di Maurizio Blondet
MILANO - Attaccare una persona sui giornali, senza farne il nome, ma insultandola con epiteti come «avvoltoio», è stata a lungo una pratica usata nei «paradisi» sovietici.
Di solito, l'attacco giornalistico anonimo preludeva alla persecuzione della persona non nominata; così attaccata dalle colonne della Pravda, il senza-nome riceveva subito dopo una visita notturna della CEKA e finiva alla Lubianka, per il regolamentare colpo alla nuca.
Questo metodo è stato riportato in onore da Massimo Introvigne contro Maurizio Blondet (il sottoscritto) in un articolo apparso su Il Giornale del 13 settembre scorso, dal titolo «Volano gli avvoltoi sulle macerie dell'11 settembre».
Gli «avvoltoi» innominabili con cui Introvigne se la prende sono «i complottisti» per i quali l'assalto al World Trade Center è stato fatto da «un complotto della CIA, di Bush e dei servizi israeliani».
Non c'è dubbio che ce l'avesse con me: sono praticamente il solo in Italia a sostenere questa tesi, ho trattato l'argomento in quattro libri e centinaia di articoli, ed avevo appena pubblicato per La Padania un articolo sulle domande senza risposta che ancora aleggiano sull'11 settembre.
Ed evidentemente Introvigne ha sott'occhio quel mio articolo.
Anche se l'ha letto male e in fretta.
Dice infatti che gli «avvoltoi» «partono tutti dal delirante libro di Thierry Meyssan», che è stato ampiamente «ridicolizzato da esperti».
Lo sfido a trovare nei miei libri e articoli una sola citazione di Meyssan, che non ho mai letto.
Ma questo è il meno.
L'Introvigne sostiene che, poiché «Osama e i suoi luogotenenti hanno proclamato per iscritto, con messaggi registrati e persino videocassette che responsabili dell'11 settembre sono proprio loro», agli «avvoltoi complottisti» non resta che ammettere che sì, è stato Osama, ma perché «è un agente della CIA e socio in affari di Bush».
Io non ho mai affermato che è stato Bin Laden: ho affermato, con parecchi indizi, che la tecnicità e la sofisticazione dell'attacco esigeva un vero commando ad alta tecnologia, con possibili apparati di teleguida disponibili solo ai poteri militari USA e israeliani: più precisamente, è il rabbino Dov Zakheim, all'epoca numero 3 del Pentagono, ad essere proprietario di una ditta di armamenti, la System Planning Corporation, che vanta apparecchi capaci di teleguidare fino ad 8 aerei contemporaneamente (1).
Osama è solo il figurante, la testa di legno, la pedina usata come un babau per spaventare i fessi.
Senza dire che le sue «rivendicazioni» sono state perlomeno ambigue, e di origine sconosciuta.
A Introvigne non sembra scandaloso che la famiglia Bin Laden abbia avuto rapporti d'affari con la famiglia Bush, perché «Osama è figlio di un padre poligamo, ha 56 fratelli miliardari, azionisti di centinaia di società. Ma i familiari di Osama odiano il terrorista».
Questo lo dice e lo sa lui (glielo hanno assicurato «gli esperti di sicurezza israeliani», per i quali Introvigne ha tenuto corsi e lezioni?).
In realtà il numero 3 dell'FBI, John O'Neill, dichiarò un mese prima dell'11 settembre che la famiglia Bush impediva le indagini su Osama Bin Laden.
Per questo O'Neill si dimise, e un'anima buona gli trovò un altro posto: come capo della sicurezza del World Trade Center.
O'Neill è morto là sotto (2).
Introvigne nega che sia stata la CIA a creare la «brigata internazionale» di mujaheddin mandati a combattere in Afghanistan contro i sovietici.
«E' stato l'ISI», il servizio segreto pakistano, dice.
Ovviamente tacendo che l'ISI e la CIA collaborarono strettamente per questo scopo per oltre un decennio, con miliardi di dollari spesi per i mujaheddin dai servizi USA.
