di Maurizio Blondet


Ai primi di agosto, è uscito a Tokio un Libro Bianco dal titolo “Difesa del Giappone 2005”, che promuove un atteggiamento militarmente più assertivo del piccolo ma potente esercito nipponico (chiamato con il nome più politicamente corretto di “forza di autodifesa”: in base all’articolo 9 della costituzione post-bellica giapponese, la potenza militare di Tokio non deve essere che difensiva)
Nel documento, si sostiene che l’armata nipponica deve essere “preparata a sostenere le nuove sfide”; ovviamente “il terrorismo”, ma – più significativamente – anche “i missili balistici” che possono piovere da Paesi ostili.
Chiaro accenno alla Corea del Nord e a Pechino.



Nel Libro Bianco, infatti, si sottolinea che la Cina ha aumentato le sue spese militari nell’ultimo anno del 12,6% rispetto all’anno prima.
“L’accento è posto sulla preparazione militare per rispondere a un attacco da quel Paese o da ogni altro”, ha detto l’analista strategico Toshiuki Shikata, uomo vicino agli alti gradi militari di Tokio.
Il Giappone ha recentemente saldato una rinnovata alleanza con gli USA, il cui scopo è definito ufficialmente così: “porre obbiettivi strategici comuni per fronteggiare le nuove minacce e gli Stati-canaglia” (rogue States).
Questo fraseggio ha provocato la reazione rabbiosa di Pechino, che vi ha visto una provocazione contro le sue mire egemoniche nel Pacifico.
Ma il trattato pare aver prodotto una frattura anche all’interno del poco trasparente mondo politico giapponese.



“Molti sono preoccupati che si sia scelto di mettere tutte le nostre uova nel paniere di Washington”, ha detto Hamun Arimasay, un analista strategico.
C’è chi vorrebbe, in Giappone, ristabilire piuttosto buoni rapporti con Pechino.
Tali rapporti sono attualmente al livello più gelido: sia per la contesa sullo sfruttamento dell’area petrolifera del Mar della Cina Meridionale, che Tokio e Pechino rivendicano ciascuno per sé, e sia per l’opposizione di Pechino a concedere a Tokio un posto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, magari a rotazione con Brasile, Germania, India.
Il sostegno di Washington a questa richiesta giapponese è stato meno che tiepido. Probabilmente è anche per queste divergenze sulla strategia militare che è caduto il governo (molto filo-americano) di Koizumi.







di Maurizio Blondet