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  1. #1
    Silvioleo
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    Predefinito Il lato oscuro del darwinismo

    Relativismo morale, razzismo ed eugenetica nel pensiero di Darwin
    di Guglielmo Piombini

    Quando si parla di Charles Darwin, la “correttezza politica” impone di mantenere ben separate le sue teorie evoluzionistiche dalle cattive applicazioni che ne hanno fatto i darwinisti sociali. Gli interessi di Darwin, ci viene assicurato, erano esclusivamente naturalistici, e coloro che applicarono i meccanismi della selezione del più adatto alle vicende umane non andrebbero considerati come suoi seguaci, ma come traditori della sua eredità. La crescita tumultuosa che ebbe il movimento eugenetico dopo la diffusione delle teorie di Darwin rappresenterebbe quindi un incidente di percorso, un’aberrazione rispetto alla scientifica purezza della teoria darwiniana, un caso di uso pseudoscientifico della scienza.

    Su questa comune e rassicurante spiegazione è lecito sollevare qualche dubbio, soprattutto oggi che sui temi bioetici i sostenitori dell’evoluzionismo stanno riscoprendo l’eugenetica sotto vesti più “progressiste” e “umanitarie”. La lettura de L’Origine dell’uomo (pubblicato nel 1871, dodici anni dopo il famoso L’Origine delle specie del 1859), ci presenta infatti un Darwin relativista morale, convinto dell’esistenza di una gerarchia tra le razze umane e favorevole all’eugenetica.

    In quest’opera Darwin nega l’esistenza della legge naturale su cui si fonda da quasi duemila anni la morale cristiana, e propone un nuovo relativismo morale fondato sull’evoluzione. Le facoltà morali dell’uomo non farebbero parte della sua natura, ma evolverebbero «attraverso la selezione naturale, affiancata dall’abitudine ereditata». Gli uomini primitivi che avevano sviluppato istinti sociali più forti, come la generosità, la fedeltà e il coraggio, formarono tribù più forti e coese, che eliminarono nella lotta per l’esistenza le tribù con regole morali meno sviluppate. Queste regole morali vennero selezionate perché beneficiarono i raggruppamenti umani che le adottarono: «Una tribù ricca delle qualità suddette doveva ampliarsi e riuscire vittoriosa sulle altre tribù: ma nel corso del tempo doveva, a giudicare dalla storia, essere sopraffatta da altre tribù ancora più dotate. Così le qualità sociali e morali tendevano a progredire lentamente ed a diffondersi per il mondo» (L’Origine dell’uomo, Edizioni Studio Tesi, 1991, pp. 169-170).

    Questa spiegazione evoluzionistica della morale fornisce una base scientifica al relativismo morale, dato che la coscienza umana, sorgendo accidentalmente dalla selezione naturale, avrebbe potuto evolvere in qualsiasi forma. Se le necessità della sopravvivenza affrontate dai nostri antenati fossero state differenti, anche la nostra concezione del bene e del male sarebbe diversa: «Non desidero affermare che ogni animale puramente sociale, se le sue facoltà intellettuali divenissero attive e molto sviluppate come quelle dell’uomo, acquisterebbe un senso morale identico al nostro... Se per esempio, per prendere un caso estremo, gli uomini fossero allevati nelle stesse precise condizioni delle api, non v’è quasi alcun dubbio che le nostre femmine non maritate crederebbero, come le api operaie, loro sacro dovere uccidere i fratelli, e le madri tenterebbero di uccidere le figlie feconde; e nessuno penserebbe ad opporsi» (p. 125). Dunque anche l’uccisione dei propri simili e l’infanticidio, secondo Darwin, non possono mai essere condannati in sé, ma vanno valutati a seconda della loro capacità di garantire la sopravvivenza del gruppo.

    La brutalità del processo di sopravvivenza del più adatto e la sua mancanza di scopo e direzione sembrano però in contraddizione con l’idea che l’evoluzione sia moralmente progressiva. Infatti secondo Darwin le nazioni dell’Europa occidentale, dal punto di vista morale, «superano smisuratamente i loro progenitori selvaggi e sono al vertice della civiltà», ma questa superiorità dell’uomo civilizzato europeo (che include la simpatia per i propri simili e “il disinteressato amore per tutte le creature che si estende oltre i confini dell’uomo fino agli animali più bassi”) è il prodotto di millenni di brutale lotta di sopravvivenza tra le razze, che è lungi dall’essere terminata. Dunque anche il progresso morale, paradossalmente, richiede la distruzione delle razze “meno adatte” da parte di quelle più avanzate: «L’uomo, come tutti gli altri animali, ha senza dubbio progredito fino alla sua condizione attuale ad opera della lotta per l’esistenza, frutto del suo rapido moltiplicarsi; e, se egli deve progredire ed elevarsi ancora di più, deve rimanere soggetto ad una dura lotta» (p. 270).

    Nell’Origine della specie Darwin aveva spiegato che in natura a lotta per la sopravvivenza avviene tra le specie più simili, e che pertanto ogni specie tende a premere contro quella più vicina per eliminarla; ne L’Origine dell’uomo applica questa idea alla storia evolutiva dell’uomo, plaudendo alla necessaria e benefica estinzione delle razze meno favorite: «In un tempo avvenire, non molto lontano se misurato in secoli, le razze umane civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo alle razze selvagge. Nello stesso tempo le scimmie antropomorfe saranno senza dubbio sterminate. La lacuna tra l’uomo ed i suoi più prossimi affini sarà allora più larga, perché invece di essere interposta tra il negro dell’Australia e il gorilla, sarà tra l’uomo in uno stato, speriamo, ancora più civile degli europei, e le scimmie inferiori come il babbuino» (L’Origine dell’uomo, p. 207). Il senso del discorso di Darwin è chiaro: grazie alle leggi della selezione naturale la razza europea emergerà come distinta specie di homo sapiens, mentre tutte le forme intermedie (lo scimpanzé, il gorilla, l’aborigeno australiano e il negro africano) si estingueranno nella lotta per la sopravvivenza. Insomma, puro razzismo biologico.

    La selezione naturale però non opera solo tra le razze, ma anche tra gli individui appartenenti alla stessa razza, e qui entra in primo piano l’eugenetica. Darwin osserva, in una lamentela che diventerà standard tra gli eugenisti successivi, che l’uomo civilizzato, malgrado la sua superiorità, ha uno svantaggio rispetto al selvaggio, perché nelle nazioni più progredite i meccanismi della la selezione naturale vengono indeboliti dalla moralità: «Fra i selvaggi i deboli di corpo e di mente vengono presto eliminati; e quelli che sopravvivono godono in genere di un ottimo stato di salute. D’altra parte, noi uomini civili cerchiamo con ogni mezzo di ostacolare il processo di eliminazione; costruiamo ricoveri per gli incapaci, per gli storpi e per i malati; facciamo leggi per i poveri; e i nostri medici usano la loro massima abilità per salvare la vita di chiunque fino all’ultimo momento. Vi è ragione di credere che la vaccinazione abbia salvato migliaia di persone, che in passato sarebbero morte di vaiolo a causa della loro debole costituzione. Così i membri deboli della società civili si riproducono. Chiunque sia interessato dell’allevamento di animali domestici non dubiterà che questo fatto sia molto dannoso alla razza umana. È sorprendente come spesso la mancanza di cure o le cure mal dirette portano alla degenerazione di una razza domestica; ma, eccettuato il caso dell’uomo stesso, difficilmente qualcuno è tanto ignorante da far riprodurre i propri animali peggiori ...Dobbiamo perciò sopportare gli effetti indubbiamente deleteri della sopravvivenza dei deboli e della propagazione della loro stirpe» (pp. 175-176). Tutto questo, per inciso, detto da un uomo che per tutta la vita fu cagionevole di salute e i cui figli furono tutti ugualmente fragili.

    Alla fine del libro Darwin espone apertamente le sue proposte di politica eugenetica: «Se i vari ostacoli di cui abbiamo parlato... non impediscono agli irrequieti, ai viziosi e agli altri elementi inferiori della società di accrescersi più rapidamente del gruppo di uomini migliori, la nazione regredirà, come è accaduto spesso nella storia del mondo» (p. 184). «L’uomo – continua Darwin - ricerca con cura il carattere e la genealogia dei suoi cavalli, del suo bestiame e dei suoi cani, prima di accoppiarli; ma quando si tratta del suo proprio matrimonio, di rado, o quasi mai, si prende tutta questa briga... Eppure l’uomo potrebbe mediante la selezione fare qualcosa non solo per la costituzione somatica dei suoi figli, ma anche per le loro qualità intellettuali e morali... D’altra parte, se i prudenti si astengono dal matrimonio, mentre gli avventati si sposano, i membri inferiori della società tenderanno a soppiantare i migliori». «I due sessi - conclude Darwin - dovrebbero star lontani dal matrimonio, quando sono deboli di mente e di corpo; ma queste speranze sono utopie, e non si realizzeranno mai, neppure in parte, finché le leggi dell’ereditarietà non saranno completamente conosciute. Chiunque coopererà a questo intento, renderà un buon servigio all’umanità» (p. 269).

    Darwin propone quindi la teoria, del tutto indimostrata, secondo cui i figli del “non adatto” sarebbero anch’essi “non adatti”, negando così ogni importanza ai fattori ambientali, culturali e alle scelte personali. Eppure, quanti figli di potenti re o di grandi industriali si sono rivelati dei deboli o degli incapaci? Quanti uomini si sono fatti da soli, elevandosi dagli strati più bassi? Anche Beethoven era figlio di un alcolizzato, un uomo “non adatto” secondo qualsiasi standard eugenetico.

    Ne L’Origine dell’uomo sono dunque esposte tutte le tesi principali del darwinismo sociale e dell’eugenetica, che a partire dalla fine dell’Ottocento tanto successo hanno riscosso in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Germania e nei paesi scandinavi. Aderendo a questa nuova concezione materialista dell’uomo, ridotto a pura entità biologica, l’Occidente ha preso una china intellettuale rovinosa e ha generato i mostri con cui dobbiamo ancora oggi fare i conti.

    (25 agosto 2005)

  2. #2
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    Predefinito Un errore di....

    ....Darwin

    Chissà che cosa penserebbe David Garnett, romanziere del giro di Bloomsbury, se in questi giorni potesse farsi un giro allo zoo di Londra.
    Fino a domani, un gruppo di volontari in gabbia resterà esposto agli occhi dei visitatori, con tanto di cartellino con la scritta “homo sapiens”.
    Giusto ottant’anni fa, nel racconto “Un uomo allo zoo”, Garnett immaginava un giovane chiedere alla direzione dello zoo di Londra il permesso di vivere nella “Casa delle Scimmie”, perché “escludere l’uomo da una collezione della fauna terrestre equivale a recitare l’Amleto senza il principe di Danimarca”.
    Lui, in gabbia, avrebbe letto “Il ramo d’oro” di Frazer e il “Wilhelm Meister” di Goethe.
    I suoi epigoni reali, in un eccesso di zelo, ci vengono invece mostrati mentre si dedicano al grooming (spulciamento reciproco, attività animalesca mirata a rinsaldare la solidarietà e ad abbassare l’aggressività nel gruppo), anche se si coprono con costumi da bagno e foglie di fico di stoffa.
    Salvateci dai darwiniani della domenica, verrebbe da dire, e forse il brillante e ironico Garnett penserebbe la stessa cosa.
    Meno male che, mentre ci si ingegna a descrivere gli umani come primati tra altri primati, sull’ultimo numero del bimestrale “Darwin” (per contrappasso) Clive D. L. Wynne, studioso dell’Università della Florida, spiega in un saggio intitolato “L’errore di Darwin e le scimmie parlanti” che esiste una discontinuità incolmabile tra l’uomo e gli altri animali rispetto al linguaggio, nonostante il clamore sollevato attorno a certi esperimenti (come quelli con gli scimpanzè bonobo).
    Scrive Wynne, dopo aver premesso che Darwin rimane uno dei suoi “eroi personali”:
    “Sulla specifica questione del linguaggio, Darwin non sembra aver riconosciuto la differenza tra le lingue naturali umane e tutte le altre forme di comunicazione conosciute. Le persone non possiedono solo una ‘capacità quasi infinitamente maggiore di associare i suoni e le idee più diversi’, ma dispongono anche di un sistema per ricombinare i suoni e le idee per produrre significati del tutto inediti”.
    La vera potenza del linguaggio umano, che lo rende qualitativamente diverso dalla comunicazione animale, è in quella capacità di ricombinazione.
    E’ questa, conclude Wynne, “l’abilità che fa la differenza. E non si è trovata alcuna altra specie che la condivida.
    Ora provate a dirlo al vostro cane”.
    E provate, anche, a spiegarlo agli organizzatori del tableau vivant darwiniano allo zoo di Londra.

    Da il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Banalmente...........Darwin era figlio ...........del suo tempo. Anche Newton spendeva più tempo nel tentativo di determianare, sulla base delle profezie bibliche, la data della fine del mondo che a calcolare la legge della caduta dei gravi....
    Lungo ma, a mio avviso, interessante il seguente articolo.....

