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Discussione: Il Sillabo...oggi^__^

  1. #1
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Per soddisfare qualcuno che qui in questo tred:
    http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=187569
    lo rimarcava dopo che io ne avevo sottolineato un aspetto, mi permetto di aprire questa pagina (se poi i moderatori ne conoscono una di simile potranno spostare il tema come meglio credono^__^...)
    per approfondire il tema senza estrapolazioni che possano essere usate per tirare l'acqua ognuno al proprio mulino, ma bensì per rileggere questo meraviglioso Sillabo con gli occhi e il cuore di oggi, stando più fedelmente al di sopra delle parti

    Fraternamente caterina LD

    Rino Cammillleri: elogio del sillabo
    a cura di Paolo Pugni

    Apparso in Studi cattolici, n. 412, giugno 1995.

    Profezia è sostantivo che viene spesso accostato al nome di Nostradarnus, stregone medievale che avrebbe scritto il destino del mondo nelle sue oscure terzine. Profezia, secondo Rino Cammilleri, non è un ironico gioco da intellettuali, ma lo sguardo lucido di chi vede nel futuro i frutti, spesso marci, della semina di oggi. Per questo Cammilleri, giornalista e scrittore — da poco responsabile delta collana apologetica della Leonardo editore, da sempre autore controcorrente, spigoloso nelle scelte di argomenti che fanno rabbrividire i benpesanti di oggi: da I Santi Militari a La storia di Padre Pio (entrambi pubblicati da Piemme), da I mostri della ragione (edizioni Ares) all‘Elogio dell’Inquisizione (Leonardo) — ha pubblicato un interessante e provocatorio saggio dedicato all’Elogio del Sillabo, a proposito del documento di Pio IX che condannò nel 1864. in ottanta proposizioni, la modernità politica e filosofica di quel secolo.

    Che cos’è, innanzi tutto, il Sillabo? Pubblicato l’8 dicembre 1864 congiuntamente all’enciclica Quanta cura — che ne rappresenta l’elaborazione dottrinale — il Sillabo altro non è se non un elenco che comprende quelli che per la Chiesa di allora, erano i principali e più comuni errori riguardanti Dio e la Chiesa stessa, ma anche la natura, il mondo, i caratteri e i fini della presenza dell’uomo sulla terra e della vita umana.

    Per comprendere a fondo il Sillabo bisogna conoscere l’epoca nella quale fu scritto, cosa che il testo di Cammilleri fa con gran precisione. Ne emerge il panorama di un’epoca sventrata dalla crescente insofferenza per la religione cattolica e dal sorgere di quelle ideologie post-illuministe che tanto caratterizzano anche i nostri giorni.

    Appena eletto, Pio IX, succeduto nel 1846 a Gregorio XVI, che nei quindici anni di pontificato era stato nemico implacabile delle società segrete rivoluzionarie. aveva subito riscosso ampi consensi, al punto da far nascere il mito del «Papa liberale» per aver concesso l’amnistia a oltre quattrocento detenuti ed esuli politici, e ,a libertà di stampa.

    Due anni dopo scoppia il... Quarantotto: anche nello Stato pontificio, dove Pellegrino Rossi, ministro laico di Pio IX, viene assassinato sulle scale del Palazzo della Cancelleria, pare con la complicità di alcuni dei deputati. Il crimine del Rossi? L’idea di realizzare l’unità dello Stato italiano in una federazione di regioni con la presidenza del Papa.

    Ovviamente non era questo che voleva il Piemonte di Cavour e Mazzini, il cui obbiettivo — realizzato — era quello di colonizzare la penisola. La situazione precipita: l’anno seguente Mazzini piomba a Roma con Armellini e Saffi e proclama la Repubblica romana, tentando di instaurare la religione dell’umanità.

    Non ci addentriamo oltre nella ricostruzione storica; ricordiamo solo che, nel momento in cui il Sillabo vede la luce. siamo alla vigilia delta presa di Porta, il Papa ha conosciuto l’esilio di Gaeta, il Piemonte ha lanciato la sua campagna anticristiana confiscando i beni delle istituzioni cattoliche, imprigionando vescovi, cardinali e preti comuni: in più parti i venti delle nuove ideologie stanno confondendo le menti. C’è bisogno di un forte intervento della Chiesa che metta ordine nelle idee: il Sillabo, appunto. Accolto dalla stampa di allora con le stesse dichiarazioni sprezzanti — e patetiche, lette oggi a 130 anni di distanza, come quella del francese Siècle che parlô di «suprema sfida lanciata al mondo moderno dal Papato agonizzante» — che anche oggi gli eredi di quei mezzi di comunicazione riservano alla Chiesa.

    Contro i facili entusiasmi

    Che cosa condannavano le proposizioni del Sillabo? Soprattutto lo smodato desiderio di libertà e modernità. Un documento aberrante e mostruoso, dunque? Tutt’altro. sostiene Cammilleri, che parla di grande attualità del documento di Pio IX.

    «Innanzitutto va precisato che il modernismo condannato da Pio IX è lo spirito negativo che distorceva quegli anni. Non per nulla oggi dichiariamo di essere in un’epoca post-moderna, prendendo in un certo senso le distanze dalle ideologie — o per lo meno dai loro eccessi — che fiorirono nel secolo scorso. Pio IX, con spirito profetico, nel suo Sillabo mise in guardia contro gli entusiasmi facili, soprattutto dei giovani, per innovazioni che sembravano affascinanti, ma che in realtà minavano alla radice la persona umana. Era dovere del Papa e dei dottori della Chiesa intervenire. Nascevano i razionalismi: le ideologie che creano l’uomo a tavolino. Si voleva a tutti i costi conquistare Roma per farne, in nome dell’Umanità, la capitale massonica d’Italia: la terza Roma riformata, ripulita dall’infezione papista e cattolica. “La capitale del mondo pagano e del mondo cattolico è ben degna di essere la capitale dello spirito moderno”, scriveva Francesco De Sanctis: “Roma è dunque per noi non il passato, ma l‘avvenire. Nol andremo là per distruggervi il potere temporale e per trasformare il papato. Si andava dunque incontro a un’epoca di conflitti che esplosero poi nel nostro secolo, il più sanguinoso della storia dell’uomo».

    Sono anche gli entusiasmi di oggi. E il Sillabo?

    «Opponendosi ai guasti ideologici cercò di porre l’uomo in salvo. Non ci riuscì perché non fu ascoltato. Certo, allora poteva anche essere incompreso, ma oggi, alla luce del guasti di questi due secoli… Aveva ragione in pieno. Oggi che tutti gli “ismi”, fioriti in quel contesto, sono a frutto, si può verificare l’attualità di quel documento, ed è ancora possibile aggrapparsi a esso, al di là del linguaggio datato, per mettere ordine nel confuso mondo attuale. Tutti i progetti di rimontaggio della società, che partono da uno schema concepito a tavolino da intellettuali rinchiusi nelle loro biblioteche e quindi avulsi dalla realtà, tutte le idee che hanno sconvolto e insanguinato il mondo, sono nati come eresie della religione cristiana. Donoso Cortés, spagnolo, marchese di Valdegamas, convertito al cattolicesimo dopo essere stato un acceso liberate, al cui contributo il Sillabo deve molto, mise in risalto questa stretta correlazione: “Tra gli errori contemporanei non ve n’è alcuno che non si risolva in eresia; e tra le eresie contemporanee non ve n’è alcuna che non si risolva in un’altra, già condannata nel tempo antico dalla Chiesa”. Ecco perché il Papa risponde con un documento religioso ai rivolgimenti politici di quell’epoca — non dimentichiamo che il Manifesto del Partito Comunista fu scritto a Londra da Marx ed Engels alla fine degli anni ‘40 — la cui radice è unica e consiste nell’attribuire la sovranità alla ragione umana. A questo si associa il rifiuto del peccato originale: l’uomo è buono per natura, dice Rousseau, il che è l’esatto contrario dell‘insegnamento di Cristo. Cortés lo mise in chiaro in una lettera scritta al cardinale Fornari nel 1852, nella quale attaccava il comunismo: “In questa maniera l’eresia perturbatrice, che da una pane nega il peccato originale e dall’altra la necessità per l’uomo di una direzione divina, conduce prima all’affermazione della sovranità dell’intelligenza, poi all’affermazione della sovranità della volontà e, per ultimo, all’affermazione della sovranità delle passioni”. Il che è quanto sta accadendo in questi anni senza verità».

    Che cosa intende dire?

    «Il punto è che abbiamo perso il senso della verità, confusa in un sottofondo di deboli pretese, la verità è forte, è splendida in sé: la sua assenza debilita la società intera creando il deserto e spalancando la porta... ma sì, alle intolleranze».

    Come? Sembrerebbe il contrario. Alla tolleranza è anche stato dedicato dall’Onu il 1995!

    «La tolleranza è un concetto liberale che implica la superiorità di chi la applica. Si crea cosi un ghetto. Tollerare, poi, è un verbo di per sé negativo: intende sopportare a malincuore, accettare il minore dei mali possibile. Ben diverso dalla comprensione — prendere insieme, in sé — e dalla carità cristiana. La verità è una: non la si può sostituire con la tolleranza, la quale per le persone è poco, mentre per le idee è troppo. Se non esiste una verità, ma tante verità, allora sorgeranno coloro che vorranno imporre la loro verità suIte altre: chi con la forza, chi con la sublime arte della manipolazione culturale. Lo sappiamo bene noi italiani... Questa mancanza di verità finisce per influire anche sulle decisioni internazionali: in assenza di una Verità tutto è lecito e tutto ë ugualmente giusto e sbagliato. Diventa impossibile allora agire, perché diventa impossibile capire chi ha ragione e chi ha torto. Prendiamo il caso della guerra nei Balcani: le atrocità sono ugualmente condivise, allora chi è il buono e chi il cattivo? Il dubbio costringe all’inazione. Manca oggi quel motivo ideale che spingeva i cavalieri — penso ai Templari, per esempio — ad agire nel passato, quando era chiaro quale fosse la verità da difendere».

