….ritirata dei 130
Roma. Se “la carica dei 101” fu gloriosa e vittoriosa, “la ritirata dei 130” è mesta e risentita.
Se i cagnetti la spuntarono sui cattivi, i girotondini ne sono usciti con le ossa (politicamente parlando) rotte.
“Non si tratta di una sconfitta. Si tratta di un fallimento privo di sbavature, di un fallimento pieno e perfetto”: così ieri, senza giri di parole, sulla prima pagina dell’Unità, Paolo Flores d’Arcais ha stilato ufficialmente il certificato (politicamente parlando) di morte di un’intera stagione politica. Da gran tempo il mondo politico di centrosinistra non prestava neanche più una distratta occhiata all’antico residuato, ma ora la distrazione viene, da Flores d’Arcais, avallata e bollata, “speravamo di interpretare un bisogno diffuso. Era invece solo il malinconico wishful thinking di una risibile minoranza di minoranza”.
E’ andata così: nel parapiglia delle primarie dell’Unione – dove per sommo scompiglio ora si annuncia pure la candidatura di don Gallo – si erano fatti avanti anche alcune delle massime espressioni del girotondismo che fu, dal suddetto Flores a Lidia Ravera, da Vattimo a Travaglio a Camilleri, chiedendo la candidatura di un personaggio “che non fosse espressione dei partiti” (il massimo, per delle elezioni con dei partiti). Hanno risposto in 130, “forse meno dei parenti di primo grado dei firmatari dell’appello”. E qualcuno, “per disperato entusiasmo, ha aderito due volte”. Roba da scappare a nascondersi, e Fassino potrebbe, almeno in questo frangente, farsi una bella risata. Ma Flores non molla: se non trova adesioni, prova sensazioni. Così, dopo la ritirata risuona, nello stesso articolo, la carica. Trovando conforto in segmenti della sempre auspicata, pur se al momento latitante, società civile.
Intanto in un luogo di pura elezione, come la rubrica di lettere su Repubblica di Corrado Augias, dove “un libraio di sinistra” raccontava “i commenti più frequenti che ascoltava tra i suoi clienti, di disaffezione e ostilità verso un’opposizione subalterna, inciucista e omologata”.
E siccome Flores è uomo che bazzica la società civile, mormorii ha raccolto pure “tra le casalinghe a spesa nei mercati, tra i fedeli dopo la messa domenicale, nelle frequentazioni di ombrellone”. Elettori che “sempre meno vedono nei Rutelli, Fassino, Bertinotti i rappresentanti possibili del loro abissale scontento, dalle loro indignazione senza più sponde”, venuta a mancare pure quella di Flores e dei suoi cari.
E, indice puntato, intima Flores stesso a Prodi, se “vuole vincere davvero”, di tener conto di questo stato d’animo – di cui loro hanno appunto raggiunto i primi 130, una percentuale da cena sociale. Ma intanto si minaccia “lo sciopero del voto” che potrebbe affondare la riscossa democratica contro il Cav., dato che le primarie senza un candidato dei movimenti (che però ha poco movimentato) “sono un’occasione già consumata”.
E battute su Bertinotti, Rutelli e Fassino, invocazione del codice etico di Tabucchi e Biagi, perché sennò questa è l’alternativa: o “l’immondo regime di oggi” o “un berlusconismo soft e senza Berlusconi domani”.
Tra i Ds l’articolo di Flores ieri veniva chiosato con una certa ammirazione, “un capolavoro comico”.
Uno dei dirigenti rimasti a Roma, sfotteva: “Data la delicata situazione, preferiamo non commentare. Anzi, per non creare agitazione tra le masse, abbiamo scelto di non commentare neanche tra di noi lo scritto”.
Anni fa, avrebbe acceso il dibattito, adesso la minaccia dei girotondini non impensierisce nessuno. “Avevo il massimo della disistima prima, figurarsi ora”, commenta un dirigente fassiniano.
E siccome “il buon umore con Flores è cresciuto”, somma la candidatura ventilata di don Gallo e quella di Bertinotti, destinate a scontrarsi a sinistra dei Ds:
“E a questo punto, perché non Gianni e Pinotto?”.
Da il Foglio
saluti




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