    " Ariani, indogermani, stirpi mediterranee: aspetti del dibattito sulle razze europee (1870-1914)

    Andrea Orsucci *

    A. Orsucci, «Ariani, indogermani, stirpi mediterranee: aspetti del dibattito sulle razze europee (1870-1914)», Cromohs, 3 (1998): 1-9,

    /riviste/cromohs/



    1. I progressi dell’antropologia fisica, disciplina soggetta ad impetuoso sviluppo negli ultimi decenni del secolo scorso, suscitano ampie e accanite discussioni, di cui resta traccia, all’epoca, nei più diversi ambiti disciplinari. Il confronto sulle etnìe e sugli ‘indici cefalici’ finisce per ripercuotersi, ad esempio, anche nel campo delle interpretazioni del mondo ellenico. Nel 1875 Nietzsche, intento a far vedere quanto sia vacua la Grecia classica e ‘rassicurante’ di filologi e wagneriani, sostiene perentorio l’origine ‘mongolica’ dei Greci [1]. Naturalmente non lavora d’immaginazione, ma trascrive fedelmente quanto trova nel testo di un erudito inglese, J. W. Draper, allora alquanto noto [2]. Nel 1896 Vacher de Lapouge, banditore della supremazia ‘nordica’, presenta invece i Greci come ‘dolicocefali biondi’ di discendenza ariana [3]. A sua volta Angelo Mosso osserva, alcuni anni dopo, quanto poco riesca la scienza a "provare, come vuole il Lapouge, che gli Elleni appartenessero ad una razza che veniva dal Nord" [4]. La tesi proposta, anche in questo caso, assomiglia tuttavia, più che a un’ipotesi scientifica, a una professione di fede: "L'antropologia ci mostra che i Greci antichi [...] appartenevano alla razza mediterranea" [5].

    Dopo il 1870-71, come conseguenza del conflitto tra francesi e tedeschi, divampa all’improvviso, in tutto il continente, la discussione sulla ‘razza’ e sui fondamenti ‘etnici’ della civiltà. Si moltiplicano, a partire da questa data, gli sforzi per decifrare "l’oscuro caos dell’etnologia primitiva dell’Europa" [6], andando alla ricerca di ascendenze razziali nobili, cercando di stabilire, tra celti e germani, tra ariani e slavi, tra popoli nordici e stirpi mediterranee, gerarchie e rapporti di filiazione che sappiano legittimare, grazie ai risultati della scienza antropologica, ambizioni egemoniche e bòrie nazionalistiche. Nel dibattito, aspro e confuso, le prese di posizione di naturalisti e scienziati, anch’esse non estranee, come attestano sia Virchow che de Quatrefages, alle esigenze del momento [7], si intrecciano alle riflessioni di filologi, archeologi e glottologi come Paul Kretschmer, Salomon Reinach e Sophus Müller, e si confondono poi con i proclami e le ‘rivelazioni’ che annunciano, con voce altisonante, letterati e ‘filosofi’ al seguito di Karl Penka, di Giuseppe Sergi o di G. Vacher de Lapouge.

    La confusione delle lingue, nella disputa sulla ‘questione ariana’, cresce ben presto a dismisura. Nello sforzo di mostrare che gli ariani non sono "soltanto una costruzione dello spirito" [8], antropologi e antichisti ‘scoprono’ la loro patria d’origine nelle terre più diverse, ritrovandola, di volta in volta, nella penisola scandinava o nella regione baltica, nelle steppe della Russia meridionale o nell’Europa centrale. I "romanzi preistorici" [9] e i "giuochi di fantasia" [10] si moltiplicano anche a proposito dell’originaria costituzione fisica del ‘tipo ariano’: nello scontro tra studiosi tedeschi e francesi, inglesi e italiani, si finisce per considerare "ora i biondi Germani come veri arii, ora i bruni e brachicefali Celti, ora i Lituani" [11]. Predomina comunque la convinzione, salvo rare eccezioni, che gli Indogermani non rappresentino una finzione, ma siano effettivamente, agli albori della storia, una razza ben distinta, con lingua e cultura unitaria. Ancora negli anni ’90, nota il filologo Paul Kretschmer non senza ironia, gli eruditi si affannano e si dividono "sulla questione, se questo popolo originario [...] già lavorasse la terra, se conoscesse e facesse uso dei metalli, [...] e addirittura in quale forma metrica componesse i suoi semplici canti" [12].

    Non mancano nemmeno, a conferma del disordine imperante, abiure e ritrattazioni, talvolta clamorose. Max Müller, ad esempio, discorre per primo, nel 1861, di "razza ariana" [13], contribuendo al diffondersi di pericolose confusioni tra linguistica ed antropologia. Ma nel 1888 lo stesso autore, volendo espiare eroicamente — come scriverà poi un antropologo americano [14] — i peccati di gioventù, decide di prender partito contro le ambiguità del linguaggio scientifico corrente: "A mio avviso, l’etnologo che parli di una razza ariana, di un sangue ariano [...], è un peccatore non meno grande del linguista che parli di un dizionario dolicocefalo o di una grammatica brachicefala" [15].

    2. Un’improvvisa svolta, negli indirizzi di ricerca, si verifica dunque verso il 1870. Il glorioso princìpio, carico di suggestioni, ex oriente lux, irrinunciabile punto di riferimento per generazioni di studiosi, da Friedrich Schlegel a Christian Lassen, da Adalbert Kuhn ad Adolphe Pictet, cade d’un tratto in discredito. Antropologi e linguisti, ancora intenti a riscoprire il ‘paradiso terrestre’ degli antichi ariani, non guardano più alla mitica Battriana o agli altopiani del Pamir, ma preferiscono prendere in considerazione, al momento in cui "lo sciovinismo si intromette nella questione" [16], le contrade europee.

    Metodi e apporti della ‘paleolinguistica’ vengono adoperati, intorno al 1871, per far vedere come il luogo d’origine degli indoeuropei vada ricercato in terra tedesca [17], oppure nelle pianure dell’Europa centrale [18]
    . Le nuove congetture, che pure rappresentano "il più violento rovesciamento delle opinioni finora accettate" [19], suscitano all’epoca molto clamore, ma solo in rari casi vengono seriamente avversate [20].

    Che gli ariani non discendano da genti asiatiche, viene affermato, nel 1878, anche da Theodor Poesche, docente di antropologia a Jena. Quest’autore, sostenitore convinto del poligenismo di Louis Agassiz, da un lato rifiuta di credere che i diversi tipi umani siano — come vogliono i darwiniani — varietà della medesima specie, dall’altro dichiara guerra al concetto di ‘razza caucasica’ (Blumenbach) [21]. Sostiene inoltre, citando le indagini di A. Ecker, indiscussa autorità della craniologia tedesca del tempo, che "gli antichi Germani erano dolicocefali puri" [22]. Respinge quindi con decisione "l’ipotesi di Virchow di una mescolanza originaria dei tipi negli ariani" [23].

    Compare per la prima volta sulle scene, con la monografia di Poesche, una nuova specie animale, la "razza bionda", originaria nelle paludi della Lituania — vera e propria "placenta della razza ariana" [24] — e del tutto priva di commistioni con elementi ‘turanici’ ed asiatici. Una stirpe inconfondibile — figura massiccia e spiccata dolicocefalia, occipite prominente e fronte bassa, incarnato chiaro — acquista finalmente dignità tassonomica.

    Nella comunità scientifica, lo scritto di Poesche, che si sofferma anche su Gobineau, non suscita affatto disprezzo o ironia. Ne discorrerà con benevolenza, sulle pagine del prestigioso Archiv für Anthropologie, lo stesso Ecker [25].

    Pochi anni dopo, nel 1883, anche Karl Penka, un antichista viennese che si diletta di antropologia, proclama, contro Pictet e la linguistica del primo Ottocento, l’origine europea della stirpe ariana. La loro terra d’origine non sarebbe la regione balcanica, come voleva Poesche, ma la penisola scandinava. Un ambiente oltremodo ostile, spietato nell’imporre, in termini darwiniani, la sopravvivenza del più forte [26], avrebbe temprato il "tipo germanico-scandinavo", rappresentato da schiere di "dolicocefali biondi" destinate poi ad assoggettare, muovendosi per ondate successive, gran parte del continente [27]. Nelle loro peregrinazioni verso Sud, i conquistatori nordici avrebbero perso, in parte, la loro purezza etnica, incrociandosi e confondendosi sia con una razza semitica e dolicocefala (il ‘tipo di Cro-Magnon’), diffusa nell’Europa meridionale ma intenta a migrare in epoca neolitica verso settentrione [28], sia con popolazioni ‘mongoliche’ e brachicefale di provenienza asiatica. La ‘razza bionda’ avrebbe comunque promosso la civiltà nel bacino mediterraneo. Gli stessi Elleni, a giudizio di Penka, sarebbero ariani, con la sola eccezione, peraltro scontata, di Socrate, la cui effìgie "mostra un tipo spiccatamente brachicefalo" [29].

    3. Le speculazioni sulla ‘razza nordica’ avanzate, a partire dai primi anni ’70, da linguisti, filologi e letterati, stentano a trovar conferma nelle indagini dei più accreditati antropologi dell’epoca. Tra antichistica e ‘scienza della natura’ sembra aprirsi, a proposito della ‘questione ariana’, un solco pressoché invalicabile.

    Soprattutto nel 1885-86, ormai diffusi i risultati della grande inchiesta, promossa da Virchow, sui caratteri antropologici dei tedeschi, il confronto diventa particolarmente aspro.

    A Berlino, nel 1870, si costituisce la Deutsche Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte. L’anno successivo, in occasione della prima assemblea generale, viene decisa un’indagine sistematica, da riassumere in tabelle statistiche, della conformazione cranica della popolazione. Nel congresso tenuto a Stoccarda nel 1872 si stabilisce, su proposta di Ecker, di privilegiare nell’inchiesta altri parametri, e cioè "la statura, [...] il colore degli occhi e dei capelli" [30]. Le conclusioni della ricerca, rese note da Virchow in forma integrale verso il 1885, suscitano non poco clamore. Gli stessi antropologi parlano, all’epoca, di "risultati sorprendenti" [31]. Dalla statistica, in effetti, emerge un dato di fatto inatteso: "In molti punti dell’Europa centrale compaiono ‘territori di razza scura’, e contro tutte le aspettative proprio laddove si supponevano innanzittutto discententi della razza chiara" [32].

    La scienza naturale, insensibile al fascino del mito, sembra arrecare un duro colpo alle aspettative dei filologi: nella popolazione tedesca il ‘tipo biondo’, prevalente al Nord, rappresenta meno di un terzo della popolazione, mentre le forme intermedie, e cioè "l’insieme di quelle combinazioni in cui il tipo non si presenta in tutta la sua purezza", costituiscono più della metà del totale [33]. Significativa è anche la distribuzione territoriale. Il ‘tipo bruno’, che discende da più antichi insediamenti, viene ad occupare gli ambienti di maggior dinamismo sociale. La sua percentuale tende a crescere sia nelle regioni fluviali, in prossimità di grandi fiumi navigabili, sia nelle moderne metropoli: "Estremamente numerose sono le città medie e grandi [...] in cui la proporzione dei bruni è maggiore che nei circostanti territori di campagna" [34]. L’unica ‘razza pura’ presente nel territorio tedesco, nota Virchow, è costituita dagli ebrei [35], certo non dai tedeschi, che non presentano, nella loro grande maggioranza, i ‘caratteri semplici’ della stirpe germanica, ma risultano da complessi incroci con razze celtiche o con popolazioni autoctone preariane [36].

    Allorché Virchow riassume l’esito dell’inchiesta, parlando dalla tribuna del congresso degli antropologi tedeschi tenuto nel 1885 a Karlsruhe, non tralascia l’occasione per denunciare le nuove ‘mitologie nordiche’. Le più diverse razze, osserva l’antropologo in quest’occasione, possono presentare tratti somatici del tutto simili. Chi studi la popolazione finnica, la quale, pur essendo di origine asiatica, probabilmente mongola, mostra una complessione "germanica" pressoché perfetta, dovrà pur riconoscere quanto sia erroneo "scorgere nell’aspetto biondo una prerogativa esclusiva della razza ariana o addirittura dei Germani" [37].

    Nel medesimo congresso prende la parola anche un giovane antropologo, Ludwig Wilser, per sostenere, riallacciandosi alle tesi di Penka, che i Germani, stirpe dei climi freddi, originaria della penisola scandinava, avevano rappresentato "l’ultimo nucleo razzialmente puro dell’originario popolo ariano" [38]. Simili affermazioni provocano un’aspra replica di Virchow, il quale interviene prontamente per ricordare quanto siano nocivi, nella ricerca scientifica, "patriottismo" ed "entusiasmo impetuoso" [39]. E ribadisce di nuovo, contro Wilser, che anche gli antichi Germani erano una popolazione composita, da indagare quindi nella varietà delle sue forme, senza nulla concedere a forzature o semplificazioni [40].