    Religione e politica, dunque?

    «In un certo senso: perché anche qui al centro c’è la concezione dell’uomo. La sinistra — e i giacobini furono i primi a sedere provocatoriamente a sinistra perché i “buoni”, biblicamente, stanno a destra del Padre — non crede nella realtà del peccato: ne consegue che è convinta che tutto sia una questione di riforme. Riformando continuamente le istituzioni e, tramite queste, la società, si giungerà prima o poi alla soluzione di tutti i problemi: a colpi di decreti e di rivoluzioni si raggiungerà il Paradiso in terra. È la clasa discutadora, la classe che discute, come la definì causticamente Donoso Cortés. C’è un filo comune che parte da Pelagio e finisce in Marx passando per Occam, Wycliff, Huss, Lutero, Baio, Giansenio e così via. La negazione della caduta: la natura umana è capace di salvarsi da sé. Ecco allora il mito del nuovo Eden, dell’uomo nuovo, riformato, rigenerato, capace di trasformare l’intera umanità. Questa era la convinzione dei giacobini, dei padri fondatori degli Usa, dei dirigenti sovietici. Dall’altro lato, al contrario, la destra crede solo nel peccato: confida perciò nel gendarme come cura alle “malattie” della società. Il poliziotto di destra sta all’assistente sociale di sinistra. Il cattolicesimo invece è per la legge misteriosa dell’et-et: peccato e redenzione. Nel sociale: l’assistente per convincere e il poliziotto per dissuadere chi non volesse sentire ragioni; nel religioso: il sacramento della Confessione, che indica la cura, e la Comunione eucaristica che guarisce. È una concretezza ben diversa: come esempio si può portare san Benedetto, il padre dell’Occidente. Scrive la sua regola per il “gregge turbolento e indocile”, elenca a ogni pagina i “vizi legati all’umana natura”, come durezza di cuore, indisciplina, orgoglio, altezzosità., mormorazione. Ma san Benedetto ama gli uomini così come sono: non sogna neppure lontanamente di costruire un uomo nuovo, ma solo di fare di un poveraccio semplicemente un uomo, magari anche monaco. Si mette al servizio del suo gregge. C‘è una concezione dell’uomo radicalmente diversa che permette, comprendendo appieno che cosa sia la persona, di prendere le giuste decisioni.

    In ginocchio davanti al mondo

    I più delusi dal documento di Pio IX furono i cattolici liberali. Nel libro lei dedica ampio spazio a descriverne i discendenti: quelli del centro che ci portò a sinistra.

    «I cattocomunisti sono quella porzione del popolo cattolico che è convinta di doversi inginocchiare dinanzi al mondo. Appiattiti sulle idee di volta in volta mondane, malgrado tutto convinti che la verità non sia quella indicata da sempre dalla Chiesa, quanto quella che nasce dal confronto dialettico delle opinioni, sono ossessionati dal desiderio di convergere verso le cosiddette forze del progresso. In religione confondono l'apostolato con l'integralismo e provano una sconfinata simpatia per chi ha abbandonato ogni credenza nel soprannaturale; in politica provano un'attrazione fatale verso le sinistre convinti che la democratizzazione delle sinistre è il passo decisivo verso il Paradiso Terrestre. Come sta accadendo anche oggi».

    Allora Pio IX aveva previsto la crisi del governo Berlusconi?

    «Aveva indicato lungo quale sentiero si sarebbero persi coloro che insistevano per accogliere nel cuore del cattolicesimo i principi filosofici dell‘illuminismo. Ma da un errore dottrinale non può scaturire una società giusta. Gli “ismi” che travagliano il nostro secolo e che l’hanno cosi macchiato di sangue sono i frutti di quelle deviazioni, abbracciate entusiasticamente dai cattolici liberali».

    Ma oggi…

    «La medesima situazione: ci sono ancona cattolici che presumono di cavalcare il progresso, anzi il progressismo. “Se faremo come De Gasperi e ci porremo alla testa del cambiamento, allora otterremo il consenso”, diceva Mario Segni nel 1992. I risultati si sono visti. Non è un caso che proprio negli anni in cui in Italia ha governato il partito sedicente cristiano, la società si è profondamente laicizzata. Basta ricordane queste parole di De Mita, nel 1986, per capire il perché di questo tradimento: “La Dc non vuole costruire lo Stato cristiano”, perché ciò “introdurrebbe un principio di intolleranza”. Solo che la tolleranza è un dogma liberale. Il termine cattolico è “carità”, che vuol dire “amore”, “comprensione”, ma anche “correzione fraterna”. Lo Stato condannato dal Sillabo è quello assoluto, padrone, etico; quello che impedisce le libere scuole e che, mentre loda i valori della famiglia, persegue politiche che non solo la insidiano, ma tendono a distruggerla. I cattosinistri sono convinti che la democrazia sia un fine, il valore assoluto, non il mezzo. Tutto questo il Sillabo l’aveva previsto».

    E non solo. La Proposizione 40 condanna l’affermazione che l’insegnamento della gioventù debba essere affidato alle autorità civili. La scuola libera, che in molti paesi europei rappresenta una valida realtà, da noi è ancora una chimera. Nonostante ogni cittadino paghi tasse profumate, non può scegliere liberamente in quali scuole educare i propri figli. Anzi, chi decide di farlo al di fuori delle scuole statali, da diversi anni ideologizzate in senso anticristiano, viene tacciato di elitarismo o semplicemente bollato come ricco e stravagante. Anche il partito che si definiva cattolico, nei suoi lunghi anni di governo, non ha mai messo in discussione che la scuola debba essere statale: contro il parere di un Papa?

    «A mantenere un enorme, dispendiosissimo, farraginoso e inefficace baraccone napoleonico siamo rimasti quasi soli nel mondo civile. Le altre potenze industrializzate hanno percentuali altissime di studenti che frequentano Istituti non statali, e la loro ‘‘democraticità” non sembra soffrirne… anzi, al contrario. Il dogma del “libero mercato” qui subisce un’eccezione. Le sinistre progressiste continuano ad alimentare l’equivoco secondo il quale pubblico equivale a statale. Ma pubblico vuol dire servizio disponibile a tutti: delle autolinee, anch’esse spesso vitali, in mano ai privati non si scandalizza nessuno. È il solito mito giacobino dell‘“uniformità” che persiste: l’odio tutto illuministico per il pluralismo, per le libertà concrete, al plurale, che sono cosa ben diversa dall‘astratta utopica Libertà con la maiuscola. Uno dei capisaldi del liberalismo trionfante fu proprio la scuota di Stato: per fare gli italiani Cavour insisteva sulla “cura del ferro”: ferrovie, leva di massa obbligatoria e scuola statale anch‘essa obbligatoria. La scuola può e deve essere libera, che non vuol dire privata, come vuole quella vulgata paleo-marxista che sta ancora oggi manipolando le idee”.

    a cura di Paolo Pugni

    da www.kattolico.it
    Fraternamente Caterina
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  2. #2
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    Il Sillabo e il Manifesto
    di Rino Cammilleri

    Siamo nell’Anno del Signore 2004 ma ancora certi temi sono intoccabili. Meglio: appannaggio esclusivo di una fazione, e guai a chi glieli tocca. Eppure, riscrivendo la stona, che male si fa? Forse che il lavoro dello storico non è un continuo revisionismo (parola di uno che se ne intende, Franco Cardini)? Del resto, si fa un piacere anche — perché no — ai comunisti, i quali a volte paiono non conoscere bene neanche la loro, di storia. Ricordo, infatti, che il quotidiano Liberazione, in un articolo del 25 agosto 2000 dedicato a Pio IX, per ben due volte datava la Comune di Parigi al 1848 e non, come si sa dalla scuola dell’obbligo, al 1871. Il quotidiano in questione doveva essersi confuso a furia di gironzolare attorno al Manifesto del partito comunista, quello di Marx-Engels, uscito a Londra, si, nel 1848. Ma in sordina. E ancora clandestinamente cominciò a circolare durante la sanguinosa rivolta della Comune di Parigi, appunto nel 1871, ventitré anni dopo. Insomma, per buona parte dell’Ottocento nessuno seppe quasi niente di quel documento.

    Invece tutti sapevano tutto di un altro documento, il Sillabo di Pio IX, pubblicato nel 1864. Era, se cosi si può dire, il «Manifesto» della Chiesa, l’ultimo grido di avvertimento dell’ultimo papa-re al suo gregge universale. Anch’esso di dimensioni motto ridotte, avvisava i credenti che il «sol dell’avvenire» si sarebbe rivelato puro veleno. Infatti, il secolo successivo, per noi appena concluso (ma solo sul calendario), è stato autorevolmente e insospettabilmente definito «il secolo breve», «il secolo del male», «il secolo dei martiri», «il secolo dei genocidi», «il secolo dei totalitarismi».

    Il Sillabo fu veramente profetico; il Manifesto no. Eppure, ancora oggi, il primo continua ad essere ricoperto di insulti; il secondo, rimpianto. Sì, rimpianto, perché non sono pochi i cosiddetti liberali che seguitano a proclamarlo «generoso», «di alti ideali» ma «tradito». Il che induce a sospettare che nessuno ha mai letto né l’uno né l’altro. Altrimenti ci si sarebbe accorti che il Sillabo metteva in guardia contro il comunismo fin dal 1864. Ripeto: 1864. Più profetico di cosi...

