di Paolo Zanotto
A proposito dell’articolo di Blondet sull’oro rileviamo che le posizioni del giovane Alan Greenspan erano perfettamente in linea con quelle della Scuola Austriaca di economia, il cui massimo rappresentante in America è stato l’economista newyorkese (di origini ebraiche) Murray N. Rothbard.
Si tratta di una figura interessante, approfondita in alcuni nostri lavori e, in particolare, nel nostro volume su “Il Movimento Libertario americano dagli anni sessanta ad oggi”(2001).
Riportiamo qui di seguito un sunto delle sue teorie sull’argomento.
Secondo la visione rothbardiana, lo Stato, con il suo cartello bancario, è in assoluto il peggior amministratore del denaro, mentre l’impresa privata è il migliore.
Egli ha prodotto numerosi studi storico-economici sull’abuso del conio e dell’attività creditizia da parte dei banchieri centrali e dello Stato; essi includono la sua tesi dottorale, “The Panic of 1819”, che aveva come argomentazione centrale quella secondo cui a causare la prima depressione economica americana, nel 1819, sarebbero stati gli interventi governativi nel mercato.
Altri suoi scritti affrontavano problematiche non dissimili, come “The Mystery of Banking”, del 1983, dove fra l’altro si dava una soluzione teorica ai problemi pratici che potrebbe presentare la transizione dall’attuale sistema monetario e bancario ad un sistema nel quale la creazione di denaro ed il negozio bancario fossero totalmente separati dallo Stato, oppure il suo lavoro “The Case Against the Fed”, del 1994 - definito “il miglior libro mai scritto sull'argomento” - in cui l’autore criticava il sistema bancario basato sulla “riserva frazionaria” e portava avanti la causa dell’abolizione delle Banche Centrali.
Rothbard aggiungeva alla teoria austriaca un modello sistematico per spiegare come il denaro venisse, in realtà, distrutto: a suo avviso, infatti, lo Stato avrebbe cospirato con la Banca Centrale e l’industria bancaria per accrescere il loro mutuo potere e reciproca ricchezza tramite la svalutazione, definita come l’equivalente della tosatura della moneta; a poco a poco, il denaro della società avrebbe avuto sempre meno a che fare con la sua forma originale, sino ad essere sostituito con carta, equivalente ad “aria rarefatta”, per meglio servire l’interesse dello Stato.
È per tali motivi che Rothbard caldeggiò sempre una reintroduzione del gold standard, non già in una versione “annacquata”, bensì in termini di effettiva e totale convertibilità in oro, tanto in patria come all’estero.
Solo un siffatto sistema, egli riteneva, avrebbe potuto preservare dai “saccheggi monetari” delle Banche Centrali, alle quali egli imputava di aver ridotto il valore di un dollaro del 1913 (Il riferimento non è casuale: il 1913, difatti, è l’anno in cui fu creato il Federal Reserve System) all’equivalente di un penny attuale.
Nel breve trattato, scritto nel 1963, “What Has Government Done to Our Money?” (recentemente tradotto e pubblicato in italiano da Leonardo Facco Editore - saggio in cui si ricostruisce, fra l’altro, una succinta storia delle svalutazioni monetarie susseguitesi in America - si affrontano pure, in termini intelligibili anche per i non addetti ai lavori, le argomentazioni a favore di una moneta completamente svincolata da qualunque tipo di pianificazione o controllo centralizzato, nonché gli svantaggi arrecati, viceversa, dalla commistione del sistema politico con quello monetario.
Articolato in due parti, l’opuscolo descrive, nella prima di esse, l’apparizione della moneta in un mercato totalmente libero e la maniera in cui questo ordina, secondo un processo autoreferenziale, il sistema monetario nella forma più soddisfacente; nella seconda parte, per contro, esso persegue l’intento di porre in evidenza il turbamento prodotto dall’intromissione governativa ed il modo in cui questa conduca inevitabilmente alla produzione di distorsioni economiche nell’armonia del libero mercato, di conflitti sociali e di perniciosa inflazione nel sistema monetario.