    Tra i collaboratori di Virchow si distingue, negli ultimi due decenni del secolo, J. Kollmann, docente di antropologia a Basilea. A suo giudizio, non è più lecito, dopo la grande inchiesta degli anni ’70, continuare a parlare, come avveniva in precedenza, "di razze germaniche, latine e slave" [41]. Bisogna infatti ammettere, scorrendo le nuove tavole statistiche, che "i popoli d’Europa, che finora, in quanto tedeschi, inglesi, francesi, italiani [...], valevano, per antropologi ed etnologi, come razze unitarie, non appartengono in alcun modo a razze distinte, ma rappresentano la mescolanza di diverse razze" [42].

    Se non esistono ‘tipi puri’, ribatte Kollmann in molte occasioni, non vi sono nemmeno elementi etnici che possano ‘spiegare’, come molti vogliono, il primato della civilizzazione europea. Anche l’antropologo, in definitiva, deve riconoscere che "razza e civiltà non si trovano, almeno in Europa, in alcun rapporto di causalità reciproca [...]. In base ai risultati della craniologia, occorre allora [...] combattere qualunque teoria circa la superiorità di questa o di quella razza europea" [43].

    Che sia necessario, per difendere il ‘mito ariano’, respingere i risultati dell’inchiesta pubblicata nel 1885-86, risulta ben presto chiaro. Houston Stewart Chamberlain denuncia, nel ‘libro sacro’ del pangermanesimo, le "ben note frasi vuote, dei signori scienziati [...], sull’eguaglianza delle razze umane", utilizzate di continuo per non dover parlare di "trasmigrazioni dei popoli, [...] nazionalità, [...] diversità nelle predisposizioni" [44]. L’atto d’accusa, in questo caso, non risparmia il "povero Virchow" [45], ma le battute più astiose sono riservate a Kollmann, colpevole di aver affermato l’irrilevanza intellettuale delle differenze etniche [46].

    4. Le prese di posizione di Virchow non tardano a ripercuotersi nelle discussioni di linguisti e filologi. Ne tiene conto Otto Schrader, nella seconda edizione (1890) dello scritto Sprachvergleich und Urgeschichte, un testo assai importante per il dibattito successivo [47], in cui vengono criticate con dovizia di argomenti sia le recenti ‘mitologie nordiche’ degli eruditi tedeschi che le più vecchie vedute di Pictet.

    Mentre Penka nel 1883 descrive il "tipo germanico-scandinavo", stirpe dotata di caratteri somatici inconfondibili, Schrader nel 1890 si appoggia a Virchow, di cui apprezza la "ponderata cautela", per mostrare l’inconsistenza delle speculazioni, condivise da molti filologi, sull’antropologia fisica degli ariani [48]. Anche in anni successivi Schrader torna sull’argomento: le congetture e le ipotesi ‘biologiche’ di linguisti e archeologi, afferma nel 1901, "si infrangono contro il semplice dato di fatto che gli indogermani, in senso antropologico, non sono affatto una razza" [49]. A suo giudizio, inoltre, le antiche stirpi che parlavano l’originario idioma indoeuropeo erano probabilmente, in base ai risultati offerti dalla comparazione linguistica, nomadi dediti in primo luogo all’allevamento del bestiame, provenienti dalle steppe della Russia meridionale [50].

    A partire da queste conclusioni, condivise da Eduard Meyer [51], una furiosa "lotta per la patria d’origine" [52] degli ariani torna di nuovo a divampare. L’ipotesi nordica viene riproposta, intorno al 1905, dal filologo H. Hirt e dall’archeologo M. Much [53]. Quest’ultimo, in particolare, lascia scorgere quanto pesi ancora la condanna del ‘nomade’, alla fine dell’Ottocento, nel campo degli studi classici e dell’archeologia: il nomadismo, che insegna ad essere o rassegnati o troppo scaltri, a disprezzare comunque previdenza e laboriosità, viene ritenuto una forma di vita confacente a mongoli e semiti, ma da sempre estranea alla tradizione degli indogermani [54].

    Con tutta la sua opera, in definitiva, Schrader "reagisce energicamente alla tendenza, da molto tempo dominante in Germania, a presentare nei colori più seducenti la primitiva razza indoeuropea" [55]. In questa battaglia non resta comunque, all’epoca, una figura isolata. L’antichista Victor Hehn sostiene posizioni simili [56]. L’etnologo Robert Hartmann propone di bandire la definizione ‘ariano’ dall’antropologia [57]. Il giurista e storico del diritto Rudolph von Jhering manifesta analoghe perplessità: "Il termine ‘indogermanico’, che si adopera di solito in Germania, è del tutto illegittimo" [58].

    5. A Paul Kretschmer, un linguista che segue con attenzione le ricerche degli antropologi, spetta il merito di aver efficacemente contrastato, nella cultura tedesca degli anni ’90, il ‘partito nordico’ di Poesche e di Penka. Il suo testo del 1896 passa in rassegna, nella parte introduttiva, gli orientamenti che hanno prodotto, come noterà poi uno studioso italiano, una "vera e propria bancarotta della paleolinguistica" [59]. Gli antichisti tedeschi, nota Kretschmer, peccano di presunzione, ritenendo che sia possibile descrivere con sicurezza, a partire da alcune radici linguistiche comuni, l’originaria ‘cultura materiale’ degli indogermani [60]. Compiono poi una seconda mistificazione, presumendo che l’affinità linguistica, la parentela tra il sanscrito e la maggior parte degli idiomi europei, possa valere come conferma piena della primitiva unità non solo culturale, ma anche razziale degli indogermani.

    La Sprachwissenschaft, intenta a pontificare sui dolicocefali e sulla ‘razza bionda’, ritiene di acquistare legittimità e rigore appoggiandosi agli studi di etnografia. La craniologia sembra allora offrire un solido fondamento ai miti razziali dei filologi. La convalida ‘scientifica’ si risolve tuttavia in un mero esercizio retorico, dal momento che all’antropologia "non è riuscito individuare, nel cranio umano, un contrassegno decisivo [...] per i rapporti genealogici dei popoli [...]. Qualsiasi separazione delle forme craniche sarà sempre, in misura maggiore o minore, artificiale" [61].

    Il linguista Kretschmer, che non ignora il confuso avvicendarsi delle ‘riforme craniometriche’ e il profondo disaccordo degli esperti sulle misure cefaliche da prendere in esame, non esita a dichiarare che "tutte quante le espressioni come ‘dolicocefali’ e ‘brachicefali’ non sono altro che comodi luoghi comuni per render possibile un immediato, grossolano orientamento: un significato storico-etnologico non può, per il momento, venir loro assegnato, [...] questa è adesso [...] anche l’opinione di una gran parte degli antropologi" [62].

    Le dispute tra filologi vengono ora combattute sul terreno della Naturwissenschaft. A Penka e i ai suoi seguaci, che dell’indice cefalico fanno una ‘verità rivelata’, Kretschmer ricorda lo scetticismo e le incertezze degli studiosi di craniologia. Gli argomenti di cui si serve sono ricavati per un verso da Virchow, che non crede affatto che la forma cranica sia un valido criterio tassonomico [63], per un altro verso da Aurel von Törok, direttore del museo antropologico di Budapest, che redige, nel 1895, una vera e propria dichiarazione di fallimento della disciplina [64].

    6. La distinzione fra razze brachicefale, come Lapponi e Finni, Baschi e Liguri, e razze dolicocefale, come Celti e Germani, veniva a coincidere, a partire da Anders Retzius (1842), con quella tra etnie ‘turaniche’ o ‘mongoloidi’ (la prima definizione era preferita dai linguisti, la seconda dagli antropologi), residenti da tempo immemorabile sul suolo europeo, e stirpi ariane, assai più progredite, fornite di idiomi imparentati al sanscrito, giunte dall’Asia in epoca relativamente tarda [65].

    Negli anni ’50 la teoria di Retzius, "assai semplice e assai seducente, venne accettata [...] da quasi tutti gli antropologi" [66]. Ma nel decennio successivo si verifica un profondo rivolgimento delle prospettive. La coincidenza di ‘dolicocefalo’ ed ‘ariano’, scontata per Retzius e per i suoi seguaci, viene messa in discussione.

    Broca osserva che i Baschi, che pure parlano una lingua ‘turanica’, non sono affatto brachicefali: la scoperta, all’apparenza marginale, scuote in realtà un pilastro fondamentale della vecchia teoria [67]. Nello stesso tempo, grazie a nuovi ritrovamenti — nel 1856 viene scoperto il celebre cranio di Neanderthal, mentre gli studi sull’uomo di Cro-Magnon si susseguono a partire dal 1868 — si finisce per ammettere che le più antiche popolazioni europee, che avrebbero dovuto essere brachicefale, presentano in realtà una marcata dolicocefalia. I risultati delle nuove ricerche, pubblicati poi in forma sistematica da Hamy e De Quatrefages, mostrano quindi chiaramente che "i supposti invasori ariani erano, in realtà, i primi abitanti d’Europa" [68].

    Le vecchie vedute di Retzius, riprese in Francia da Pruner-Bey e (solo in un primo momento) da De Quatrefages, in Italia da Nicolucci [69], vengono capovolte: gli uomini diffusi, in epoca neolitica, in gran parte del continente, non assomigliano in alcun modo alle popolazioni lapponi, e nemmeno presentano tracce di un’origine mongolica.

    Il nuovo indirizzo di ricerca, in cui si inseriscono anche autori italiani [70], incide in profondità nel dibattito intorno alla razza indogermanica. Per spiegare il marcato incivilimento verificatosi, nel continente, dopo l’età paleolitica, vengono proposte nuove ipotesi: non più la discesa verso Sud di genti nordiche, ma l’irruzione sullo scenario europeo di una nuova stirpe proveniente dall’Est, il ‘tipo alpino’ o celto-slavo, distinto da spiccata brachicefalia. È questa, per la ‘scuola francese’, la ‘razza ariana’, cui si deve la diffusione delle lingue indoeuropee. Nei testi di De Quatrefages, di De Mortillet e dei loro seguaci "i brachicefali [vengono] presentati come i primi civilizzatori dell’Europa" [71]: non sono più considerati, come in molte opere tedesche, stirpi "sottomesse" che subiscono passivamente la tirannia dei dolicocefali "conquistatori e padroni" [72]. Al ‘tipo celto-slavo’, riguardato adesso "come la spina dorsale del complesso etnico indo-europeo" [73], si attribuiscono i progressi nella lavorazione dei metalli durante l’età del bronzo, l’organizzazione di complicati sistemi di traffici e commerci, l’introduzione sul suolo europeo di piante e animali domestici provenienti dall’Oriente [74].

    In questa prospettiva, che costituisce una profonda ‘trasvalutazione dei valori’ per l’antropologia del tempo, si inseriscono ben presto nuovi contributi. L’originalità della più antica cultura mediterranea, che non deve alcunché ad invasioni nordiche, viene sottolineata, negli anni ’90, "da un nuovo indirizzo, [...] rappresentato principalmente dal Reinach in Francia e dal Sergi in Italia" [75]. Allo studioso italiano, in particolare, spetta il merito di aver scritto, tra il 1895 e il 1898, l’ultimo ‘romanzo preistorico’ del secolo. Giuseppe Sergi, docente di antropologia a Roma, non si stanca di mettere in rilievo, in polemica con Poesche e con Penka, i meriti della "grande stirpe mediterranea", capace non solo di creare la civiltà micenea, ma anche di popolare, con insediamenti assai progrediti, gran parte del continente.

    Per Sergi, che segue Broca e i suoi allievi, "il tipo germanico [...] non è ario, come non è ario quello italico" [76]. La dolicocefalia, comune a entrambi, assai diffusa nei paesi nordici ma anche nel meridione d’Italia, contrassegna un’unica specie: "non rimane alcun dubbio che l’Europa occidentale fin dai primi tempi sia stata abitata da stirpe d’origine africana" [77].

    Le invasioni degli ariani, che sono per Sergi, in accordo coi risultati della scuola francese, gruppi brachicefali celti e slavi, rappresentano "una grande catastrofe", che finisce per interrompere "l’evoluzione della civiltà mediterranea, che era fiorentissima" [78]. Certo, il bronzo arriva in Italia con le invasioni ‘ariane’ (i Veneti e gli Umbri), ma le antichissime genti mediterranee (i Liguri) già sapevano forgiare il rame "anteriormente ad ogni invasione aria" [79]. I nuovi dominatori, del resto, "non ebbero ceramica propria" [80], e nemmeno grandi capacità nell’edificare, tanto che finirono per far proprie "le sedi dei Liguri, cioè le palafitte d’ogni forma, lacustri e terrestri" [81]. Soprattutto il culto dei morti, ripete Sergi con grande enfasi, mostra la superiorità delle genti pre-ariane. La stirpe mediterranea praticava infatti "il rito funerario dell’inumazione con sepolture in grotte artificiali, in tumuli, in dolmen", mostrando "forme e modi molto più avanzati dell’uso degli Arii", i quali, avvezzi alla cremazione, "quando giunsero in Europa [...] avevano sepolture misere e vasi rozzissimi per cinerari" [82].

