di Flavio Grisolia
PREMESSA
Ogni ipotesi d’architettura costituzionale, ha di per sé scarsa rilievo, se prima non mette in chiaro il concetto di diritto su cui intende basarsi. Una qualsivoglia forma di stato non può, infatti, prescindere da un precedente retroterra giuridico, che in un certo senso la giustifichi e le dia legittimità. Termini come federalismo e sussidiarietà, o ancor peggio giustizia e libertà, sono totalmente vuoti di ogni significato, se non appare con chiarezza quali siano i reali soggetti cui fanno riferimento. Mi spiego meglio: dire che l’uomo deve essere governato con giustizia e deve vivere in libertà, in una società basata su criteri di sussidiarietà in uno stato federalista suonerà forse bene alle orecchie di molti, ma in realtà non è che aria fritta, che da diverso tempo, effluvia dalle bocche di politicanti d’ogni ordine e colore. Il punto è che ormai è praticamente scontato rifarsi a quello che, di fatto, è divenuto il sostrato comune di tutti gli stati definiti “moderni”: vale dire il “Diritto romano”, su cui poi sono stati innestati i principi illuministi delle rivoluzioni americana e francese e i loro conseguenti sviluppi giuridici, sino a giungere ai giorni nostri. Si tratta in sostanza di un sistema che basandosi formalmente sull’individuo, in pratica poi è in grado di creare organismi dotati di un potere illimitato, al di fuori di ogni legge che non sia emanata naturalmente da loro stessi. Lo stato inteso quindi come fonte positiva di ogni diritto, che solo in quanto codificato può essere riconosciuto. A chi obietta che il problema si risolve passando dal centralismo al federalismo, non posso che rispondere che senza cambiare l’origine giuridica del tutto, ci si limiterà a riprodurre a livello locale ciò che già esisteva su scala maggiore. L’esperienza delle regioni in Italia, ha già causato da più parti, accuse di neocentralismo e questo nonostante il limitatissimo potere decisionale che esse hanno. Né servirebbe molto scendere come dimensione, a causa dei pressanti legami economici oggi imperanti. Bisogna in sostanza capire cosa si vuol ottenere, comprendere dove stia realmente il problema. Volere ad esempio la Padania o comunque una piena indipendenza, in regioni autonome e che hanno in termini economici da Roma più di quanto diano, come la Val d’Aosta, il Trentino-Sud Tirolo e il Friuli-Venezia Giulia, esprime a mio avviso un malessere più profondo di chi si accontenterebbe in fondo, di pagare solo meno tasse e avere qualche servizio in più. Vi è poi chi nel nome di un indefinito anarco-liberismo, pretenderebbe di risolvere il problema delegando ogni potere ai singoli, abolendo totalmente lo stato e dando così origine a una società dove a dominare sarebbe solo il potere economico e dove ogni valore verrebbe inevitabilmente annientato, fermo restando solo il diritto del più forte e del più cinico egoismo. Esasperazione in questo caso di quegli stessi principi illuministi, che pure sono stati alla base dello stato-nazione centralista, che si vorrebbe in questo modo eliminare. Non resta perciò che invertire totalmente la rotta che nel corso degli ultimi duecento anni ci ha portati all’attuale deriva. E’ assolutamente necessario che la storia dei popoli europei riprenda il percorso grazie al quale, il nostro continente era giunto alle più alte mete di civiltà materiale e spirituale. Tutto ciò non né utopia né oscurantismo: nessuno dice di rifiutare il progresso tecnologico, anzi, la questione è data dall’uso che di esso attualmente si fa, non certo di un suo utilizzo. Per millenni e millenni, la famiglia, le comunità, i popoli, sono stati i soggetti di ogni forma di diritto, i re stessi, che pure vantavano prerogative divine, li avevano come referenti e nemmeno la svolta assolutista, che precede di poco più di un secolo la Rivoluzione francese, osò mai cambiare rotta e toccare usi e consuetudini o gli istituti tradizionali che li rappresentavano. Cosa che invece sarà sistematicamente fatta dagli stati-nazione postrivoluzionari, tra i quali anche l’Italia. Anzi si può dire che il processo di soppressione di ogni forma residua di tradizione sociale, si chiuda proprio con la “democratica “Repubblica italiana, che completerà così l’opera iniziata nel secolo scorso. Nel fare ciò lo Stato italiano, troverà un inaspettato alleato nella gerarchia ecclesiastica, che infiltrata sino ai massimi vertici da massoni, col concilio Vaticano II° riuscirà a stravolgere completamente la posizione della Chiesa cattolica, riducendola ad essere un semplice aggregato al servizio del potere mondialista.
