Do you remember revolution?
di Marcello de Angelis
È una di quelle parole che non si usano più. Sa di Sessantotto sbiadito, maoisti che poi hanno perso la barba e sono diventati editori o assessori di Forza Italia. Oppure di tromboni affetti da pedofilia della politica, che coi loro capelli brizzolati o bianchi vanno ancora in giro ad aizzare i ragazzini. Peccato. Nel delirio autocastrante del “moderismo” - manifestazione terminale, grigia e priva di attrattiva del modernismo - ogni parola che veicoli un concetto forte, colorato a tinte vivaci, netto, rumoroso, è stata bandita. In una società che sogna un mondo dove tutte le vacche sono grigie, anche solo l’idea di un cambiamento radicale diviene assordante. O grottesca, quando è gridata strumentalmente da norcini della politica-un-tanto-all’etto, che si scoprono oppositori radicali perché qualcuno gli ha negato la candidatura alle europee. O in circoscrizione.
Eppure, oggi, la rivoluzione rappresenta l’unica categoria della politica di cui si possa e si debba parlare seriamente. Perché, mai come oggi, l’Italia e gli italiani hanno bisogno di un cambiamento profondo. Se lo aspettavano dieci anni fa, quando di “rivoluzione italiana” parlavano un po’ tutti. Anzi, era la formula del giorno, assolutamente centrale al dibattito intellettuale e alla cronaca giornalistica. I più superficiali si accontentarono di limitare la definizione al biennio ’92-’93, prodromo, effettivamente, di quella che sarebbe dovuta essere - ma non fu - la rivoluzione nazionale.
Nel 1992 esplode l’inchiesta denominata “Mani pulite”, un vero e proprio putsch incruento finalizzato a spazzare via tutta la classe dirigente dei partiti della Prima repubblica. Nelle elezioni politiche i partiti storici crollano, mentre riscuote successo la Lega Nord.
La Lega è ideologicamente invisa alla sinistra, ma la sua crescita viene valutata positivamente nei circoli leninisti, che considerano che il leghismo possa essere funzionale al progetto e utilizzabile contro il nemico principale: la nazione italiana. Mentre sulla ribalta si scatena lo scontro politico per il controllo delle istituzioni, dietro le quinte esplode una guerra analoga per il controllo dell’antiStato. Vengono assassinati i giudici Falcone e Borsellino, galantuomini in prima linea nella lotta contro le mafie.
La seconda fase dell’insurrezione investe il 1993. La Democrazia cristiana decreta l’autoscioglimento. Viene arrestato il capo della vecchia mafia, Totò Riina, monarca di Cosa Nostra. Autobomba esplodono a Firenze, Roma e Milano. La strada sembrerebbe spianata per la realizzazione del progetto della “rivoluzione rosa”, che vedrebbe un grande partito post-comunista al potere - con la benedizione di Wall Street - con i sindacati imbrigliati e mano libera alle merchant bank investite del compito di parcellizzare, rottamare e svendere sui mercati esteri il Sistema-Italia.
Ma il progetto si arresta contro un fenomeno reattivo, una vera e propria contro-rivoluzione all’insegna della preservazione nazionale, che raccoglie intorno al Msi - unico partito estraneo ai giochi di Tangentopoli - e al neo-bonapartismo dell’imprenditore Silvio Berlusconi, il consenso della maggioranza degli elettori. Una rivoluzione democratica a vocazione patriottica vince contro la congiura di Palazzo eterodiretta. Si tratta di una nuova “rivoluzione italiana” che si contrappone ad un colpo di Stato che aveva come fine ultimo il commissariamento dell’Italia da parte dei poteri mondialisti. è la lotta di resistenza del capitalismo nazionale contro quello globale, la mobilitazione dei ceti medi contro la prospettiva di terzomondizzazione del Paese, la rivolta dei non garantiti contro le aristocrazie sindacali.
Il colpo di coda della “cospirazione” rosa è il ricatto che porta Bossi a smarcarsi dal primo governo Berlusconi. Questo secondo golpe bianco sfocia in un quinquennio di interregno coloniale che permette ai “liquidatori” di onorare gli impegni contratti con le lobby della grande finanza, con la prima tranche di privatizzazioni. Ma durante tutti quegli anni, la voce della “rivoluzione italiana” cova sotto le ceneri e ad ogni consultazione elettorale giunge un nuovo colpo d’ariete al portone del Palazzo. Fino a farlo crollare, all’inizio del nuovo millennio.
Ma a quel punto, come spesso accade nella storia, la spinta rivoluzionaria sembra esaurirsi, tanto che persino le parole d’ordine di quella rivoluzione si appannano progressivamente fino a cancellarsi dal linguaggio e dalla memoria. E tutto questo in meno di un decennio.
Ora però, come dicevamo all’inizio, si affaccia all’orizzonte la resa dei conti tra i due progetti rivoluzionari di segno opposto. Se nel 2006 vincerà il commissario liquidatore Prodi, i poteri coloniali riprenderanno il lavoro lì dove era stato interrotto. Ci saranno epurazioni e confische e alla resistenza patriottica non verrà concessa una seconda occasione di frapporsi tra i potenti della terra ed il raggiungimento dei loro profitti, che passano per la spoliazione delle nostre ricchezze nazionali, tramite il loro “affidamento” agli esperti del mercato internazionale, che ci assicureranno, in cambio, una paghetta per continuare a campicchiare.
Ma il Fronte patriottico, potrebbe ancora vincere. Se si ricordasse di esistere - innanzitutto - e si ricordasse le ragioni della propria esistenza e le armi della propria affermazione: che sono la riformulazione e il rilancio dell’identità nazionale, che passa per l’esigenza di un nuovo patriottismo fondato su una sorta di religione civile, capace di ridare identità civica agli italiani; la centralità della famiglia quale luogo privilegiato in cui circoscrivere l’identità italiana, in modo che il familismo non rischi di essere frenante rispetto al consolidarsi di un sentimento comunitario e di un’etica pubblica; un sentimento cattolico ed un rapporto con la Chiesa , che sia fattore unificante del Paese e non appartenenza alternativa a quella nazionale. Una nuova memoria condivisa, nuovi stereotipi del carattere nazionale, il rilancio del rapporto tra identità e letteratura ed un nuovo significato del concetto di patriottismo, sono le armi della battaglia culturale che può portare alla vittoria dello scontro epocale che si prospetta nel prossimo semestre.
Ma se arresteremo ancora i barbari alle Termopili, vogliamo vedere sorgere il sole di un’alba nuova. Non più riformine e tatticismi, l’Italia si aspettava e si merita ben altro.
La rivoluzione - si sa - è come il vento; non la si può fermare… Le si può solo far perdere tempo.
di Marcello de Angelis
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Mi vien da piangere.... ma come si fa a scrivere certe sconcezze?????????




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