    7. Un nuovo terreno di scontro si apre, per l’antropologia europea, negli anni in cui Sergi pubblica i suoi scritti. Da un lato cresce il convincimento che stirpi celte e slave, appartenenti comunque al ‘tipo brachicefalo’, abbiano giuocato, nel diffondere le lingue indoeuropee e nel far conoscere i metalli, un ruolo decisivo. Dall’altro, in opposizione alla ‘scuola francese’, si intensifica, nello stesso arco di tempo, la retorica del germanesimo. Scrive Otto Ammon nel 1893: "Come tutti gli ariani, i Germani sono i naturali dominatori di altri popoli. Ovunque compaiano, sono [...] gli strati socialmente privilegiati. La vita signorile corrisponde alla loro indole; il gioco, la caccia e la guerra riempiono il loro tempo" [83]. Si distinguono per il valore e la monogamia (e dunque non possono provenire dall’Oriente), inclinano all’eroismo e alla dissipazione. Opposte sono le inclinazioni dei ‘turanici’, degli aborriti brachicefali (che pure predominano non solo in terra francese, ma nella stessa Baviera): calcolatori e pazienti, disciplinati e abili, riescono egregiamente "nel commercio e nelle imprese finanziarie, sono ottimi contadini, operai e mercanti, ed inoltre, il più delle volte, sudditi acquiescenti" [84].

    Anche per Lapouge, egualmente impegnato nelle ricerche di ‘antroposociologia’, le genti brachicefale possono essere "dei piccoli commercianti e dei piccoli borghesi, ottusi ma morigerati", mentre "la razza ariana o dolicocefala [...] svolge, nell’organismo sociale, la funzione delle molecole nervose e cerebrali", avendo un’innata disposizione al comando [85]. All’ardimento si accompagna comunque, in questo tipo antropologico, una scarsa capacità d’adattamento. La terra d’origine degli ariani, che Lapouge rintraccia nelle umide zone costiere bagnate dal mare del Nord, può spiegare la singolare commistione di audacia e fragilità. Resta indelebile, nel loro aspetto, "l’influenza di un ambiente marino, saturo d’acqua, privo di luce", segnato da brume e nebbie perenni, mai scosso da improvvisi sbalzi di temperatura [86]. Saranno quindi sconfitti, in prospettiva, dai brachicefali asiatici, "formidabili nella loro mediocrità", dotati di spiccato spirito gregario, favoriti da una "speciale attitudine a saldarsi in pesanti e immobili collettività" [87].

    Questo quadro interpretativo sarà rielaborato e riproposto, nel primo decennio del nuovo secolo, da molti autori. Matthaeus Much, illustre archeologo, concede ad esempio a Sergi, nel 1905, che la ‘razza mediterranea’ abbia contribuito non poco, a suo tempo, all’incivilimento del continente, facendo conoscere agli ariani del Nord, comunque più progrediti, non solo miglio e lino, frumento e orzo, ma anche molti utensili in metallo. Se tra mediterranei e indogermani esiste, a suo avviso, una "stretta parentela" anche antropologica, ben diversi sono invece i discendenti degli invasori ‘orientali’ (Homo alpinus per Lapouge), vera e propria razza inferiore: "Dal punto di vista culturale, questa scura razza brachicefala, ancor oggi enigmatica, sembra aver giuocato un ruolo assai secondario" [88]. Anche Willibald Hentschel, banditore di una nuova ‘utopia germanica’, si esprime, nel 1907, in termini analoghi: "Il turanico sembra [...], secondo il detto di Gobineau, un esperimento malriuscito del creatore" [89].

    8. Tra i suoi avversari, "i partigiani dell’identificazione degli ariani con i brachicefali neolitici", Vacher de Lapouge annovera Mortillet e Topinard, Sergi e Ripley. Quest’ultimo, un antropologo americano, pubblica nel 1899 un’ampia monografia sulle etnie europee. L’opera, che vuol mostrare quanto sia pericoloso "ricercare correlazioni tra antropologia fisica e linguistica" [90], e dunque confondere razza e cultura, svolge una serrata critica dei ‘miti ariani’ e delle dottrine della superiorità tedesca. A cagione di questo suo orientamento, sarà apprezzata e più volte ripresa, in Italia, da autori come Colajanni, Mosso e De Michelis.

    Ripley afferma, in polemica con i ‘pangermanisti’, che orientamenti psichici e valori intellettivi non hanno alcun rapporto con forma e grandezza del cranio [91]. Ricorda poi, misurandosi di nuovo con i partigiani del ‘tipo nordico’, come riscuota sempre più credito, negli anni ’90, l’ipotesi che le diverse forme dolicocefale presenti sul suolo europeo abbiano, in realtà, una comune origine meridionale. È ormai opinione diffusa, grazie anche alle ricerche di Sergi, che nell’intero continente, da Gibilterra alla Danimarca, "la popolazione neolitica [avesse] non solo testa allungata, ma anche complessione scura". Nei Berberi dell’Africa settentrionale, simili agli scandinavi nell’indice cefalico, dobbiamo scorgere, a parere di Ripley, le stirpi "che meno si sono allontanate dal tipo europeo originario", gli antenati da cui provengono gli stessi Germani [92].

    L’insigne albero genealogico degli ariani perde così tutto il suo splendore. La magnificenza degli inizi sarebbe soltanto, suggerisce Ripley, l’abile contraffazione di un falsario. Anche la ‘razza bionda’ sembra discendere da umili stirpi berbere nordafricane. Il disonore dell’origine resta inciso nella struttura ossea, nella dolicocefalia: i caratteri più appariscenti del tipo — incarnato chiaro, occhi cerulei, capelli biondi — risultano probabilmente dall’adattamento a nuovi climi [93].

    Assiene a Ripley, acquista notorietà anche l’archeologo danese Sophus Müller, nel primo decennio del secolo, come critico delle idee di Penka e di Wilser.

    Secondo Matthaeus Much, figura di primo piano nell’archeologia tedesca dell’epoca, l’evento più rilevante, agli albori della civiltà europea, era stata la migrazione verso Sud di stirpi indogermaniche, già entrate in epoca neolitica, le quali finiscono per assoggettare ed incivilire popolazioni ancora ferme, in Italia come in Francia, ad una cultura paleolitica [94]. A giudizio di Sophus Müller, il quale pubblica nel 1905 un testo che avrà una certa risonanza, il Nord europeo conosce, in epoca preistorica, solamente "culture periferiche", che riprendono, semplificano ed impoveriscono quanto già da tempo si era affermato nel bacino mediterraneo. In polemica con i sostenitori del ‘germanismo razziale’, Sophus Müller ribadisce che, volendo ignorare gli insedimenti, già molto progrediti, posti fra la penisola italica e l’Asia minore, "l’età della pietra e del bronzo non solo del Nord, ma di tutti i territori europei a settentrione dei paesi mediterranei, resta incomprensibile" [95]. Con le tombe a cupola di epoca premicenea e micenea, espressioni di una civiltà che già conosce il bronzo, si afferma un modello architettonico, incarnato in forma classica dalla camera del tesoro di Atreo, che si diffonde poi, secondo Sophus Müller, in tutto quanto il Nord europeo. Si compie, in tal modo, la sovrapposizione e la mescolanza di tempi storici diversi: "la vecchia cultura dell’età della pietra, al Sud da gran tempo superata, si incontra al Nord con una forma architettonica che proviene dall’epoca greca del bronzo, altamente progredita" [96]. Da ciò può risultare, prosegue lo studioso danese, una sottile illusione ottica: si finisce per ritenere, rovesciando il corso effettivo dell’incivilimento, che i tumuli nordici a cupola, nei quali si trovano reperti in pietra, siano più antichi di quelli mediterranei, del tutto simili ma forniti di manufatti in metallo [97]. Le sue conclusioni, respinte dagli antichisti tedeschi, riprese invece con soddisfazione in Italia, sono perentorie: "Risulta evidente quanto poco sia giustificato il parlare di antichità germaniche originarie" [98].

    9. Nella cultura italiana, la "reazione contro l’indogermanismo" [99] trova numerosi e convinti sostenitori. Sulla sua rivista, Paolo Mantegazza esibisce grande cautela: a proposito della questione ariana proclama un suo personale ignorabimus, criticando duramente sia le idee di Poesche, sia la teoria di Penka, che pure "è suffragata dall’opinione di un grande craniologo, l’Ecker", e viene riproposta da "un grande archeologo, il Lindenschmidt" [100]. In epoca successiva, si mostra beffardo nei confronti del Sergi, del quale apprezza soprattutto "il coraggio nel camminare fra le tenebre". Il suo punto di vista resta immutato: "Le nostre conclusioni sono queste: [...] che se esistono lingue arie, la scienza non ha diritto di fare degli Arii una razza e neppure una famiglia di razze affini" [101].

    Contro Ammon e Vacher de Lapouge scende in campo, nel 1903, anche Napoleone Colajanni: "L’antroposociologia dilaga maledettamente [...]. Gli indici cefalici negli ultimi anni assumono l’importanza e la popolarità ch’ebbero altre volte la frenologia di Gall e l’angolo facciale di Camper. Avranno inesorabilmente la stessa sorte" [102]. A suo avviso, tutto quanto il "fanatismo pan-ariano", che contribuisce a ingenerare una pericolosa "confusione tra l’elemento biologico della razza e gli elementi storici della civiltà", poggia su fondamenta scientifiche ormai cadute in discredito [103]. Colajanni ricorda infatti, richiamando tra l’altro, non a caso, l’opera di Ripley, come l’inattendibilittà della craniologia sia stata finalmente riconosciuta e denunciata. Aggiunge poi — citando Sergi, appoggiandosi di nuovo anche a Ripley — che la pretesa superiorità ariana diventa, di anno in anno, un mito sempre più debole, dato che l’antropologia sembra ora "ammettere che arii e mediterranei siano rami della stessa razza" [104]. Intento a scagliarsi contro "arianisti" e "arianofili", il siciliano Colajanni, del resto, non risparmia nemmeno i suoi compatrioti: per un verso riprende aspramente Pullé, glottologo eminente, che esprime la "boria regionale del settentrione" e teorizza l’inferiorità congenita dei meridionali [105], per un altro verso dileggia Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero per la loro ambizione a farsi corifei della stirpe nordica [106].

    Gli strali di Colajanni contro la "teoria della razza", moderna "idra dalle sette teste" [107], riscuotono il plauso di Benedetto Croce, il quale sottoscrive senza riserve l’impegno rivolto a "sradicare le fallaci idee intorno alle razze e a combattere il germanesimo cieco e spesso comico dei Chamberlain, dei Woltmann e di altrettali" [108].

    Sempre nel 1903, un altro autore, E. De Michelis, licenzia un poderoso studio sulla questione. Questa monografia, che sarà apprezzata da H. Hirt, da S. Feist e da G. Poisson [109], ricostruisce, con grande dovizia di particolari, i dibattiti ottocenteschi sul problema indoeuropeo. La scelta di campo, anche in questo caso, risulta oltremodo netta. De Michelis si schiera, infatti, dalla parte di Virchow e di De Quatrefages, "etnologi [...] non preoccupati da prevenzioni di sistema", cui spetta il merito di aver riconosciuto che "nulla suffraga il concetto di una speciale razza protoaria" [110]. Contro Penka, Much e i pangermanisti, sempre inclini ad impugnare la retorica delle ‘migrazioni’ e delle colonizzazioni imposte, sottolinea la complessità dei processi di incivilimento: "La storia ammaestra che le trasformazioni etnologiche [...] non furono quasi mai l’opera di conquiste o di invasioni improvvise, ma all’opposto di infiltrazioni lente e progressive" [111]. Contro Ammon e Vacher de Lapouge, i "pontefici dell’antroposociologia", fa valere, collegandosi anche a Schrader, l’importanza delle distinzioni: "La genesi dei tipi antropologici è questione biologica, quella dei popoli è questione d’ordine storico, etnografico" [112].

    Lo scritto del De Michelis, che deve molto anche a Kretschmer, segue inoltre, con non poca acribia, il contrasto che nel secondo Ottocento divide, sulla questione ariana, ‘scienze dello spirito’ e antropologia. Da un lato, nella sua ricostruzione, si collocano i linguisti e gli studiosi di mitologia, Schleicher e M. Müller, Benfey e Fick, che negli anni ’60 e ’70 propongono "entusiastiche descrizioni del felice idillio protoario", in cui stirpi germaniche già conoscono "istituzioni sociali e politiche ben sviluppate, e credenze religiose e istinti morali notevolmente elevati" [113]. Dall’altro lato, vi sono gli antropologi, De Quatrefages e Topinard, Mortillet e Ripley, i quali presentano, a partire dallo stesso periodo, un quadro del tutto diverso, facendo vedere che "il tramite dell’eredità protoaria [...] non furono per nulla dei dolico-biondi [...], ma per contro delle stirpi prevalentemente brachicefale" [114].

    Qualche anno dopo, nel 1910, viene pubblicato lo studio di Angelo Mosso sulle origini della civiltà mediterranea, un testo in cui, di nuovo, si riconosce, non senza soddisfazione, come sia ormai "caduta la dottrina del popolo Ario e degli Indogermani" [115]. Gli autori ricordati, nel combattere i ‘nordisti’, sono, anche in questo caso, Ripley e Sergi da un lato, Sophus Müller dall’altro. In seguito, nel 1917, anche Alfredo Niceforo polemizza con i pangermanisti, che creano ad arte "confusione tra tipo fisico e nazionalità" [116]. Il suo scritto batte vie consuete — riprendendo idee di Virchow e di Ripley — ma propone anche una considerazione svolta da Nietzsche [117]. Contro Penka, Ammon e i paladini della ‘razza nordica’, viene ora ricordato, a testimonianza di una tradizione alquanto diversa, l’aforisma 377 de La gaia scienza: "No, noi non amiamo l’umanità: e d’altro canto siamo ben lontani dall’essere ‘tedeschi’ abbastanza [...] per metterci dalla parte del nazionalismo e dell’odio di razza, per poter provar gioia della rogna al cuore e del sangue inquinato delle nazioni, a causa delle quali oggi, in Europa, popolo contro popolo si guarnisce di frontiere e di sbarramenti come fossero quarantene".


