La crisi energetica e l'equivoco della concertazione
di Carlo Stagnaro
Il 14 settembre un pezzo d’Italia resterà al buio. Cioè, non proprio al buio, visto che lo sciopero della luce comincerà alle 11,30 antimeridiane e durerà appena 5 minuti. Chi lo proclama? Le associazioni dei consumatori Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori, che pensano in questa maniera di poter dare una risposta all’inasprimento delle bollette, conseguenza ineluttabile del barile a peso d’oro.
In realtà, quello che le quattro organizzazioni chiedono è “un vero e proprio tavolo di concertazione con tutte le forze sociali” Dal tavolo dovrebbero sortire “misure e strategie che consentano di ridurre gli effetti del caro greggio”.
Nella protesta confluiscono diversi torrenti ideologici. C’è, al fondo, un problema serio: il sistema paese, che peraltro non gode di grande salute, sta ricevendo dalla crescita dei prezzi dell’energia un duro colpo. L’elettricità, già salata, diventa un lusso. La benzina e il gasolio, già costosi, diventano merce rara. Il gas, già caro, diventa roba da ricchi. Una quota sempre più consistente degli stipendi se ne va nelle spese essenziali: luce, riscaldamento e mobilità. Eppure, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Non è che lo stivale si sia improvvisamente svegliato da un sogno. Piuttosto, la congiuntura internazionale getta sale su ferite che erano aperte e nessuno ha chiuso.
Una di queste ferite è la presenza pervasiva dello Stato nel settore energetico. Fino a pochi anni fa, esso era stretto nella morsa del monopolio. Poi venne la stagione di liberalizzazioni e privatizzazioni, Eni ed Enel sono diventate imprese competitive e hanno guadagnato credibilità e rispetto sui mercati internazionali. Purtroppo, la mano pubblica non si è ritirata del tutto e ha lasciato una pesante eredità: tassazione da capogiro, regolamentazioni minuziose e contraddittorie, confusione normativa. Il risultato è che gli spazi di manovra delle compagnie sono angusti e i consumatori devono sostenerne il peso.
Qual è la soluzione propugnata dalle associazioni dei consumatori? Forse una più completa liberalizzazione del settore? Un freno alla pressione fiscale? In parte sì, specie per quel che riguarda le imposte, ma non del tutto. E in questo “non del tutto” si annida il grave rischio. Se il problema è la statalizzazione, occorre mettere mano ai codici per sfrondarli e semplificarli: serve lasciare libera la mano invisibile del mercato. Invece le quattro organizzazioni chiedono di convocare il “tavolo della concertazione”, cioè rispondo allo statalismo con uno statalismo ancor più marcato. La concertazione è il frutto amaro degli anni ’90, una pratica secondo cui il governo deve mettere il becco negli affari delle aziende. Cioè, la negazione dello spirito della liberalizzazione. Non solo: se la concertazione è tesa a comprimere le bollette ope legis, si rischia di assumere una medicina ben più dannosa del male che pretende di curare. Dovunque sia stato adottato, il controllo dei prezzi genera il fenomeno della scarsità, delle code. Se produrre e distribuire energia cessa di generare profitti, le imprese semplicemente smettono di farlo. E la luce resta spenta per ben più di 5 minuti e, ciò che è peggio, contro la volontà dei consumatori.
Ancora peggiori sarebbero i risultati nel caso di un intervento brutale sulle strategie industriali. E’ vero che oggi l’Italia si appoggia a un mix energetico squilibrato: prevalgono il gas naturale (40%) e l’olio combustibile (21%), mentre il carbone conta appena per il 13% e il nucleare è tabù (le fonti “alternative” non hanno un’incidenza significativa e l’idroelettrico è già sfruttato al massimo). Altri paesi hanno come fonti di riferimento proprio le cenerentole italiane: nucleare e carbone. Ma se ciò accade è proprio a causa della miopia governativa. La celeberrima frase “business is business” andrebbe presa nel senso più letterale possibile: il governo non dovrebbe occuparsi delle faccende delle imprese. Del resto, hanno il sapore acre delle lacrime di coccodrillo quelle versate da chi ha piantato gli stendardi della contestazione contro Enel e il suo tentativo di utilizzare più a fondo il clean coal e oggi si lamenta perché le centrali sono troppo poche.
C’è un’ultima questione: alcune delle associazioni che promuovono lo sciopero della luce facevano parte dell’armata Brancaleone che, qualche mese fa, diede vita all’iniziativa “M’illumino di meno”. Si trattava di un identico sciopero della luce (lampadine spente a mezza mattinata), dettato però dall’esigenza opposta. La richiesta era quella di risparmio energetico, cioè riduzione dei consumi, nella speranza (vana e sbagliata) che ciò potesse aiutare l’ambiente. Tutti sanno che il mezzo migliore per ottenere una riduzione dei consumi è l’aumento dei prezzi, tanto che gli ecologisti più coerenti invocano più, non meno, tasse sull’energia. Di fronte a contraddizioni tanto stridenti, non c’è concertazione che tenga: non si può chiedere energia più cara a febbraio ed energia meno cara a settembre, e pretende d’essere credibili.
da L'Indipendente, 26 agosto 2005


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