    Allora, ritengo opera altamente meritoria riprendere in mano il passato, rimeditarlo, proporlo al dibattito. Tuttavia, vi sarete accorti anche voi che i cultori della “tolleranza” perdono facilmente le staffe quando in discussione ci sono le loro idee e posizioni. Più cerchi di invitarli al dialogo e più ti rispondono con invettive. Due «grandi vecchi» del nostro giornalismo, per esempio, al tempo del raduno giovanile cattolico di Tor Vergata nel 2000 (i cosiddetti «papa-boys») mandarono lo stesso tipo di “avvertimento” al pontefice: badasse bene a distinguere tra quei giovani e quelli del movimenti tipo Comunione e Liberazione. I primi andavano bene, visto che pregavano e basta. I secondi no, perché si permettevano di discutere idee. Le quali idee andavano lasciate - cela va sans dire - solo al politically correct, cioè a loro. Guai a quanti osano avventurarsi nelle pieghe della storia patria senza il permesso degli Anziani.

    Ora, ci sono alcuni di questi che hanno decretato l’eterno ostracismo per mezza Italia, quella che perdette la guerra civile del Risorgimento. Dopo aver perso quella napoleonica. E prima di aver perso anche quella resistenziale. Questa mezza Italia deve continuare a star zitta, sennô giù legnate. Pio IX non era polacco, era italiano. Doveva dire al piemontesi: prego, accomodatevi e pigliatevi lo Stato pontificio, Roma compresa. Cosi, sarebbe stato nel «senso della storia». Come se Roma fosse stata sua. E come se la cosiddetta Questione Romana fosse una faccenda meramente politica. Invece era religiosa, e se ne accorse anche un insospettabile come Proudhon, il patriarca dei rivoluzionari, il teorico che gridava «la proprietà è un furto» e «Dio è il male». Ebbene, cosi scriveva Proudhon: «Deponete i papi dal loro trono temporale ed il cattolicesimo degenera in protestantesimo, la religione di Cristo si discioglie in polvere. Coloro i quali dicono che il papa allora sarà meglio ascoltato quando si occuperà esclusivamente degli affari del cielo, coloro o sono politici di mala fede che si studiano di mascherare con la devozione delle parole l’atrocità dell’azione, o cattolici imbecilli, non atti a comprendere che nelle cose della vita il temporale e lo spirituale sono solidali, come appunto l’anima e il corpo».

    Insomma, Proudhon aveva perfettamente compreso qual fosse la posta in gioco. E anche Pio IX. Infatti, oggi come oggi, uno Stato indipendente il Papa ce l’ha. Piccolo, infinitesimo, ma tale da impedirgli di diventare il cappellano di chiunque, come già fu al tempo di Filippo il Bello e dei settant’anni della cosiddetta Cattività Avignonese. Che costô la pelle ai Templari. Uno dei «grandi vecchi» di cui abbiamo detto era Montanelli, prolifico divulgatore di storia. A proposito delle ottanta proposizioni condannate dal Sillabo, cosi ne L’Italia del millennio. Sommario di dieci secoli di storia (Rizzoli, 2000) scriveva: «Tra esse la libertà d’espressione, di religione e di culto, e alcune tra le maggiori conquiste scientifiche» (p. 340). Peccato che, nel Sillabo, di «conquiste scientifiche» non se ne nomini neanche una, occupandosi quel documento solo di idee. Si conferma, insomma, ancora una volta l’assunto: il Sillabo l’hanno letto in pochissimi, e ancor meno sono quelli che ci hanno riflettuto sopra. L’avessero fatto, avrebbero scoperto che quel vituperato elenco di idee inaccettabili per la Chiesa aveva ragione. Eccome.

    © il Timone n. 32, Aprile 2004
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  3. #3
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    Sillabo di Pio IX:

    la profezia



    Le leggi e i costumi non abbisognano di sanzione divina, e nemmeno bisogna che le leggi umane si conformino al diritto di natura, e ricevano da Dio la forza obbligatoria.

    Allocuzione Maxima quidem , 9 giugno 1862

    Proposizione LVI del Sillabo, cap. VII

    Errori circa l'etica naturale e cristiana

    Ecco profetizzato l'avvento del cosiddetto “pensiero debole”, che nega l'esistenza di qualsiasi verità, riducendo la convivenza civile a semplice convenzionalismo. Gli stessi diritti “civili” vengono determinati dagli interessi temporanei dei diversi gruppi, non dipendendo assolutamente da valori perenni e metastorici. Ciò, secondo lo studioso Marco Invernizzi, produce le contraddizioni insolubili da cui è afflitto il cosiddetto progressismo: sostegno ai diritti dell'individuo ma non a quelli del feto umano, campagne contro l'estinzione di alcune specie animali e contemporaneo favore per l'eutanasia, solidarietà ai comportamenti sessuali contro natura ma non alla famiglia, eccetera.

    Secondo Augusto Del Noce tutto è cominciato nel Seicento con Cartesio, per proseguire poi con gli illuministi del secolo successivo. Cominciò perché “si diede valore assoluto alla ragione umana, a quella soltanto”, estromettendo tutta la dimensione trascendente, la metafisica; tutto ciò che, appunto, va “al di là della fisica”. Sui temi a quel punto irrisolvibili (Dio, l'Aldilà, il miracolo) calò il “divieto di fare domande”. Fino al culmine dell'ateismo marxista. A Marx non importava discutere sull'esistenza di Dio: Dio non esiste perché non deve esistere, altrimenti l'uomo ne è dipendente e non può più rifare il mondo a sua immagine e somiglianza. Ma Del Noce andava più in là: “Checchè ne dicano marxisti e liberals di ogni risma che non vogliono riconoscere i parenti imbarazzanti, fascismo e nazismo (pur assai diversi tra loro e non assimilabili affatto tout court) non sono negazioni della modernità; ne sono figli legittimi. Si situano anch'essi tra le ideologie che hanno decretato l'inesistenza o almeno l'irrilevanza di Dio, sono un momento come gli altri della secolarizzazione. Non sono, come hanno cercato di farci credere i “progressisti”, degli errori contro la cultura moderna, sono degli errori dentro quella stessa cultura”.

    Nel 1978, quando l'eurocomunismo sembrava cultura egemone, il filosofo pubblicava Il suicidio della rivoluzione, in cui avvertiva fin dalla copertina che “l'esito dell'eurocomunismo non può essere che quello di trasformare il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata”. Infatti oggi il comunismo ha assunto l'ideologia più borghese di tutte, quella del “liberalismo di sinistra”, che fa del partito comunista “un partito radicale di massa” e che, in quanto tale, trova il sostegno della grande finanza internazionale. Del Noce: “Persa per strada l'utopia rivoluzionaria, l'essenza di surrogato religioso, è restato al marxismo soltanto il suo aspetto fondamentale, di prodotto dell'illuminismo scientista, del razionalismo che esclude Dio per una scelta previa e obbligata”. Esso “si è rovesciato nel suo contrario: voleva affossare la borghesia e ne è divenuto una delle componenti più salde ed essenziali”. L'esito finale è la caduta di tutti gli ideali e di tutti i valori, il nichilismo, che si cerca di nobilitare cambiandogli nome (“pensiero debole”). Nichilismo nella sua forma più volgare, vera e finale ideologia per le masse: il consumismo, che è per Del Noce “l'alienazione massima, la trasformazione di tutto in merce con un prezzo, e il raggiungimento della massima illibertà, crocifiggendo l'uomo indifeso al desiderio, all'invidia, all'affanno di procurarsi sempre più beni”.

    Giovanni Cantoni così sintetizza: “La nota dominante del comunismo “classico” era socio-economica, la “lotta di classe”; quella del neocomunismo è socio-culturale, è il relativismo, che postula l'assenza di valori assoluti, è “pensiero debole” da intronizzare non più attraverso l'egemonia culturale del partito (che sarebbe gramscismo), ma con un political drag dell'arcipelago associazionistico che si raccoglie di volta in volta attorno all'abortismo e all'animalismo, alla deep ecology (ecologia profonda), all'omosessualità, al femminismo, all'antiproibizionismo (prodotti non elencabili perchè in continua emersione). L'opera tende soprattutto a infiltrare i mass media di disvalori”.

    Diamo la parola conclusiva al premio Nobel per la letteratura Octavio Paz, secondo il quale, di fronte a tutto ciò, si deve cercare di “riscattare un sentiero abbandonato e che bisogna ripercorrere” per “recuperare la capacità di dire no, di riannodare la critica delle nostre società obese e addormentate, risvegliare le coscienze anestetizzate dalla pubblicità”. Per discendere “nel fondo dell'uomo, là dove è custodito il segreto della risurrezione. Bisogna dissotterrarlo”.

    Rino Cammilleri

    L'ultima difesa del Papa Re

    Elogio del Sillabo di Pio IX , ed. Piemme




    Fulco Pratesi, nel 1989 presidente del WWF italiano:

    “Le ricorrenti notizie di famiglie sterminate dai funghi

    costituiscono un buon deterrente e un discreto incentivo

    alla loro raccolta selvaggia”. Curioso (ma non troppo) antecedente:

    nella Germania nazista vigeva il divieto di vivisezione e sperimentazione

    sugli animali. La legge recava la firma di Göring.



