di Maurizio Blondet


BAGHDAD - La carneficina da panico a Baghdad ci dice alcune cose sugli sciiti. Data la situazione di violenza endemica, era il caso di andare in pellegrinaggio al mausoleo di Mussa Al-Kazim? Qualunque persona ragionevole avrebbe evitato. Invece loro ci sono andati in massa, si dice in un milione, con bambini e donne in nero. Al-Kazim è il "settimo imam", avvelenato 12 secoli fa; gli sciiti celebrano il suo "martirio" flagellandosi a sangue.
Sangue che cola dalle spalle, dalle facce, dalle gambe.
Processione affascinante e fanatica, spaventosa: il sangue versato ha nel culto sciita un significato mistico.



Insomma - detto con la massima delicatezza per quelle vittime – gli sciiti sono l'equivalente, per mentalità, costumi e arretratezza, degli zingari.
Così cominciamo a capire perché per secoli a Baghdad hanno avuto il potere i sunniti. I sunniti iracheni che, come ha scritto giustamente Igor Man, sono i prussiani degli arabi.
Poniamo che in Italia il 60% della popolazione sia composto di zingari: credete che ci sarebbe la democrazia?
Che le minoranze moderne si lascerebbero governare da qualche "regina dei Rom"? Così, si può intuire una delle ragioni della dittatura di Saddam.
Nell'Islam, dove Allah stesso è un despota divino la cui volontà arbitraria è legge universale (per i mullah, "Allah ha fatto il fuoco caldo, ma poteva farlo freddo"), i governi sono tutti dispotici.



Saddam Hussein non ha fatto eccezione.
Ma è stato un despota laico, modernizzante: usava gli introiti petroliferi per coprire il Paese di linee elettriche, ferrovie, strade.
Apriva scuole per la formazione di una classe tecnica moderna, quale non ne esiste in altri paesi musulmani.
Aveva un progetto: fare di un Iraq, diviso in entità etnico-religiose ostili, una nazione unitaria.
Con la mano pesante, certo.
Ma in qualche modo deve esserci riuscito.
Perché ora vediamo opporsi al federalismo (anticamera dello smembramento su base etnica) non solo i sunniti – i quali si sentono più iracheni che sunniti – ma, a sorpresa, alcuni capi sciiti.



E' contro il federalismo anche Muqtada Al-Sadr: quel giovane clerico turbolento così malvisto dal grande ayatollah Al-Sistani (di obbedienza iraniana) e dagli americani, è a suo modo un nazionalista.
Si è arruolato due volte volontario nelle due guerre del Golfo contro gli USA.
Il fatto che abbia un seguito potente, ci dice che molti altri sciiti si sentono come lui, prima che sciiti, iracheni.
Un dirigente del partito di Al-Sadr, Fatah Al-Sheikh, l'ha detto chiaro: "la nostra linea di base [per un accordo coi sunniti] è l'unità dell'Iraq".
Nei manifesti di propaganda, la foto di Muktada Al-Sadr appare sullo sfondo della bandiera irachena, la bandiera nazionale.
Il partito di Al-Sadr e i sunniti sono in rotta di collisione con il Consiglio Supremo della Rivoluzione, organo modellato sulla teocrazia (sciita) dell'Iran.



Il fatto stesso che la violenza demenziale e quotidiana, le bande armate tribali, i rapimenti, l'infiltrazione di terroristi islamici stranieri (e molte altre oscure provocazioni che hanno luogo in un Paese che l'occupante non riesce a controllare) non siano ancora riuscite a innescare la guerra civile – lo scopo evidente degli attentati anti-sciiti del giordano Al Zarqawi, guerrigliero di Al Qaeda – ci dice che il senso di unità nazionale, bene o male, regge.
Certo, non reggerà oltre un certo limite.
Anche perché la classe tecnica, gli ingegneri, i medici, i laureati (che spesso sono cristiani) colpiti da sequestri di persona e disperati dalla destabilizzazione, e dalla povertà, stanno tutti emigrando; abbandonando sempre più il Paese alle masse degli "zingari" arretrati.
Il punto di rottura è ormai vicino.

E poi?
Nel 1990 il premier indiano Rajiv Gandhi, in visita in Iran, sondò il presidente iraniano Rafsajani su un cambio di regime a Baghdad.
Secondo lei, chiese, chi potrebbe domani sostituire Saddam Hussein come capo dell'Iraq?
Rafsanjani non era certo amico di Saddam, essendo appena uscito da otto anni di guerra sanguinosissima contro il dittatore iracheno.
Però, dopo averci pensato, rispose: "Saddam Hussein".
Solo uno con la mano così pesante poteva tenere insieme un Paese tanto diviso e diverso.
Sarà così, se le cose andranno benino.

Il primo ministro in carica Iyad Allawi è un semi-dittatore ("Saddam light", lo chiamano gli iracheni) e dovrà esserlo a tutto tondo, per tenere insieme il Paese.
E' sciita, ed è da vedere se uno sciita sarà pari al compito nazionale.
Altrimenti, scorrerà sangue, anche più di quello che scorre oggi: dal giorno della "liberazione" americana, compresi i mille e passa morti nella calca del mausoleo, i civili uccisi in attentati o delitti sono quasi trentamila.
Gli sciiti finalmente al governo lasceranno ai curdi la loro autonomia che diventa ogni giorno di più indipendenza?
Lo smembramento non avverrà pacificamente.
E' duro dirlo, ma bisogna: Saddam, laico e feroce, era un fattore di stabilità. Insostituibile.
Ogni giorno di destabilizzazione ulteriore ci dice che l'Iraq stava meglio quando si stava peggio.

Maurizio Blondet

da "La Padania"