Allora, Massimo Fini... Distogliamo per un poco l’attenzione dai tristi accadimenti italici e diamo uno sguardo al resto del mondo. Volgiamoci a Est, ad esempio. Che dici, sarà finalmente pace in Israele dopo il ritiro dei coloni da Gaza e dalla Cisgiordania?
«Non sono un esperto della questione israelo-palestinese, perché trovo odiosi gli uni e gli altri. Ma mi pare che il passo compiuto da Sharon sia importante: come sempre succede, sono proprio i “falchi” quelli che possono permettersi queste iniziative, non certo le “colombe”. È un po’ la stessa storia italiana degli ultimi anni: le politiche di destra può farle solo la sinistra, quelle di sinistra, la destra».
Lo stesso Rabin, protagonista dell’ultimo serio tentativo di pace, aveva un passato da “duro”.
«Certamente. Ora, che il passo sia storico non c’è alcun dubbio: la presenza dei coloni era uno dei maggiori ostacoli. Però, che sia una svolta sufficiente per arrivare alla pace, dopo tanti anni di violenza, lo si vedrà solo nei prossimi mesi».
Perché hai un giudizio equidistante - in negativo - rispetto a questa vicenda?
«Perché sia gli uni che gli altri hanno santi in Paradiso: israeliani e palestinesi hanno già chi li difende, non è quindi una di quelle situazioni che mi interessano. Ho maggior simpatia per la causa curda, ad esempio, o per quella afghana. Inoltre, quello israelo-palestinese è un grosso problema, ma non credo sia “il problema dei problemi” nel Medio Oriente».
Altri sostengono il contrario, pensano che questa sia la genesi di ogni scontro tra Occidente e Islam; che, risolta la faccenda, anche le altre questioni saranno più agevoli da affrontare.
«Non credo. Il sindaco laburista di Londra, Ken Livingstone, poco dopo gli attentati nella sua città, dichiarò: “Chi ha fatto questo è un vigliacco e un terrorista, però non possiamo dimenticare che dai tempi di Lawrence d'Arabia noi occidentali manipoliamo la politica del Medio Oriente”. Il problema, insomma, è più generale, mentre la questione israelo-palestinese è circoscritta. Lo dimostra, ad esempio, una circostanza: ricorderai quando Bin Laden furoreggiava ancora... Ebbene, nominò la questione solo dopo le altre, non subito, non la indicò come prioritaria».
Perchè dici: “Quando Bin Laden furoreggiava ancora”?. Lo ritieni ormai passato di moda?
«Bin Laden può essere due cose. Può essere davvero Bin Laden ed è morto da tempo. Oppure può essere un agente della Cia ed è nascosto da qualche parte».
Un agente della Cia?
«Sì. Non amo la dietrologia, anzi la odio, ma c’è una cosa che mi lascia molto perplesso in tutta la vicenda dell’11 settembre, un particolare che non è stato sottolineato con sufficiente attenzione. Due giorni prima della strage alle Torri gemelle, in Afghanistan veniva assassinato Massud. Chi era Massud? Era il “leone del Panshir”, il capo dell’Alleanza del Nord contro i talebani; via questi ultimi, sarebbe stato il leader naturale dell’Afghanistan al posto dell’attuale presidente Hamid Karzai, che è una marionetta in mano agli americani. Massud aveva la sua alleanza e i suoi appoggi, ma di fatto era un afghano “duro e puro”, certamente non avrebbe svenduto il proprio Paese permettendo alle forze occidentali di fare nel suo Paese quel che oggi vediamo. Ecco: fa specie che, proprio prima dell’attentato che avrebbe consentito agli Usa di dichiarare guerra all’Afghanistan, sia stato ucciso l’uomo che avrebbe potuto frenare l’ingerenza occidentale in quella zona. L’omicidio di Massud mi lascia molto perplesso: è come se qualcuno già sapesse quel che stava per accadere e quindi abbia pensato di togliere di mezzo una figura scomoda, per avere completa mano libera».
Un disegno preciso, insomma...