LA PARTITOCRAZIA
Nell’attuale dibattito interno, atto a recuperare un’originale identità velata da striscianti compromessi, nessuna voce si è sinora levata a chiedere un perentorio ritorno alla lotta alla partitocrazia, componente fondante e vincente dell’azione politica della Lega dei primordi. I partiti sono, infatti, come ha recentemente avuto modo di confermare il presidente Ciampi, il vero piedistallo di questo stato, autentici portatori d’acqua al centralismo romano da cui ricavano prebende e potere. Non ha senso parlare di sovranità popolare, quando questa si esprime solo attraverso un voto che non è che una cambiale in bianco firmata ad un partito. Si dirà che anche la Lega è un partito: vero solo in parte, perché essa è nella realtà il Movimento che necessariamente ha dovuto strutturarsi, per fronteggiare proprio lo strapotere dei partiti romani. La visione federalista di cui la Lega è portatrice può benissimo prescindere dai partiti, riuscendo nel contempo a sviluppare un livello di democrazia sconosciuto a tutti gli stati-nazione figli del giacobinismo. E’ questo un concetto la cui elaborazione va avviata nel nostro pensare-agire politico. Non si tratta qui di fare complicate architetture costituzionali, ma semplicemente di portare il potere decisionale più in basso possibile, giù sino al naturale allargamento dei gruppi familiari, vale a dire le comunità territoriali storiche, di cui è ricca l’Europa. Al contrario i partiti spostano il potere decisionale all’interno delle loro segreterie e i compromessi che operano tra loro per governare, sono essenzialmente fatti, non per il bene della comunità, ma in difesa degli interessi particolari che essi rappresentano. Caduto, infatti, il velo succinto della contrapposizione ideologica, essi non han potuto non mostrarsi nella ripugnante nudità di portatori del pensiero unico dell’omologazione mondialista. Anche chi a parole come Rifondazione Comunista, dice di essere contro i poteri forti dell’alta finanza, nella realtà persegue la stessa logica internazionalista, basata su un economicismo tecnocratico. Non la Lega, in cui sola sopravvive l’autentico animo dei Popoli padani e la loro civiltà, antica come l’uomo: il detto diffuso per cui tutti i partiti sono uguali, è quindi sacrosanto. Non esiste e forse non è realmente mai esistita una contrapposizione destra-sinistra, ma piuttosto tra gli stati-nazione centralisti e i popoli che avevano nella tradizione e non nelle ideologie post-illuministe, il loro comune sentire. Se, infatti, analizziamo sotto quest’ottica gli ultimi duecento anni, ci accorgiamo che tutte le guerre hanno quale unico movente la distruzione delle identità tradizionali, a favore di nuove entità statuali disorganiche rispetto alle realtà etniche del territorio. L’ideologia, liberale o socialista che sia, aveva e in parte ha ancora il compito di coagulo di genti spesso lontanissime per cultura, storia e religione. Questo è quanto è avvenuto con la nascita dello stato italiano e questo è lo sporco gioco per cui sono praticamente nati i partiti moderni. Falso pensare che queste associazioni, che spesso hanno assunto l’aspetto di quelle “a delinquere”, siano alla base della democrazia. Quest’ultima, infatti, non è certo figlia delle rivoluzioni di fine settecento (americana e francese), ma appartiene al corredo genetico dei nostri popoli. Per accertarsene basterebbe andare a leggersi come già accennato, uno dei tanti statuti medioevali delle comunità padane e si avrebbe così la dimostrazione di come ci si debba muovere nel reale interesse comune e non nel nome di astratti principi, che in ultima analisi vanno a ledere l’identità stessa delle nostre genti, senza aggiungere, anzi togliendo quelle libertà che da sempre, permettevano la salvaguardia dei più deboli nei confronti dello strapotere economico e quindi anche politico, dei più ricchi. La convinzione tra i Padani che il bene generale debba prevalere sugli interessi del singolo, non nasce comunque nel Medioevo, ma ha origini ben più antiche: uno studio molto conosciuto tra gli addetti ai lavori di G.D.Serra, ha esaurientemente dimostrato ad esempio la continuità nei millenni degli antichi centri rurali, là dove l’organizzazione cittadina romana non aveva cancellato ogni traccia di quella precedente a base etnica. Una testimonianza diretta del forte senso comunitario dei nostri antenati, ci viene dalla Tavola del Polcevera o Sententia Minuciorum, una lamina bronzea del 117 a.C., che riporta un verdetto a proposito di una controversia tra Genuati e Viturii, per la contesa di un territorio a nord di Genova. In essa traspare chiaro come l’occupazione romana in atto da circa un secolo, non avesse affatto intaccato gli antichi costumi e come tutto era inteso in modo identitario ed estremamente democratico, tanto che gli stessi legati liguri inviati a Roma, dopo essere stati eletti da entrambe le tribù (il termine in questo caso non è forse il più appropriato) non avevano alcun potere decisionale e si limitavano a riportare quanto ascoltato ai rispettivi consigli. Tornando ai giorni nostri, mi sembra quindi evidente come una forza rivoluzionaria, ma forse sarebbe più esatto dire controrivoluzionaria, come la Lega, non possa certo far derivare la sua visione politica proprio dal mondo che si è prefissa di combattere e distruggere, ma debba invece ricercare nella storia e soprattutto nella Tradizione dei Popoli che rappresenta, le armi di un pensiero sempre attuale, nemico mortale di ogni ideologia contemporanea e di ogni forma di omologazione. Sarebbe perciò un grave errore riprodurre tra noi il sistema partitico, strumento come abbiamo visto di conservazione dell’oppressione, usato proprio per distruggere la Lega: le recenti elezioni hanno chiaramente dimostrato quanto sia perniciosa per il nostro Movimento ogni forma di collaborazione con Roma-Polo o Roma-Ulivo.
