Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Un ministro...

  1. #1
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    Predefinito Un ministro...

    ...incredibile

    In Italia c’è l’autonomia della Banca d’Italia, non quella del ministero dell’Economia.
    Ora però quelli che amano parlare di “paese normale” – non l’inventore del logo, per la verità, cioè D’Alema, che, fatti due conti, sta più schiscio - invocano l’autonomia del ministro Siniscalco ai danni della (tanto osannata fino a poco tempo fa) indipendenza di Bankitalia.
    E via col valzer dei suggeritori a Siniscalco perché faccia qualcosa per tagliare la testa, nelle fattezze granitiche e resistenti di Antonio Fazio, all’intangibilità che fu salutare di Palazzo Koch.
    Da Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera a Giulio Tremonti, da Vincenzo Visco a Francesco Rutelli, dai sindacati alla Confindustria, passando per le solite allusioni dipietresche alla magistratura in agguato, da Repubblica che tira in ballo –tanto per cambiare – le perplessità del Quirinale al Sole 24 Ore col trio Alesina, Tabellini, Zingales, per chiudere il cerchio ancora con il Corsera che con Dario Di Vico dà l’aut aut: “Uno dei due (Siniscalco e Fazio, ndr) non dovrà essere presente a rappresentare l’Italia (all’Ecofin inglese del 9 settembre, ndr), altrimenti andrà in scena la peggiore delle commedie”.
    Così nell’incertezza berlusconiana di questi tempi, con il Cav. in versione cerchiobottista, quello che un attimo fa tutti consideravano un totem istituzionale intoccabile – libera Banca d’Italia in libero Stato – diventa argomento di pettegolezzo, di schiamazzo, di massima invadenza politica, fino al paradosso di chi chiede, anzi pretende che un governo, peggio ancora un ministro (che non ha poteri in merito) cacci il governatore.
    Ma l’autonomia di un’istituzione non è pensata per far sì che la stessa istituzione sopravviva di fronte a dissensi con fette di mondo politico e di establishment economico-finanziario?
    Che direste di un governo che vuole sfiduciare il presidente del Consiglio superiore della magistraura?
    Il ministro Siniscalco, leggendo molti articoli della stampa straniera (e no), si è convinto che ne va della credibilità del paese, così, un po’ per debolezza e un po’ per distogliere l’attenzione da una Finanziaria in arrivo che non fa proprio sobbalzare di osanna la press della City, ha votato in Consiglio dei ministri una riforma della Banca d’Italia, per poi dire che però in realtà non basta: ci vogliono le dimissioni di Fazio.
    Chi voleva una Rai come Bankitalia è accontentato.
    Siniscalco riesce a trattare Bankitalia esattamente come la Rai.