    Rino Cammilleri
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  4. #4
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    Un «parere di un avvocato che cita il Codice»

    http://www.storialibera.it/epoca_con...l_sillabo.html


    «Si aspettavano tempi più favorevoli», scrive il [gesuita Giacomo] Martina, «e soprattutto si cercava un modo diverso per raggiungere lo scopo, una forma di intervento meno solenne, che irritasse di meno».
    Si può cogliere qui l'origine del Sillabo, così come è storicamente conosciuto. Infatti niente è meno solenne di questo elenco di proposizioni apparentemente disparate, non ricondotte ai loro principi, privo di un esplicito contrafforte ortodosso e, soprattutto, privo di censura.

    Infatti il Sillabo in quanto tale non condanna niente: è giuridicamente innocuo; non solo non contiene la formula adeguata al caso, ma non contiene nemmeno l'indicazione della autorità che lo promulga. «Tali errori Noi, in virtù della Nostra apostolica autorità, nuovamente condanniamo, solennemente riproviamo, e del tutto rescriviamo. Dato a Roma, l'8 dicembre 1864, anno XIX del Nostro Pontificato. Pio Papa IX»; ecco ciò che manca nel testo del Sillabo. Lungi dall'essere la sentenza del supremo giudice, qualcuno [C. G. Rinaldi, un contemporaneo] ha potuto paragonarlo a «un parere di un avvocato pieno di citazioni del Codice»(30).

    Il Sillabo non è un documento «uniforme» ma una collezione di proposizioni generali in allegato all'enciclica Quanta cura, proposizioni di cui si ricordano le già avvenute condanne in altri documenti pontifici, alcune delle quali sotto l'autorità infallibile (per esempio la proposizione LX, condannata già nell'enciclica Maxima quidem, poiché collegata ad un dato specifico della Rivelazione), altre invece come intervento ordinario (è il caso della XXIII, che gode della damnatio nella Multiplices inter ma si riferisce ad un oggetto specifico, un'opera edita a Lima); inoltre le condanne toccano questioni talvolta passate, talvolta future. Nel Sillabo non sono pressoché mai utilizzati termini specifici come «civiltà moderna», «progresso», «liberalismo», senza farli precedere da locuzioni del tipo «il cosiddetto» e «ciò che chiamano». Non è fuori luogo la definizione di «parere di un avvocato».

    Ma la portata è sicuramente magisteriale:
    Il problema del valore giuridico e dogmatico del Sillabo e della Quanta cura, non può essere rimosso da chi voglia studiare il legato dottrinale di Pio IX. Per quanto riguarda il Sillabo un buon numero di autorevoli teologi concorda, sia pure con diverse motivazioni, per la sua infallibilità.

    Alcuni noti studiosi, come Franzelin, Mazzella, Schrader, Dumas, Scheeben, Pascal lo ritengono definizione ex cathedra, atto personale infallibile del Pontefice; altri fanno derivare la infallibilità dai documenti da cui sono tratte le singole proposizioni, come Rinaldi; altri ancora, come Hurter e Wernz, ritengono che sia divenuto norma infallibile in forza dell'adesione unanime dell'episcopato cattolico.

    Una diversa posizione è sostenuta dal gesuita Lucien Choupin, l'autore che forse ha studiato più profondamente la questione. Choupin ritiene che non si possa affermare con certezza che il Sillabo sia una definizione ex cathedra, o garantita in ogni sua parte dalla infallibilità della Chiesa, ma egli sostiene che si tratta, in ogni caso e senza possibilità di contraddizione, di un documento dottrinale emanante direttamente dal Magistero supremo(31) del Sovrano Pontefice a cui ogni cattolico è tenuto a dare l'assenso. I più sicuri teologi ritengono che questa ultima posizione sia il minimo che si possa affermare con certezza sul valore del Sillabo.

    Diverso è il discorso della Quanta cura. In questo caso, come hanno affermato pressoché tutti i teologi [anche di parte progressista] [...], ci troviamo di fronte a una delle rarissime encicliche da ritenere con tutta evidenza come documenti ex cathedra. La infallibilità della enciclica non può essere, infatti, negata senza contraddire la stessa dottrina della infallibilità pontificia, le cui quattro note qualificanti sono esplicitamente presenti nel documento(32).

    Il Sillabo contiene quattro gruppi di proposizioni. Nel primo gruppo, di sette proposizioni, si condannano panteismo, naturalismo e razionalismo assoluto. L'obbiettivo è evidentemente il filone filosofico di deificazione della natura umana, figlio del razionalismo assoluto secondo cui «la ragione umana è l'unico arbitro del vero e del falso, del bene e del male» (proposizione III) e dalla quale «scaturiscono tutte le verità religiose».

    Nel secondo gruppo, di sette proposizioni, si condanna il razionalismo moderato, «moderato solo nella forma»(33) a causa della confusione tra natura e ragione, tra ordine naturale e soprannaturale. Il terzo gruppo di errori, quattro proposizioni, condanna il concetto di «tolleranza» verso gli altri culti inteso a ridurre il cristianesimo ad un credo qualsiasi. Vi si condanna infatti la libertà di scegliersi la propria religione («religione che, col lume della ragione, [si] reputi vera»: proposizione XV), avendo come obbiettivo il relativismo religioso diretta conseguenza della negazione dell'esistenza di una verità oggettiva.

    Un breve paragrafo ricorda, senza ulteriori citazioni, che sono già condannati i movimenti del socialismo, del comunismo(34), della massoneria e del liberalismo cattolico. Un quinto paragrafo, di ben venti proposizioni, condanna gli errori relativi alla Chiesa e ai suoi diritti, per esempio i tentativi di negare o di limitare i poteri del Magistero o la giurisdizione della Chiesa. Altri ventuno errori sono condannati negli errori relativi alla società civile, considerata in sé stessa e nei suoi rapporti con la Chiesa.

    Nel 1874, Pio IX chiarirà che il liberalismo, specialmente se attecchito in ambiente cattolico, «ha un piede nella verità e un piede nell'errore, un piede nella chiesa e un piede nello spirito del secolo, un piede con me e un piede con i miei avversari»(35).

    **********
    NOTE

    30) [Vannoni], pp. 23-24.
    31) Il gesuita Justo Collantes si appella, come Vannoni, alla mancanza dell'esplicita volontà di definire, per suggerire la stessa posizione da un diverso punto di vista: «Parecchi autorevoli competenti lo considerarono alla stregua di una decisione ex cathedra, ma tale opinione non è stata generalmente seguita, perché non consta la volontà di definire, condizione indispensabile perché un documento sia definitorio. Non c'è dubbio che si tratti nondimeno di un atto autentico del magistero; quanto alla valutazione delle singole proposizioni, bisogna tener conto dei documenti originali dai quali provengono e del loro contesto storico, per non correre il rischio di falsarne il senso» ([Collantes], pp. 63-64).
    32) [DeMattei], pp. 180-182. La questione diventa scottante in modo particolare sulla cosiddetta «libertà religiosa», condannata esplicitamente già da Gregorio XVI e confermata nell'infallibilità di Pio IX, che dopo circa un secolo dietro le quinte riappare nella dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, una sorta di «anti-Sillabo» destinato a «mutare il tradizionale insegnamento della Chiesa a proposito della libertà religiosa» (cfr. ibid., p. 179; p. 182).
    33) [DeMattei], p. 171.
    34) «Ed è ancor più singolare che il Papa condanni "socialismo" e "comunismo" non come dottrine economiche e neppure politiche, ma come concezioni della famiglia, come visioni della morale domestica antitetiche a quella cristiana, come strumento "per ingannare e corrompere l'improvvida gioventù", staccandola dal dominio della Chiesa e subordinandola ai soli interessi della vita sociale. Il vero nemico di tutto il Sillabo è infatti il liberalismo» ([Spadolini], pp. 18-19).
    35) [Jedin], p. 454.
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    L’equivoco sul Sillabo e la scelta conformista

    Il buon vino delle colline del Garda, i glutei prosperosi delle lavandaie chine sul lago, il sole raggiante che scaccia nebbie e fantasmi. Tutto questo - a contrasto con mestizia e ascetismo cristiani - cantava a Desenzano, da dove scrivo, Giosuè Carducci, per anni commissario agli esami di maturità al liceo Bagatta.

    Erano gli anni del Sillabo con il quale, per quel corrusco Venerabile del Grande Oriente, la Chiesa vergava l’epitaffio per la propria tomba: il secolo Ventesimo avrebbe visto la fine della decrepita istituzione, l’edera sarebbe cresciuta sulle rovine di San Pietro. Ben più di un secolo è passato da quando Carducci veniva qui a vagliare liceali, il cui futuro sarebbe stato libero da preti.

    Ed ecco che il tema proposto alla maturità chiede ai giovani di «illustrare una importante fase della storia» di una Chiesa che non è solo sopravvissuta ma ha giocato e gioca, con la sua svolta, un altrettanto «importante ruolo nel contesto italiano e internazionale».

    Così i pedagoghi ministeriali che, in verità, non sembrano esenti da un certo schematismo benpensante. Quello che ignora, ad esempio, che intenzione di Giovanni XXIII era di concludere il Concilio con la canonizzazione per acclamazione proprio di Pio IX, il papa del Sillabo da lui veneratissimo.

    E che ignora che i documenti del Vaticano II sono in continuità con quelli di tutti i venti Concili precedenti e che il «modernismo» è tuttora condannato. E’ per questo sospetto di conformismo alla vulgata edificante del «papa buono» perché aperto (e non era affatto così) alla modernità, che riteniamo giusto abbassare il voto agli autori della traccia. Non scendiamo però all’insufficienza, apprezzando la buona volontà. Ed apprezzando anche che si sia sottolineato come ciò che succede nella Chiesa riguardi - e, paradossalmente, oggi più che mai - la società tutta intera, non soltanto devoti e vaticanisti.