«Sì. In questo senso potrebbe entrare in gioco Bin Laden, che aveva l’autorità, il prestigio e il carisma per spingere Mohammed Atta e tutti gli altri a muoversi, senza sapere cosa stavano facendo realmente».
Dunque, le Torri Gemelle sarebbero state l’escamotage per consentire agli Stati Uniti di aver mano libera in Medio Oriente, anche grazie all’assassinio di Massud?
«Sì. Tieni conto che nessuno pensava al crollo delle Torri Gemelle. L’attentato sarebbe stato ugualmente terrificante, ma meno disastroso, catastrofico. Ripeto: è un’ipotesi, alla quale mi spinge questo “dettaglio” legato alla morte di Massud, ucciso da due arabi... Gli afghani sono refrattari agli attentati, si vede anche adesso e lo si è visto durante l’occupazione sovietica, combattevano ma non hanno fatto cadere un solo aereo civile... Quello di Massud è invece chiaramente un attentato di matrice binladenista...».
Lasciamo queste ipotesi e torniamo su Israele. La sinistra, che prima vedeva Sharon come la peste, ora si è convertita. Addirittura, qualcuno ha proposto di conferirgli il premio Nobel per la pace...
«Meglio lasciare perdere, coi precedenti che ci sono».
Già, il Nobel per la pace ad Yasser Arafat...
«Ce n’è anche uno precedente: il premio a Begin (Menachem Begin, primo ministro di Israele dal 1977 al 1983, premio Nobel nel 1978, ndr) per bilanciare quello a Sadat. A volere la pace tra Egitto e Israele fu Sadat (Anwar al-Sadat dal 1970 presidente egiziano, premio Nobel nel 1978, ucciso nel 1981 proprio da chi gli imputava la pace stipulata con Israele, ndr), che dopo venti anni di guerra ebbe il coraggio di chiamare il nemico e dirgli: smettiamola. Dare il premio a Sadat era giusto, darlo a Begin no, lui aveva avuto una parte ben diversa... E poi, ricordiamo che Begin fu tra gli autori dell’attentato all’hotel King David di Gerusalemme, ottanta morti: il terrorismo non inizia oggi e non è solo islamico».
A proposito di ebraismo, qualche giorno fa Papa Benedetto XVI ha anche visitato una sinagoga, durante il Gmg di Colonia. C’era molta attesa per vedere il nuovo Pontefice impegnato nel confronto con la folla, dopo i successi mediatici di Wojtyla. Qual è stato l’esito, a tuo giudizio?
«Certamente questo Papa è meno comunicatore del suo predecessore, ma è sicuramente uno che innalza il discorso a livelli più alti, ad esempio nella sua critica al relativismo culturale (relativismo cui, sia chiaro, io aderisco totalmente). Ratzinger ha portato all’onor del mondo questioni reali, di fondo, credo che questa sia la sua strada, quella di un teologo e pensatore; l’altro era più plateale, se vogliamo molto narcisista. A mio avviso, anzi, ha quasi distrutto la Chiesa cattolica».
Addirittura?
«Tanto più saliva la popolarità mediatica di Giovanni Paolo II, tanto più diminuivano in Occidente le vocazioni e spariva il senso del sacro. Credo che in Conclave questo problema se lo siano posti».
Questa crisi delle vocazioni è imputabile a Papa Wojtyla o non è piuttosto una conseguenza della progressiva laicizzazione dell’Occidente?
«Certamente assistiamo all’inarrestabile laicizzazione dell’Occidente. Quando una società viene organizzata attorno al mercato e all’economia, è chiaro che i temi spirituali vanno in secondo piano. Del resto, Dio è morto due secoli fa e non è resuscitabile finché la società attuale non cambia. Inoltre, la Chiesa a mio avviso si è difesa male: si è mondanizzata, ha seguito l’onda, soprattutto con Wojtyla, benché lui fosse un Papa con valori forti, medioevali, pretridentini. Ma la valanga mediatica ha sommerso tutto. Parlo da “infedele”: ma secondo me era più acuta la posizione di Lefebvre (il cardinale Marcel Lefebvre, deceduto nel 1991, considerato a lungo “ribelle” dalla Chiesa cattolica in quanto fedele alle posizioni più tradizionaliste, ndr) e infatti mi sembra vi sia un tentativo di riavvicinamento con la Chiesa lefebvriana. Non abbiamo bisogno di “mondo”, la Chiesa deve parlare di spirito. Giovanni Paolo II ha fatto molta politica, prima la Polonia, poi la Croazia... ma ne abbiamo fin sopra i capelli di queste faccende, c’è invece un’esigenza di spiritualità, profonda, che il Cattolicesimo non riesce più a intercettare. Così si diffondono sette, maghi, oppure la new age».
