Risultati da 1 a 8 di 8

Discussione: Riposizionamenti

  1. #1
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    Predefinito Riposizionamenti

    Caltagirone, “mattonaro buono”?

    Roma. Quelle di Pier Ferdinando Casini e del quasi suocero Francesco Gaetano Caltagirone sono vicende simili che narrano di riposizionamenti paralleli.
    Il primo, dopo mesi di silenzi calcolati, parla di continuo e dice che vuole rivoluzionare la Casa delle libertà. Ma sta già pensando di guidare la ricostruzione del centrodestra, dato per franante nel 2006. E’ il presidente della Camera nel doppio ruolo di carica istituzionale e costruttore della futura centralità politica moderata.
    L’altro, immobiliarista lo è in senso stretto, oltreché editore di free press e di quotidiani come il Messaggero e il Mattino. Caltagirone tace ostinatamente. Però presenzia con scaltrezza nella penombra in cui s’incrociano le grandi e redditizie manovre finanziarie.
    A loro, Casini e Caltagirone, guardano gli osservatori in cerca di segnali di novità nel Palazzo e nei santuari senza più sacerdoti della finanza italiana. Entrambi rappresentano figure forti, enigmatiche, collegate tra loro come se ognuno portasse in dote l’altro, ma dove però?
    A Pier Ferdinando Casini l’accusa berlusconiana di vendersi al vincitore che verrà, cioè l’Unione di Romano Prodi, non è andata giù e anzi con il segretario dell’Udc Marco Follini ne ha fatto un caso politico. Con richiesta formale di smentita, poi soddisfatta dal portavoce del Cav., Paolo Bonaiuti.
    In verità Casini è stato chiaro circa il proprio obiettivo: un centro-(destra) a guida moderata alternativo alla sinistra, deberlusconizzato nella premiership e fluidificato da una legge elettorale proporzionale (che certo non spiacerà al centro del centrosinistra).
    Casini ha però davanti a sé due elementi incapacitanti. Primo: Berlusconi e la Lega non si fidano di lui né del partito che rappresenta.
    Dunque, per Palazzo Chigi, meglio adesso rassegnarsi.
    Secondo: date le premesse, l’attuale maggioranza è destinata alla sconfitta nelle prossime politiche. La deduzione logica –confermata nel mare irrequieto del centrismo nazionale – è che Casini si stia sganciando dal Cav., un po’ per gradi un po’ strattonando, e voglia farlo prima del 2006.
    In modo da presentarsi nella prossima legislatura con un manipolo di parlamentari, ma luccicante nel prestigioso ruolo di capo post-berlusconiano.
    Ruolo che gli consentirebbe, perché no, di sperare nella riconferma alla presidenza di Montecitorio. Con un occhio rivolto alla Margherita e all’Udeur, che rischiano di diventare il porto dei moderati sopravvissuti alla sconfitta e un affronto al potere contrattuale della sinistra radicale.