RITROVIAMO LA STRADA DI CASA
“Avevamo perso la strada di casa, ma l’abbiamo ritrovata in tempo, prima che fosse troppo tardi.” E’ questa una frase pronunciata da Bossi qualche anno fa e che rispecchia fedelmente il percorso di una ritrovata identità, prima che questa fosse definitivamente cancellata da un lavaggio dei cervelli ultrasecolare e da immigrazioni sconsiderate. Intendiamoci ci troviamo solo all’inizio del percorso e la meta è ancora distante: su ciò non vi deve essere alcuna illusione, così come dobbiamo convincerci che il prezzo da pagare sarà quanto mai salato; in ogni caso però ci siamo e da qui nessuno potrà toglierci. Nulla può proibirci di sognare e immaginare come saranno in futuro Italia e l’Europa; certamente federali diranno tutti, non avendo in realtà la minima idea di cosa e chi si andrà a federare. A ciò in molti risponderebbero indicando le regioni, quasi che esse stesse non siano qui da noi, frutto di una visione antistorica e non rispettosa delle diverse identità dei nostri territori. Il “regionalismo” è, infatti, da sempre una delle armi usate dallo stato-nazione contro i popoli e va quindi reso inoffensivo, proprio partendo da quelle stesse motivazioni che vorrebbero dargli fiato. Bisogna in sostanza ricominciare tutto il discorso da capo, iniziando da quelli che erano gli istituti fondanti del diritto dei nostri antenati: la famiglia e la comunità, intendendo quest’ultima, come un normale allargamento della prima. Dobbiamo quindi porre entrambe come referenti giuridici base per ogni nostra proposta di organizzazione territoriale e non partire dal territorio, per poi giungere ai singoli, come l’ideologia giacobina vorrebbe imporci, anche se questa concezione è in ogni caso purtroppo, penetrata in profondità tra la nostra gente, che forse in buonafede non riesce a comprendere l’enorme danno di una tale scelta. La nostra cultura, quindi tutta la nostra tradizione, in parole povere la nostra identità è inscindibile da questo binomio. Noi siamo il frutto del percorso ultramillenario di comunità territoriali, perlopiù rurali, che nella continuità hanno sviluppato usi e costumi propri e quindi valori, trasmessi dai genitori ai figli senza soluzione, valori nella maggioranza dei casi ancora vivi solo pochi decenni orsono. Detto questo mi par già di sentire la scontatissima obiezione: ”Con tutte le immigrazioni che ci sono state e ancora sono in atto, non è più possibile ricollegarsi alla tradizione e alle identità locali.” Sbagliato, poiché certi valori non hanno limiti temporali, ma sono eterni e noi non dobbiamo far altro che andare a riprenderceli. Anche perché, specialmente nelle campagne non tutta la tradizione, vale a dire la visione del mondo propria delle comunità locali, è andata persa. Mi riferisco quindi, non certo a del semplice folclore, ma a un qualcosa che si basa sull’esperienza di generazioni e generazioni e che si è sviluppato nel corso dei millenni, frutto essenzialmente del rapporto tra uomo e territorio e dell’equilibrio raggiunto in tal senso. Si tratta di un percorso indubbiamente molto difficile da identificare nel caos contemporaneo, tanto che non si può certo affermare che esso sia stato chiaramente individuato da buona parte dei gruppi dirigenti antagonisti, coi risultati che tutti sappiamo. Non è perciò dai grandi centri che potrà partire la riscossa dei Popoli, ma da quei paesi o villaggi, dove ancora aleggia un po’ del loro antico spirito: a noi il compito di ritrovarlo. Si tratta di impostare in maniera mirata, una sorta di rivoluzione culturale, che interesserà per primi noi stessi. In ciò comunque sarà indispensabile affidarci a chi in merito, ha già fatto più strada di noi ed ha perciò le idee più chiare, andando così a individuare una sorta di gerarchia culturale in parte già formatasi. In questa fase, infatti, è quantomai necessario ideologizzare in un certo senso, la tradizione e ciò non è indubbiamente alla portata di tutti, meno che mai di politicanti da “carrega”. Saranno proprio queste guide