POL
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    La politica estera dell'Ulivetto Prodinottiano qual'è? Bombardare i Serbi e poi sostenere i tagliagole irakeni che chiamano..... truppe di occupazzzzzzione i nostri soldati? Imitare il pavido Zapatero, eletto da Osama? Andatavi a nascondere!

    Shalom

  2. #12
    Lampo
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    In origine postato da Pieffebi
    La politica estera dell'Ulivetto Prodinottiano qual'è? Bombardare i Serbi e poi sostenere i tagliagole irakeni che chiamano..... truppe di occupazzzzzzione i nostri soldati? Imitare il pavido Zapatero, eletto da Osama? Andatavi a nascondere!

    Shalom
    La politica estera dell'Unione è una politica pacifista contro ogni tipo di guerra !

  3. #13
    SENATORE di POL
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    Vorrà dire che i Serbi li hanno bombardati i marziani e che il voto a favore della guerra all'Afghanistan è stato dato in un raro......momento di lucidità.


    Shalom

  4. #14
    Lampo
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    In origine postato da Pieffebi
    Vorrà dire che i Serbi li hanno bombardati i marziani e che il voto a favore della guerra all'Afghanistan è stato dato in un raro......momento di lucidità.


    Shalom
    Allora una cosa è partecipare a un conflitto con la legittimità delle Nazioni Unite e con i caschi blu ben diverso andare contro le Nazioni Unite e senza i caschi blu.....

  5. #15
    "SI PUO' FARE"
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    Come al solito non sapete neanche di cosa si parli.


    Le Nazioni Unite, da che parte stanno?

    Aha, dimenticavo, per voi le parole del banana sono la verità assoluta.


    31.07.2005


    L'Iraq, un paese occupato. Lo dicono le Nazioni Unite


    di Toni Fontana

    La pretesa del governo italiano di giustificare la presenza dei militari a Nassiriya con compiti «umanitari» rappresenta una grave truffa ai danni dell’opinione pubblica nazionale. Le risoluzioni dell’Onu smentiscono in modo chiaro e netto le parole pronunciate da Berlusconi contro Prodi. Per ammissione del ministro della Difesa i soldati schierati in Iraq svolgono «compiti di ordine pubblico e polizia militare» ed operano agli ordini dei britannici che, nel mese di marzo 2003, hanno invaso l’Iraq occupando le regioni meridionali. Pur non essendo un «paese belligerante» ed avendo escluso la partecipazione ad «azioni di guerra» l’Italia si è schierata, ancor prima della fine ufficiale della guerra (1°maggio 2003) con la Coalizione anglo-americana. Le risoluzioni approvate dall’Onu a partire dal 28 marzo 2003 confermano che le Nazioni Unite non hanno mai autorizzato l’intervento militare, nè l’occupazione. L’Onu, pur sostenendo con tempo e con sempre maggiore impegno, la ricostruzione del paese non abbandona mai la prospettiva di «un pieno ristabilimento della sovranità irachena» e, soprattutto della «fine dell’occupazione».

    Il 28 marzo del 2003 (l’attacco anglo-americano è iniziato da pochi giorni) il consiglio di sicurezza (risoluzione 1472) stabilisce che «la Potenza occupante ha il dovere di fornire alla popolazione civile viveri e medicinali e deve far pervenire derrate alimentari, medicinali ed altri beni quando le risorse del territorio occupato siano insufficienti». Mentre in Iraq le truppe anglo-americane sferrano l’attacco, l’Italia ha già deciso di intervenire a fianco della Coalizione, ma, fin dall’intervento alla Camera del 16 aprile 2003, l’allora ministro degli Esteri Frattini cerca di presentare l’imminente invio dei soldati con scopi «emergenziali ed umanitari per salvaguardare, mentre si definisce il quadro internazionale, le condizioni della popolazione civile». La cronaca degli avvenimenti, come è noto a tutti gli italiani, dimostrerà che gli italiani vengono in realtà mandati in un contesto di guerra. Anche il titolare della Difesa, Martino, pur sostenendo a sua volta la tesi della missione umanitaria, è costretto (14 maggio 2003) ad indicare, tra i compiti affidati al contingente militare, la «creazione ed il mantenimento di un ambiente sicuro» ed il «concorso all’ordine pubblico e alla polizia militare». La prova più evidente del coinvolgimento del governo di Roma nella strategia delle forze occupanti è rappresentato dalla subordinazione del nostro contingente al comando britannico nella «Divisione Sud», che ha sede a Bassora.