    Vittorio Messori

    (Corriere della sera 20.6.2002)
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  6. #6
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    SILLABO E MODERNITÀ



    1. Genesi e fine dottrinale

    I1 Sillabo ormai ha centoventott'anni: non troppi, se è ricordato ancora in tutte le opere storiche sull'Ottocento europeo; ma troppi comunque, da poter essere vivo nella coscienza popolare ed ecclesiale.

    Riparlarne oggi, quando tanti argomenti attuali sarebbero da mettere sul tappeto, parrebbe hobby da antiquariato, da archeologia teologica. Ma il Sillabo mette in causa Pio IX, e Pio IX ci riguarda; il Sillabo investe il Magistero pontificio, ogni giorno più attivo sulla nostra cultura, e ripropone il capitolo, mai chiuso, del rapporto fra cattolicesimo e civiltà moderna.

    Pio IX nel Sillabo avrebbe condannato tutti i principi fondamentali del Liberalismo (libertà di pensiero, di stampa, di coscienza, di culto; la laicità dello Stato; la indipendenza di principi e di metodi della scienza; la ricerca del progresso...). Gli stavano suggerendo di conciliarsi e concordarsi col progresso, col Liberalismo, con la moderna civiltà - come hanno fatto poi Giovanni XXIII nella Pacem in terris e Paolo VI -; invece colpì d'anatema anche questa invocazione.

    Si presenta così la domanda: poteva Pio IX essere il papa: il custode e garante dell'ortodossia cattolica, il supremo maestro della fede e della morale e, insieme, condividere e accreditare il Liberalismo?

    Se fosse stato obiettivamente possibile, allora Pio IX fu miope e ritardò, se proprio non fece indietreggiare, il cammino della Chiesa; se invece non si poteva essere cattolici e liberali (di quel Liberalismo), allora gli si dovrà riconoscere, storicamente, coerenza intellettuale e morale - che è fattore di umana grandezza.

    Quindici anni - o, limitandoci ai tempi operativi, almeno dodici - ha impiegato il Sillabo a nascere; e sono ormai definitivamente accertate le vicende e le fasi attraverso cui si è giunti alla sua promulgazione 1'8 dicembre 1864: consultazione di Vescovi; commissioni preparatorie di Cardinali e teologi; bozze, schemi, istruzioni, memorie preparati da Vescovi, teologi, rettori di università famose; sospensioni e riprese di lavori a seguito di emergenze politiche, a fughe di documenti, ad interventi critici, a pressioni dissuasorie od esortative. Sappiamo ormai tutto (1), come forse di nessun altro Documento magisteriale.

    Ciò che si ricava perentoriamente da tutta la massa d'informazioni storiche in nostro possesso è che:

    1) I1 Sillabo fu immaginato e promulgato come atto dovuto del Magistero ecclesiastico, della missione propria del Papato di custodire e garantire l'ortodossia cattolica, in conformità e in ossequio ad una autorevole tradizione, che continuerà anche dopo Pio IX.

    2) Ragioni e circostanze particolari, come in Francia la politica antiecclesiastica di Napoleone III e in Italia del Piemonte; l'occupazione delle Legazioni dell'Umbria e delle Marche; la soluzione anticlericale della questione risorgimentale; ed il bisogno, ovunque, di riaccreditare la diminuita autorità del Papa...: possono aver avuto qualche influenza su tempi e modi della elaborazione, mai però sul merito del Documento, la cui prima idea risale al 1849, a prima cioè di tutte quelle vicissitudini, e il cui destinatario non è la Francia o l'Italia, ma la Chiesa universale ("A tutti i venerabili fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi che hanno la grazia e la comunione della Sede Apostolica").

    3) Così che la tesi di una genesi e giustificazione politica del Sillabo (2) risulta gratuita e antistorica.

    La conoscenza documentaria di tutte le faticose controversie attraversate dal Documento è senza dubbio illuminante dal punto di vista ermeneutico, e non lo è di meno l'accurata disamina delle interpretazioni, appropriazioni, manipolazioni sopravvenute (3). Ma ciò su cui si ha da pronunciare il giudizio storico-teologico non sono né le une né le altre, bensì il Documento così com'è, nel suo genere letterario, con la sua struttura, il suo lessico, la sua sintassi, col significato che inside e promana nelle e dalle parole che lo costituiscono, con le caratteristiche che gli sono proprie e bisogna mostrare.

    2. Natura teologica del Sillabo

    Si tratta di un documento teologico sia nella sostanza che nella forma o tecnica di redazione, nel senso che:

    a) consiste in giudizio e valutazione di tesi o idee filosofiche, politiche e sociali, non secondo criteri intrinseci logico-filosofici; non sulla base dell'evidenza o della logica dimostrazione dei rapporti in esse correnti fra soggetto e predicato; né sulla base di effetti ottenibili da loro applicazione in ordine all'individuo o alla società; ma sub specie veritatis revelatoe (alla luce della verità rivelata), in rapporto ai dati della fede: se coerenti o meno, quelle idee e tesi, con le certezze cristiane e se capaci di favorire il cammino della salvezza, di mandare la Chiesa avanti verso Dio "in sé sicura ed anche a lui più fida" (4).

    b) È redatto nel linguaggio e nei moduli propri della teologia: di una teologia che si vale delle categorie e dei procedimenti propri della filosofia aristotelico-tomista, recentemente e da Pio IX stesso rimessa in auge nella cultura cattolica.

    Ne segue che indebita, impropria, deviante sarà ogni lettura ed interpretazione del Sillabo fuori dell'ottica teologica e senza gli idonei strumenti ermeneutici.

    Nell'ambito dei documenti magisteriali teologici il Sillabo costituisce un genere particolare, inusitato e, nel suo insieme, unico. Si tratta, infatti, di un "Elenco dei principali errori dell'età nostra": di un elenco di 80 proposizioni, secche, stringate, essenziali, la più lunga delle quali, la 47 a, è di una cinquantina di parole e le più corte, la 55a, 63a, 74a, di cinque parole.

    Le 80 proposizioni, non recano, nessuna, la cosiddetta nota teologica che, cioè, la qualifichi come eretica, temeraria, scandalosa, offensiva delle orecchie pie ecc.; ma sono giudicate e condannate tutte insieme nel Titolo genericamente come errori.

    Proprio per questa novità di struttura e anche per il fatto d'essere presentato dal card. Antonelli, autorità non magisteriale; non risultandone, appunto, dalla forma l'autorità e il tipo di assenso da esigere: il Sillabo è legato ad una Enciclica, la Quanta Cura - documento indubbiamente magisteriale - e con essa, in rapporto con essa, va accolto e letto.

    Credo che proprio per queste ragioni, e per altra che subito dirò, l'enciclica Quanta Cura contenga essa stessa un elenco di proposizioni errate, il maggior numero delle quali un po' diverse, ma solo sul piano espressivo (e verosimilmente attinte ad una bozza del 1862), recitate però in un tessuto espositorio, dimostrativo e parenetico, mentre il Sillabo è, come già detto, un elenco di proposizioni secche, appena aggruppate sotto dieci titoli o in dieci paragrafi. Reduplicazione senza dubbio cosciente, a far intendere l'inscindibilità del Sillabo dalla Quanta Cura e l'equivalente valore.

    3. Di chi le proposizioni?

    Ci si potrebbe chiedere, adesso, donde vengano, di chi siano quelle 80 proposizioni che i due Documenti condannano come errori.

    Esse sono ricavate dalle Encicliche e da Documenti, molteplici, che Pio IX aveva già pubblicato per esporre insegnamenti vari e segnalare via via opinioni contrarie alle verità professate nella Chiesa. Minuziosamente il Sillabo, e puntualmente, indica, dopo ogni proposizione, le fonti piane di provenienza.

    Quanto, dunque, contiene il Sillabo era stato già tutto condannato. E rimane difficile da spiegare, altrimenti che per ignoranza o per malafede, la sorpresa e l'indignazione contro il Sillabo, quando né altrettale né altrettanta se n'era avuta nei confronti delle Encicliche. Di nuovo c'era solo che tanti diversi errori, già singolarmente condannati in diversi Documenti, ora erano elencati e condannati insieme, tutti in una volta in unico Documento.

    Ma, pur sapendo che quelle proposizioni errate sono immediatamente desunte da fonti piane, resta da affermare che, in quelle prima e nel Sillabo poi, esse erano pervenute da opere e trattati, o da comportamenti e provvedimenti tradotti in testi, di Illuministi, Razionalisti, Semirazionalisti, Giurisdizionalisti, Socialisti, Massoni, Liberali...; non sempre tali quali erano uscite dalle loro penne, ma riformulate teologicamente ed uniformate stilisticamente.

    Così che, tali e quali sono nei Documenti del '64, (Quanta Cura e Sillabo) paradossalmente non sono di altri che dei redattori di questi Documenti; e per gran parte di esse, qualora non soltanto le proposizioni ma i loro assertori si fossero voluti condannare, difficilmente su persone definite, nome e cognome, sarebbe potuta cadere la censura.

    Non sarebbe stato meglio, allora, riproporre, anche nel loro contesto immediato, le proposizioni autentiche, cioè del loro proprio e riconoscibile autore ?

    A parte il fatto che ciò non sarebbe stato sempre possibile essendo non poche tesi ricostruite da fatti, leggi, prowedimenti, per interpretazione, esplicitazione e reductionem ad principia, la ragione della procedura del Sillabo sta nel suo destinatario e nel suo scopo: voleva essere, ed è, un documento indirizzato ai Vescovi al fine pastorale di indicare loro le idee da cui tener lontani i credenti, al fine di indicare gli errori, non di colpire gli erranti, e semmai mettere in causa proprio e solo coloro che precisamente quelle idee e tesi professassero.