culturali, che col tempo dovranno andare a costituire l’ossatura portante di un gruppo dirigente “alternativo”, sempre che alle parole si sappiano poi far seguire i fatti. Senza questo fondamentale passaggio, nessuna forza politica, sarà in grado di garantire vera libertà e indipendenza. A livello di ricerca pratica, risulta assolutamente fondamentale, lo studio degli antichi statuti medievali delle nostre comunità: in essi troveremo molte risposte alle domande, di come debba realmente essere impostato un sistema locale, che voglia coniugare democraticamente interessi privati e sociali, avendo comunque sempre alla base, i referenti giuridici citati. Capiremo da ciò, che il bene di ogni famiglia può essere subordinato solo a quello più vasto della comunità, mentre i singoli vengono in ogni caso a trarre beneficio da entrambi gli istituti, ma non possono allo stesso tempo anteporre ad essi i propri interessi. Nozioni basilari su cui già in precedenza si era basato tutto il diritto dei nostri antenati Liguri, Veneti, Celti e Longobardi. La fase successiva, consisterà nel comprendere come e dove l’insieme di queste comunità vada a costituire un popolo. In termini corretti dovrei forse parlare di etnia, ma con popolo voglio indicare nell’occasione un’autocoscienza identitaria, che rimane il presupposto base perché quanto si sta ipotizzando, possa avere una qualche possibilità reale. La lingua sicuramente in questo caso, costituisce l’elemento caratterizzante più evidente. Là dove cessa la comprensione linguistica, lì finisce un popolo e ne inizia un altro. Ogni altro fattore di distinzione, ci porterebbe su terreni minati o a scimmiottare l’esistente. Questo inoltre è l’elemento che più di ogni altro dimostra l’inconsistenza delle attuali regioni e l’impossibilità su di esse di creare un federalismo serio, che non sia la riproposizione in scala minore del centralismo partitocratico. Anche qui, come in precedenza è necessario portare avanti un’autentica rivoluzione culturale a livello individuale e politico; non sarà, infatti, facile togliere dalla testa di molti, quelle sovrastrutture ideologiche che da generazioni ormai costituiscono un bagaglio comune e che ci impediscono di dare le risposte più appropriate ai problemi che ci assillano. Con ciò inoltre, non si vuol creare un eccessivo frazionamento, ma limitarsi a riscontri obiettivi, come ad esempio che un Milanese non comprende un Bergamasco e viceversa, anche se entrambi son definiti Lombardi. Gli elementi che ci uniscono ci sono e sono pesanti e di essi personalmente ho già avuto modo di parlare e scrivere in diverse occasioni, ma qui ora, non ritengo indispensabile trattarli. Del resto giunti a questo punto credo ci si possa accontentare di un’unità “politica”, visto che comunque rimane sufficientemente chiaro il percorso identitario. Ognuno di noi potrà, infatti, riconoscersi per quanto affermato, in un determinato popolo e se ciò sarà reso difficile dalla residenza in un luogo diverso da quello originario, ci si potrà comunque sempre appellare alla condivisione dei valori eterni ed universali, cui ho fatto riferimento. Questo potrà ad esempio essere il caso di un immigrato meridionale nel Nord Italia, che compreso ciò lotterà quindi al nostro fianco mosso da un comune sentire che nasce dalle radici più profonde di ogni uomo e dal riconoscersi comunque in una superiore identità europea, nemica mortale del pensiero illuminista e giacobino. Ricerche sulla suddivisione linguistica dell’Italia e dell’Europa, sono disponibili da tempo, l’importante è che l’interesse ad accrescere un presunto potere politico, non vada ad inficiare un percorso etno-linguistico, che deve assolutamente essere prevalente nella ricostruzione di una dimensione rispettosa delle diverse identità presenti sul territorio. Una lingua un popolo, così si potrebbe riassumere il discorso e a tutti questi popoli, va dato il massimo potere decisionale, facendo sì che essi stessi si strutturino in federazioni basate sulle comunità territoriali.