    Circospezioni simmetriche
    Francesco Gaetano Caltagirone ha la fama di neutrale di peso in un teatro, quello finanziario, nel quale si è mosso con la stessa circospezione usata dal quasi genero Casini prima di avventarsi sul futuro della Cdl.
    Pure su Caltagirone convergono interrogativi. Accuse nessuna. I Ds fanno il suo nome per legittimare l’Opa di Unipol su Bnl (perché una compagnia assicurativa non può investire nel risparmio, visto che la Fiat fa auto ma investe in Mediobanca, Corriere e Stampa;
    Della Valle fa scarpe e borse e partecipa in Bnl e Corriere; Caltagirone costruisce case, è proprietario di giornali e ha varie partecipazioni?).
    Emanuele Macaluso ha ricordato che Caltagirone era il punto di riferimento dei contropattisti di Bnl (fra cui Ricucci e gli altri) e però nessuno se ne ricorda.
    Anzi, quando Francesco Rutelli imbraccia la morale applicata alla finanza, si rammenta di tutti fuorché di lui.
    “Sarà in cerca di benemerenze romane” dice Macaluso al Foglio.
    Salvo novità inattese, è impossibile estorcere a Caltagirone un parere su illazioni e retropensieri che lo riguardano a proposito del gioco politico-finanziario di scalate bancarie e appetiti editoriali (Rcs). Però si notano alcuni elementi che fanno di lui, come dicono pittorescamente a Roma, un “mattonaro buono”.
    Buono perché ha venduto il suo 2 per cento in Rcs prima che l’establishment dominante potesse sospettarlo d’intelligenza con la gens nova.
    Buono, Caltagirone, perché pur avendo brindato con Giovanni Consorte di Unipol ai 250 milioni di plusvalenza ricavati nell’affare Bnl – erano nel suo studio romano dove avevano firmato la compravendita di azioni – è riuscito a non mescolarsi troppo ai nuovi immobiliaristi nella faccenda della banca romana (è stato fra i primi a vendere).
    Buono perché ha dato l’impressione di voler fare soldi senza vagheggiare rivoluzioni che danneggiassero gli equilibri esistenti. E soldi Caltagirone ne ha fatti, circa due miliardi di euro pronti per essere reinvestiti. Dove e quando? Magari di nuovo in Rcs, in autunno, se le risoluzioni della gens nova si dimostreranno velleitarie o sleali. Fosse così, l’autunno di Casini avrebbe una luce in più da riflettere nella sfida personale al Cav., e all’eventuale riserva di Prodi dopo le primarie di ottobre.
    Del resto si può dire che il Corriere della Sera non abbia mai voluto male a Casini.
    Se è vero che, al di là del galateo tra poteri forti, quando presero a circolare le indiscrezioni sulla successione al Cav. il quotidiano di via Solferino diede luminoso risalto ai sondaggi favorevoli a Casini.
    E oggi, superato un’iniziale imbarazzo, l’Udc di Casini e Follini difende il Corriere dalle “ombre della politica”. Caltagirone osserva.

    Da il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Sì, credo che le cose possano stare così. Certo che o Casini si prepara a passare "al nemico" o si prepara a fare il capo del Centrodestra dopo la caduta di Berlusconi, sperando che le contraddizioni del governo Prodinottiano o gli ritaglino un ruolo parlamentare......e politico di peso..............o che questa coalizione non regga...........potendo lui candidarsi per vincere le elezioni politiche successive, magari con una coalizione che scompagini un po' il "bipolarismo" caotico di oggi.

    Shalom

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da Pieffebi
    Sì, credo che le cose possano stare così. Certo che o Casini si prepara a passare "al nemico" o si prepara a fare il capo del Centrodestra dopo la caduta di Berlusconi, sperando che le contraddizioni del governo Prodinottiano o gli ritaglino un ruolo parlamentare......e politico di peso..............o che questa coalizione non regga...........potendo lui candidarsi per vincere le elezioni politiche successive, magari con una coalizione che scompagini un po' il "bipolarismo" caotico di oggi.

    Shalom
    ------------------------
    Casini di qua e Mastella di là lavorano per una Nuova DC.
    Conti alla mano, messi tutti insieme potrebbero arrivare attorno al 15%.
    Fatto fuori il Cav. rimarrebbero una Lega rafforzata al Nord e una AN al centro-sud.
    Due forze incompatibili fra loro.
    Ed ecco che il 15% con aggiunti parecchi voti di FI allo sbando potrebbe essere l'ago della bilancia risultante da una elezione con il proporzionale.

    La mia domanda è: ma Casini ce le ha le palle per fregare Prodi, Fassino, Bertinotti, il taciturno D'Alema, il nuovo Rutelli e il perfido attuale Sindaco di Roma?

    saluti

  4. #4
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    Mah.....ai posteri l'ardua sentanza. Quello che è certo e che il centroSINISTRA le prossime elezioni le può solo perdere lui....e che per il resto ..che comunque vada......c'è poco da stare allegri.

    Shalom

  5. #5
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    Predefinito Appuntamento ad....