    Ferrara su il Foglio

    saluto

  2. #2
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    Predefinito

    Roma. Il tecnico mette sul tavolo, anche a Palazzo Grazioli davanti al premier Silvio Berlusconi nell’incontro di giorni passati durato mezz’ora, tutti gli argomenti tecnici possibili per centrare l’obiettivo: allontanare Antonio Fazio dalla guida della Banca d’Italia.
    L’intenzione del ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, era nota, non era invece immaginabile a quale livello potessero giungere le tesi per realizzare il fine. Si pensava, dopo l’intervento a Cernobbio sul crollo della credibilità di Fazio, causato secondo il titolare dell’Economia dal numero di articoli di critica del Financial Times, che il responsabile del Tesoro puntasse solo su una pressione psicologica da parte di governo e opposizione: una moral suasion sufficiente a convincere Fazio a togliere il disturbo.
    I giorni della moral suasion sono stati anche contrassegnati da un parere, fatto circolare da ambienti del dicastero di via Venti Settembre, che indicava il Consiglio superiore della Banca d’Italia come il grimaldello per scardinare il vertice di Palazzo Koch.
    Sul tavolo di Palazzo Chigi e della Banca d’Italia è arrivata l’idea.
    Recitava il rapporto riservato: basta una richiesta del ministro dell’Economia al consigliere anziano del Consiglio superiore della Banca d’Italia di convocare il Consiglio stesso per discutere della revoca del governo.
    “Non vi è un obbligo di dar seguito all’invito, ma vi sarebbe comunque un effetto di pressione”, assicurava Siniscalco ai suoi interlocutori nel mentre consegnava il documento.
    Ma il fine doveva fare i conti con i mezzi: la procedura prevede il “sì” di due terzi del Consiglio superiore, composto per di più da personalità non ostili al governatore.
    Accantonata l’ipotesi A, Siniscalco è passato all’idea B. Che ha come protagonisti tre persone. Nell’ordine di iter: ministro dell’Economia e delle Finanze, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica.
    Ma che vede nella disponibilità del Quirinale il fondamento della soluzione.
    Il progetto di Siniscalco prevede provvedimenti, atti, decreti. Carte, quindi, come quelle preparate dai suoi esperti e consegnate ai più alti vertici istituzionali in queste ore. La logica, apparentemente semplice, com’è descritta in documenti di cui il Foglio ha preso visione, è tutta qui: anche se il governatore non ha un mandato a termine, il numero uno di via Nazionale è nominato formalmente con un atto amministrativo, quindi basta un altro atto amministrativo per revocarlo.
    In altri termini – è il suggerimento messo nero su bianco dal titolare di via Venti Settembre – è sufficiente una proposta al presidente della Repubblica di revoca del decreto firmato dallo stesso presidente della Repubblica. Proposta promossa dal presidente del Consiglio di concerto col ministro dell’Economia.
    Non mancano le controindicazioni, paventate dagli stessi giuristi del dicastero: secondo una parte della giurisprudenza il decreto di nomina del governatore non può essere revocato, perché esaurisce i suoi effetti con l’emanazione. Ma Siniscalco trova il modo di superare l’ostacolo con un sillogismo: il decreto instaura un rapporto fiduciario tra esecutivo e governatore, tutti i rapporti fiduciari possono essere revocati, quindi anche il decreto che nomina il governatore può essere annullato. Ma per compiere l’opera occorre il concorso attivo del Quirinale.

    L’ultimo intoppo europeo
    Sulla strada indicata dal Tesoro ci potrebbe essere un ultimo intoppo, questa volta sui tempi. L’articolo 14 dello statuto del Sistema europeo delle Banche centrali dispone che “un governatore può essere sollevato dall’incarico solo se non soddisfa più le condizioni richieste per l’espletamento delle sue funzioni o si è reso colpevole di gravi mancanze”.
    Cioè, la revoca di Fazio può essere impugnata presso la Corte di giustizia dell’Ue.
    A questa obiezione i tecnici di Siniscalco non hanno trovato una soluzione.

    Su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Fame....

    ....d'inviti

    Il cuore batte solo per un invito.
    Così Angelo De Mattia, firmandosi con semplicità direttore centrale per le funzioni di segreteria particolare del Direttorio della banca d’Italia, ha scritto al Corriere per precisazioni circa il contenuto di un articolo che riguardava la sua stessa persona di direttore centrale eccetera eccetera.
    Il fatto ha sorpreso perché in questi mesi di bagarre, De Mattia – del quale molto si è scritto – non era mai intervenuto sulle Opa bancarie né sulla situazione dell’Istituto.
    Il direttore centrale ha mantenuto il più rigido riserbo su tali questioni, ed è voluto intervenire solo per fatto mondano.
    Non è vero – ha scritto – che egli abbia mai inteso imbucarsi in casa Angiolillo, esservi ammesso sotto la pressione di qualche benevolo intermediario.
    Anzi, inviti a iosa, tanto che conserva agli atti (agli atti?) le lettere con le quali “sia pure con rammarico”, aveva opposto all’ospite concomitanti impegni che gli impedivano di scegliere una cravatta adatta e fare una puntatina.
    Casa Angiolillo, che è una istituzione magnanima, ha confermato la precisazione di De Mattia.
    Un atto di pura generosità giacché mette al riparo il direttore centrale dal rischio che una qualunque autorità mondana – un Carlo Giovanelli per dire – gli chieda conto di quelle lettere agli atti, e glidica:
    “Direttore pur fidandoci dei concomitanti impegni, ci faccia vedere gli inviti”.