LE COMUNITA’
Dare una dimensione reale alle comunità territoriali è forse il problema principale. Anche qui però non dobbiamo inventarci niente e limitarci a riprendere quanto nel corso del tempo si è venuto a creare. Partiremo perciò da quelle aree rurali, dove la continuità col passato, anche quello più remoto non è mai venuta a cessare, andando a individuare tutti i centri, anche i più piccoli che presentino tali caratteristiche. Il segno più semplice per identificarli rimane sempre la presenza di un toponimo e di una chiesa attestati nel corso dei secoli: la dimensione spirituale è, infatti, da sempre dominante nel cuore dei nostri popoli e già da prima del Cristianesimo e delle invasioni romane, essi avevano nel nemeton, il centro della comune area sacra spesso identificato da un menhir o da una stele, la rappresentazione stessa della loro identità, che assurgeva così ad espressione di volontà divina, frutto di una sconosciuta forza vivificante. Un ulteriore elemento di distinzione dovrà a questo punto essere fatto tra centri urbani di qualsivoglia dimensione e zone non insediate, intendendo in questo modo tutte le superfici “verdi” al di fuori di essi. Come sappiamo, da sempre i borghi e in particolar modo le città hanno svolto un’azione parassitaria nei confronti della campagna, ragion per cui è assurdo, proprio per gli interessi contrapposti che rappresentano, far gestire da chi risiede nei centri abitati i territori rurali, che inevitabilmente sarebbero un po’ alla volta sacrificati a forme speculative che ne altererebbero in maniera irreparabile le peculiarità. Si tratterebbe perciò di ritornare all’originario concetto di sacralità con cui era intesa presso i nostri antenati la natura, sempre da essi vista come una manifestazione divina da preservare a godimento dell’intera comunità. In questo senso sarà opportuno creare sul territorio una vera e propria rete di “conservatori”, scelti in base a precise caratteristiche socioculturali e insediative, che andranno a costituire in forme federate un’entità giuridica a sé stante, nettamente distinta da tutte le altre forme di governo delle cosa pubblica. Questi “conservatori” avranno il compito vivendo in queste aree “verdi”, di gestirle e difenderle dagli interessi particolari, favorendo allo stesso tempo la pratica e lo sviluppo agrosilvopastorale, con l’utilizzo anche delle nuove tecnologie, mai in contrasto però coi dettami della tradizione locale. Motivando una rinnovata presenza nelle campagne e in particolare nelle zone di montagna, si ricreerà quel serbatoio che nel passato anche più recente, ha permesso il ricambio nelle città senza che l’originaria identità andasse perduta. Compito del governo federale sarà di far sì che le imprese agricole possano con le loro eccedenze produttive, creare quell’autosufficienza alimentare che è la base prima per una vera indipendenza politica. A questo proposito risulta inevitabile com’era in passato, impedire un eccessivo frazionamento del podere agricolo, che dovrà comunque al minimo poter garantire il sostentamento dignitoso di una famiglia e che non potrà essere lasciato incolto, pena l’esproprio e l’assegnazione ad un’altra famiglia di agricoltori. Individuata nei termini prima detti la comunità base e definitene le competenze nel solo ambito urbano, resta da vedere quali funzioni potrà avere e come si potranno eventualmente creare organismi federali sovracomunitari. E ’chiaro che la piccola comunità disporrà automaticamente di mezzi limitati, anche immaginando il massimo impiego sul posto delle risorse locali. Ci saranno sicuramente opere che per costi e dimensioni saranno fuori della sua portata, coinvolgendo tra l’altro le comunità vicine, come la costruzione di scuole superiori, ospedali, impianti sportivi, ecc. Si renderà perciò necessario creare delle entità atte allo scopo, costituendole di volta in volta o basandosi su strutture preesistenti, nate da veri e propri patti federati tra comunità. Tutto questo dipenderà solo e unicamente dall’effettiva volontà di collaborazione di ogni singola comunità, che resterà comunque sempre libera e responsabile delle sue decisioni, senza che nessun altro ente o lo stesso governo federale possa imporle nulla. La prevalenza del bene comune e quindi anche di quello dell’intero popolo sulle singole comunità, non può imporre a queste ultime scelte non volute, mentre ognuna di loro non dovrà per nessuna ragione sviluppare azioni che in qualche maniera possano danneggiare anche una sola delle altre: mi spiego meglio, se gli abitanti di X non vogliono partecipare alle spese per una piscina comprensoriale o ritengono sufficiente il loro ospedale, piuttosto che uno di dimensioni maggiori da edificare coi vicini, nessuno potrà mai obbligarli a sborsare soldi se non lo vogliono; allo stesso modo non potranno certamente captare totalmente un corso d’acqua, che va ad irrigare le terre dei loro confinanti. Resta comunque il fatto che ogni accordo entro i limiti citati, potrà sempre essere attuato, senza l’intromissione di altri organismi governativi. Tutte le comunità si troveranno perciò a far realmente politica, vale a dire scelte a 360°, differentemente dall’attuale situazione, dove i comuni si limitano ad amministrare le briciole del governo centrale, non avendo che un ristrettissimo margine di manovra per andare veramente ad incidere sul tessuto socioeconomico.