Molti tradizionalisti sostengono che l’inizio della crisi della Chiesa cattolica vada fatto risalire a Giovanni XXIII, al Concilio Vaticano II...
«Certamente quello fu un momento di “adesione della Chiesa al mondo”. Ma è l’Illuminismo ad avere distrutto l’idea di Dio. Quando Friedrich Nietzsche nella seconda metà del’Ottocento annuncia la morte di Dio, altro non fa che constatare la sua scomparsa nella coscienza degli uomini. Questa è la storia dell’Occidente».
Tutte le altre, dunque, sono solo “tappe”...
«Ora assistiamo a un tentativo abbastanza grottesco di recuperare i valori cristiani. Ma qui non si tratta di resuscitare il cadavere di Dio; ma di rimettere al centro l’uomo, dando all’economia quella parte che dovrebbe avere, cioè marginale. Solo Bin Laden, nei suoi deliri, può pensare che noi siamo cristiani! I cristiani non esistono più, esiste un modello economico pervasivo, aggressivo, ed è contro questo che gli altri mondi si ribellano».
Ma Benedetto Croce diceva: “Non possiamo non dirci cristiani”.
«Quando lo affermò, aveva forse ancora un senso. Cinquant’anni dopo, cosa rimane? La convinzione che la storia abbia un fine; questo non è però più l’attuazione del disegno di Dio attraverso le vicende umane, ma l’evolversi del mercato, il progredire dell’economia. Di religioso non c’è più nulla! Prima del pensiero giudaico-cristiano, le società orientali e classiche erano sostanzialmente a-storiche, prive di senso del futuro. Del Cristianesimo ci rimane quest’ultimo, che anzi è sempre più potente, ma non più declinato in senso metafisico. Piuttosto, delle nostre origini andrebbe recuperato un altro elemento, tipico della cultura greca: il senso del limite, della moderazione. I greci avevano una teoria della meccanica raffinatissima, avrebbero potuto costruire macchine molto simili alle nostre: non lo fecero perché non vollero andare a manipolare la natura. Ma il limite c’è anche in Francesco Bacone: il padre della rivoluzione scientifica dice che “l’uomo è ministro della natura, ma alla natura si comanda solo ubbidendole”. Oggi questi avvertimenti li abbiamo dimenticati. Bene: torniamo un po’ alla Grecia, Eraclito è più interessante di Angelo Panebianco».
Papa Ratzinger suggerisce ai laici come te: “Fate come se Dio esistesse”. È un punto di vista che ti affascina?
«Io credo che la posizione dell’agnostico, del laico, sia difficilissima. Deve costruire da sé una tavola di valori, il che non significa “andare al di là del bene e del male, per citare Nietzsche, ovvero fare tutto ciò che piace, ma imporsi un’enorme, prometeica assunzione di responsabilità: tu solo sei responsabile di ciò che fai, non la società, non la famiglia, non le cattive amicizie».
Occorre quel “senso del limite” che citavi in precedenza.