    4. La religione della libertà

    Quanta Cura e Sillabo non si limitavano a questo: a stralciare da contesti immediati delle frasi, a formularne dove mancassero esplicite, a dare a tutte una veste formulare medesima. Riconducevano e riordinavano a sistema proposizioni sparse, slegate fra loro e appartenenti a sfondi ideologici disparati (razionalismo, illuminismo, positivismo storicistico ecc.), in modo da lasciar trasparire e far cogliere, come in filigrana, una tessitura compatta, anzi la matrice remota unica donde tutte promanano. Questa: invece che la religione di Dio (da cui discendono agli uomini diritti e doveri, precetti morali e sociali, salvezza da coercizioni e decadimenti...), la religione della libertà che, intesa come libertà dalla religione, equivale ad assolutizzazione ed infinitizzazione della soggettività, ossia della coscienza, del pensiero, delle libertà individuali.

    Non si insisterebbe mai troppo su questa caratteristica di sistematicità dei due Documenti Piani, diciamo pure ormai globalmente del Sillabo: di sganciare le singole e disparate tesi della cultura laica mediottocentesca dai loro prossimi e provvisori contesti storici e locali, per collegarle invece tra loro (orizzontalmente) e radicarle (verticalmente) alla loro comune matrice, e situarle in quello che ritiene essere il loro vero orizzonte: il liberalismo filosofico.

    Fu un'operazione metodologicamente necessaria e culturalmente preziosa.

    Bisogna infatti ricordare che diversa era nei Paesi Occidentali la accezione di Liberalismo; diverse le idee, i contenuti, i sentimenti, i valori, le prospettive che quell'orientamento e le sue parole d'ordine evocavano.

    In Italia si sapeva che Progresso, Libertà e Nuova Civiltà significavano (anche) ferrovie, illuminazione delle strade a gas e tutte le altre migliorie così interessanti per Pasolini, Minghetti, Cavour. Ma gli Italiani probabilmente non ponevano tali cose in cima ai loro pensieri; quei termini nel loro significato controverso stavano per laicismo ed anticlericalismo, soppressione dei conventi e dei monasteri e costrizione ad educazione laica. In Inghilterra invece Progresso e Nuova Civiltà volevano dire anzitutto la grande Esposizione del 1851, mentre Liberalismo era più vicina a quella italiana, significando, per moltissimi, i principi e le gesta della Rivoluzione del 1789. In America, infine, in quella parole si vedeva indicato quanto vi era di più sacro, e rara o assente vi era la connotazione antireligiosa ed anticristiana.

    Ebbene, il Sillabo, redigendo le tesi di questo vario Liberalismo e riconducendole a una sola radice:

    1) ne forniva una precisa ed esclusiva chiave di lettura e di interpretazione; 2) ne indicava perentoriamente, a chi non se ne fosse accorto, non volesse vedere o intendesse nascondere, ambito e contenuti opposti alla fede e alla morale cattolici.

    Come dire che: quelle tesi liberali che - soltanto quelle che e nella misura in cui - si riconducevano ed equivalevano al principio ultimo del liberalismo filosofico anticristiano erano condannate come contrarie alla fede cattolica.

    5. Lettura sistematica

    Si può comprendere come, concepito e redatto in chiave di sistema, il Sillabo vada letto e giudicato nel suo insieme, ossia: né leggendone e giudicandone le tesi una separatamente dalle altre, né, tanto meno, prescindendo dallo sfondo od orizzonte ideologico, dalla matrice filosofico-teologica, da cui tutte e ciascuna provengono, in relazione a cui tutte e ciascuna pigliano significato.

    Perchè si capisca meglio e concretamente, al proposito dirò che talune tesi (così come prodotte nel Sillabo), prese isolatamente - qualora, cioè, non si tenesse conto della sistematicità, del contesto - potevano essere assunte e fatte proprie sia da liberali radicali che da cattolici (liberali e conservatori) e sono oggi accettabili o accettate. Ne traduco (in lessico e sintassi attuali) alcune:

    15a - Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione che,

    alla luce della ragione, riterrà vera.

    16a - Praticando qualsiasi religione gli uomini possono conseguire la

    salvezza.

    78a Ovunque a ciascuno per legge deve essere concessa libertà di culto. 18a - Il protestantesimo non è che una forma diversa della medesima vera religione di Cristo e in esso, ugualmente che nella Chiesa cattolica, si può piacere a Dio.

    (Alcuna di queste proposizioni è stata, addirittura, la rivendicazione vittoriosa del cattolicesimo nei confronti dei regimi comunisti).

    Cambia però il senso di queste proporzioni; esse non saranno più accettabili dal cattolico, qualora si leggano - come si hanno da leggere - in correlazione a queste altre:

    la Non c'è nessun Dio distinto dal mondo

    2a Non si può ammettere (razionalmente) alcun intervento di Dio sugli uomini e sul mondo

    3a La ragione umana non ha bisogno di ammettere Dio; essa è l'arbitra unica del vero e del falso, del bene e del male, ed è totalmente autonoma

    4a Tutte le verità religiose sono soltanto verità di ragione

    6a Rivelazione e fede contraddicono alla ragione e sono di ostacolo alla perfezione dell'uomo

    7a Profezie, miracoli, Sacra Scrittura e Gesù Cristo stesso sono favole e mttt

    40a La dottrina della Chiesa cattolica è contraria al bene e agli interessi della umanità.

    Così pure, fuor di contesto, sarebbero accettabili proposizioni come:

    27a Clero e papa debbono essere esclusi da ogni cura e dominio di cose temporali

    76a L'abolizione del potere temporale gioverebbe moltissimo alla libertà e prosperità della Chiesa

    32a Il clero va giudicato dalla comune magistratura per eventuali reati civili o penali

    33a È giusto che anche i chierici facciano il servizio militare

    77a Oggi non è più giusto ed utile che la religione cattolica sia ritenuta l'unica religione di stato

    55a Chiesa e Stato debbono essere separati.

    Diventano invece contrarie alla dottrina cattolica, quando si leggano alla controluce delle proposizioni:

    19a La chiesa non è una vera e perfetta società completamente libera, né ha diritti suoi propri che le siano stati conferiti dal suo divino Fondatore; ma spetta al Potere Civile definire quali siano i diritti della Chiesa e i limiti dentro i quali possa esercitarli

    20a - Il potere ecclesiastico non paò essere esercitato senza il permesso e il consenso del Governo civile

    39a Lo Stato, come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un diritto tale che non ammette confini

    42a Nel conflitto fra legge dello Stato e legge della Chiesa prevale il diritto dello Stato

    44a L'autorità civile può intervenire nelle cose concernenti la religione, la morale, la coscienza e l'amministrazione dei sacramenti

    49a e dettarne norme circa 1'esistenza, la sostanza

    51a - e le forme, nonché i beni

    54a delle Professioni e degli Ordini religiosi.

    Quanto detto sinora è l'indispensabile premessa per un giudizio sul Sillabo più illuminato, più equo di quanti ne siano stati già formulati.

    E un verdetto di moda, pronunciato una volta, allora, dopo 1'8 dicembre 1864, e ripetuto instancabilmente, acriticamente, purtroppo anche da teologi (da Dollinger, a Kung, ad Hasler, a Tillard, a P. De Rosa) che Pio IX col Sillabo "abbia condannato a suon di elenchi, senza alcun barlume di riflessione ecclesiastico-teologica, le idee fondamentali della civiltà moderna": libertà di pensiero, di stampa, di coscienza, di culto, di ricerca scientifica, esigendo l'incondizionata sottomissione dell'uomo, della scienza, dello Stato all'autorità della Chiesa (5).

    In verità la Quanta Cura condanna come "opinione sommamente ruinosa per la Chiesa cattolica e per la salute delle anime - chiamata delirio e libertà di perdizione dal nostro predecessore Gregorio XVI - quella secondo cui:

    a) la libertà di coscienza e di culto è un diritto proprio di ciascun uomo.... b) i cittadini hanno diritto ad una libertà totale, che non deve essere ristretta da alcuna autorità ecclesiastica o civile,

    c) e possano manifestare pubblicamente i loro pensieri a parole, a mezzo stampa, in ogni modo...".

    E il Sillabo condanna, nella prop. 3a, il principio per cui la ragione è criterio unico ed autonomo di verità; e, nella prop. 79 a, chi non ritiene peri

    colosa per la fede e per la morale la libertà di pensiero, di opinione e di culto.

    6. Giudizio storicizzato

    Ma, per capire esattamente queste condanne e non cadere volgarmente in equivoco, bisogna osservare e ricordare l'ultima caratteristica strutturale dei due Documenti piani: quella della storicità.

    Il giudizio di Pio IX sulle famose libertà è storicizzato: non verte su quelle in sé e per sé, astrattamente considerate, in assoluto, o come avrebbero potuto intenderle i cattolici; bensì "nel senso preciso in cui le intendevano i nemici della Chiesa" in quel preciso momento storico (ó): cioè nella precisa prospettiva del liberalismo illuministico, nell'orizzonte della religione della libertà, nell'accezione e nella interpretazione romantica (fuor d'ogni limite, infinitivamente, sino all'al di là del bene e del male, per dirla in termini di poco dislocati) a cui Quanta Cura e Sillabo le riconducevano.