I GROSSI AGGLOMERATI URBANI
L’urbanesimo è certamente il fenomeno che in negativo ha caratterizzato lo sviluppo demografico degli ultimi due secoli in Europa. Per il nostro Nord, il suo inizio è praticamente concomitante con la nascita dello stato italiano e diventa consistente a partire dall’ultimo decennio dell’Ottocento, come conseguenza dell’incremento della popolazione, dovuto a un miglior saldo demografico naturale, frutto non di un aumento percentuale delle nascite, che anzi è in calo, ma della diminuita mortalità. In seguito soprattutto nei due dopoguerra, l’urbanesimo sarà favorito dallo sviluppo industriale, che porterà masse di immigrati provenienti dal Meridione d’Italia. Esso quindi come l’aumento della popolazione, non sarà figlio di uno sviluppo qualitativo delle condizioni di vita, ma al contrario porterà aspetti di grave degrado morale e sociale, la cui crescita costante fino ai giorni nostri, appare destinata a continuare in maniera esponenziale. Luogo d’elezione della borghesia rivoluzionaria: il termine cittadino per i contenuti antitradizionali che esprime andrebbe eliminato dal nostro vocabolario, la grande città è divenuta via via il simbolo del centralismo statalista sede dell’apparato burocratico, per poi assumere sempre più le caratteristiche di miscelatore di culture, proprio delle attuali megalopoli multietniche. In esse l’uomo ridotto ad individuo/cittadino, perde ogni diritto di appartenenza e ogni legame identitario, per divenire l’anonimo consumatore tanto caro al potere mondialista, capace perciò di ragionare solo in termini di interesse economico personale. La natura parassitaria delle metropoli poi, è perfettamente rappresentata dall’alta percentuale di criminali, prostitute, faccendieri, intrallazzatori, speculatori e burocrati, che l’abitano e la frequentano, totalmente a loro agio in realtà che ai diversi capi del mondo, tendono sempre di più a rassomigliarsi. Contro questi autentici cancri del tessuto sociale dei nostri popoli, bisognerà intervenire con bisturi e terapie d’urto che li estirpino alla radice, impedendo nel futuro il loro riformarsi. Si provvederà perciò a ridare l’autonomia a tutti quei centri periferici, che lo smodato sviluppo edilizio degli ultimi decenni e una burocrazia accentratrice hanno inglobato nelle città maggiori. Per favorire ciò non si dovrà esitare ad operare massicce azioni di diradamento, destinate tra l’altro a cancellare autentici mostri architettonici, di cui purtroppo sono estremamente ricche le periferie delle nostre realtà urbane. Le città così depurate, saranno poi suddivise nei sestieri tradizionali, al fine di raggiungere quella dimensione comunitaria, che sola può determinare un sentimento di riconoscimento identitario e una partecipazione diretta alla vita pubblica. Il governo cittadino sarà perciò anch’esso di tipo federale, con in questo caso l’obbligo per motivi storico-territoriali, dell’aggregazione dei sestieri.
DIRITTO DI APPARTENENZA COMUNITARIA E NAZIONALE
Abbiamo spesso parlato di famiglia e comunità come base giuridica della ritrovata identità, ma entrambe come sappiamo sono formate da persone legate tra loro da vincoli di diversa origine, cerchiamo di analizzarli. Credo sia innegabile anche per il razionalista più convinto, affermare che genitori e figli, nonni e nipoti, fratelli e sorelle, siano tutti uniti da un elemento non analizzabile dalla mente umana, il vincolo del sangue. Si tratta di un qualcosa che va oltre l’istinto senza sfociare nelle scelte ragionate, restando perciò a pieno diritto racchiuso nella sfera dei sentimenti, là dove risiedono le forze più dirompenti, vera e propria essenza dell’uomo. La fratellanza poi, dovrebbe essere la principale caratteristica di una comunità in grado di vivere in pace ed armonia, avendo come unico obiettivo il bene di tutti i suoi membri. Così non è come sappiamo, soprattutto da quando si è volutamente minata, a volte in maniera irreparabile, la possibilità per i suoi componenti di riconoscersi in un’origine comune, vale a dire in un’identità univoca. Il senso di fratellanza, che pure era presente in special modo nei nostri centri rurali, non nasceva certo dal caso; esso, infatti, traeva origine da quegli stessi vincoli sanguinei, riscontrabili nelle parentele più strette, tanto da poter definire la comunità tradizionale, come