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    * Andrea Orsucci è ricercatore presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha compiuto ricerche sulla filosofia tedesca tra '700 e '900, pubblicando saggi su "Studi settecenteschi", "Giornale critico della filosofia italiana", "Archivio di storia della cultura". E' autore dei volumi Tra Helmoltz e Dilthey: filosofia e metodo combinatorio (Napoli 1992), Dalla biologia cellulare alle scienze dello spirito. Aspetti del dibattito sull'individualità nell'Ottocento tedesco (Bologna 1992) e Orient-Okzident. Nietzsches Versuch einer Loslösung vom europäischen Weltbild (Berlin u. New York 1996).

    [1] - F. Nietzsche, Kritische Studienausgabe, hrsg. v. G. Colli u. M. Montinari, München, de Gruyter u. DTV,1988, Bd. 8, p. 96. Si tratta del frammento 5[198], scritto tra la primavera e l’estate del 1875.

    [2] - W. Draper, Geschichte der geistigen Entwicklung Europas, Leipzig, Wigand, 1871, p.24. Cfr. A.Orsucci, Orient-Okzident. Nietzsches Versuch einer Loslösung vom europäischen Weltbild, Berlin u. New York, de Gruyter, 1996, p. 116.

    [3] - G. Vacher de Lapouge, Les sélections sociales, Paris, Thorin, 1896, p. 413. Lo scontro tra nordici e meridionali attraversa, a detta dell’autore, tutta quanta la mitologia greca: «lo studio del Pàntheon ellenico mostra che le divinità propriamente greche sono tutte bionde», al pari di Minerva, Diana e Apollo, mentre Ercole e Saturno, in quanto divinità di origine straniera, sono bruni (ivi, p. 415). Cfr. anche Id., L’Aryen, son rôle social, Paris, Fontemoing, 1899, p. 297.

    [4] - A. Mosso, Le origini della civiltà mediterranea, Milano, Treves, 1910, p. 330.

    [5] - Ibidem.

    [6] - S. Reinach, L’origine des aryens. Histoire d’une controverse, Paris, Leroux, 1892, p. 97.

    [7] - Nei primi anni ’70 cade la disputa tra De Quatrefages e Virchow intorno alla ‘razza prussiana’. Sull’argomento cfr. A. Orsucci, Orient-Okzident, cit., pp. 341 sgg. L’antropologo francese si sforza di far vedere come i prussiani, a differenza dei tedeschi delle regioni meridionali, discendano da stirpi finniche ed abbiano quindi, al pari dei Lapponi, oscure origini ‘asiatiche’.

    [8] - L. Poliakov, Il mito ariano. Storia di un’antropologia negativa, Milano, Rizzoli, 1976 (ed.or. 1973), p. 296.

    [9] - S. Reinach, Le mirage orientale, in: L’anthropologie, VI (1893), p. 547.

    [10] - G. Sergi, Origine e diffusione della stirpe mediterranea, Roma, Dante Alighieri, 1895, p. 25.

    [11] - Id., Arii e Italici. Attorno all’Italia preistorica, Torino, Bocca, 1898, p. 3. Sulla distinzione tra forma cranica dolicocefala (più allungata) e brachicefala (tendente al tipo sferico) cfr. Anders Retzius, Ethnologische Schriften, Stockholm, Norstedt & Söner, 1864, pp. 29 sgg.

    [12] - P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, Göttingen, Vandenhoeck u. Ruprecht, 1896, pp. 20-1.

    [13] - M. Müller, Vorlesungen über die Wissenschaft der Sprache, Bd. I, Leipzig, Mayer, 1863 (ed. inglese 1861), pp. 178-80 e 198-200.

    [14] - W. Z. Ripley, The Races of Europe. A sociological Study, London, Kegan, 1899, p. 455.

    [15] - M. Müller, Biographies of words and the home of the Aryans, London, Longmans, 1898 (prima edizione 1888), pp. 89-90 e 120-21.

    [16] - S. Reinach, L’origine des aryens, cit., p. 47. Sullo «sciovinismo scientifico» cfr. anche R. von Jhering, Vorgeschichte der Indoeuropäer, Leipzig, Breitkopf & Härtel, 1894, p. 24.

    [17] - L. Geiger, Zur Entwicklungsgeschichte der Menschheit, Leipzig, Cotta, 1871, p. 118 sgg.

    [18] - J. G. Cuno, Forschungen im Gebiete der alten Voelkerkunde, Leipzig, 1871, p. 28 sgg.; F. Spiegel, Eranische Alterthumskunde, vol. I, Leipzig, 1871, p. 426 sgg. L’antropologo Friedrich Müller riassume, condividendole, le argomentazioni proposte dai linguisti: «Was die Indo-Germanen betrifft, so hat man anfangs deren Ursitz [...] auf der Hochebene Pamir gesucht [...]. Man hat es [...] in der neuesten Zeit, wohl nicht mit Unrecht, gegen diese Ansicht geltend gemacht, dass der gemeinsame Sprachschatz der Indogermanen keine Spuren irgend welcher Bekanntschaft mit der Fauna und Flora Asiens verräth, dagegen die Bezeichnungen mehrerer allen indo-germanischen Völkern bekannten Bäume, wie der Birke, der Buche, der Eiche, eher nach Ost-Europa als nach Asien hinweisen» (Allgemeine Ethnographie, 2. Aufl., Wien, Hölder, 1879, p. 87).

    [19] - A. Hoefer, «Die heimat des indogermanischen urvolkes», Zeitschrift für vergleichende Sprachforschung, Bd. XX, 1872, p. 384. L’autore, cui si deve il primo resoconto della ‘svolta’, giudica i nuovi indirizzi di ricerca ben poco convincenti.

    [20] - La pungente ironia di Victor Hehn rappresenta, in questi anni, una posizione isolata: «Danach hat also Asien, der ungeheure Weltteil, die officine gentium, einen grossen Teil seiner Bevölkerung von einem seiner vorgestreckten Glieder, einer kleinen an Naturgaben armen [...] Halbinsel erhalten! Alle übrige Wanderungen, deren die Geschichte gedenkt, gingen von Ost nach West und brachten neue Lebensformen [...] in das Abendland, nur die älteste und grösste ging in umgekehrter Richtung und überschwemmte Steppen und W¨üsten, Gebirge und Sonnenländer in unermässlicher Erstreckung! Und die Stätte der ersten Ursprünge, [...] wo, wie wie ahnen, Arier und Semiten neben einander wohnten, [...] sie lag nicht etwa im Quellgebiet des Oxus am asiatischen Taurus oder indischen Kaukasus, sondern in den sumpfigen, spur- und weglosen, nur von den Furten der Elene und Auerochsen durchbrochenen Wäldern Germaniens». Le considerazioni di V. Hehn saranno poi riprese da R. von Jhering, Vorgeschichte der Indoeuropäer, cit., pp. 3 sgg.

    [21] - T. Poesche, Die Arier. Ein Beitrag zur historischen Anthropologie, Jena, Costenoble, 1878, pp. 9-11.

    [22]- Ivi, pp. 13-5 e 197. Poesche cita dal testo di A. Ecker, Crania Germaniae meridionalis occidentalis, Freiburg, Wagner, 1865, p. 77. Sull’opera di Poesche cfr. F. Villar, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 189-91.

    [23] - T. Poesche, Die Arier, cit., p. 45.

    [24] - Ivi, pp. 67 sgg. e 72 sgg. La tesi di Poesche si allaccia esplicitamente, sotto questo riguardo, a quanto affermato pochi anni prima da Cuno.

    [25] - Finalmente, sostiene A. Ecker (Archiv für Anthropologie, Bd. XI, 1879, pp. 365-69), si riconosce, «dass die Arier europäischen Ursprungs sind und in Europa von jeher zu Hause sind». A buon diritto, prosegue la recensione, Poesche presenta «die sogenannte kaukasische oder Mittelmeer-Race als ein Mixtum compositum der schlimmsten Art». Sulla fortuna del testo di Poesche cfr. O. Schrader, Sprachvergleich und Urgeschichte. Linguistisch-historische Beiträge zur Erforschung des indogermanischen Altertums, 2. Aufl., Jena, Costenoble, 1890, p. 140; S. Reinach, L’origine des Aryens, cit., p. 69.

    [26] - K. Penka, Origines Ariacae. Linguistisch-ethnologische Untersuchungen zur ältesten Geschichte der arischen Völker und Sprachen, Wien u. Teschen, Prochaska, p. 84.

    [27] - Ivi, p. 46 sgg. Per una critica alle tesi di Penka cfr. M. Müller, Biographies of words, cit. Si veda inoltre P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., pp. 33-4. Su K. Penka e sul ‘culto della razza bionda’ cfr. R. Römer, Sprachwissenschaft und Rassenideologie in Deutschland, München, Fink, 1985, pp. 23, 64 e 78. Un antropologo tedesco, F. von Luschan, allievo di Virchow, noterà nel 1892 contro Penka, «daß Skandinavien zu der Zeit, für welche allein die Quelle der Blonden gesucht werden kann, ein völlig unbewohnbares Land gewesen ist» (Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXIII. Bd., 1892, p. 106).

    [28] - Sul tipo ‘semitico’ delle popolazioni indigene dell’Italia preistorica Penka (Origines Ariacae, cit., pp. 94-5) segue C. Fligier, Zur prähistorische Ethnologie Italiens, Wien, Hölder, 1877, il quale cita (pp. 10, 19, 20) lavori di Morselli, Maggiorani e Nicolucci. Penka, riprendendo questa letteratura, condivide l’idea, «dass die italische Urbevölkerung mit den Semiten und Hamiten eine Race bildete» (Origines Ariacae, cit., p. 107).

    [29] - Ivi, p. 24.

    [30] - R. Virchow, «Gesammtbericht über die Statistik der Farbe der Augen, der Haare und der Haut der Schulkinder in Deutschland», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 89. L’inchiesta viene portata a termine, avendo rifiutato l’esercito la propria collaborazione, grazie all’appoggio delle strutture scolastiche.

    [31] - J. Kollmann, «Die Verbreitung des blonden und des brünetten Typus in Mitteleuropa», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 34.

    [32] - Ivi.

    [33] - In base ai risultati dell’inchiesta, nel ‘tipo biondo’ rientra il 31% della popolazione, il 14% appartiene al ‘tipo bruno’, mentre il 54% è costituito da forme intermedie. Cfr. R. Virchow, Gesammtbericht über die Statistik der Farbe der Augen, der Haare und der Haut der Schulkinder in Deutschland, cit., p. 91.

    [34] - R. Virchow, «Gesammtbericht über die von der deutschen anthropologischen Gesellschaft veranlassten Erhebungen uber die Farbe der Haut, der Haare und der Augen der Schulkinder in Deutschland», Archiv für Anthropologie, Bd. XVI, 1886, pp. 319-20. Cfr. W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., pp. 555-56. Questo dato, scandaloso per i partigiani della ‘razza nordica’, sarà rettificato pochi anni dopo da Otto Ammon, antropologo e pangermanista convinto. Sulla base di un’inchiesta condotta nel Baden, questi riuscirà a mostrare nel 1893, rovesciando le conclusioni di Virchow, che nei centri urbani prevalgono i dolicocefali, dunque gli ariani puri: «Die Langköpfigkeit [...] und die blonde Haare deuten auf germanischen Ursprung hin, und wenn wir uns die seelischen Anlagen der alten Germanen vergegenwärtigen, so wird es uns schon weniger unbegreiflich erscheinen, dass, je mehr der germanischen Merkmale ein Individuum in sich vereinigt, desto geeigneter dasselbe ist, den schärferen Wettbewerb um die Existenz in den Städten zu bestehen» (O. Ammon, Die natürliche Auslese beim Menschen, Jena, Fischer, 1893, p. 229). I risultati dell’inchiesta Virchow sono ben presenti a Nietzsche, che li utilizza nei paragrafi 5 e 11 della prima sezione di Zur Genealogie der Moral. O. Ammon, in seguito, osserverà stupito che Nietzsche — pur conoscendo solo in maniera approssimativa l’antropologia del tempo — si esprime con grande competenza allorché tratta della più antica popolazione residente sul suolo tedesco: «Nietzsche spricht hier beinahe wie ein Seher Wahrheiten aus, die heute noch vielen Anthropologen von Fach unfaßlich vorkommen, aber in Zukunft Gemeingut sein werden» (O. Ammon, Die Gesellschaftsordnung und ihre natürlichen Grundlagen, Jena, Fischer, 1895, p. 174).