    Chi legge, dunque, il Sillabo come esso richiede, ossia vedendone le proposizioni imbevute dello spirito proprio del liberalismo illuministico, non può più sostenere la reazionarietà di Pio IX relativamente ai principi liberali e progressisti. Vede bene - anche rifacendosi alle Encicliche donde le proposizioni sono estratte, come ad esempio all'Editto del 15-3-1847 dove si distingue accuratamente fra onesta libertà dello stampare dalla dannosa licenza - come il Mastai condanni non i principi in assoluto e in astratto, ma nella concretezza delle circostanze storiche e culturali. Non condanna, ad esempio, la libertà di pensiero, di parole, di stampa, di coscienza e di culto sic et simpliciter, ma respinge la sf renata libertà di pensiero, quella, cioè, che non riconosce nemmeno la destinazione essenziale del pensiero alla verità, che per un cattolico è, non esclusivamente bensì fondamentalmente, la verità divina rivelata; non la libertà di parola in astratto, ma la libertà di parola che non tenga conto della suggestionabilità dei deboli, degli ignoranti o meno provveduti, e del pericolo di trarli in errore e far perdere loro il beneficio della fede; non la libertà di coscienza e di culto in astratto, cioè di chi non conosca o non sia riuscito, in buona fede, a convincersi della trascendente ed unica verità del Cristianesimo, ma quelle libertà in quanto rivendicate in nome di un totale indifferentismo religioso e di un intransigente agnosticismo...

    7. Dottrina cattolica

    Vedrebbe, infine, che Pio IX, proprio a titolo della sua responsabilità di Maestro e di Pastore supremo e universale, non poteva procedere che come ha fatto, muovendosi su di un orizzonte culturale diverso, attenendosi cioè alla dottrina cattolica.

    Secondo questa, il pensiero ha un limite intrinseco: il consentiment all'essere, l'adaequatio ad rem, l'evidenza o la dimostrazione, la Rivelazione dimostrata possibile e storicamente accertata; la volontà un limite intrinseco: l'adesione al bene come a suo oggetto formale e fine: che poi non è un limite, ma la perfezione; la libertà un limite intrinseco (l'illuminazione dell'intelletto non deviato dalle passioni) e una condizione sine qua non (la dissoggettazione alla violenza cogente delle passioni o alla violenza esterna); la libertà d'espressione un limite intrinseco (l'ossequio alla verità) ed uno estrinseco (il rispetto della coscienza altrui e l'intenzione di far progredire nel vero e nel bene), e via dicendo.

    La posta in giuoco era tale, l'urgenza di ristabilire la verità e la libertà cattolica era tanta, che né timore d'impopolarità, né previsione di sconforti e ferite morali poterono trattenere Pio IX dall'intervenire contro quel liberalismo.

    Temettero i cattolici liberali - in ciò anche intimoriti dalle interpretazioni di cattolici intransigenti - che fossero state condannate anche le loro idee, d'essere stati anch'essi condannati. Ma ciò che il Sillabo condanna è chiarissimamente indicato: idee e tesi - che riguardino la religione, la Chiesa, i rapporti fra Chiesa e Stato, la libertà, la morale...- in quanto ispirate all'agnosticismo, all'indifferentismo religioso. Se il liberalismo cattolico non era questo, non era condannato.

    I1 se dipende dal fatto che il cosiddetto liberalismo cattolico comprendeva posizioni molto diverse, difficili da ridurre a denominatore comune. Tutti sostenevano la necessità di conciliazione fra cristianesimo, e libertà e progresso. Ma il modo e i limiti in cui si intendeva quella conciliazione erano molto differenziati, fino a dare, taluni, l'impressione di essere sul punto di scivolare dal terreno delle concessioni pratiche, ammissibili, in quello dell'abbandono dei principi. Pio IX conosceva (non: perse di vista, come direbbe Aubert) la distinzione fra liberali puri e semplici e cattolici liberali. Ma vedeva anche le differenze fra questi ultimi. Si rendeva conto che svolgevano un compito utile e prezioso: di tentare lo sganciamente delle libertà civili dalla matrice illuministica irreligiosa, per assumerle nella civiltà cristiana; ma capiva pure quanto fosse rischiosa una critica interna del liberalismo radicale, che, a sua volta, nulla concedeva al cristianesimo, alla Chiesa. Facessero pure, i cattolici liberali, con molta cautela, la loro opera di ermeneusi e di teologia! Magari avessero trovato una via cristiana a quelle libertà (il vescovo Maret, ma lui solo e inascoltato)! Pio IX sentì che al Magistero ecclesiastico, pontificio, in quel momento e in quella situazione, incombeva altro compito: quello medicinale-pedagogico di indicare e condannare gli errori.

    Oggi ci accorgiamo, ad itinerario concluso (e ce lo ha ricordato Giovanni XXIII nella Pacem in Terris) come il liberalismo, anche nato da una filosofia naturalistica, poteva avere una evoluzione non necessariamente incompatibile col cattolicesimo. Ma in quel momento gli si opponeva diametralmente e ab extrinseco, contraddicendone i principi basilari. Non si poteva che respingerlo in tronco, ugualmente ab extrinseco, lasciando magari che le forze vitali del pensiero cattolico, rese più guardinghe e awertite dalla condanna papale, cimentandosi col pensiero liberale, ne valorizzassero l'anima di verità e lasciassero decantare l'errore.

    Dispiace constatare come al Silabo abbiano reagito nervosamente - non intendendo il dovere magisteriale e la preoccupazione pastorale del Papa - anche cattolici benemeriti come Montalembert, od abbiano arrecato, in buona fede e al nobile scopo di far smontare l'uragano della contestazione radicale, interpretazioni ingegnose ma sostanzialmente riduttive se non devianti, come il vescovo Dupanloup (7). E dispiace il dissenso di teologi e di storici cattolici attuali, di cui singolarmente espressivo e negativamente esemplare è questo passo:

    "Il documento, preparato durante quindici anni, passato per tante redazioni successive, oggetto di tante discussioni, non era riuscito a precisare in modo chiaro gli errori del tempo; e se aveva il merito di ribadire ancora una volta l'ordine soprannaturale, non rispondeva agli interrogativi sempre più urgenti sui limiti della libertà. Alla radice di tutte le ambiguità del Sillabo, che provocarono discussioni largamente inutili e costituirono un grave handicap di libertà di coscienza, sta l'assoluta mancanza di prospettiva storica e concreta dei consultori romani, e l'univocità con cui essi intendevano la libertà di coscienza. Per essi, come per Gregorio X VI, questa era solo un corollario dell'indifferentismo; sarebbe stato necessario un secolo per ricordare e accettare altri significati, ben diversi, della libertà di coscienza, fondata sulla dignità della persona umana.

    Intanto cattolico-liberali e intransigenti, sia pure con qualche sfumatura nuova, rimanevano sulle posizioni di prima: il Sillabo aveva fallito il suo scopo" (8). (Martina)

    8. Validità della ragione

    Purtroppo per chi tali righe ha vergato, non ci sono ambiguità nel Sillabo, né ci fu mancanza di prospettiva storica in chi lo propose. E quanto all'univocità non è da addebitare meno ai liberali di quanto non la si rimproveri ai cattolici.

    Infine, il Sillabo non ha fallito il suo scopo. Volle essere, e fu, la condanna di errori. E all'uomo serve che gli si additi l'errore non meno di quanto gli occorra la proposta della verità. Così il Sillabo concorse a che la cultura liberale evolvesse in senso non anticristiano, si lasciasse, anzi, permeare in profondità dalla tradizione cristiana.

    È vero però che da quell'8 dicembre acre si fece il rancore dei liberali contro il papa del Sillabo, e risentita, amara, non scevra di riserve l'adesione alla Chiesa dei cattolici moderati, deluso l'amore e l'entusiamo verso il papa, che si sarebbe atteggiato a nemico della civiltà moderna, ad anacronistico ripropositore della ierocrazia di un Innocenzo III, di un Bonifacio VIII.

    Ma non sarebbero passati cinque anni (1870: Concilio Vaticano I) che si sarebbe potuto capire come, paradossalmente, proprio dentro la cultura dell'Ottocento, donde più fervido pareva levarsi l'inno alla Ragione, se ne delimitava difatto il raggio e la portata d'azione; e proprio da parte di quel magistero ecclesiastico, da parte di quella fede cristiana che dal Razionalismo era stata messa in stato d'accusa, da parte di quel Pio IX che col Sillabo avrebbe negato libertà al pensiero, ne sarebbe venuta la più alta riaffermazione.

    Qual era poi quella libertà del pensiero che tanto fieramente si conclamava e reclamava, da paventare oppositori anche dove non erano? Qual era poi questa già dea Ragione, in nome della cui sovranità e indipendenza tanti credevano di dover combattere contro la Chiesa di Pio IX?

    Ma non l'aveva già, proprio Cartesio, il padre del Razionalismo, disancorandola dall'essere, ripiegata narcisisticamente su se stessa e costretta nella camicia di forza delle idee innate? E non erano proprio l'Illuminismo, il Criticismo Kantiano e, poco più tardi, al tempo di Pio IX, il Positivismo a tagliare le ali alla Ragione ed a rinchiuderla, lei che aveva spaziato per i cieli amplissimi della metafisica, dentro le sbarre sicure ma anguste della esperienza? E non era stato -recente e tuttora vitale al tempo del Sillabo - il Romanticismo a scoronare la Ragione del primato, del ruolo di misura e di guida nell'ambito delle facoltà umane, attribuendolo invece al sentimento, all'irrazionale? Ed anche l'Idealismo, nella pretesa di restituire infinità alla Ragione, non potrà far altro che insediare l'irrazionale nel centro dello spirito.

    L'inno al pensiero si smorzava, alla fine dell'Ottocento, in necrologio. Ormai al tanto deprecato dogmatismo succedevano problematicismo, relativismo, scetticismo (oggi il pensiero debole). E se il pensiero era stato sempre riconosciuto l'originale titolo di nobiltà dell'uomo, la dichiarata (non da Pio IX!) miseria del pensiero non avrebbe potuto che avviare all'umiliazione dell'uomo: agli orrori delle guerre e poi dei campi di sterminio, delle dittature, della miseria di interi continenti. E quando l'uomo non crede più in se stesso, non ha più fiducia nel pensiero, non ci si illuda che sia il momento della fede, dell'abbandono in Dio! Vana è la fede che pretenda innalzarsi sulle rovine, sulle ceneri della ragione.