    …ottobre

    Roma. Per l’Udc è questione di tempo. In questo momento Pier Ferdinando Casini e Marco Follini, come obiettivo immediato, hanno quello di marcare una discontinuità nel centrodestra: per non avviarlo, identico a se stesso, a sconfitta certa nelle politiche del 2006. Lo ripetono quasi ogni giorno. Il traguardo reale dell’Udc, anche questo dichiarato in più occasioni, è governare la trasformazione della Casa delle libertà in chiave moderata e post-berlusconiana; con la parte manifestamente cattolica di An ai piani alti, e la Lega ai margini di un eventuale partito unitario.
    La questione del nuovo soggetto politico collegato al Ppe non è di secondaria importanza.
    Follini non ci crede e ha fatto molto per spargere scetticismo nell’Udc.
    Il segretario predilige da sempre uno schema fisso in cui il suo partito, smarcandosi dall’asse Berlusconi- Bossi, si rafforza
    progressivamente a danno di Forza Italia (logorata dalla senescenza del berlusconismo e punita dagli elettori).
    Così è avvenuto nelle consultazioni degli ultimi anni, ma di fronte all’eventualità di perdere le prossime politiche Casini ha raccolto strategicamente l’invito di Berlusconi a rinnovare il Polo sotto le insegne dell’unità. A Follini, il presidente della Camera ha detto “adesso si fa a modo mio”. A Berlusconi ha lanciato una sfida che muove dal partito unitario, tocca la legge elettorale e conduce direttamente al ricambio della leadership personale e politica del centrodestra.
    Se non subito, dopo la primavera prossima e seguendo una delle “ipotesi tattiche” che i centristi stanno valutando in queste ore.
    Una prima ipotesi, la più morbida, prevede che Berlusconi accetti di realizzare la formazione unitaria prima dell’appuntamento con le urne, conservando la premiership a patto di consacrare nei contenuti e nella forma la centralità del blocco moderato collegato alla Lega.
    L’Udc ci starebbe?
    L’Udc accetterebbe l’elemento nuovo “con senso di responsabilità”, definendolo un buon avvio, sperando sotto sotto che Prodi esca male dalle primarie riattualizzando così le chance di una contesa tra giovani per Palazzo Chigi.
    Oppure rassegnandosi a gestire la vera trasformazione post-berlusconiana nell’interregno di un giro all’opposizione ritenuto altamente probabile.
    E’ la linea del “salvare il salvabile” senza rinunciare a un piccolo passo avanti.
    A incoraggiare “oggettivamente” la composizione di questo paesaggio potrebbe essere il presidente del Senato, Marcello Pera.
    Distante e distaccato dalla disputa su leadership e premiership, Pera aprirà il Meeting riminese di Cl rilanciando sul partito unico con accenti forti sul profilo etico-identitario che vorrebbe infondergli dopo il referendum sulla fecondazione assistita.

    Il partito dei samurai
    Una seconda ipotesi è nota fra i centristi come la “tendenza Baccini”. Si delineerebbe, sempre in autunno, se dovesse evaporare il partito unitario.
    In questo caso l’Udc potrebbe obiettare al Cav.: “Se non hai voluto la casa dei moderati è perché credi solo nel valore dei partiti”.
    A quel punto Casini e Follini cercherebbero di farsi carico da soli del contenitore moderato: si allontanerebbero dalla Cdl offrendosi per un’alleanza tattica simile a quella ipotizzabile con la Lega se il partito unitario avesse successo.
    L’Udc è anche disposta a presentare un proprio “manifesto dei moderati” e convocare una costituente succedanea a quella del Polo, che sia aperta al personale politico e non solo, di destra e di sinistra.

    La terza ipotesi consiste nella variabile negativa più credibile che possa derivare dalla seconda: l’obbligo per l’Udc, colpevole agli occhi di Berlusconi d’aver scatenato la “guerra civile” nel centrodestra, di seguire una via solitaria e “terzopolista”.
    Un terzo polo minoritario ed equidistante dagli altri, concepito per diventare alla lunga il terminale di un bipolarismo centro/sinistra “Una cosa di là da venire, ma prima o poi”, fantasticano i centristi. Sono preoccupati invece i “berlusconiani” dell’Udc (Giovanardi, Buttiglione e non molti altri), che esorcizzano oggi la prospettiva più radicale per non dover scegliere domani, quando sarà tardi.
    Il prezzo da pagare per l’operazione, in termini elettorali, è giudicato “sostenibile” nelle stanze del negoziato. Casini e Follini, tuttavia, conoscono sia le ottime potenzialità dell’Udc nel proporzionale (dal 7 per cento in su) sia il danno che subirebbero correndo in solitudine nei collegi uninominali.
    E non disponendo di un “partito di samurai” – ironizzano nel partito – l’essenza della minaccia rappresenta ancora la premessa migliore per trattare con Berlusconi.
    Sempre che la situazione non sia sfuggita di mano.

    da il Foglio

    Sarà la quinta o la sesta volta che il Cav. appare sull’orlo del baratro.
    E tutti che lo danno morto.
    Poi…vince lui.