l’allargamento spontaneo della propria famiglia. Ecco spiegato il persistere di un sentimento che trovava poi nella vita quotidiana manifestazioni consequenziali, come la tipicità della cultura e quindi della lingua e degli usi e costumi, tutti basati sulla medesima tradizione, a sua volta strettamente correlata al persistere su un determinato territorio. Il radicamento perciò, quale elemento che da solo è in grado di giustificare il senso di una vita spesa nella continuità di valori eterni ed immutabili, antichi come i nostri popoli, cioè quanto l’uomo. Da queste basi nasce la necessità primaria di ripristinare, non tanto un’unità d’intenti, inevitabilmente costruita su interessi economici o ideologici, quindi unicamente di tipo razionale, quanto piuttosto riportare alla luce quell’autentico “richiamo del sangue”, che da sempre è visto con estremo terrore da tutta la cricca finanziario-mondialista. Non fu certo un caso se uno scrittore come Bram Stocker, membro della Golden Dawn, vale a dire la più conosciuta società esoterica antitradionazionalista, venne a creare un personaggio estremamente negativo come Dracula, avendo in realtà il solo scopo, di gettare fango e discredito sull’Ordine delle società prerivoluzionarie, basato essenzialmente sul “legame etnico del sangue”. Il ritorno ad un diritto d’appartenenza etnica, appare perciò inevitabile. Persino uno studioso di geopolitica come Alexandre Del Valle, ritiene che per ridefinire un sistema politico-costituzionale in grado di garantire la sicurezza collettiva e la perennità dei popoli europei, bisogni obbligatoriamente passare per il ristabilimento della preferenza nazionale e dello jus sanguinis. Certamente non sarà possibile di colpo in bianco, cancellare gli effetti negativi di decenni d’immigrazioni, ma da subito bisognerà dire a chi vanno riconosciute certe prerogative e a chi no. Per ridurre il più possibile inevitabili traumi e lacerazioni, ritengo sia fondamentale limitarsi alla continuità etnica degli ascendenti diretti di un solo genitore e al luogo di nascita, per sancire il diritto d’appartenenza a un determinato popolo e nazione. Nel caso in cui uno nasca all’interno di un ’ etnia e poi vada a vivere presso quella diversa dei/di un genitore/i, saranno necessari dieci anni di residenza prima di acquisire ogni diritto, questo affinché egli abbia la possibilità di far suoi i valori propri di quel popolo. Il cambio di residenza comunitaria all’interno della stessa popolazione, produrrà la decadenza del diritto comunitario (partecipazione diretta alla vita politico-amministrativa della comunità) per la durata di cinque anni, sempre che la stessa persona nel frattempo non si trasferisca altrove. Entro i confini dello stato federale, sarà possibile che i figli di almeno un genitore ad esso appartenente, residente presso un popolo diverso dal suo, acquistino il diritto d’appartenza della nazione nella quale si trovano se in essa nati. Non possono comunque e in ogni caso vantare alcun diritto i discendenti a qualsiasi grado di popolazioni originarie da paesi extraeuropei. Costoro e chiunque non rientri nelle casistiche sopraddette, sarà considerato un forestiero e la sua presenza dovrà essere limitata nel tempo e legata comunque a specifici e irrinunciabili interessi nazionali. In deroga a quanto sopra detto e per tutto il periodo che ci separa dalla liberazione dei nostri Popoli, basterà come ho già anticipato che chiunque si riconosca nei nostri valori e nei nostri obiettivi, partecipi attivamente al nostro fianco, lottando con noi. Se avrà fede e costanza, egli diverrà a tutti gli effetti nostro fratello, a qualsiasi popolo, purché originario dell’Europa, appartenga. I diritti acquisiti si estenderanno automaticamente ai suoi familiari, sempreché la sua militanza non venga mai a cessare. Con tutto ciò crediamo di aver ampiamente dimostrato di non nutrire neanche in segreto alcun proposito di razzismo biologico, bensì di voler salvaguardare e valorizzare le differenze e soprattutto le culture tradizionali, puntando a quello che se proprio qualche mente contorta dall’ideologia, continua a definire razzista, giusto per pietà nei suoi riguardi, potremmo definire razzismo dello spirito, nella profonda convinzione che ogni popolo ha una sua Stirpe, che nel bene o nel male, ne rappresenta la continuità spirituale.
