Bimbo con un padre e due madri. é l'ultimo prodotto della scienza. Se va bene per i topi, va bene anche per l'uomo...
UNA fusione a tre. Un bambino con un padre e due madri. Attraverso una tecnica non lontana dalla clonazione, un team inglese dell'università di Newcastle ha prodotto dei cuccioli di topo incrociando ovulo, Dna maschile e Dna femminile appartenenti a tre individui diversi. E ora ha ottenuto il via libera per applicare il metodo all'uomo. L'obiettivo è evitare che alcune malattie della madre - forme particolari di distrofia muscolare - si trasmettano al figlio.
Questo tipo di patologie ha origine in un segmento particolare di Dna, che non si trova all'interno del nucleo come la stragrande maggioranza del materiale genetico, ma al suo esterno, nel citoplasma. A contenerlo sono in particolare i mitocondri, piccoli organi incaricati di generare l'energia necessaria alla vita della cellula. Nella fecondazione naturale è proprio il citoplasma della madre a circondare il prodotto dell'abbraccio fra Dna materno e paterno, e a funzionare come prima camera di incubazione per il futuro bambino. Di fronte a una malattia dei mitocondri, la strada da tentare secondo i medici inglesi è quella di fare ricorso a un altro ovulo, sano. Donato da una donna estranea alla coppia: la seconda madre.
La tecnica eseguita sui topi - e pronta a essere trasferita sull'uomo - segue tre tappe. La prima è la naturale fecondazione con ovulo e spermatozoo della coppia originaria. Il nucleo di questo embrione al primo stadio di sviluppo viene quindi prelevato e trasferito all'interno dell'ovulo donato (senza malattie), che in precedenza era stato privato del suo materiale genetico. Questa fusione produce un embrione, che viene impiantato nell'utero della madre originaria per svilupparsi e poi nascere normalmente.
Seguire questa strada tortuosa e così discutibile dal punto di vista etico è necessario per un unico scopo: liberarsi del citoplasma della madre originaria, e dei suoi mitocondri che contengono il Dna malato.
Una tecnica simile era stata messa a punto alla fine degli anni novanta negli Stati Uniti e in Italia. Ad applicarla come cura di alcuni tipi di infertilità era stato in particolare l'Istituto per la medicina riproduttiva di Saint Barnas, nel New Jersey. Nel nostro paese la tecnica era stata messa a punto da Alessandro Di Gregorio del centro Artes di Torino. La strada era molto simile a quella britannica, ma procedeva in direzione opposta. Anziché prelevare il nucleo dell'embrione e inserirlo nell'ovulo della donatrice, si era scelto di isolare il citoplasma dell'ovulo della donatrice e inserirlo nell'ovulo che era stato fecondato in maniera naturale.
In quel caso non c'era una malattia del Dna mitocondriale da curare, ma una debolezza del citoplasma, l'incapacità dell'ovulo della madre originaria a fungere da incubatore per il piccolo. La polemica bioetica scoppiò nel 2001: anziché avere il materiale genetico di due individui (il padre e la madre), i bambini nati con la tecnica di Saint Barnas hanno anche il Dna contenuto nei mitocondri della donna che ha donato l'ovulo.
Anche in Gran Bretagna la polemica è esplosa immediatamente. Subito dopo il via libera concesso dall'Autorità per l'embriologia e la fertilizzazione umana all'università di Newcastle, le organizzazioni di bioetica hanno rilasciato dichiarazioni di fuoco. Josephine Quintavalle del movimento "Comment on reproductive ethics" accusa: "L'Autorità non si è preoccupata minimamente di cosa potesse pensare il pubblico di una decisione del genere".
Con un sospiro di sollievo ha reagito la Muscular Dystrophy Campaign inglese. Mentre Andy Miah, bioeticista alla Paisley University, minimizza il problema: "Anche se un bambino dovesse nascere con due madri, dubito che dovremmo preoccuparci della sua salute". L'eco della polemica è approdata anche in Italia. Monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia accademia per la vita ha denunciato come "illegale" questa sperimentazione. "Si tratta di una clonazione umana vera e propria".




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