«Esatto. Altrimenti, c’è solo il grido disperato di Ivan Karamazov (protagonista del celebre romanzo di Fyodor Dostoevsky, ndr): se tutto è assurdo, tutto è permesso. Il compito del laico è invece dire: tutto è assurdo, ma ciò nonostante io, per una questione etica o estetica, adotto un certo tipo di comportamento. Ebbene, in questo compito immane il pensiero laico ha purtroppo fallito: in oltre due secoli dall’avvento dell’Illuminismo, ha fatto tabula rasa dei valori precedenti, religiosi e non, senza riuscire a riempire il contenitore vuoto, quale è la democrazia, se non di contenuti materialistici. È la tragedia dell’Occidente e del laicismo. Lo abbiamo visto anche in faccende miserande... Prendiamo Tangentopoli: chi era più corrotto di tutti? I socialisti: poiché laici, era per loro più difficile mantenere un profilo etico, non c’era nessuna “Chiesa” a imporlo, come per Dc e Pci. La posizione dell’uomo libero è molto complicata. Quindi io dico: agire non “come se Dio esistesse”, ma “come se la mia coscienza avesse un valore ugualmente”. So che un senso ultimo non esiste, eppure io do un senso alle cose. È anche una questione utilitaristica: nessuna società può stare insieme senza valori condivisi, che siano o meno valori religiosi. Già, perché vi sono società che stanno assieme senza valori religiosi, come i miei adorati abitanti delle isole Andamane».
Le isole Andamane? Questa devi proprio raccontarcela.
«Stanno nell’oceano Indiano, sono una delle poche comunità senza religione né dei. Per un po’ ne ebbero uno, un certo Peluga, poi si accorsero che era indifferente alle sorti degli uomini e lo mandarono a quel paese. Vivono felici, ma all’interno di codici interni che vengono rispettati: se rubi un amuleto, vieni considerato una nullità».
Non c’è un Dio a proteggerli eppure, investiti in pieno dal disastroso tsunami del 26 dicembre, hanno avuto pochissimi morti...
«Un momento, è qui il punto: non hanno avuto nessun morto! Le Andamane hanno preso l’onda in pieno, ma non hanno avuto vittime né feriti. Sai perché? Conoscono l’oceano, non costruiscono sul mare; poi, hanno ancora un forte rapporto con la natura, quando l’acqua s’è ritirata prima dello tsunami, hanno subito capito. Nelle altre coste la gente è andata a guardare il fenomeno e a cercare conchiglie, finendo investita in pieno dal disastro. Ma era chiaro, intuitivo, che se il mare si ritira per una marea ignota, sta certamente per arrivare un’onda di ritorno spaventosa! La cosa triste è che non solo i turisti, ma anche i nativi delle altre zone non l’hanno capito, si son fatti fregare, vuol dire che li abbiamo completamente snaturati! Gli andamanesi, invece, sono subito scappati sulle colline; due giorni dopo erano sulla spiaggia a suonare i loro strumenti e quando è arrivato un elicottero che voleva portare aiuti, l’han cacciato a suon di frecce».
Accrescendo ulteriormente la tua stima nei loro confronti...
«Intendiamoci: se uno non è un rompiscatole, viene accolto volentieri sull’isola. Sono popolazioni che vengono descritte come miti, affettuose, allegre, sorridenti e molto amanti degli scherzi osceni, che mi pare un segno di buona salute».
Chiudiamo tornando ai laici che hanno deciso di fare “come se Dio esistesse”. Tra questi, anche il presidente del Senato, Marcello Pera. Molto succintamente: lui pensa che i laici debbano oggi allearsi coi cattolici per preservare i valori occidentali, della quale entrambi sono figli, contro l’invasione islamica. Cosa pensi di questa visione?
«Non la condivido. Prima, infatti, dovremmo porci una domanda: come mai siamo aggrediti, invasi? Solo perché gli islamici sono impazziti e seminano sangue e terrore per il puro piacere di farlo? Non credo. Oppure: perché l’Africa muore di fame, se fino a trent’anni fa era invece autosufficiente dal punto di vista alimentare? La posizione di Pera è poi contradditoria: il che è grave, per uno che si spaccia per filosofo. Dice: c’è bisogno di reciproco rispetto tra le culture. D’accordo. Poi si lamenta: si sta affermando - purtroppo non è vero - un relativismo culturale in base al quale tutte le culture hanno pari dignità. Significa che lui non crede alla “pari dignità”, pensa che la nostra sia superiore: e allora, che rispetto può mai avere nei confronti delle altre?».
[Data pubblicazione: 25/08/2005]




Rispondi Citando