    [35] - R. Virchow, Gesammtbericht über die Statistik der Farbe der Augen, der Haare und der Haut der Schulkinder in Deutschland, cit., p. 91.

    [36] - «Will man aus der Dolichocephalie und der Hellfarbigkeit [...] die Kriterien des ‘germanischen Typus’ machen, so wird ein grosser Theil von Süd- und Westdeutschland von demselben ausgeschlossen» (R. Virchow, «Rassenbildung und Erblichkeit», Festschrift für Adolf Bastian zu seinem 70. Geburtstage, Berlin, Reimer, 1896, p. 18).

    [37] - Ivi, p. 99. Per i ‘pangermanisti’ si apre, a partire da questo momento, un nuovo terreno di scontro, dato che non potranno più permettersi di ignorare la ‘questione finnica’. Scriverà ad esempio H. Hirt (Die Indogermanen. Ihre Verbreitung, ihre Urheimat und ihre Kultur, Strassburg, Trübner, 1905-7, Bd. I, p. 192): «Aber wenn wir unter den Finnen tatsächlich einen starken Satz von Blonden finden, so muss man doch fragen, wie viel hiervon auf frühere oder spätere indogermanische oder germanische Einwanderung zurückzuführen sein».

    [38] - L. Wilser, «Die Herkunft der Germanen», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 123. Nell’intervento Wilser riprende e riassume quanto sostenuto nel suo libro Die Herkunft der Deutschen, Karlsruhe, Braun, 1885. Su Ludwig Wilser, che diventerà in seguito un esponente di primo piano del ‘germanesimo razziale’, cfr. P. von zur Mühlen, Rassenideologien. Geschichte und Hintergründe, Berlin u. Bonn, Dietz, 1977, p. 68.

    [39] - «Ich bitte darum, dass wir nicht in blossem Patriotismus arbeiten und unsere Aufgabe nicht bloss in schwungvoller Begeisterung zu lösen suchen» (R. Virchow, replica, priva titolo redazionale, al discorso di L. Wilser, in Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 125).

    [40] - «Ja wenn H. Wilser ein Schüler Eckers ist, möchte ich ihn daran erinnern, dass Ecker ein grosses Verdienst gehabt hat, für Sudwestdeutschland nachzuweisen, dass zwei ganz verschiedene prähistorische Bevölkerungen auf einander gefolgt sind, dass die Bevölkerung, die in den Hügelgräbern ihre Todten niedergesetzt hat, absolut verschieden ist von den Völkern, die den ‘rein germanischen Typus’ mit sich gebracht haben. Ist es denn dem Herrn Redner unbekannt geblieben, dass brachycephale Leute in den Hügelgräbern und dolichocephale in den Reihengräbern stecken? Wie sollte es denn kommen, dass in Skandinavien von jeher dolichocephale Stämme gewöhnt hätten?» (R. Virchow, replica, cit., p. 124). Cfr. A. Ecker, Crania Germaniae meridionalis occidentalis, cit., pp. 2, 79-80, 86-94. Assai meno cauto di Virchow si mostrerà J. Ranke: «Es scheint sehr wahrscheinlich, daß die alte typische Form des germanischen [...] Schädels die langköpfige, dolichokephale war» (J. Ranke, Der Mensch, 2. Aufl., II. Bd., Wien u. Leipzig, Bibliographisches Institut, 1894, p. 296).

    [41] - J. Kollmann, «Die Kraniometrie und ihre jüngsten Reformatoren», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft fürAnthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXII. Jg., 1891, p. 44.

    [42] - Ivi, pp. 43-44.

    [43] - J. Kollmann, «Die Menschenrassen Europas und die Frage nach der Herkunft der Arier», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXIII. Jg., 1892, p. 104. In questo intervento, tenuto al congresso degli antropologi tedeschi svoltosi nel 1892, Kollmann osserva ancora: «Alle europäische Rassen sind also, soweit wir bisher in das geheimnis der Rassennatur eingedrungen sind, gleichbegabt für jede Aufgabe der Kultur. Es ist offenbar mindestens verfrüht, irgend einem der vorhandenen Typen einen besonderen geistigen Vorrang zuzuerkennen. Ja man kann wohl mit ziemlicher Sicherheit voraussagen, dass sich kein Vorzug finden lassen wird [...]. Die Schädelkapazität der Europäer und das Volumen ihres Gehirns geben für eine solche Auswahl nicht den mindesten Anhaltspunkt weder jetzt, noch für die Eisen-, Bronze- oder Steinzeit».

    [44] - Houston Stewart Chamberlain, Die Grundlagen des neunzehnten Jahrhunderts, München, Bruckmann, 1915 (prima edizione 1898), pp. 573 e 585-86.

    [45] - Ivi, pp.310-13 e 444.

    [46] - Sul congresso del 1892 e su Kollmann osserva Houston Stewart Chamberlain (ivi, pp. 586-88): «die gelehrtesten Herren von Europa haben feierlich zu Protokoll gegeben, alle Rassen seien an der Entwickelung der Kultur gleichbeteiligt, alle seien zu jeder Aufgabe der Kultur gleichbegabt [...]. Das Verfahren Kollmann’s bildet einen Rückschritt dem alten Theophrast gegenüber [...]. Dass die Rassen ebenso wenig wie die Individuen gleich begabt sind, das bezeugen Geschichte und tägliche Erfahrung; die Anthropologie lehrt uns nun ausserdem (und trotz professor Kollmann), dass bei Rassen, welche bestimmte Taten vollbrachten, eine bestimmte physische Gestaltung die vorherrschende war».

    [47] - Cfr. S. Reinach, L’origine des Aryens, cit., p. 4. Il testo di Schrader, pubblicato in prima edizione nel 1833, viene ben presto considerato «by far the most important book which has yet been written on the subject» (I. Taylor, The Origin of the Aryans. An Account of the prehistorich Ethnology and Civilisation of Europe, London, Scott, , 1889, p. 44). Cfr. anche W. Z. Ripley che nel 1899 (The Races of Europe, cit., p. 476) definirà l’opera lo «standard work» sull’argomento.

    [48] - «Wo indogermanische Wölker in der Geschichte begegnen, zeigen sie jedenfalls keinen einheitlichen körperlichen Typus. Selbst die alten Germanen, die man sich gegenwärtig gern als Urbilder des ganzen indogermanischen Stammes denkt, hält Virchow in dem [...] Vortrage Die Deutschen und die Germanen (Verhandlungen der Berliner Gesellschaft für Anthropologie etc. 1881) für wahrscheinlich bereits körperlich differenziert. Ja, derselbe Forscher, dessen behutsame Vorsicht man sich in diesen Fragen noch am liebsten anvertrauen wird, hat später (Korrespondenzblatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie 1883, p. 144) einen einheitlichen Typus der Indogermanen direkt in Abrede gestellt und angenommen, daß zwei Reihen, eine dolichokephale und eine brachikephale in demselben von jeher neben einander hergegangen seien. Wie dem aber auch immer sei, so viel ist sicher, daß alle diese Fragen heute noch so wenig geklärt und spruchreif sind, daß der Versuch, wie ihn Penka unternommen hat, vom Standpunkt der Kraniologie und anderer anatomischer Merkmale aus die Ursprünge der Indogermanen zu bestimmen, a limine als verfrüht bezeichnet werden muß» (O. Schrader, Sprachvergleich und Urgeschichte, cit., pp. 161-62.).

    [49] - O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, 1, Strassburg, Halbband, , 1901, p. 896. Anche S. Reinach si schiera, nel 1891, a favore di Virchow, riprendendo un intervento del 1889 in cui questi dichiarava, «dass wir uns in Acht nehmen müssen mit den Ariern. Ein Arier, wie es sein soll, ist wohl noch nicht gefunden» (Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XX. Jg., 1889, p. 121).

    [50] - O. Schrader, Sprachvergleich und Urgeschichte, cit., p. 624 sgg. Queste considerazioni mancano nella prima edizione. Sul ‘nomadismo semita’ cfr. Poliakov, p. 315.

    [51] - E. Meyer, Geschichte des Alterthums, II. Bd., Stuttgart, Cotta, 1893, pp. 40 sgg. Su posizioni ben diverse fu F. Ratzel, Der Ursprung und die Wanderungen der Völker geographisch betrachtet, Leipzig, 1900, p. 47.

    [52] - H. Hirt, Die Indogermanen, cit., Bd. I, p. 195.

    [53] - H. Hirt, Die Indogermanen, cit., Bd. I, pp. 190 sgg.; M. Much, Die Heimat der Indogermanen im Lichte der urgeschichtlichen Forschung, 2. Aufl., Berlin, Costenoble, 1904, pp. 342 sgg. Cfr. G. Poisson, Les Aryens. Étude linguistique, ethnologique et préhistorique, Payot, Paris 1934, pp. 16-7.

    [54] - M. Much, Die Kupferzeit in Europa und ihre Verhältnis zur Kultur der Indogermanen, 2. Aufl., Jena, Costenoble, 1893, pp. 340-42. Matthaeus Much, figura di spicco nell’archeologia tedesca del tempo, condivide senza riserve le teorie di Penka (op. cit., pp. 305 e 344). Che gli Indogermani, i quali ben conoscevano, già prima della separazione, la coltivazione della terra, non siano da identificare con i nomadi delle steppe, viene sostenuto, contro Schrader, anche da H. Hirt, Die Indogermanen, cit., Bd. II, pp. 618-19. Già Penka aveva sostenuto, alcuni anni prima, che il «carattere psichico dei turanici» si spiega con la conformazione della steppa (Origines Ariacae, cit., pp. 80-1). La parola conclusiva sull’argomento verrà detta da P. Kretschmer nel 1896. I partigiani del ‘partito nordico’, a suo avviso, continuano a ritenere, in ossequio al vecchio schema dei ‘tre livelli’, che nell’avvicendamento di popolazioni dedite alla caccia, alla pastorizia e all’agricoltura si compia il ritmo necessario della storia (Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., pp. 70-1).

    [55] - S. Reinach, L’origine des Aryens, cit., p. 96.

    [56] - Si veda la precedente nota 24.

    [57] - R. Hartmann, Die Nigritier, I. Teil, Wiegandt, Berlin 1876, p. 185.

    [58] - R. v. Jhering, Vorgeschichte der Indoeuropäer, cit., p. 2.

    [59] - E. De Michelis, L’origine degli Indo-Europei, Torino, Bocca, 1903, p. 38.

    [60] - P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., pp. 20 sgg. e 48 sgg. In proposito si veda R. Römer, Sprachwissenschaft und Rassenideologie, cit., p. 56.

    [61] - P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., p. 37.

    [62] - Ivi, p. 37-8.

    [63] - Ivi, p. 39. Qui si rinvia ad una comunicazione in cui Virchow, nel 1892, ribadisce la sua sfiducia verso classificazioni razziali basate su dati craniologici: «Wir sind allmählich sehr vorsichtig geworden in der Benützung der Schädel als alleiniger Merkmale ethnischer Verhältnisse» (Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXIII. Jg., 1892, p. 101). In proposito si veda anche R. Virchow, Rassenbildung und Erblichkeit, cit., pp. 19 e 25-6.

    [64] - «Wenn wir nun die Tatsachen aus der bisherigen Geschichte der Craniologie zusammenfassen, so müssen wir zu dem Resultate gelangen, dass die Craniologie nach keiner Richtung hin die grossen Erwartungen erfüllt hat, welche man Anfangs von ihr hegte; denn alle diejenigen grossen Bedeutungen, die man ihr zugeschrieben hat, haben sich als illusorisch erwiesen. So hat sich die Annahme, als könnte man die sprachliche Verwandtschaft der einzelnen Menschengruppen auch craniologisch in Kategoien darstellen, ebenso illusorisch erwiesen, wie die andere Annahme, als müsste je einer Menschengruppe auch je ein einziger Schädeltypus entsprechen, und ebenso wie die dritte Annahme, dass nämlich mittelst der Craniologie die sogenannten ‘reinen’ Menschenrassen von den ‘gemischten’ unterschieden werden könnten [...]. Wir wissen ja genügend, wie heikelig das Wort ‘Rasse’ benutzt werden muss [...]. Die Ungereimtheit, die Rasse schon durch einen einzigen Körpertheil und schon durch einige oberflächliche Messungen dieses einzelnen Körpertheils bestimmen zu wollen, muss ja doch auf den ersten Blick evident sein» (A. von Török, «Über den Yezoer Ainoschädel», Archiv für Anthropologie, XXIII. Jg., 1895, pp. 264-66). Parte del brano è riportato da Kretschmer (Einleitung, cit., p. 46).

    [65] - A. Retzius, Ethnologische Schriften, cit., pp. 1-24.

    [66] - A. De Quatrefages, E. T. Hamy, Crania ethnica. Les cranes des races humaines, Paris, Baillière, 1882, p. 100.

    [67] - P. Broca, «Sur les caractères des crânes basques», Bull. Soc. d’Anthrop. de Paris, t. III, 1862, pp. 579 sgg.

    [68] - I. Taylor, The Origin of the Aryans, cit., pp. 215-16. Cfr. A. De Quatrefages, E. T. Hamy, Crania ethnica, cit., pp. 5-98.

    [69] - Nicolucci, La stirpe Ligure in Italia, Napoli 1864.

