INTERVISTA
Al Festival della Mente di Sarzana il filosofo Tomás Maldonado lancia l'allarme: «La tecnica è l'ultima ideologia. E ci è sfuggita di mano»

Il nuovo Golem



Dal Nostro Inviato
A Sarzana (La Spezia)
Pierangelo Giovanetti


Per una vita ha studiato le implicazioni culturali e sociali delle nuove tecnologie. Ora che è arrivato all'età di 83 anni, si trova di fronte a una nuova rivoluzione tecnologica, l'informatico-digitale, forse la più potente tra quelle che la storia dell'uomo ha conosciuto.
Tomás Maldonado, studioso di tecnica ed architettura, intellettuale, appassionato di progettazione industriale e ambientale (materia che ha insegnato nelle maggiori università d'Europa, tra cui il Politecnico di Milano), mette in guardia dal dominio della tecnica della società moderna. «È la nuova ideologia che domina l'uomo. Si presenta come antideologia, ma in realtà il predominio della tecnologia è l'ideologia suprema, sostitutiva di tutte le altre, con la pretesa insita di prendere il posto della religione, della politica, del mondo delle idee e degli affetti che contraddistingue la nostra identità». Per questo, per Maldonado, mai come oggi è necessario che gli intellettuali facciano sentire forte la propria voce, e pongano interrogativi su dove stiamo andando .«C'è bisogno di gente che problematizza la cultura in cui viviamo», dice. «Gli stessi scienziati devono interrogarsi su cosa stanno facendo e sulle finalità del loro lavoro. Lo sviluppo tecnologico è molto più veloce della capacità di coscienza dell'uomo». Oggi a Sarzana, nel chiostro di San Francesco, Maldonado dialogherà col pubblico del Festival della Mente proprio sul tema della creatività e innovazione tecnico-scientifica. «Sono un po' pessimista sul futuro», dice. «La tecnologia ha assunto un ruolo che minaccia la stessa identità della persona, sta espropriando il nostro io».
Professor Maldonado, sembra quasi che la società post-moderna attribuisca alle nuove tecnologie, un ruolo salv ifico e risolutivo dei problemi. La tecnologia al posto di Dio.
«Il dominio della tecnologia è la più forte delle ideologie. È effettivamente la nuova religiosità che mette da parte i temi della nostra vita. È il feticcio, la grande ideologia della società del tardo capitalismo, a cui si affida un potere salvifico che non ha. Persino Clinton diceva che per risolvere i problemi dell'Africa bastava distribuire a tutti un computer. Follia. E per giunta è falso».
La coscienza dell'uomo moderno riesce a camminare al passo delle scoperte scientifico-tecnologiche, e a dominarle? O invece è l'uomo a restarne dominato?
«No, l'uomo non è più all'altezza di quanto sta avvenendo, per la semplice ragione che lo sviluppo tecnologico ha un indice di celerità enorme. Noi ci troviamo di fronte a strumenti che non capiamo fino in fondo. Faccio un esempio: si fanno usare i computer ai bimbi fin dall'età dell'asilo e della scuola, senza sapere gli effetti che questo potrà avere sulla loro formazione e sul loro processo cognitivo».
Allora è giunto il tempo di fermarsi, o per lo meno di rallentare?
«Non lo so. Certamente, c'è una responsabilità e una chiamata molto forte del mondo intellettuale e dell'università nel prendere posizione su questo, nel dire: alt, vediamo cos'è, riflettiamoci sopra. Occorre sviluppare una coscienza operante sullo sviluppo tecnologico. Devo dire che non sono molto ottimista, perché il lavaggio del cervello è enorme, anche di quello degli intellettuali. Vedo però che perfino in America, la terra della tecnologia, c'è un forte movimento di critica della tecnologia stessa, di riflessione. Un richiamo pubblico a fermarsi a vedere cosa si sta facendo».
Lo scienziato, secondo lei, ha il dovere d'interroga rsi sulle conseguenze e le implicazioni sociali delle sue scoperte?
«Sì, deve interrogarsi. Deve chiedersi cosa sta facendo e qual'è la finalità di ciò che fa. Mi rendo conto che è una strada insidiosa, perché la scienza non può accettare acriticamente le indicazioni che vengono dall'esterno, dalla religione o dalla politica. Però al suo interno deve interrogarsi su quanto sta facendo».
Nel tipo di società che si va configurando, in cui il compito di elaborare, accumulare e reperire informazione viene svolto prevalentemente in rete e tramite computer, quale sarà il futuro della memoria e del sapere?
«La rivoluzione informatica in atto è volta a sostituire la società della scrittura e quindi la cultura della memoria. La mole enorme d'informazione a disposizione cancella l'informazione. Il problema infatti, non è la quantità d'informazione ricevuta, ma l'informazione metabolizzata, cioè trasformata in valori interpretativo-culturali. Quindi la questione fondamentale non è l'accesso quantitativo, ma stabilire un criterio di selettività».
Queste nuove tecnologie informatiche come modificano le nostre capacità intellettuali e la nostra identità personale?
«La tecnologia è strumento di controllo sulle persone. Oggi esiste un controllo quasi assoluto. Potenzialmente io sono controllato in ogni mio movimento. E' la fine dell'identità personale, la fine dell'uomo privato. Non è solo questione di privacy all'interno della propria casa, ma della privacy pubblica. L'individuo è indifeso. Non sa più chi è e come definirsi. Non sa più preservare il proprio io dall'invadenza degli altri. È la distruzione dell'io, l'indebolimento dell'identità. Tutto diventa di vetro, diafano».
Pen sa che questo porterà a forme di reazione alla tecnologia, a movimenti che vi si opporranno?
«Ci possono anche essere, ma non hanno senso, perché noi siamo beneficiati dalla tecnologia. Il dramma è che siamo complici di questo processo. Vittime e carnefici. Purtroppo ci va bene così».


Avvenire - 3 settembre 2005