Rothbard espone quelli che, a suo modo di vedere, sarebbero i benefici di una moneta come mercanzia metallica, della coniazione privata dell’oro, dell’attività bancaria libera, delle rilevanti funzioni che compie la tanto criticata pratica della “tesaurizzazione” e di una moneta completamente “inelastica”; d’altra parte, l’autore si propone, inoltre, di rendere manifesti quelli che giudica essere i pregiudizi che determinano gli interventi politici in materia monetaria, come monopoli compulsivi dell’emissione, leggi di corso forzoso, sospensione dei pagamenti in metallo da parte degli istituti di credito, istituzione del sistema bancario centralizzato e confisca dell’oro con conseguente adozione di sistemi alternativi, giudicati arbitrari.
Il definitivo garante contro l’inflazione avrebbe dovuto essere, secondo il pensatore americano, un sistema bancario privatizzato articolato in una molteplicità di coni privati, quale era stato il sistema americano delle origini, prima che fosse spazzato via dallo Stato centrale.
Tali posizioni ricordano molto gli atteggiamenti assunti anche dai teorici italiani dell’economia liberale nel corso dell’Ottocento.
In particolar modo, l’ambiente politico ed intellettuale della Toscana - e, specialmente, quello fiorentino (dove, non a caso, nel 1874 vide la luce la Società Adamo Smith) - si rivelò assai sensibile alle tematiche di libero mercato sostenute dagli economisti “liberisti”.
In seguito ai provvedimenti di politica economica varati dai governi della “destra storica” nel 1868, ad esempio, Francesco Ferrara prese nettamente posizione criticandoli.
In una storica polemica che lo impegnò negli anni seguenti, fino a toccare il proprio apice nel biennio 1874-75, egli contestò duramente - con il sostegno degli ambienti politici legati alla destra toscana - il marchio obbligatorio per l’oro e per l’argento (14 gennaio 1868), il monopolio bancario ed il corso forzoso (2 marzo 1868 e 13 febbraio 1874), la nazionalizzazione ferroviaria ed il progetto per l’istituzione di una banca nazionale (20-21 luglio 1870), nonché il disegno di legge che intendeva estendere alla Sicilia la privativa sui tabacchi (9 maggio 1874).
Si tratta di una prospettiva comune anche ad altri pensatori della Scuola Austriaca dell’economia, che si rifanno in proposito agli studi di Carl Menger.
Essi spiegano come l’emissione di moneta sia oggi un’attività statale svolta in condizioni di monopolio, ma che denaro e banche altro non sono se non il risultato dello sviluppo spontaneo di transazioni commerciali tra privati; il loro assorbimento da parte dello Stato costituirebbe un fenomeno relativamente recente e conseguente ad un intervento di tipo autoritario da parte di esso.
Anche secondo Hayek il ritorno ad un sistema privatistico di banche e valute in concorrenza non soltanto sarebbe possibile, ma rappresenterebbe l’unico mezzo per combattere l’inflazione cronica, di cui sono responsabili i governi ed il loro sistema di emissione monetale.
All’interno di tale indirizzo di teoria economica, gli scritti di Rothbard su denaro ed attività bancaria, numerosi ed approfonditi, costituiscono, forse, la parte più importante ed influente del suo pensiero.
Non del tutto superfluo può risultare, forse, il ricordare per inciso come anche Rudolf Hilferding, uno dei maggiori economisti austriaci di indirizzo marxista - che nel 1923, durante la breve esperienza della repubblica di Weimar, divenne ministro delle Finanze nel governo guidato da Gustav Stresemann in rappresentanza della Sozialdemokratischepartei Deutschland (SPD), il partito socialdemocratico tedesco - additasse il sistema bancario centralizzato nella sua celebre opera Das Finanzkapital, pubblicata per la prima volta nel 1910.