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Panebianco sulla leadership….

    ….del Cav.

    Roma. Angelo Panebianco sostiene che la crisi del centrodestra sia “una crisi speciale”. “L’attuale scontro sulla leadership berlusconiana – dice al Foglio il politologo ed editorialista del Corriere della Sera – non è un normalissimo scontro ma s’intreccia strettamente con il problema della forma della repubblica. Perché Berlusconi è il bipolarismo, che nasce con lui e porta il suo volto dal 1994. E’ lui che costruendo il centrodestra ha costruito indirettamente il centrosinistra.
    Allora la domanda che pongo è: sopravviverà il bipolarismo alla fine della leadership berlusconiana?”.
    L’interrogativo muove da due constatazioni.
    La prima: “Nessuno sa come andranno le elezioni politiche, ma se la premiership della Cdl resta tra le mani di Berlusconi il gioco pare segnato”.
    Dunque piena legittimità, dentro il Polo, nel valutare i correttivi:
    “Ma se ricambio ha da essere, deve avvenire entro ottobre. E se fosse anche un cambio generazionale porrebbe un serio
    problema sia a Prodi sia al centrosinistra il cui collante principale è nell’antiberlusconismo”.
    Secondo elemento della riflessione: l’Udc di Pier Ferdinado Casini, presidente della Camera, aspirante successore del Cav. e neanche troppo impaziente, secondo Panebianco. Dal momento che “un nuovo candidato avrebbe bisogno di cinque-sei mesi per presentarsi agli elettori. Diversamente, a due mesi dalle urne, davanti a sondaggi inappellabili Berlusconi gli lascerebbe solo il cerino della sconfitta”.
    Il problema poco visibile è che, dietro la necessità di cambiare per non perdere, si agita un grave sottinteso: “Che si possa tornare alla legge proporzionale e avviarsi così al superamento del bipolarismo”.
    E’ l’obiettivo dell’Udc?
    Panebianco: “Credo si possa accusare l’Udc di ambiguità.
    Il partito ha lanciato la sfida a Berlusconi ponendo la questione della leadership insieme con quella della legge elettorale. Le questioni non si conciliano: la leadership è leadership del centrodestra dato questo assetto bipolare; il proporzionale mira a scardinare l’assetto; l’Udc è un partito da proporzionale”.
    E “punta a ricostituire uno schema centro-contro-sinistra tipico della Democrazia cristiana nel sistema pre-bipolare”.
    Ecco qual è la “complicazione” di questa crisi:
    “Berlusconi è identificabile con la fase bipolare della storia della repubblica. A tal punto che il superamento della sua leadership comporterà anche la fine del bipolarismo e il ritorno a un sistema che abbiamo già conosciuto”.

    L’errore del ’99
    E’ pure vero che il Cav. ha rinunciato al partito unitario (“perché avrebbe ottime probabilità di perdere le elezioni, con questo sistema misto”), ha un’opinione strumentale della legge elettorale ed è proporzionalista nell’animo.
    Per Panebianco non è una contraddizione da poco e anzi “spiega molte delle difficoltà che ha avuto il suo governo. Se Berlusconi avesse appoggiato l’abolizione della quota proporzionale nei referendum del 1999, probabilmente il suo rapporto di forza con gli alleati sarebbe completamente diverso. Lui è l’uomo che ha voluto incarnare il bipolarismo, essendo però un proporzionalista.
    Se il primo proporzionalista è lui, perché i partiti della coalizione non dovrebbero comportarsi di conseguenza?”.
    Oltretutto “se guardiamo l’ultima versione della riforma costituzionale, nemmeno quella proposta così emendata è utile per un bipolarismo in salute: i partiti conservano infatti una grande capacità di ricatto nei confronti del premier. Ma la riforma non ha alcuna possibilità di passare”.
    Passerà invece, prevede Panebianco, qualcosa di nuovo che poi nuovo non è, “se la leadership di Berlusconi andrà agli ex dc.
    O quando l’Unione vincerà, come sembra, le elezioni. Soprattutto se le vincerà ‘troppo’.
    Una vittoria campale contro un centrodestra completamente disgregato innescherebbe spinte centrifughe anche nel centrosinistra”. Perché “se uno dei Poli si dissolve è difficile che l’altro possa durare così com’è”.
    Nascerà un terzo polo centrista. “Che per stabilizzarsi e non venire riassorbito nel sistema bipolare avrà solo bisogno di un puntello chiamato legge proporzionale”.
    Se la Lega e Forza Italia non reggono l’urto – “nel partito di maggioranza i calcoli personali di molti non si traducono mai in visione politica” – An è il partito che per vocazione dovrebbe fare la guardia d’onore al bipolarismo. Ma “è in uno stato di crisi formidabile che si manifesta nella paralisi d’iniziativa”.
    Alla parola crisi, estesa dalla politica alla finanza, Panebianco affianca ultimamente l’evocazione della decadenza:
    “Nessuna svolta particolarmente drammatica o spettacolare di fronte a noi, solo sintomi del declino generale. Vedremo cosa opporrà la sinistra”.

