Caro Turci, la Rosa non è ricettacolo di “ex”
di Francesco Pullia
E così, se ben abbiamo capito, la Rosa nel Pugno avrebbe il suo salvatore nella persona del compagno Lanfranco Turci, il quale esente, per usare la sua terminologia, da “astruserie politichesi e meschinità personalistiche” si propone come garante di “quegli intellettuali, quei professionisti, quei militanti ex socialisti ed ex diessini che rappresentano l’area molto numerosa degli elettori che sono arrivati al voto per la Rosa nel Pugno non provenendo né dal voto per lo SDI, né dai radicali”.
Senza nulla togliere al valore e all’impegno appassionato di Turci e nel pieno rispetto delle sue opinioni, viene innanzitutto spontaneo chiedersi quali effettivi riscontri possano confortare la sua tesi di una Rosa ricettacolo di ex socialisti ed ex diessini. Ci si domanda, tra l’altro, quali sarebbero le “astruserie politichesi”. Possiamo, per cortesia, conoscerle? Inoltre gradiremmo sapere dove risiederebbe, in cosa consisterebbe, la “idiosincrasia” radicale “a prendere in considerazione anche le più elementari regole di una vita organizzata di partito”.
Certo, se per “vita organizzata di partito” si intendono il “centralismo democratico” vigente nell’ex PCI o il verticismo tipico delle sezioni socialiste “radicate nel territorio” è chiaro che i radicali sono totalmente avulsi da qualsiasi criterio di organizzazione partitica. In altri termini, se si pretende di interpretare e com-prendere il radicalismo attraverso le categorie tradizionali della politica non si fa altro che un buco nell’acqua.
Sfugge, ad esempio, che i radicali sono stati gli unici a tradurre in politica quel “ragionevole sregolamento dei sensi” che un poeta come Rimbaud (ed è giunto il momento di affermare che chi non ha il coraggio di vivere la forza di un verso non può neppure immaginare alcunché di politico!) intravide e descrisse.
Siamo, poi, davvero certi che nella Rosa nel Pugno siano confluiti tutti quegli “ex” di cui si parla. La nostra opinione è molto diversa. Un conto è sperare che la formazione diventi un punto di riferimento per un’area sempre più vasta di laici e riformatori, un altro è avallare a tutti i costi forzature prive di appiglio. Ad ogni modo la Rosa non può essere un luogo di ritrovo per “ex”, una sorta di dopolavoro per delusi di altri partiti, ma un centro di elaborazione e costruzione di alternativa.
Chi, da neofita, critica tanto il comportamento dei radicali dovrebbe interrogarsi sulle motivazioni (ahinoi prevedibili ma non per questo non scongiurabili) che hanno portato di punto in bianco lo SDI a tramutarsi da fiero oppositore del “compromesso bonsai” (vi ricordate l’efficace definizione di Ugo Intini?) costituito dal virtuale “partito democratico” in, ci spiace dirlo, mendicante di un tranquillo, sicuro e remunerato posticino all’ombra di alberi secolari.
Non di una pseudo “corrente interna terzista” la Rosa ha bisogno ma di uno sforzo smisurato, questo sì, per sottrarre un progetto alla sua burocratizzazione, al suo snaturamento in qualcosa di altro, cioè al suo deperimento nell’essere-partito-come-gli-altri.
La Rosa nel Pugno, con o senza lo SDI, deve andare avanti e fiorire come un centro di propulsione della sinonimia liberalsocialista, radicale, nonviolenta. Per questo sarebbe più costruttivo, proficuo, impegnarsi nell’indizione di un congresso organizzativo, da tenersi preferibilmente ad Orvieto per motivi più volte spiegati, anziché nella costituzione di associazioni la cui esistenza denuncia sin dall’inizio la propria precarietà e di cui francamente non si sente il bisogno.




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