Secondo Hilferding, tuttavia, era lo stesso sviluppo dell’industria capitalistica a favorire la concentrazione degli istituti bancari; il sistema bancario “concentrato”, a sua volta, costituiva la principale spinta per il raggiungimento del massimo grado della concentrazione capitalistica, rappresentato dai cartelli e dai trust.
Ma Hilferding sosteneva anche che la stessa formazione di un cartello presupponesse l’esistenza di una grande banca, la quale fosse in grado di far fronte in ogni momento agli ingenti crediti e di sostenere la produzione di un intero settore industriale.
Con la formazione di cartelli e di trust - concludeva, quindi, l’esponente dell’austro-marxismo - il capitale finanziario raggiungeva l’apice della propria potenza.
Tale posizione appare, peraltro, in netto contrasto con le indicazioni dello stesso Marx, che erano state esposte nel Manifest der Kommunistischen Partei, in cui si sosteneva la necessità di una “centralizzazione del credito nelle mani dello Stato attraverso una banca nazionale (Nationalbank) dotata di capitale di Stato e monopolio assoluto”.
Il concetto di “capitalismo finanziario”, sviluppato da Hilferding, è stato poi ripreso da Nikolaj Lenin nell'intento di spiegare quell’evoluzione del capitalismo in cui le banche - e le istituzioni finanziarie in genere - detengono una parte crescente del capitale.
L’ipotesi è quella secondo la quale il controllo del capitale da parte degli organismi finanziari (banche, società di assicurazione, fondi pensione, etc.) modificherebbe profondamente il funzionamento stesso del sistema economico: quando i proprietari si trovano ai posti di comando, infatti, si sforzerebbero di non sacrificare il lungo per il breve termine.
Al contrario, la logica strettamente finanziaria porterebbe le istituzioni operanti in tale ambito a privilegiare i vantaggi immediati, seppure a detrimento della crescita futura. Inoltre, Rudolf Hilferding riteneva che la forza degli organismi finanziari avrebbe inevitabilmente generato scontri tra i grandi gruppi finanziari, mentre Lenin vi individuava la fonte delle lotte imperialistiche per la spartizione del mondo e delle sue risorse.
Paolo Zanotto
[Nota di Maurizio Blondet]
Allo stimolante articolo di Zanotto mi pare di dover aggiungere qualche osservazione.
Mi pare censurabile la proposta ultraliberista di Rothbard, fautore di una moneta ad emissione totalmente privata e libera da ogni controllo statale, per vari motivi.
Il primo è che la moneta appartiene al popolo, è un bene pubblico: è lo specchio della sua laboriosità, ed è un prestito che il popolo fa a se stesso.
Il secondo è che il denaro “comanda lavoro”, e non è bene lasciare a detentori di oro privati il potere di “comandare lavoro” degli uomini; nè tantomeno lasciare a privati il signoraggio, lucro considerevole.
In via di principio, questi lucri (come tutti quelli indebiti che le banche ricavano dal credito frazionale) dovrebbero essere retrocessi al popolo, sotto forma di diminuito prelievo tributario.
Mi pare sospetta la contrarietà di quel Ferrara (parente?...) contro il marchio obbligatorio su oro e argento.
Ricordo che tale necessità sorse fin dagli albori degli scambi con mezzi metallici.
La prime “monete”, sbarre o lingotti rozzi di rame, argento ed oro, dovevano essere pesate ogni volta e provate nel grado, contro frodi sempre presenti.
Presto si vide l’utilità di pezzi metallici a peso e grado di fino “garantito” dall’autorità pubblica.
Poiché sono in vacanza e lontano dai miei libri, non posso che accennare a criminali esperienze americane di moneta privata: quelle delle wildcat banks (banche gatto-selvaggio), che emettevano banconote di cui promettevano il rimborso in oro presso la propria sede.
La “sede” veniva stabilita in luoghi inaccessibili ai più, come il Gran Canyon o la Sierra Nevada, sicchè nessuno poteva riscuotere il promesso.




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