    Sempre in quei giorni della primavera 2003, Bush e Blair si rivolgono all’Onu per ottenere la legittimazione della guerra che (a torto) ritengono conclusa. Il 22 maggio del 2003 il consiglio di sicurezza approva la risoluzione 1483 che «prende nota» della lettera inviata da Londra e Washington (l’8 maggio) riconoscendo «poteri, responsabilità e obblighi specifici «delle Potenze occupanti» che - dice l’Onu - debbono agire sotto comando unificato «in virtù del diritto internazionale applicabile». In quei giorni sono già in corso i preparativi della spedizione italiana, e nel mese di giugno, i nostri soldati sono già schierati a Nassiriya.

    Nell’autunno di quell’anno (16 ottobre) il consiglio di sicurezza approva la risoluzione 1511 che, nelle prime righe, auspica che gli iracheni assumano «rapidamente» il governo del loro paese. Il «consiglio di governo» nominato dall’amministratore Usa, Paul Bremer viene accettato dall’Onu, ma solo nella previsione che «venga nominato un governo internazionalmente riconosciuto». Anche la successiva risoluzione, la 1546 dell’8 giugno 2004, da un lato constata che si «è aperta una nuova fase della transizione» con il previsto passaggio dei poteri (30-6-2004), ma, alla seconda riga, ricorda che l’Onu «attende con impazienza la fine dell’occupazione». La risoluzione 1546, con le molte ambiguità che contiene (dovute alle mediazioni rese necessarie per strappare il sì di Francia e Germania) resta in vigore anche dopo le elezioni del 30 gennaio e il 22 maggio scorso è stata citata da Kofi Annan nel corso della conferenza sull’Iraq che si è svolta a Bruxelles.
    "La guerra è la vicenda in cui innumerevoli persone, che non si conoscono affatto, si massacrano per la gloria e per il profitto di alcune persone che si conoscono e non si massacrano affatto." (Paul Valèry, poeta francese).

  6. #16
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    Sì, proprio non sapete di che cosa parlate. Lo sappiamo da tempo.

    Shalom

  7. #17
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    In origine postato da Lampo
    Allora una cosa è partecipare a un conflitto con la legittimità delle Nazioni Unite e con i caschi blu ben diverso andare contro le Nazioni Unite e senza i caschi blu.....
    Infatti l'intervento in Kossovo fu fatto SENZA ONU... ...pero' allora eravate molto diversi...eravate al Governo e sulla Guerra la pensavate un po' diversamente,vero?



    Il Prodi bifronte sul terrorismo

    Ancora una volta il leader dell’Unione adotta la linea del doppio binario nei confronti del terrorismo islamico. Per un verso autorizza il voto bipartisan in Parlamento sulle misure del ministro Pisanu. Dall’altro per non rompere con Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani definisce occupanti le truppe italiane in Iraq, usando gli stessi termini che adopera Al Qaeda quando minaccia il nostro paese.

    Arturo Diaconale

  8. #18
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    In origine postato da Lampo
    La politica estera dell'Unione è una politica pacifista contro ogni tipo di guerra !
    Appunto...come in Kossovo... ...

  9. #19
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    La bocciatura atlantica del professore

    di Massimo Teodori

    E’ la politica estera che identifica una nazione, la sua forza, la sua compattezza interna e la sua credibilità internazionale. Le grandi scelte internazionali non sono forse determinanti per il voto di una parte dell’elettorato che guarda piuttosto agli interessi più vicini ma, certo, qualificano la classe dirigente e segnano il destino di una comunità nazionale. Che sarebbe stato dell’Italia se nel dopoguerra non avesse fatto la scelta occidentale, prima con il piano Marshall e poi con l’Alleanza atlantica e la Nato? La storia repubblicana, non solo politica ma anche economica, sociale e culturale, sarebbe stata ben diversa. Oggi il terrorismo globale, che non ha frontiere e barriere, ripropone con forza l’azione internazionale al centro delle nostre priorità, specialmente per la strategia della sicurezza nazionale.