    Da il Foglio

    saluti

  4. #4
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    Predefinito

    La riunione di fine settimana a Manchester dell’Ecofin, il consiglio dei ministri economici e finanziari europei avrà molte assenze.
    A essa di solito partecipano anche i capi delle banche centrali dei paesi dell’Unione. Alcuni sono dotati di poteri maggiori: così il presidente della Banca d’Inghilterra, che rappresenta un paese che non aderisce al sistema dell’euro, ma che vi esercita, dall’esterno, grande influenza, specialmente con gli articoli del Financial Times e dell’Economist.
    Altri, come il governatore della Banca d’Italia, sono dotati di poteri minori, perché gestiscono istituti dell’area euro su cui comanda la Banca centrale europea.
    Ma hanno comunque notevole importanza, soprattutto come censori (per altro impropri) delle politiche di bilancio nazionali. Antonio Fazio sarà assente.
    Ma la notizia vera è che sarà assente anche il commissario per il Mercato interno, l’irlandese Charlie McCreevy.
    Sono rimasti delusi quelli che speravano nella sua presenza, pensando che egli avrebbe potuto pronunciare un requisitoria contro Antonio Fazio, accusato dal commissario irlandese di violazione delle regole sulla concorrenza nelle vicende relative alle offerte straniere su Banca Antonveneta e su Banca Nazionale del Lavoro.
    Charlie McCreevy è assente perché il dossier sugli ostacoli alla concorrenza bancaria in Europa e sulle misure per eliminarle, che egli avrebbe dovuto preparare, non è pronto.
    Anche a causa della posizione degli inglesi che avevano chiesto la cancellazione del tema dall’agenda dell’incontro.
    Considerate le difficoltà che la formulazione di questo documento presenta, pare che sarà disponibile solo a partire da ottobre. L’imbarazzo che la presenza di Fazio avrebbe procurato ai custodi della concorrenza sembrerebbe assai più sopportabile di quello che invece dovrebbe causare loro il forfait del commissario McCreevy.
    Perché il grande assente dalla riunione di Manchester non è Fazio, ma il dossier sulla mancanza di regole di concorrenza bancaria fra paesi del mercato unico e sugli interventi occorrenti per attuarle.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Siniscalco ministro...

    ….della Bce?

    Roma. Visto dall’Ecofin di Manchester, il caso della Banca d’Italia lascia Domenico Siniscalco un po’ più solo in Italia ma più vicino a Bruxelles.
    Il ministro dell’Economia ha aspettato che fosse Jean Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, a replicare alle parole con cui, da Roma, Silvio Berlusconi spiegava che il governo italiano ha fatto il possibile con la riforma di Palazzo Koch approvata in Consiglio dei ministri, e non deve fare altri passi.
    Perché adesso la questione – sostiene il Cav. – riguarda il Parlamento (libero d’intervenire in modo “importante”) e la Banca centrale europea.
    Trichet gli ha risposto laconico che le responsabilità rimangono condivise.
    Dunque la Banca centrale europea si aspetta altro ancora dall’esecutivo italiano.
    Siniscalco si è mosso sulla scia di Trichet e nella sostanza ha mostrato di riconoscersi nell’implicita accusa di “scaricabarile” rivolta al Cav. dall’eurogovernatore.
    Accusa che il ministro dell’Economia italiano ha voluto definire come una “posizione equilibrata”, offrendo così un argomento in più all’opposizione.
    Piero Fassino si è immediatamente aggrappato al lessico della coppia Trichet-Siniscalco per illuminare meglio la divaricazione nel governo.
    In serata poi, è giunto il parere di Pier Ferdinando Casini. In un comunicato ufficiale, il presidente della Camera ha fatto sapere:
    “Con riferimento a possibili interventi aventi ad oggetto la revisione dell’ordinamento della Banca d’Italia” da Montecitorio si precisa “che ogni eventuale iniziativa parlamentare dovrà essere compatibile, come avvenuto in precedenti occasioni ai fini dell’ammissibilità, con i principii e con le procedure stabiliti dal Trattato istitutivo della Unione europea e dai relativi protocolli”.
    Una presa di posizione che suona come un avvertimento a non forzare i termini in vista del dibattito parlamentare sulla riforma di Bankitalia. Un modo per dire che alla Camera non si parlerà di “dimissioni” di Fazio.
    In questa giornata d’indelicatezze, a Berlusconi è toccato occuparsi anche di un incidente provocato da Renato Brunetta. Il consigliere economico di Palazzo Chigi era a Gubbio per l’annuale seminario forzista, dove è intervenuto attaccando, oltre a Siniscalco, anche quello che lui considera l’asse tra Gianni Letta e Gaetano Gifuni: “Basta con Letta, Ciampi e Gifuni”.
    Applausi in platea, ma poi sale sul palco il coordinatore forzista Sandro Bondi e raffredda l’entusiasmo.
    Come lui, il suo vice Fabrizio Cicchitto. E mentre cominciano a rincorrersi le rituali preoccupate telefonate di scuse al sottosegretario Letta, il Cav. invia una nota ufficiale:
    “Il tentativo di coinvolgere il capo dello Stato in un dibattito di partito incontra la mia assoluta e totale condanna. L’alto ruolo istituzionale e le alte responsabilità del presidente della Repubblica non possono e non debbono essere mischiate a piccole polemiche politiche”.

