SCENARI
Dopo secoli di torpore il pensiero musulmano riconosce il ritardo dall’Europa e vive una fase di risveglio Tra voglia di libertà, rilancio della ragione laica, tradizionalismi religiosi e pulsioni fondamentaliste
I lumi dell'islam: ecco la mappa del '900
Di Edoardo Castagna
Ma l'islam pensa?
Dubbio solo in apparenza provocatorio: l'assenza di elaborazione teorica e filosofica è da più parti indicata come una delle cause del fondamentalismo e della subalternità politica dei Paesi musulmani. Da Averroè in poi, la storia della filosofia può bellamente ignorare tutto ciò che è avvenuto a sud del Mediterraneo. Lo stesso vale per la scienza o la storiografia.
Un sonno durato secoli, ammesso - o magari rivendicato - dagli stessi musulmani, e che solo negli ultimi decenni sta mostrando un certo risveglio. Anche se i passi da compiere sono ancora molti: Hasan Hanafi, che pure insegna Filosofia all'università del Cairo, riconosce che «il termine "filosofia" nell'islam ha un significato molto ampio che include la riforma religiosa, il pensiero politico e la scienza. La parola "pensiero" è dunque più adeguata».
Almeno come "pensiero", però, l'islam di oggi ha ripreso a muoversi. Una prima mappa è stata tentata Massimo Campanini, islamista alle università Statale e San Raffaele a Milano, in Il pensiero islamico contemporaneo (Il Mulino, pagine 194, euro 10,50), dove mette in luce che il primo ostacolo, per un musulmano, è l'ingombrante presenza dell'Occidente sul suo orizzonte: «Il pensiero islamico contemporaneo ha dovuto porsi il problema non solo di pensare se stesso, ma anche di pensare l'altro», e per di più dovendo a ogni passo «fare i conti con l'islam, cioè con una concezione della vita, del mondo, della società, della natura, dell'uomo e di Dio olistica e onnicomprensiva».
Per questo i primi intellettuali che, a metà Novecento, si ridestarono dal secolare torpore si misero di fronte all'Occidente per misurare il fossato che li separava. Le analisi furono impietose: l'algerino Malek Bennabi denunciava la «colonizzabilità» degli arabi, deboli, parolai e analfabeti fin dal XII secolo; il marocchino Muhammad Aziz Lahbabi tentò di ripensare la tradizione attraverso le categorie filosofiche e laborate in Europa; Muhammad Abid al-Jabri, ancora dal Marocco, risale direttamente all'averroismo. Serve, proclama l'egiziano Fuad Zakariyya, un vero e proprio Rinascimento dell'islam.
A questi laici epigoni dell'Occidente si oppongono i custodi della tradizione coranica, che rifiutano in blocco ragione e filosofia - «aliena alla prospettiva islamica», la definisce Seyyed Hossein Nasr - e si rituffano nella rivelazione del Profeta e nell'interpretazione esoterica del Corano, in un approccio gnostico dove anche lo studio della natura non può non mirare a Dio, e che s'impegna soprattutto nello studio del Corano, opera perfetta che contiene già tutto il sapere. Una posizione che però trova pochi difensori: i più profondi pensatori dell'islam contemporaneo, spesso legati a università europee o americane, insistono anzi sulla necessità di un lavoro ermeneutico sul Corano: «I musulmani - scrive il pachistano Fazlur Rahman - non hanno alcuna ragione di temere di accostarsi alle fonti storiche degli elementi coranici» e di riconoscere le circostanze mutevoli in cui è nato e che lo influenzano. Ancor più spregiudicato - tanto da esser costretto a rifugiarsi in Europa -, l'egiziano Nasr Hamid Abu Zayd applica al Corano una vera e propria ermeneutica storica, con i mezzi offerti dai Gadamer e dai Ricoeur.
In esilio vive anche l'iraniano Abdolkarim Soroush, detto "il Lutero dell'islam" per la sua critica alla teocrazia sciita khomeinista, rea secondo lui di aver anteposto i doveri ai diritti e di non aver nemmeno tentato di armonizzare religione e democrazia. A denunciare l'«impensato» dell'islam, ovvero tutto ciò che una religione mummificata ha nel corso dei secoli lasciato fuori dal campo di pensiero dei propri fedeli, è Muhammad Arkoun. Il filosofo franco-algerino sottolinea che temi come la laicità, la storicità o la sessualità sono stati esclusi dalla riflessione dei musulmani; per recuperare , occorrerebbe un Illuminismo islamico che non abbia paura di affrontare anche il Corano con le armi della ragione.
Dal messaggio coranico partono anche molti dei pensatori che si sono soffermati più di tutto sulle questioni politiche. Il sudanese Mahmud Taha, condannato a morte nel 1985 dal regime islamico di Nimeiry, distinse nella rivelazione a Maometto due componenti ben separate: quella contingente, legata ai conflitti dell'Arabia del VII secolo, e quella universale, raccolta da Maometto alla Mecca prima dell'Egira. Questo «secondo messaggio», universale e l'unico valido ancora oggi, protegge l'assoluta libertà individuale e rigetta la jihad, il divorzio, la poligamia, il velo e la schiavitù.
Ancor più laica la prospettiva di un discepolo di Taha, Abdullahi al-Naim, che arriva a ribaltare i termini della questione: con al-Naim non si tratta più di adattare i contenuti universali dell'islam al mondo moderno, ma al contrario di partire dai valori della libertà, della democrazia e del diritto naturale per poi cercare di adeguali alla religione musulmana. Un credo che per altri, come Hasan Hanafi o il sudafricano Farid Esack, assume invece i caratteri di un'ideologia rivoluzionaria contro l'oppressione, in una vera e propria teologia islamica della liberazione.
Ma far breccia oggi, se non nelle masse almeno nelle frazioni più aggressive dell'islam, sembrano altri teorici. Quelli del fondamentalismo, i «cattivi maestri» che, coscientemente o no, armano di giustificazioni ideologiche i manovali del terrorismo: il pachistano Abdul-Ala al-Mawdudi, l'iraniano Ali Shariati e, soprattutto, l'egiziano Sayyid Qutb. Traumatizzato da un soggiorno negli Stati Uniti negli anni Cinquanta, Qutb - che sarà impiccato nel 1966 nel carcere egiziano in cui era rinchiuso dal 1954 - non si stancò di denunciare la corruzione morale dell'Occidente, che infetta anche i popoli arabi con i suoi costumi pervertiti .
Occorre allora difendersi, argomenta Qutb nel suo monumentale commentario All'ombra del Corano, con una jihad praticamente "preventiva". Obiettivo finale dovrebbe essere uno Stato islamico libero, uguale e giusto. Ma su questo Qutb non andò mai oltre a generali indicazioni. La sua attenzione è tutta per la pars destruens, nella battaglia in difesa del «paradigma olistico» dell'islam, che tutto comprende e tutto dà. Un messaggio che ha dalla sua il pregio della facilità di comprensione. Non sorprende che qualcuno per metterlo in pratica, alla fine, sia saltato fuori.
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