    Politica estera e politica interna, come non mai, oggi sono strettamente intrecciate.

    Chi pensasse di potere affrontare il nuovo temibile nemico rinserrandosi nell’orticello nazionale, sarebbe del tutto incosciente. Di fronte all’emergenza, la forza di una nazione si misura nell’unità che esprime superando le divisioni partigiane.
    Le grandi democrazie occidentali hanno sempre affrontato in maniera bipartisan i momenti difficili e hanno assicurato la continuità nazionale con politiche estere non contraddittorie tra governi diversi.

    Il nazionalismo europeo dei francesi è stato espresso allo stesso modo da Mitterrand e Chirac.

    Non c’è stata rottura nell’atlantismo tra la conservatrice Thatcher e il laburista Blair.

    Democratici e Repubblicani hanno votato insieme la “guerra al terrorismo”.

    Da noi, invece, con Prodi si prospetta il completo ribaltamento degli assi portanti della politica estera. Con l’inopinata dichiarazione del leader di centrosinistra per il ritiro immediato dei militari Italiani dall’Irak nel caso di vittoria elettorale nel 2006, si prospetta uno strappo che va al di la della specifica decisione.

    La presenza italiana in funzione di peacekeeping sui teatri afgano e irakeno, come in altri scacchieri internazionali di crisi, è parte di una politica estera coerente che poggia su alcuni pilastri tra loro interdipendenti: solidarietà atlantica con gli Stati Uniti; presenza attiva nell’Unione europea; rispetto delle risoluzioni dell’Onu; e partecipazione solidale alla lotta al terrorismo sia sul territorio europeo che nel Medio oriente.

    Tutti questi aspetti sono parte di un’unica tradizione: quella
    dell’Italia protagonista nel sistema internazionale dentro e non fuori dalle alleanze che hanno reso forte e credibile l’Occidente.

    E’ vero che la rottura di Prodi (con l’inaudito lessico di “occupanti” per i militari italiani) si inserisce in alcune tradizioni di politica estera. Quella della sinistra democristiana dei Gronchi e Dossetti che si opposero al Patto Atlantico; quella dei neutralisti europei socialisti e cattolici sponsorizzati dall’Unione sovietica se avessero abbandonato la solidarietà occidentale; quella dell’antiamericanismo di stampo pacifista dei Gino Strada che si preparano a entrare nella coalizione ulivista con l’arcobaleno; e quella degli antiglobalisti che con Bertinotti rivendicano la superiorità dei loro valori rispetto all’Occidente della democrazia politica, dei diritti individuali e del libero mercato.

    Per quasi mezzo secolo l’ancoraggio dell’alleanza atlantica, che fu infine riconosciuta necessaria anche da Enrico Berlinguer, tenne l’Italia al riparo dal totalitarismo comunista.

    Oggi, di fronte al nuovo totalitarismo islamista, non si può andare in ordine sparso nell’illusione di separare la lotta al terrorismo in Irak da quella in Europa.

    L’annuncio di Prodi è pericoloso, pericolosissimo.

    Perché prospetta una rottura nella tradizione nazionale e getta un’ombra pesante sul centrosinistra di eventuale governo proprio mentre la parte più responsabile dell’opposizione dà una prova di affidabilità nazionale votando le misure antiterroristiche del ministro Pisanu.

    “il Giornale”

    31 luglio 2005

  10. #20
    Lampo
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    In origine postato da Mantide
    Infatti l'intervento in Kossovo fu fatto SENZA ONU... ...pero' allora eravate molto diversi...eravate al Governo e sulla Guerra la pensavate un po' diversamente,vero?



    Il Prodi bifronte sul terrorismo

    Ancora una volta il leader dell’Unione adotta la linea del doppio binario nei confronti del terrorismo islamico. Per un verso autorizza il voto bipartisan in Parlamento sulle misure del ministro Pisanu. Dall’altro per non rompere con Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani definisce occupanti le truppe italiane in Iraq, usando gli stessi termini che adopera Al Qaeda quando minaccia il nostro paese.

    Arturo Diaconale
    Prodi ha autorizzato il voto alle misure antiterrorismo mantenendo il NO alla guerra ......

 

 
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