    Da il Foglio

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Moratoria per il caso Fazio

    Il presidente del Consiglio dovrebbe mangiarsi un paio di bistecche di leone e fare appello a una moratoria sul caso Fazio nel nome dell’interesse nazionale. L’ideuzza pusilla di una mozione parlamentare bipartisan per auspicare le dimissioni del Governatore maschera dietro la sua inconsistenza una deriva verso forme larvate di “squadrismo istituzionale”.
    Il Parlamento può, come ha cominciato a fare dopo il varo di norme legislative ad hoc in Consiglio dei ministri, riformare la Banca d’Italia, ma non può fare di Palazzo Koch un bivacco per i suoi manipoli.
    La volontà delle Camere si esprime nella legge in vigore che tutela l’indipendenza della Banca centrale da interferenze del governo e dei partiti, regola confermata tassativamente da trattati internazionali.
    Una mozione contro Fazio sarebbe la violazione, nello spirito e nella lettera, della volontà codificata del legislatore, un atto parlamentare partitocratico contrario alla legge e a una lunga e radicata tradizione repubblicana.
    Massimo D’Alema, magari per via della sua antica amicizia con il capo dell’Unipol, magari per via della sua antica (e spesso rinnegata) insofferenza verso certe protezioni che prostituiscono la politica elettiva, lo ha capito per tempo.
    Speriamo lo capiscano anche quei numerosi uomini di governo e di opposizione che si sono messi ad abbaiare, per paura, nella “canea” di questa torbida estate bancocentrica.
    Domenico Siniscalco, persona amabile e buon tecnico, sarebbe saggio se prendesse atto della situazione senza agitare come un ricatto le sue dimissioni: di un ministro dell’Economia che risponde esclusivamente al Financial Times e al Corriere della Sera questo paese non sa che farsene.
    La moratoria della “canea”, in attesa che venga approvata una seria norma legislativa di riforma, aiuterebbe anche la classe dirigente allargata a non imbruttirsi ulteriormente.
    Non ci piace che Sergio Romano dimentichi con tanta disinvoltura che nell’Italia della “cuginanza”, da lui denunciata con un dito troppo alzato al tempo delle intercettazioni pettegole, esistono anche i suoi cugini sindacati in numerosi patti e vincolati a consistenti interessi non dichiarati. Non ci piace che Francesco Giavazzi diventi da eccellente economista mediocre portavoce, sporcando i suoi editoriali con riferimenti da suburra allo stipendio del governatore.
    Non ci piace che Giulio Tremonti, persona inventiva e di sana perfidia, si impaludi nel tremontismo, che è una forma di lobbysmo selvaggio animato da rancore personale e livore multidirezionale. Questo che è sotto i nostri occhi – e non parliamo nemmeno dei mestatori che si beccano due smentite in uno stesso giorno da Quirinale e Bankitalia su telefonate inesistenti – è davvero un avvitamento a spirale nel nonsenso da parte della borghesia più fragile del mondo.
    Fazio è criticabile, come ha scritto Alessandro Penati in una pagina interna di Repubblica, e il sistema va cambiato, ma non nella logica delle aggressioni personali.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

 

 

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