Gaza. Sono arrivata in Israele, per la prima volta, il 2 agosto. Ho subito parlato di ritiro da Gaza con il tassista, un russo che voleva regalarmi un nastro arancione, il colore dell’antidisimpegno. Oggi, il ritiro unilaterale da Gaza, cominciato all’inizio della settimana, è quasi finito. Ieri mattina, l’83 per cento della Striscia era stato evacuato. Gli insediamenti più “difficili” erano vuoti e la maggior parte della stampa era tornata a Gerusalemme. Il governo fa sapere che domenica l’esercito inizierà a distruggere le case. Mancano alcuni centri e due dei quattro insediamenti della Cisgiordania, noti per l’estremismo religioso di molti degli abitanti.
Sapevo che Gaza era un minuscolo pezzo di terra, ma non pensavo che, arrivando in macchina alla barriera di Kissufim, sull’unica strada che porta a quello che resta del blocco di 21 insediamenti di Gush Katif, si vedesse, a pochi chilometri di distanza, il mare, limite opposto della Striscia.
Non avrei mai pensato di trovare, a ritiro iniziato, case ancora piene di mobili e famiglie intente a preparare il pranzo, convinte di avere Dio dalla loro parte e certe di un imminente miracolo: non soltanto non hanno fatto le valigie, ma non hanno neppure previsto alcun tipo di sistemazione altrove. La maggior parte delle persone che si sono mosse prima dell’ultimatum del 17 agosto è andata a Nitzan, nuovo centro a pochi chilometri dal porto di Ashqelon, costruito dal governo per ospitare i settler. Molti sfollati si sono lamentati per la qualità delle nuove costruzioni, piccole e care. Chi si è opposto fino all’ultimo ai soldati è stato preso di peso dai militari, quattro per ogni individuo, caricato su autobus dell’esercito e trasferito negli alberghi del paese, dagli hotel a cinque stelle alle pensioni. I loro mobili e i loro oggetti personali sono stati imballati dai soldati e caricati in container (due per ogni famiglia). Non avrei mai pensato di sentire un ebreo dare di nazista a un altro ebreo, come nelle scene trasmesse da tutte le tv: abitanti degli insediamenti e militanti della destra dura che gridano contro militari disarmati. Durante le settimane che hanno preceduto l’attuazione del piano, centinaia di adolescenti, in gran parte vicini alla destra dura e ai gruppi religiosi, si sono infiltrati negli insediamenti per opporsi ai soldati. Hanno creato tendopoli e dormito all’addiaccio, o nei giardini e nelle abitazioni del luogo, pregando, studiando la Torah, cantando. Sono stati loro, in alcuni casi, a resistere più a lungo. Molti infiltrati arrivavano dagli insediamenti della Cisgiordania.
Temono di essere i prossimi sulla lista. Qualche giorno fa, a Neve Dekalim, il più grosso insediamento di Gush Katif, c’è stato un momento di tensione tra alcuni abitanti e attivisti infiltrati. I settler hanno visto nei giovani un ostacolo all’ottenimento dell’indennizzo che lo Stato pagherà a ogni famiglia. E’ una somma che varia secondo il numero di figli e della quantità di anni trascorsi in un insediamento. Opporre resistenza ai soldati venuti a evacuare la casa significa perdere il 15 per cento del denaro. Non mi sarei mai aspettata, mentre assistevo allo sgombero di una casa, di trovarmi dalla parte dell’esercito israeliano, entrato disarmato negli insediamenti: giovani poliziotti, seduti per terra nel giardino, hanno subito per un’ora gli insulti di altri giovani. Gli agenti erano una decina: fumavano una sigaretta dopo l’altra, abbassando lo sguardo alle urla delle ragazze e delle donne. Qualcuno ha tentato la via del dialogo. Ho visto un generale e un gruppo di arancioni discutere pacatamente, come se l’argomento fosse il tempo.
Non avrei mai pensato di trovarmi un giorno, in un bar di Gerusalemme, spalleggiata da un araboisraeliano, a difendere Ariel Sharon, che non ho mai stimato.
Non avrei mai immaginato che mia madre, araba, nata in Egitto da padre levantino che a 18 anni lasciò il Monte Libano per unirsi alla rivolta araba, potesse chiamarmi e dirmi stupita: “Sharon questa volta mi ha commosso”.
Si riferiva al discorso di mercoledì: “Fate del male a me, non ai soldati”.
Mi ha stupito veder collaborare due vecchi nemici. Mentre Tsahal evacuava gli insediamenti, le forze palestinesi hanno fatto il possibile per garantire la sicurezza e impedire che i gruppi armati lanciassero razzi.
Mi ha impressionato il valico di Eretz, le molte barriere in metallo da passare per arrivare nella Gaza palestinese, il lungo tunnel, le telecamere. Ho incontrato una giovane, consulente legale del ministero degli Affari civili dell’Anp, che si occupa di tutto ciò che riguarda il ritiro.
Diana Buttu è della Cisgiordania. E’ innamorata di Gaza.
“Ho trovato tanta rabbia e odio qui”. Si riferiva ai toni usati dai gruppi armati. Non vede il ritiro come una vittoria palestinese, ma come un’opportunità da non perdere. Mi ha spiegato che la decisione di radere al suolo le costruzioni è giusta: le villette dei settler non potranno mai soddisfare le esigenze di una popolazione, quella della Striscia, che tocca quasi il milione e mezzo d’abitanti. Gaza è povera e sovrappopolata, se la guardi dall’alto ti accorgi che si estende su quasi metà della Striscia.
La terra evacuata sarà proprietà dell’Autorità palestinese, anche se non mancheranno scontri tra fazioni politiche sul suo utilizzo. Sono stupita che i gruppi armati palestinesi non abbiano reagito agli attacchi che hanno ucciso in due riprese sette palestinesi. Sono stati portati a termine da estremisti religiosi ebrei degli insediamenti della Cisgiordania. Non avrei mai pensato di trovare più israeliani favorevoli al ritiro nei kibbuz, nei moshav e nei centri abitati sul confine con la Striscia che a Gerusalemme. In molti mi hanno detto che stavano più tranquilli prima del ’67, prima della costruzione degli insediamenti. La maggior parte degli israeliani che ho incontrato non capisce come la stampa internazionale s’interessi tanto a “un nostro problema di politica interna”.
Mi ha stupito non trovare nei giornali commenti sugli effetti del disimpegno in medio oriente. Gli israeliani non sembrano rendersi conto della portata storica dell’evento e del peso che può avere sulla regione.
Israele si è ritirato dai territori occupati nel 1967. L’operazione è stata decisa e attuata da un governo guidato dall’uomo che chiese alle persone che oggi lasciano le case di andare a popolare la Striscia. Scriveva ieri un giornalista su Haaretz che proprio per questo Sharon era l’unico che poteva fare questo passo.
Accidenti, ha ragione.
Rolla Scolari su il Foglio
saluti




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