    Da il Foglio

    saluti

  7. #7
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    Il professor Mario Monti, col quale abbiamo spesso polemizzato, ha detto sabato alla Stampa che “le attuali coalizioni non portano a una moderna economia di mercato”, e ha concluso che bisognerebbe provare con “un’operazione di centro”.
    Il suo ragionamento ha riscosso critiche unanimi, a destra e a sinistra, con un’eccezione che conferma la regola: l’appoggio dell’Udc, legato a piccoli interessi di un piccolo partito, appunto quelli che rendono inefficace l’azione delle attuali coalizioni.
    Se viene chiaramente separata da questi modesti giochetti, la provocazione di Monti coglie nel segno.
    Lo dimostra la replica di Eugenio Scalfari, che spiega come l’esigenza di consolidare l’economia di mercato, che degrada a “etica degli affari”, sia solo uno dei fattori da tenere presenti, in competizione con altri, dall’ecologia, al pacifismo alla solidarietà sociale, al giustizialismo.
    E’ esattamente quello che dice Monti, in particolare in riferimento al centrosinistra: se la libertà economica subisce tutti questi condizionamenti ideologici, non ne resta un granché.
    Qualcosa di simile vale anche per il centrodestra, nel quale l’originaria spinta verso un “liberalismo di massa” sembra arenarsi in una confusa disputa sulla ripartizione dei costi e dei benefici di ogni singola scelta tra gli elettorati di riferimento delle varie componenti politiche dell’alleanza.
    Il centro di cui parla Monti non va interpretato come il territorio di caccia di micropartiti che si autodefiniscono centristi, ma come il concetto politologico di una vasta convergenza a sostegno di alcuni principi centrali e condivisi (libertà delle persone e dell’economia come premessa, collocazione occidentale come conseguenza).
    Non è affatto vero, come sostiene Romano Prodi, che questo centrismo liberale impedisce le riforme perché blocca il bipolarismo.
    Basta pensare all’esempio britannico, dove Tony Blair esprime un forte riformismo liberale, così come, in tempi passati e con maggiore forza di rottura, aveva fatto il polo conservatore ai tempi di Margaret Thatcher.
    Osservare che la liberalizzazione dell’economia non è l’unico problema dell’Italia, per togliere forza a questo ragionamento, è una pura banalità.
    Si tratta infatti di scegliere se le altre esigenze debbano essere affrontate all’interno del vincolo liberista o se possono impunemente sopraffarlo, come si è fatto spesso e si continuerà a fare senza un rafforzamento del centro liberale.

    Ferrara su il Foglio


    Ma se il "centro" è quasi totalmente occupato dagli ex Dc (cha ancora adorano l'Andreotti che dichiara di "non essere" un ex ma di "essere" un Dc, come si può renderlo centro liberale?