Tace la notizia che uno dei capi dell'ISI, il generale Mahmoud, quell'11 settembre si trovava a Washington: e invece di essere arrestato come mandante di Mohamed Atta (gli aveva appena spedito un pagamento di 100 mila dollari), fu invitato a pranzo, mentre le Torri bruciavano, dal capo della CIA George Tenet e dal futuro capo della CIA Porter Goss (3).
Tace la notizia che a sostenere che Al Qaeda non era altro che «l'elenco dei mujaheddin mandati dalla CIA a combattere in Afghanistan» non è stato un qualunque «avvoltoio complottista», bensì l'ex ministro degli Esteri britanico, Robin Cook: morto anche lui, prontamente, a 59 anni, subito dopo avere scritto quella verità sul Guardian di Londra.
Ma l'affermazione più ridicola di Introvigne è la seguente: alle multinazionali petrolifere non conveniva la guerra all'Iraq.
Anzi, «semmai la guerra ha destabilizzato il mercato del petrolio e provocato loro gravi danni».
Gravi danni?
Col greggio triplicato di prezzo, le petrolifere stanno facendo un sacco di quattrini: per il semplice fatto che esse sfruttano pozzi sauditi dove il costo di estrazione è sui 3 dollari a barile, e vendendo il greggio a 67 dollari a barile fanno una cresta enorme.
Basta vedere i bilanci e i profitti delle «sette sorelle» per capire che Introvigne non capisce nulla del mercato petrolifero.
Né poi noi «avvoltoi complottisti» abbiamo mai affermato che l'Iraq sia stato occupato per il suo petrolio.
Vero è che gli americani hanno creduto di potersi pagare la guerra estraendo il greggio iracheno, ma la causa dell'aggressione è un'altra.
E la rivelò Philip Zelikow, capo del transition team di Bush, in un panel di pochi selezionati ascoltatori, alla Virginia University, il 10 settembre 2002: l'Iraq è stato distrutto perché rappresentava «una minaccia per Israele», cosa che «non si può sbandierare», aggiunse, «perché non è facile vendere questa motivazione agli europei» (4).
Un ultimo appunto su Meyssan. La sua tesi è che sul Pentagono non si abbattè un Boeing 737, bensì un missile o un piccolo drone teleguidato.
E' una tesi che l'avvoltoio sottoscritto non ha mai fatto sua: però non è stata «ridicolizzata da esperti», ma subissata da una campagna mediatica d'odio e di disinformazione.
Consiglio a Introvigne di collegarsi al sito www.reopen911.org e vedrà dei video inequivocabili; tra le altre immagini, quelle di pompieri che spengono l'incendio del Pentagono, dunque solo pochi minuti dopo l'attacco.
Ebbene: sul prato del Pentagono non c'è uno solo dei numerosissimi rottami, valige, poltrone, carta, corpi umani che di solito sono la conseguenza della caduta di un grosso aereo passeggeri; non c'è nessun solco sul terreno (eppure il gigantesco Boeing doveva essere sceso a meno di 15 metri, quando il carrello esce automaticamente per ordine del computer di bordo), nulla di nulla.
Solo i resti di una piccola turbina, grande si e no un quarto del rotore del Boeing; e due tizi in completo scuro che si affannano a raccogliere anche quei pochi rottami (probabilmente agenti del NSA), per farli sparire.
Introvigne è, fra l'altro, poco informato. O è un deliberato disinformatore?
Dall'11 settembre in poi, c'è una torma di sciacalli che si aggira fra quelle macerie.
Maurizio Blondet
Note
1) Maurizio Blondet, «Israele, USA, il terrorismo islamico», Effedieffe, pagine 27-35.
2) Maurizio Blondet, «11 Settembre, colpo di Stato in USA», Effedieffe, pagine 87-90.
3) Maurizio Blondet, «Chi comanda in America», Effedieffe, pagine 63 e seguenti.
4) «Israele, USA, il terrorismo islamico», pagine 158-160.




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