    Tanto più umana ed utile all'uomo, la fede, quanto più forte si regge e s'innalza sulle spalle della ragione ("fundamenta eius in montibus altis").

    Pio IX comprese che per esaltare la fede occorreva riconoscere, ridare fiducia alla ragione, memore - lui, promotore della ripresa della filosofia scolastica - del grande effato tomistico: "fides non potest universaliter praecedere intellectum : non enim po s set homo as senti re credendo aliquibus propositis, nisi ea aliqualiter intelligeret" (la fede non può sempre e in tutto precedere la comprensione dell'intelletto: non potrebbe infatti un uomo assentire col credere a qualcosa che gli venga proposto, se non potesse in qualche modo capirlo) (9).

    E uscì dal Vaticano I - da quello stesso Concilio da cui usciì il dogma dell'infallibilità del papa, in cui volle vedersi l'atto conclusivo del Sillabo, la condanna finale della libertà di pensiero, sacrificata all'autorità assoluta di una testa sola - uscì dal Vaticano I la Costituzione dogmatica Dei Filius, in cui si riconosce alla ragione: di essere fatta per la verità, di potersi elevare alla conoscenza di Dio, di poter dimostrare possibilità e fatti che sono al fondamento della fede e in cui si afferma, non solo l'impossibilità di opposizione, ma l'aiuto reciproco fra fede e ragione, e si conclude:

    "è tanto lontano dall'intenzione della chiesa di opporsi al progresso della scienza, da aiutarlo e promuoverlo anzi in molti modi. Non ignora, infatti, né disprezza i vantaggi che ne derivano agli uomini; riconosce anzi che, come sono uscite, le scienze, da Dio, così possono a Dio ricondurre. E tanto meno vieta che tali discipline nel loro proprio ambito usino principi e metodi propri; ma riconosce questa loro giusta libertà; ed accuratamente si preoccupa che l'umano sapere non introduca in sé l'errore con l'opporsi alla dottrina rivelata..." (10).

    Così parlavano i teologi del Vaticano I, quelli stessi che avevano collaborato al Siltabo. Così diceva, sottoscriveva, avvolorava Pio IX, lo stesso papa che aveva emanato il Sillabo (non a contraddire, bensì a far capire il senso genuino di quel non lontano Documento).

    9. Chiesa e Liberalismo oggi

    Credo ci siano ragioni a che storici e teologi convengano esser effetto di ingenua e sprovveduta lettura del Sillabo l'opinione, e l'accusa a Pio IX, che egli abbia, condannando il Liberalismo del suo tempo, isolato la cultura cattolica dal mondo contemporaneo, provocato chiusure e ritardi che nemmeno il Vaticano 1I sarebbe riuscito a superare, gettato le radici della grave crisi del cattolicesimo d'oggi. Pio IX è stato quello che doveva essere, e così il Sillabo. La condanna di quel Liberalismo dipende dalla sua intrinseca incompatibilità col cattolicesimo: non con quel cattolicesimo - con una presunta interpretazione riduttiva o medievale che ne avrebbe data Pio IX -, ma con il cattolicesimo, del quale come Papa garantiva l'autenticità.

    Se fosse vero che, dopo Pio IX, Paolo VI e il Vaticano II hanno rappresentato la tardiva realizzazione del cattolicesimo liberale - quello che temette d'essere condannato, anche lui, dal Sillabo - cercando di governare la modernità, sarebbe anche vero che la crisi dei comunismi e la sconfitta del materialismo di Stato consentono alla Chiesa di concentrare la sua attenzione contro l'avversario tradizionale, figlio dei Lumi e del 1789: consentono, cioè, a papa Wojtyla di improntare il suo magistero all'antica polemica contro il liberalismo, che egli identifica oggi con la secolarizzazione, il consumismo, il primato di valori terreni...

    E se oggi la Chiesa cattolica - rinnovando la strategia rispetto a quella di Pio IX - non si riduce alla pura opposizione al secolarismo, figlio naturale del liberalismo filosofico, ma utilizza molti strumenti messi a punto dalla democrazia liberale (dalla rivendicazione dei Diritti Umani -elemento centrale del Magistero attuale - alle libertà civili: di pensiero, di stampa, di coscienza, di culto..., ai principi del diritto internazionale, ad alcuni meccanismi del capitalismo - cf. la "Centesimus annus", - ciò non si deve al fatto che il cattolicesimo si sia ravveduto nei confronti del Liberalismo o che il cammino della storia abbia smentito Pio IX, ma semplicemente al fatto che oggi abbiamo a che fare con un liberalismo economico e politico che in gran parte si è liberato dalla matrice filosofica illuministica e romantica. Abbiamo a che fare con un altro liberalismo rispetto a quello cui dovette opporsi il nostro papa Mastai.

    Difficile dire se questo sarebbe stato il cammino del liberalismo senza il Sillabo. È certo, comunque, che Pio IX non ha rallentato, ma mantenuto nella giusta rotta il cammino della Chiesa.

    Manlio Brunetti



    --------------------------------------------------------------------------------


    Mencucci A. , Brunetti M. (a cura di), Atti senigalliesi nel Bicentenario della nascita di Pio IX, Senigallia, 1992, pp. 25-37.

    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  7. #7
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Mercoledì 16 gennaio 2002

    LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA,
    DR. AZEGLIO CIAMPI DEL VESCOVO DI ISERNIA

    Signor Presidente,
    perdoni l'iniziativa, che so attuata anche da altri e ciò mi conferma nella necessità di levare la voce perché certi luoghi comuni, ormai diventati insopportabili, non continuino ad ingannare i semplici.
    Partecipavo con gioia ed intima partecipazione alla "festa dell'unità d'Italia e delle forze armate" il 4 novembre scorso. Avevamo insieme pregato in Cattedrale - anche per Lei signor Presidente - e ci eravamo recati al monumento ai caduti in una mattinata piena di sole. Tutto bello, tutto coralmente sentito, compreso l'inno nazionale d'Italia. Poi, la doccia fredda: il suo messaggio, signor Presidente. Alti pensieri, nobili richiami, doverosa partecipazione. In questo contesto tanto elevato, l'accenno al Risorgimento e, addirittura, a quel Garibaldi che, creda, ad Isernia, è tristemente famoso, insieme alle sue truppe mercenarie.

    Ah, no, signor Presidente, quel richiamo a una storia, per fortuna quasi dimenticata, è stato proprio fuori luogo. Creda - e glielo dice un pastore della Chiesa cattolica - nessuno di noi vuole tornare indietro di centocinquant'anni, se non altro per non riaprire le piaghe sanguinanti; nessuno di noi vuole ripristinare il regno di Napoli e la dinastia borbonica, dalla quale peraltro il Sud ha ricevuto grandi benefici; nessuno di noi vuole rimettere in piedi lo Stato pontificio, sottratto al legittimo sovrano, con guerra non dichiarata e quindi contro lo "ius gentium", plurisecolare; nessuno di noi vuole frazionare l'Italia (semmai ci penserà qualche porzione della nostra classe dirigente); ma nessuno ci potrà convincere della bellezza esaltante di un'azione che a suo tempo, tutta l'Europa, per non dire il mondo intero, ha stigmatizzato coralmente; nessuno potrà accettare l'accomodante esaltazione di un avventuriero armato che con le sue truppe mise a ferro e fuoco le pacifiche zone del Sud, tra cui la mia città episcopale. Le teste tagliate degli iserniani esposte al pubblico ludibrio sono su stampe e documenti dell'epoca che Ella stessa potrà reperire.
    Nessuno di noi vuole rivangare il passato, signor Presidente, soprattutto un tale passato. Non lo può fare nemmeno Lei, travisando la storia. Su casi del genere gli antichi nostri avi dicevano saggiamente: "Parce sepultis!".

    Per carità, signor Presidente, non ci costringa a tirar fuori dagli armadi del cosiddetto risorgimento certi scheletri ripugnanti.
    Cerchiamo insieme di costruire un'Italia migliore, insieme ai nostri giovani, i quali conoscono la storia e guardano al futuro, senza ripristinare insopportabili travisamenti di una storia che ormai i più avveduti conoscono. Le suggerisco, al riguardo, la lettura di un simpatico libro di una giovane studiosa d'Italia: "Risorgimento da riscrivere".

    E poi, appena sarà pronto, Le invierò, in omaggio per la sua segreteria, un libro che un mio presbitero ha scritto e per il quale ha già ottenuto un plauso internazionale.
    Lasci stare il "risorgimento", signor Presidente e parliamo insieme di "rivincita" morale, civile, religiosa che la nostra Italia merita e di cui tutti, insieme, vogliamo essere artefici operosi, senza nostalgie per un passato non troppo antico, che ha assai poco da insegnarci.
    Perdoni l'ardire, signor Presidente, ma non potevo tenermi dentro quanto qui Le ho semplicemente accennato. "Nessun silenzio comprato!" - è uno dei miei motti preferiti.
    Con deferente ossequio, La saluto

    + Andrea Gemma, vescovo
    Fraternamente Caterina
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  8. #8
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    Tutto questo... per dire cosa?

    Un saluto

  9. #9
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Originally posted by Martha
    Tutto questo... per dire cosa?

    Un saluto
    per farti fare la domanda......era ovvio no??!!
    Fraternamente Caterina
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