Prima di Almirante, poi di donna Assunta, ora di Berlusconi.

ROMA - "Non si ottiene la premiership contro Berlusconi". La riflessione l'aveva già fatta nell'ultimo esecutivo del suo partito. E ieri, dopo la passerella di Reggio Calabria, Gianfranco Fini l'ha ripetuta. Il leader di An vuole giocarsi adesso tutte le chance di pescare la leadership nella riffa del centrodestra. Ma è convinto che sia possibile solo con il placet del Cavaliere.

Ecco la base su cui si è ricomposto l'asse tra il premier e il vicepremier. Ecco la ricomposizione effettuata a spese dell'Udc di Casini e Follini. E delle ipotizzate primarie. Ossia, quelle che dovrebbero stabilire chi è il "campione" della Casa delle libertà. L'accordo raggiunto venerdì scorso al vertice di maggioranza, dunque, è di nuovo in bilico. Scosso dai dubbi e dalle condizioni poste dalla "coppia" Berlusconi-Fini. E che fanno dire ai centristi: "Noi così non ci stiamo".

E già, perché la manifestazione reggina di ieri ha messo innanzitutto il sigillo pubblico ad un patto che "Silvio e Gianfranco" hanno sottoscritto tra le mura riservate di Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio ha fatto di tutto per far capire che "l'amico Gianfranco" è il suo unico "delfino". E il capo di Via della Scrofa ha ricambiato correggendo e mettendo in discussione la prospettiva delle primarie. Certo, se poi si terranno davvero, lui correrà. Ma "non contro Silvio". Ormai, però, sono davvero tanti i paletti piantati ieri lungo il tragitto che porta alla consultazione dell'elettorato polista. Nessuno, in primo luogo dentro FI e Alleanza nazionale, è sicuro che verrà seguito l'esempio dell'Unione.



"Con le primarie - ha attaccato in questi giorni Sua Emittenza - finirebbe comunque tutto. E se io non fossi più leader della coalizione, non ci sarebbe Forza Italia. E allora chi potrebbe vincere le elezioni senza Forza Italia?". Insomma il premier non ne vuole sapere della "corsa" a tre con Fini e Casini. E adduce anche altre giustificazioni: ritiene che le operazioni siano "troppo costose" e "i tempi troppo stretti". Soprattutto, però, teme di perdere la sua centralità nell'alleanza. Nelle ultime ore, quindi, ha chiesto la sponda del presidente di Alleanza nazionale. Al quale ha fatto la promessa più alta: la successione. Già mercoledì scorso, in un faccia a faccia a Palazzo Chigi, aveva iniziato il pressing: "Tu devi stare con me. Dopo di me non ci sei che tu. Se dovessi decidere, il leader non potresti che essere tu". Stesso discorso a margine del consiglio dei ministri di venerdì scorso. Il "passo indietro", così, viene ventilato non più come ipotesi remota.

E ieri a Reggio Calabria ogni mossa è stata studiata per consacrare il "delfinato" di Fini: con tanto di applausi anche dai militanti forzisti, con l'intervento del Cavaliere a fianco del ministro degli Esteri, e quindi con il pranzo consumato gomito a gomito. "Era evidente quel che stava facendo Berlusconi e quel che accettava Fini", spiega il segretario del Pri, Francesco Nucara, che a Reggio era presente. "Non si può negare - ammette il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti - che il rapporto con Gianfranco sia speciale".

Non per niente, all'Udc non hanno affatto preso bene i distinguo del capo di An rispetto all'intesa di giovedì. Non hanno gradito quella connessione tra le primarie e il partito unico, anzi lo hanno letto come l'escamotage per far saltare le primarie. Soprattutto hanno respirato "un anti-follinismo diffuso". Per ora il segretario Udc ostenta tranquillità, convinto che a questo punto "è difficile tornare indietro". Ma il rapporto con Berlusconi resta comunque teso: "Non parlo con lingua biforcuta", gli ha replicato. "La nostra iniziativa non è un atto di sabotaggio rispetto ala Cdl. Il problema vero è sentire gli elettori e non gli eletti".

Anzi, bisognerebbe sentirne "uno in più di quelli che voteranno per l'Unione". Ma di certo, se le primarie svanissero e non contemplassero una platea "aperta", per i centristi tornerebbe all'ordine del giorno l'opzione-uscita: "Noi non potremmo stare a quelle condizioni".

Su questo aut-aut, anzi, a Via Due Macelli iniziano a chiedere un'iniziativa netta da parte del presidente della Camera che fino ad ora ha cercato di contemperare durezza e buoni rapporti con gli alleati.
Per placare le ire degli ex Dc, il vicepremier si è affrettato ieri pomeriggio a telefonare proprio a Pier Ferdinando Casini per fornirgli la corretta esegesi delle sue parole e di quel che è accaduto alla convention cidiellina: "Il mio obiettivo è rafforzare la coalizione".

Ma il punto è esattamente quello che Fini ha illustrato allo stato maggiore di An: "In gioco adesso c'è la premiership e io mi voglio giocare tutte le chance". Le primarie, però, a suo giudizio potrebbero essere il terreno peggiore per conquistare la guida della coalizione senza provocare fratture insanabili tra i partner. "Il leader - ha spiegato ai suoi - lo faccio se me lo chiede Berlusconi, e non contro di lui. Se si fanno le primarie, è chiaro che io non posso non candidarmi. Non potrei lasciare tutto il campo libero a Casini. Il partito verrebbe penalizzato. Ma se c'è Silvio, la mia corsa non potrebbe essere per vincere".