    saluti

  8. #8
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    Rimini. Raccontano che in tutto questo lavorìo di architetti moderati il Cav. debba tenere d’occhio anche Roberto Formigoni.
    Ieri, al meeting riminese di Cl, nella conferenza stampa di presentazione e nel successivo dibattito sulle ragioni del riformismo, il governatore della Lombardia è andato d’amore e d’accordo con il leader della Margherita Francesco Rutelli. D’accordo nel riconoscersi il diritto e il pregio di definirsi, appunto, “riformisti, pur stando in schieramenti contrapposti” (Rutelli) secondo le regole del bipolarismo. Disponibili entrambi, poi, a individuare “temi condivisi da affrontare insieme nell’interesse del paese” (Formigoni). Per esempio il welfare, la famiglia, la normativa sul risparmio e le rendite, la governance di Bankitalia.
    Non rientrerebbero nel pacchetto le riforme costituzionali come la devolution, su cui Formigoni crede che la Cdl debba andare avanti.
    Comunque molta reciproca cortesia, ma attenzione a non dar l’idea di voler disseppellire il grande polo centrista di cui tanto si chiacchiera.
    Oltretutto Formigoni ha ribadito che la premiership berlusconiana non si discute.
    Però ha aggiunto che è d’accordo con Pier Ferdinando Casini quando reclama “un centrodestra più adeguato ai tempi e ai mutamenti dei Poli”; e che fosse per lui il “partito unitario e riformista nascerebbe prima delle elezioni politiche”. Qualcuno ha tentato di far dire ai due se e quanto si piacerebbero alla guida dei rispettivi schieramenti.
    Rutelli, tra i sorrisi del dirimpettaio, ha risposto che contro Berlusconi ci sono più chance di vittoria. Non è un contributo alla serenità di Berlusconi.

    Ma un progetto ce l’ha
    I mai ottimi rapporti tra Formigoni e il Cav. si sono scoloriti dacché il premier ha impedito la nascita della lista personale con cui il governatore voleva presentarsi alle regionali.
    Il Cav. soffre oltretutto i dirigenti di Forza Italia dotati di un blasone personale, com’è nel caso del ciellino Formigoni. Figurarsi se si convince che abbiano un progetto loro.
    Formigoni un progetto ce l’ha, interno al centrodestra e radicato nella logica bipolare. Avanzare deciso offrendosi come politico del dialogo, all’esterno, e forse candidato a rappresentare una nuova sintesi interna alla Cdl.
    Per l’udc Casini, lo svettante Formigoni rappresenta la via subordinata alla “discontinuità” tanto voluta dai centristi.
    Non che Casini abbia rinunciato a ipotesi terzopoliste o a un ripensamento del Cav. sulla premiership (purché arrivi presto). Solo che, nelle attuali condizioni, l’Udc vorrebbe da Formigoni un bel gesto di sfida nei confronti del Cav. Potrebbe arrivare sul partito unitario di centrodestra, fortemente voluto anche dal governatore lombardo. E Casini confida anche nella disponibilità di Formigoni a correggere da subito la legge elettorale in senso proporzionale.
    Sollecitazioni di ex dc che adombrano un’investitura ufficiale?
    Rocco Buttiglione l’ha già confessato e il ministro della Funzione Pubblica Mario Baccini, casiniano, conferma tranquillo al Foglio: “La candidatura eventuale di Formigoni a Palazzo Chigi riscuote il mio rispetto e il mio apprezzamento”.
    E Formigoni cosa dice? Non discute la leadership berlusconiana, vola basso e bipolare.
    Sta insomma attento a non far soffrire il Cav. senza deludere altre aspettative. Per esempio quelle di Marcello Pera. Anche il presidente del Senato giudica irrinunciabile riequilibrare al centro la coalizione e ridisegnarla in senso moderato e iperidentitario. Magari con il Cav. ancora in corsa e lui e Formigoni garanti riconosciuti.
    E’ una strategia per non regalare il centro alla sinistra – promettono i riformisti della Cdl – e comporta due passaggi fondamentali.
    Il primo è la marginalizzazione incruenta della Lega, e perciò il cammino della devolution non dovrebbe subire altri sbalzi.
    Il secondo cardine è esemplificato dalle cordialità riminesi tra Formigoni e Rutelli: due consistenti pezzi di centro che possono ritrovarsi su principi culturali (come quelli antireferendari) e vogliono smetterla di delegittimarsi a vicenda.
    Così come si profila, il quadro non dovrebbe spiacere a Mario Monti.
    Resta da convincere il Cav. e se lui addirittura si facesse da parte, allora sarebbe la soddisfazione completa di Casini.
    Ma non è affatto detto che Pera e Formigoni lo vogliano.

    Da il Foglio

 

 

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