ORGANISMI DI RAPPRESENTANZA E CARICHE ELETTIVE
Sempre avendo come riferimento le nostre istituzioni tradizionali, sarebbe sicuramente auspicabile nella stesura dei rinnovati statuti comunitari, il ripristino di quell’organismo permanente che era il “consiglio degli anziani” a cui si aggiungeva, coaudiovandolo, quello “generale”, in taluni casi chiamato anche “collegio”. Ne facevano parte i capifamiglia, cioè i più anziani di gruppi familiari compositi definiti ad esempio tra i Liguri Feughi. A mio avviso tutto questo dovrebbe valere ancora in linea di principio, lasciando poi a ogni famiglia la facoltà di scegliere da chi farsi rappresentare nel “Collegio generale” e a codesto di istituire in pianta stabile e permanente un’assemblea di anziani o probiviri, con funzioni d’indirizzo e di controllo. Per quel che concerne la pubblica amministrazione sarà inevitabile invece ricorrere ad elezioni. Scartata a priori la nefasta ipotesi partitocratica, bisognerà per forza puntare su coloro che intenderanno candidarsi all’impegnativo compito. Proprio per evitare la nascita di consorterie, la candidatura dovrà quindi esclusivamente essere posta a titolo personale e aperta a chiunque ne abbia i requisiti, vale a dire il diritto di appartenenza comunitaria. Ogni azione di tipo economico, sotto forma di campagna elettorale personale fatta a qualsiasi livello dovrà essere bandita. A tutti i candidati dovranno essere date le medesime possibilità di farsi conoscere dall’elettorato, attraverso pubblici dibattiti e comizi equamente suddivisi, televisioni e mass-media in genere compresi. Se il numero dei candidati sarà elevato, si procederà alle primarie, sino ad arrivare all’elezione di un capo comunità, secondo la libera scelta di un qualsiasi sistema elettorale, purché rispettoso dei principi enunciati. Anche la durata in carica e la rielegibbilità di ogni amministratore saranno decise dallo statuto comunitario, che si occuperà di tutto quanto non verrà deciso di delegare al Governo Federale Nazionale, o ad organismi intermedi costituiti dalla federazione di differenti comunità.
IL GOVERNO FEDERALE NAZIONALE
Con questo termine voglio intendere l’organismo preposto a raccogliere quelle funzioni che non possono essere svolte dalle singole comunità o dalle loro libere associazioni. Credo che questo sia un concetto basilare per far nascere un vero federalismo “dal basso”, che realmente esprima la volontà di autogoverno e quindi di libertà. Il governo federale avrà come scopo principale la difesa dell’identità del popolo che rappresenta e per fare ciò impedirà in tutti i modi che ne vengano snaturate la tradizione e la stirpe. Provvederà in collaborazione coi “conservatori” alla salvaguardia del territorio, coordinerà un proprio organismo di protezione civile e organizzerà la difesa armata, dando vita a una milizia popolare. Terrà inoltre i contatti col Governo Confederale, al quale delegherà i poteri che riterrà opportuno, anche se già da ora si può prevedere che la moneta (tesoro comune), l’esercito e gli esteri, saranno tra essi.
IL GOVERNO CONFEDERALE
Avrà le competenze limitate che ho già descritto parlando del Governo federale nazionale. Dovrà al suo interno e nel loro insieme, rappresentare in maniera paritaria tutti i popoli, facendo in modo che tutte le decisioni prese siano collegiali e non danneggino in alcun modo gli interessi di nessuna nazione. Allo stesso tempo bisognerà impedire che tra di loro avvengano contrasti d’interesse e a tal fine andrà fatto ogni tentativo per cercare sempre la reciproca collaborazione. Resta inteso che il persistere di un atteggiamento negativo o peggio ostile, da parte di una determinata nazione, ne sancirà alla fine la sua espulsione dal contesto statuale. L’impegno di ogni popolo a restare nella Confederazione, sarà ufficialmente sottoscritto e confermato da un referendum, avendo però un limite temporale, scaduto il quale tutto sarà rimesso in discussione.
CONCLUSIONI
La capacità del pensiero etnonazionalista di collegare l’individuo alla comunità, passando per la famiglia e proiettando poi il tutto nella macro-dimensione europea, rappresenta un’opportunità politica non certo trascurabile. La fondamentale omogeneità delle popolazioni europee non può non farci intravedere l’immagine futura di una grande confederazione imperiale dall’Atlantico al Pacifico, dove il campanile si sposi organicamente alle piccole e grandi patrie, sino a giungere alla suprema identità di una Stirpe che non ha uguali al mondo. Restano a risvegliarci da un tale sogno le maligne presenze degli apparati istituzionali, burocratici e militari, figli diretti del pensiero rivoluzionario e al soldo di Giuda della finanza massonico-mondialista. La colonia Europa stretta tra la morsa militare statunitense e quella economico-finanziaria delle multinazionali e di gruppi bancari a dimensione planetaria, non sarà più tale solo il giorno che tutti i suoi popoli avranno realmente raggiunto la piena sovranità. Fino ad allora non resta che il tempo crudele di una lunga lotta, di un’incessante azione per richiamare le troppe coscienze assopite, alle verità eterne dell’Identità e della Tradizione, che noi sentiamo ancora scorrere nel nostro sangue e vibrare nella terra che ostinatamente continuiamo a calpestare.




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