    [70] - Sergi, Nicolucci e Zampa fanno vedere come il bacino padano, in cui predomina adesso il tipo brachicefalo, fosse abitato nel Neolitico da una razza dolicocefala (cfr. W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., pp. 262 e 463).

    [71] - E. De Michelis, L’origine degli Indo-Europei, cit., p. 494. Cfr. anche W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., pp. 454-56.

    [72] - K. Penka, Origines Ariacae, cit., p. 27.

    [73] - E. De Michelis, L’origine degli Indo-Europei, cit., p. 495.

    [74] - A. De Quatrefages, L’espèce humaine, Paris, Baillière, 1877, pp. 254-58; A. De Quatrefages, Introduction a l’étude des races humaines, Hennuyer, Paris 1889, pp. 488-89; P. Topinard, Anthropologie, Leipzig, Baldamus, 1888, pp. 438-41; A. Bertrand, La Gaule avant les gaulois, Paris, Leroux, 1891, pp. 163 sgg. e 182-231; H. D‘Arbois de Jubainville, Les premiers habitants de l’Europe, 2. édition, t. II, Paris, Thorin, 1894, pp. 330 sgg.

    [75] - W.Z. Ripley, The Races of Europe, cit., p.487. Di S.Reinach si veda Le Mirage orientale, cit., pp.539-78.

    [76] - G. Sergi, Arii e Italici. Attorno all’Italia preistorica, Torino, Bocca, 1898, p. 140. Sull’opera del Sergi si veda il giudizio di G. Devoto, Origini indoeuropee, Firenze, Sansoni, 1962, p. 56.

    [77] - G. Sergi, Origine e diffusione della stirpe mediterranea, Roma, Dante Alighieri, 1895, p.83. Dell'opera si veda anche l'edizione inglese, molto accresciuta: The mediterrean Race. A study of the origin of European Peoples, London 1901. Sulla fortuna delle dottrine di Sergi in Inghilterra, cfr. la noterella di Giuffrida-Ruggieri in Archivio per l’antropologia e l’etnologia, vol. XLII, 1912, pp. 285-86, in cui vengono recensiti i lavori di R. N. Bradley (Malta and the Mediterrean Race, London 1912) e A. Churchward (The Origin and Evolution of primitive Man, London 1912). Anche B. Modestov (Introduction a l’histoire romaine, Alcan, Paris 1907, pp. 105-13) approva le concezioni di Sergi. Sull’antropologo italiano cfr. P. von zur Mühlen, Rassenideologien, cit., p. 223.

    [78] - G. Sergi, Arii e Italici, cit., p. 211. Cfr. anche Id., Gli Arii in Europa e in Asia, Torino, Bocca, 1903, pp. 8 sgg.

    [79] - G. Sergi, Arii e Italici, cit., p. 138. La ‘lotta ideologica’ che infuria, all’epoca, quando si parla di grandi categorie antropologiche (i Germani, i Celti, i Mediterranei), si ripresenta, con immutata forza polemica, anche in innumerevoli varianti locali. Per Sergi i Liguri fanno parte della ‘razza eurafricana’ (sono dunque dolicocefali), sono invece brachicefali per Taylor e H. D‘Arbois de Jubainville. Le Terramare paiono costruzioni ‘mediterranee’ a Sergi, ‘ariane’ a C. Fligier (Zur praehistorischen Ethnologie Italiens, Hölder, Wien 1877, p. 9).

    [80] - Ivi, pp.70 e 200.

    [81] - Ivi, p. 73.

    [82] - Ivi, pp. 138 e 201-2.

    [83] - O. Ammon, Die natürliche Auslese, cit., p. 177.

    [84] - Ivi, p. 185. Già Penka, nel 1883, affrontando il «carattere psichico» delle razze turaniche, riferiva di un tipo umano «passivo-flemmatico» e conservativo, capace di dar vita a complessi organismi sociali, ma privo dell’intraprendenza e della forza di volontà propria degli ariani (Origines Ariacae, cit., pp. 110-11). Per quanto riguarda la forza di volontà delle genti ariane, Penka seguiva Gobineau, Essai sur l’inegalité des races humaines, IV, Paris 1855, p. 36.

    [85] - G. Vacher de Lapouge, «L’anthropologie et la science politique», Revue d’Anthropologie, 1887, p. 149. In Italia A. Livi crede di poter mostrare che tra le ‘classi professionali’, nelle regioni settentrionali del paese, vi sono più dolicocefali che tra i conadini. Le sue conclusioni sono discusse da Ripley, The Races of Europe, cit., p. 41.

    [86] - G. Vacher de Lapouge, Les sélections sociales, cit., p. 15.

    [87] - E. De Michelis, L’origine degli indo-europei, cit., pp. 130-31 e 611. L’autore, assai incisivo nel riassumere le conclusioni dell’antroposociologia, avversa comunque duramente Ammon e Lapouge. Su questi temi si veda anche A. Vierkandt, Naturvölker und Kulturvölker. Ein Beitrag zur Socialpsychologie, Leipzig, Duncker & Humblot, 1896, pp. 306-8.

    [88] - M. Much, Die Heimat der Indogermanen im Lichte der urgeschichtlichen Forschung, 2. Aufl., Berlin, Costenoble, 1904, pp. 346-347.

    [89] - W. Hentschel, Varuna. Das Gesetz des aufsteigenden und sinkenden Lebens in der Geschichte, 2. Aufl., Leipzig, Fritsch, 1907, p. 58. Sull’autore cfr. G. L. Mosse, Ein Volk, ein Reich, ein Führer, Königstein, Athenäum, 1979, pp. 125 sgg.

    [90] - W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., p. 456.

    [91] - Ivi, pp. 37-57.

    [92] - Ivi, p. 466-67. Più avanti Ripley parla delle «undoubtedly negroid physical affinities of the most primitive substratum of European population» (ivi, p. 479). Su Ripley, antropologo estraneo a pregiudizi razziali, cfr. P. von zur Mühlen, Rassenideologien, cit., p. 252.

    [93] - Ivi, pp. 467-468.

    [94] - M. Much, Die Heimat der Indogermanen, cit., pp. 342-343.

    [95] - S. Müller, Urgeschichte Europas. Grundzüge einer prähistorischen Archäologie, Strassburg, Trübner, 1905, p. 50. Nota ancora Sophus Müller (ivi, p. 66): «Mehr als drei Jahrtausende liegen zwischen dem Abschluß der Steinzeit am Eismeer und ihrem Ende am Mittelmeere». Per la polemica con Penka cfr. ivi, pp. 49-53, laddove l’autore prende le distanze anche da S. Reinach, il quale vuol «nachweisen [...], daß Europa zu einem wesentlichen Teile vom Orient ganz unabhängig sei».

    [96] - Ivi, p. 77. Queste conclusioni sono condivise da S. Feist, Indogermanen und Germanen, Halle, Niemeyer, 1914, pp. 30-2.

    [97] - S. Müller, Urgeschichte Europas, cit., pp. 40 e 72-77. Si confrontino queste pagine con quanto scrive, in prospettiva ben diversa, M. Much, Die Kupferzeit in Europa, cit., pp. 305 sgg. Posizioni analoghe a quelle sostenute da Sophus Müller sono invece sia in W. Z. Ripley (The Races of Europe, cit., pp. 507 sgg.), sia in E. De Michelis (L’origine degli Indo-Europei, cit., pp. 441 sgg). Le idee di M. Much vengono invece approvate da H. Hirt (Die Indogermanen, cit., Bd. I, pp. 194-95), da W. Hentschel (Varuna, cit., pp. 126 sgg. e 134 sgg.) e da L. Wilser (Herkunft und Urgeschichte der Arier, Heidelberg, Hörning, 1899, pp. 15 e 47). Sui lavori di M. Much cfr. R. Römer, Sprachwissenschaft und Rassenideologie, cit., pp. 68 e 79.

    [98] - S. Müller, Urgeschichte Europas, cit., p. 166. G. Sergi («Gli italiani della rinascenza», Rivista d’Italia, aprile 1906, p. 543) si dichiara prontamente d’accordo con S. Müller. Assai critici saranno invece K. Penka (Herkunft der alten Völker Italiens und Griechenlands wie ihrer Kultur, Leipzig, Thüringische Verlags-Anstalt, 1907, p. 25) e G. Kossinna (Die deutsche Vorgeschichte, eine hervorragend nationale Wissenschaft, Würzburg, Kabitzsch1912, pp. 46 sgg.).

    [99] - E. De Michelis, L’origine degli indo-europei, cit., p. 179.

    [100] - P. Mantegazza, «Gli Ariani», Archivio per l’antropologia e la etnologia, vol. XIV, 1884, p. 366. Per Mantegazza, in definitiva, gli ariani sono soltanto un ‘mito storico’: «Or dunque, i dotti e i dottissimi, per andare alla ricerca di questo Adamo [la stirpe ariana originaria] attaccarono al loro carro due cavalli detti filologia comparata e antropologia e si misero in cammino [...]. Se non che la filologia più robusta, più adulta e meglio nutrita tirava per due, e la povera antropologia, lottando invano [...], fini per lasciarsi trascinare dove l’altra voleva [...]. Oggi le teorie etniche sono quasi tutte di origine filologica e contraddicono le antropologiche» (op. cit., p. 365). Nel 1895 (vol. XXIV, pp. 340-44) Mantegazza recensisce sulla rivista anche il volume di I. Taylor.

    [101] - P. Mantegazza, recensione a G. Sergi, Gli Arii in Europa e in Asia (1903), in Archivio per l’antropologia e la etnologia, vol. XXXXII, 1902, p. 591.

    [102] - N. Colajanni, «Razze inferiori e razze superiori», La Rivista popolare illustrata, Roma, 1903, p. 14.

    [103] - Ivi, p. 19.

    [104] - N. Colajanni, Razze inferiori e razze superiori, cit., p. 15.

    [105] - Ivi, p. 49.

    [106] - N. Colajanni, Razze inferiori e razze superiori, cit., p. 153 e 165-66. Cfr. G. Ferrero, Europa giovane, p. 177.

    [107] - Ivi, p. 166.

    [108] - B. Croce, Conversazioni critiche. Serie prima, Laterza, Bari, 1924, p. 171. La ricerca di Colajanni, scritta con chiarezza e «sennato raziocinio», svolge temi di grande rilievo, tanto più importanti nel momento in cui «corrono in istampa tante trattazioni pseudoscientifiche sulla senile decadenza latina e la giovinezza germanica, sull’impuro miscuglio etnico dei popoli dell’Europa meridionale e occidentale e sulla purezza dei germani e slavi» (ivi).

    [109] - H. Hirt, Die Indogermanen, cit., II. Bd., pp. 559 e 617; S. Feist, Europa im Lichte der Vorgeschichte und die Ergebnisse der vergleichenden indogermanischen Sprachwissenschaft, Berlin, Weidemann, 1910, p. 9; G. Poisson, Les aryens, cit., p. 18.

    [110] - E. De Michelis, L’origine degli indo-europei, cit., p. 679.

    [111] - Ivi, p. 192. De Michelis, dopo aver passato in rassegna le ipotesi ottocentesche sulla patria d’origine degli indoeuropei, sostiene a sua volta, con argomenti ricavati dalla ‘paleolinguistica’, che le stirpi ‘ariane’ europee discendono da «un comune ceppo etnografico, avente le sue radici nelle regioni del medio e basso Danubio, tra i Carpazi e i Balcani» (ivi, p. 666).

    [112] - Ivi, p. 679.

    [113] - Ivi, pp. 26-31, 284 sgg., 437-39.

    [114] - E. De Michelis, pp. 112 sgg., 494-500, 566 sgg. e 605.

    [115] - A. Mosso, Le origini della civiltà mediterranea, cit., p. 321.

    [116] - A. Niceforo, I Germani. Storia di un’idea e di una razza, Roma, Società Editrice Periodici, 1917, p. 20.

