Questa poi...
"I tic linguistici sono come i funghi: la soddisfazione, all'inizio di ogni stagione, è trovarli prima degli altri. Tutti sanno, ormai, che gli antichi italiani (anni Settanta) dicevano «megagalattico», «gasato» e «mbranato». Molti di noi ricordano le atrocità successive: «nella misura in cui» (anni Ottanta), «cioè» e «attimino» (anni Novanta), «assolutamente sì» e «quant'altro» (primi anni Duemila).
Cosa s'intravvede adesso laggiù, sull'orizzonte linguistico? Ve lo dico subito: «Ciao-ciao-ciao».
Due colleghi che si danno un appuntamento. Madri e figlie ormai esauste di spettegolare. Fidanzati che progettano la serata. Banchieri che studiano scalate. Studenti che si salutano dopo un esame. Pochi dicono «a dopo», «a presto» o «arrivederci». Quasi tutti, ormai, chiudono la conversazione con «Ciao-ciao-ciao». Pronunciati insieme, i tre vocaboli diventano un neologismo, e un'efficace forma di commiato.
La moltiplicazione del ciao è un sintomo delle nostre vite affrettate - mai, nella storia, l'umanità era passata da un'attività inutile a un'altra con tanta frenesia - e un modo di superare l'imbarazzo del congedo.
«Ciao!» è secco. «Ciao, ciao!» appare - chissà perché - troppo personale. «Ciao-ciao-ciao» è perfetto: un piccolo discorso che simula rimpianto, e suona come un bambino che salta in una pozzanghera, o un vecchio ballo (cha-cha-cha).
I professionisti del neo-saluto hanno già introdotto una variante, cambiando l'ultima vocale. Ascoltate le conversazioni telefoniche - non è difficile, in Italia - e vi renderete conto del successo del «ciau-ciau-ciau»: un piccolo ululato sociale, informale e confidenziale. Questa forma in «u» piace molto alle donne. Di solito sono giovani e semigiovani, informate, sveglie e un po' snob: annusano le nuove tendenze come il setter sente l'odore della lepre, e si regolano di conseguenza.
Una giovane e brillante collega, per esempio, sa «ciauciauciauare» il mondo con classe e disinvoltura. «Ciauciauciau» dice chiudendo la telefonata, ricordandomi un'antica familiarità. «Ciauciauciau!» grida allegramente al direttore del suo giornale, lasciando intendere una certa orgogliosa indipendenza. «Ciauciauciau...» sussurra agli amanti, rammentando loro un'insufficiente intimità. «Ciauciauciau?» vorremmo chiederle tutti noi: ma non abbiamo il coraggio. Il 2005 è delle «ciauciauciauiste» come lei.
E noi restiamo col telefonino in mano, pensando che queste donne sono proprio brave, e noi non sapremmo ululare così.
Beppe Severgnini, da «Io Donna», 17 settembre 2005 "




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