    [117] - Ivi, pp. 11 e 23-4. Su Niceforo, in merito al problema della razza, cfr. P. von zur Mühlen, Rassenideologien, cit., pp. 85 sgg.
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    Shalom

  4. #4
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    da www.avvenire.it


    " FRONTIERE DEL SAPERE


    Non tutto è caso Parola di scienziato

    Anche in Europa la ricerca s'interroga sul darwinismo Biologi, fisici e matematici osservano che l'uomo e l'universo sono troppo «perfetti» per essere originati soltanto da meccanismi casuali

    Di Luigi Dell'Aglio

    Chi parla di principio antropico, chi di disegno intelligente. Chi - come Paul Davies, fisico, matematico e astronomo, a Cambridge e ad Adelaide - percepisce nell'universo «al di là della materia bruta, qualcosa di forte, di sottile e inafferrabile, anzi: di elegante, di bello». Sotto varie forme, il dibattito sul disegno intelligente, scoppiato in Usa, è sempre più vivo anche in Europa e nel resto del mondo. Sono numerosi gli uomini di scienza convinti che la presenza umana nell'universo non sia affatto accidentale e non scaturisca dall'evoluzione come da una lotteria. Lo hanno detto in molti al professor Cees Dekker, olandese, biofisico molecolare dell'università di Delft, il quale ha raccolto queste e altre opinioni nel libro «Una fortuna fuori dal comune oppure un disegno evidente?». Ma in Olanda, all'uscita del saggio, è scoppiata una violenta polemica; il principio antropico è sembrato una bestemmia ai neo-darwinisti. Nel frattempo, anche un genetista del Max Planck Institut di Colonia, Wolf-Ekkehard Loennig, ha avuto molta risonanza esponendo osservazioni scientifiche nuove che mettono in dubbio il processo gradualistico dell'evoluzione darwiniana.
    Premesso che, per Darwin, l'evoluzione ha prodotto sviluppi molto lenti, Loennig afferma che «nelle piante e negli animali, nonostante il massiccio e continuo flusso di cambiamenti, i processi genetici di base e le principali caratteristiche molecolari sembrano restare stabili per più di tre miliardi e mezzo di anni. Per di più, i fossili autorizzano a pensare a spontanee, repentine comparse di forme nuove di vita (anziché a un loro arrivo, a innumerevoli piccoli passi, secondo il modello darwiniano), seguite in molti casi dalla estinzione, altrettanto improvvisa e spontanea, delle maggiori forme di vita, scomparse dopo periodi di tempo diversi». Ed ecco l'analisi critica: «Come ha ammesso, proprio poco tempo fa, il maestro della sistematica, Ernst May di Harvard, questa c ostante (stasis) di forme di vita, che contrasta con genomi fortemente dinamici, rappresenta uno dei problemi più spinosi per la moderna biologia dell'evoluzione. Ed esige una spiegazione. Come molti ricercatori, penso che vari fatti e argomenti militino per la tesi della complessità irriducibile (sostenuta da Michael J. Behe) che, in combinazione con la complessità specifica (William A. Dembski) caratterizza certi sistemi biologici di base e può suggerire una soluzione non gradualistica del problema». Insomma il dibattito in corso in Usa (dove Behe e Dembski sostengono che, per la loro complessità, almeno certi sistemi biologici non possono essere considerati il risultato dell'evoluzione) si arricchisce, in Europa, di nuovi spunti.
    E, anche quando mancano spunti scientifici diretti, come quelli messi in evidenza da Loennig, è l'inferenza logica, la deduzione filosofica, a spingere molti verso il disegno intelligente. Secondo Philip Larrey, che è americano ma insegna alla Pontificia università lateranense e ha approfondito lo studio di questo dibattito sia di là che di qua dall'Oceano, la discussione fa presa perché anche in Europa ci si chiede: «Se pure quella di Darwin è un'inferenza logica, cioè una deduzione, perché l'inferenza darwiniana viene considerata scientifica mentre quella del "disegno intelligente" deve essere ritenuta non scientifica?».
    Poi ci sono fisici che, pur non prendendo ancora parte diretta nel dibattito, pensano che esista un codice nascosto della natura che può essere svelato con procedimenti matematici ed espresso in forma di equazioni che descrivono le particelle subatomiche. Dice Paul Davies: «Il cervello umano si è evoluto per poter fronteggiare tante sfide, ma scoprire e capire le regole matematiche che mandano avanti l'universo mi sembra una capacità nettamente superiore alle necessità. E allora concludo: la nostra presenza di esseri senzienti e coscienti non è affatto accidentale nell'universo». Paul Davies no ta che parecchi, fra quanti accettano il processo dell'evoluzione, «credono che i cambiamenti accumulatisi nel tempo non siano altro che un mezzo di cui si è servito Dio nella creazione del mondo. Anche per questi pensatori, più di un ragionamento permette di non rassegnarsi all'ipotesi dell' "universo assurdo"».
    Il fisico e matematico John Polkinghorne, presidente del Queen's College a Cambridge, fa notare che, se il rapporto tra forza di gravità ed elettromagnetismo non fosse quello che è, non vi sarebbe vita sulla Terra. E aggiunge molte argomentazioni simili a questa. Per concludere, insieme all'astronomo Fred Hoyle, che «l'universo è un "colpo" perfettamente riuscito, il prodotto di una formidabile intelligenza».
    Quello di George Ellis è un nome che spicca nella comunità scientifica mondiale. Ellis, che insegna matematica applicata a Città del Capo (Sudafrica), si chiede: «L'universo è frutto di una stranezza del caso, oppure già all'inizio esistevano condizioni molto speciali perché si disegnasse il cammino che avrebbe portato alla vita? E come hanno fatto, la vita e la coscienza (e l'autocoscienza), a emergere dal mondo inanimato della fisica e della chimica? Il cervello umano può ridursi a una specie di computer che elabora informazioni secondo le leggi dell'evoluzione?». La risposta non può venire da esperimenti scientifici. «Ma molte considerazioni lasciano pensare che le leggi della fisica e la natura dell'universo siano state concepite per creare le condizioni adatte alla vita intelligente», dichiara Ellis. Sul fronte dell'intelligent design (che non si identifica tout court con le posizioni dei movimenti creazionisti) si schiera anche John Lennox, matematico di Oxford, con un libro che ora è uscito anche in Italia - (Le origini e la morale, edito da Ibei): «Dobbiamo stabilire se l'uomo è un alieno in un universo ignaro della sua presenza, che non s'interessa minimamente di l ui, oppure se la Terra rivela di essere stata progettata come una casa per accoglierlo. Siamo impressionati dalle informazioni genetiche necessarie per la costruzione di un essere umano. Penso sia difficile, da un punto di vista scientifico, supporre che queste informazioni non derivino da una fonte razionale. Non siamo pezzi di materia che l'evoluzione getta via e consegna all'oblio».
    E c'è chi chiede più libertà di parola, e più ascolto, sull'argomento. Il professor Matti Leisola è preside della facoltà di Chimica all'università della Tecnologia di Helsinki. «I programmi tv e i testi scolastici di scienza affermano in blocco che la teoria dell'evoluzione "spiega pienamente la complessità degli esseri viventi" e che l'evidenza scientifica è tutta a sostegno dell'evoluzionismo darwiniano. E aggiungono testualmente: "Questo è quanto riconosce chiunque si reputi scienziato". Bene: io e tanti altri uomini di scienza siamo la testimonianza vivente che contraddice questa affermazione. Il nostro è dissenso scientifico. E merita di essere ascoltato».
    "


    Shalom

  5. #5
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    Caspita, han citato pure un mio amico di Duesseldorf (non sta più a Colonia)! vedo che anche ad Avvenire, malgrado le tare dovute al fideismo militante, a volte scappa la penna!

    Sul darwinismo come teoria scientifica a se stante si è detto tutto ed il contrario di tutto. Spesso sbagliando, fraintendendo o facendo volontariamente confusione per alzare il solito polverone politico.

    Il darwinismo inteso come lo si intende qui, e cioè le giraffe che hanno il collo lungo che vincono su quelle col collo più corto, è scientificamente superato da almeno 80 anni.
    Ma non per questo va svilito. Grazie alle fantastiche osservazioni di Darwin è nata una scienza, la biologia evoluzionistica, che insieme alla genetica aprirà all'uomo la "scatola nera" della vita.
    E se darwin si può discutere (giustamente) per la grossolanità di molti suoi commenti, assolutamente non si può negare il valore scientifico (seguendo il metodo) dei risultati che sono conseguiti all'evoluzionistica.
    L'albero della vita, tanto studiato ultimamente e che ogni giorno acquista nuovi rami (credo che il mio amico Dr. Wilkinson, del museo di storia naturale di Londra abbia ancora una bella pagina web in cui ne spiega lo sviluppo), è senza dubbio la strada che ripercorre l'evoluzione delle forme di vita sul nostro pianeta.
    Non perchè sia filosoficamente interessante o stimolante, ma semplicemente perchè è una successione logica di modificazioni di codici genetici, che si arricchiscono, perdono parti e ne acquistano altre, portando alla nascita di nuove specie, ed alla scomparsa di altre.
    Potrei addentrarmi nella discussione filosofica sul concetto di specie, che oggi non ha più alcun senso se non per definire un grado di similarità di codice genetico tra organismi diversi. Ma non lo farò, perchè se da un lato ci farebbe capire che nel mondo scientifico nulla è immobile, dall'altro ci allontanerebbe dal tema della discussione.
    La perfezione dell'universo, o della vita stessa, che alcuni scienziati anelano, è molto lontana dall'essere dimostrata, anzi, ogni mese (in luglio lo è stato dimostrato per le catene trofiche pelagiche, Nature, altri amici miei) nuovi ecosistemi vengono spiegati con modelli che seguono le leggi del caos.

    Certo, questo non significa smettere di cercare, ne tantomeno pensare di avere una risposta per tutto. Ma mai nessuno scienziato lo direbbe seriamente! La strada verso la conoscenza dei segreti della vita è appena stata intrapresa. Ogni giorno nuove scoperte ci portano a nuove domande, mentre rispondono ad altre. L'uomo non è speciale, almeno non nel senso evolutivo: ha un codice genetico molto più piccolo di quello di una pianta poliploide qualsiasi, ha molti meno geni di un verme. Ha una capacità che altri organismi non hanno: quella di utilizzare molto bene i geni, che sono in buona parte attivi. E questa cosa è interessante, siamo superspecializzati... per la tecnologia?
    Ricadremmo nel darwinismo!


    Malgrado tutto Darwin resta una pietra miliare, con le sue teorie, nello studio della scienza. per questo chi lo nega, chi lo leva dai libri di testo, è semplicemente un ignorante. Il mondo ne è pieno.

  6. #6
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    Credo che quasi nessuno neghi che Darwin sia importante, neppure quelli che ne contestano le teorie, come non credo che la "specialità" dell'uomo nella natura si misuri dalla "grandezza" del suo codice genetico. Quelli che levano Darwin dai libri di testo sono dei fondamentalisti, come quelli che in nome del materialismo storico-dialettico levavano dai libri gli "scienziati borghesi" e.......Dio. Giusto compagno Lysenko?

    Shalom

  7. #7
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    Diciamo che il codice genetico è, ad oggi, il tool più adatto nella valutazione dei processi evolutivi. Anche se alcune ricerche (indovina di chi? ) sembrerebbero dirci che alcuni organismi "primordiali" con un DNA molto elementare in realtà hanno sviluppato una "plasticità" fenotipica tale da rendere inutili grosse modifiche dello stesso...

    Tornando all'uomo... beh, non so se sia così speciale... indipendentemente dal fatto che non abbiamo prove per affermarlo. Gli scimpanzè bonobo, che sono gli organismi viventi più simili all' H.sapiens sapiens, in caso di disputa nel branco, si riuniscono e mettono tutto a posto con una bella orgia di gruppo...
    Se penso a Bush o a Bin Laden, beh, io un bonobo al loro posto ce lo metterei per un po'... così, per vedere come và...

    (PS: chi cerca di nascondere delle ipotesi o delle teorie sbaglia sempre, anche se per certe "ipotesi" di moderni scienziati creazionisti ben foraggiati e poco preparati, un pietoso silenzio è la medicina migliore!)

  8. #8
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    Non conosco nessun Bonobo che abbia la minima idea di che cosa siano............... il fenotipo, il genotipo, la filogenesi, l'ontogenesi e il codice genetico, anche se sicuramente svariate persone che sanno proprio tutto di queste cose non è che, ne convengo, siano necessariamente molto più sagge dello scimpanze' "nano" (vuoi dire che Clinton era un bonobo?), sicuramente lo sono molto meno di George W. Bush

    Per il resto..........detesto il riduzionismo. E sono un "realista critico".


    Shalom



    P.S. = i bonobo sono la mia passione, non perdo mai un documentario o un articolo di "Le Scienze".....su di loro............e non perchè sono un ....guardone.........

  9. #9
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    In origine postato da Aeroplanino
    Diciamo che il codice genetico è, ad oggi, il tool più adatto nella valutazione dei processi evolutivi. Anche se alcune ricerche (indovina di chi? ) sembrerebbero dirci che alcuni organismi "primordiali" con un DNA molto elementare in realtà hanno sviluppato una "plasticità" fenotipica tale da rendere inutili grosse modifiche dello stesso...
    Non ti ho mai considerato..........un organismo primordiale .....ma in un certo senso, ripensandoci

    Shalom

  10. #10
    God, Gold & Guns
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    Predefinito Re: Il lato oscuro del darwinismo

    In origine postato da Silvioleo
    Relativismo morale, razzismo ed eugenetica nel pensiero di Darwin
    di Guglielmo Piombini

    Quando si parla di Charles Darwin, la “correttezza politica” impone di mantenere ben separate le sue teorie evoluzionistiche dalle cattive applicazioni che ne hanno fatto i darwinisti sociali. Gli interessi di Darwin, ci viene assicurato, erano esclusivamente naturalistici, e coloro che applicarono i meccanismi della selezione del più adatto alle vicende umane non andrebbero considerati come suoi seguaci, ma come traditori della sua eredità. La crescita tumultuosa che ebbe il movimento eugenetico dopo la diffusione delle teorie di Darwin rappresenterebbe quindi un incidente di percorso, un’aberrazione rispetto alla scientifica purezza della teoria darwiniana, un caso di uso pseudoscientifico della scienza.

    ... omissis ...

    Io sono un Darwinista Sociale

 

 
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