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Discussione: Incipit...

  1. #131
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    QUEI TUOI PENSIERI DI CALAMITA'

    e catastrofe
    nella casa dove sei
    venuto a stare, già
    abitata
    dall'idea di essere qui per morirci
    venuto
    - e questi che ti sorridono amici
    questa volta sicuramente
    stai morendo lo sanno e perciò
    ti sorridono.

    Vittorio Sereni, Stella Variabile

  2. #132
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    L'amministratore mi disse:<<Vi tengo solo per la stima che nutro nei confronti di vostro padre, sennò sarete già volato da tempo>>.Io gli risposi:<<Mi lusingate troppo ,eccellenza, nel supporre che io sappia volare>>.E poi lo sentii dire:<<Portate via questo signore.Mi dà sui nervi>>.
    Due giorni dopo mi licenziarono.Quindi, da quando sono ritenuto adulto, ho cambiato nove impieghi, con sommo rammarico di mio padre, l'architetto della città.Ebbi impieghi differenti, ma tutti e nove si somigliavano l'un l'altro come gocce d'acqua:dovevo star seduto, scrivere, prestare ascolto a delle riprensioni stupide o grossolane e aspettare che mi lincenziassero.

    Anton Cechov, La mia vita

    (grandissimo!)

  3. #133
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    Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l'altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente autobiografia Terry McIver avanza su di me, le mie tre mogli (o come dice lui la troika di Barney Panofsky), la natura della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba.


    INUTILE METTERE TITOLO ED AUTORE...

  4. #134
    il pleure dans mon coeur
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    Citazione Originariamente Scritto da durrutibus Visualizza Messaggio
    Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l'altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente autobiografia Terry McIver avanza su di me, le mie tre mogli (o come dice lui la troika di Barney Panofsky), la natura della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba.


    INUTILE METTERE TITOLO ED AUTORE...
    ....

  5. #135
    il pleure dans mon coeur
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    Entrò Carla; aveva indosso un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l'uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un'oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.
    "Mamma sta vestendosi", ella disse avvicinandosi "e verrà giù tra poco."


    Gli indifferenti - Alberto Moravia


    ......quanti punti e virgola...

  6. #136
    il pleure dans mon coeur
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    C'era una volta tanto tanto tempo fa una muuuuucca che veniva avanti lungo la strada, e questa muuuuucca che camminava sulla strada incontrò un simpatico ragazzetto a nome confettino....

    Dedalus - James Joyce

  7. #137
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    <<Non sono Stiller!>>Giorno per giorno, da quando mi hanno portato in questa prigione che mi riservo di descrivere, lo ripeto, lo giuro e chiedo whisky, rifiutando in caso contrario qualsiasi ulteriore dichiarazione.Perchè senza whisky, me ne sono accorto, non sono me stesso, ma mostro una certa tendenza a subire tutti gli influssi possibili e a recitare una parte che a loro paicerebbe ma non ha nulla a che fare con me, e poichè ora, nella pazzesca situazione in cui mi trovo (mi hanno preso per uno scomparso abitante della lorom cittadina!), si tratta solo e semplicemente di non lasciarsi coinfondere le idee e di stare in guardia contro tutti i loro cortesi tentativi di farmi entrare in un pelle che non è la mia, di tener duro fino alla villania, dico poichè ora si tratta solo e semplicemente di non essere altro che l'uomo che purtroppo sono in verità, così non smetterò di chiedere whisky a gran voce, non appena qualcuno si avvicina alla cella.

    Max Frisch, Stiller

    (leggetelo, è un gran libro)

  8. #138
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    -Che fai?-mia mogli mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
    -Niente,-le risposi-mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice.Premendo avverto un certo dolorino.
    Mia moglie sorrise e disse:
    -Credevo ti guardassi da che parte ti pende.
    Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
    -Mi pende?A me?Il naso?
    E mia moglie placidamente:
    -Ma sì, caro.Guardatelo bene: ti pende verso destra.

    ...........niente titolo,niente autore.

    (un altro classico sull'identità!)

  9. #139
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    Predefinito Così va la vita.

    È tutto accaduto, più o meno. I brani di guerra, in ogni caso, sono abbastanza veri. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro che conoscevo minacciò veramente di fare ammazzare i suoi nemici personali, dopo la guerra, da dei killer. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.
    Io tornai veramente a Dresda con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica) nel 1967. Somigliava molto a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate d’ossa umane.
    Ci tornai insieme a un vecchio compagno di guerra, Bernard V. O’Hare, e facemmo amicizia con un tassista che ci portò al mattatoio dove eravamo rinchiusi la notte come prigionieri di guerra. Si chiamava Gerhard Müller. Ci disse che era stato per un po’ prigioniero degli americani. Gli domandammo che effetto faceva vivere sotto i comunisti, e lui disse che il principio era terribile, perché tutti dovevamo lavorare molto duro, e perché non c’erano case e mancava da mangiare e da vestirsi. Ma adesso le cose andavano molto meglio. Lui aveva un bell’appartamentino, e la figlia frequentava una buona scuola. Sua madre era rimasta incenerita nell’incendio di Dresda. Così va la vita.
    A Natale mandò a O’Hare una cartolina, ed ecco cosa diceva:
    «Auguri a lei, alla sua famiglia e al suo amico buon Natale e felice anno nuovo e spero che ci incontreremo di nuovo in un mondo libero e in pace nel mio tassì, se il caso vorrà».
    Mi piace molto quel «se il caso vorrà». Non vi dirò quanto mi sia costato, in soldi, tempo e ansietà questo schifoso libretto. Ventitré anni fa, quando tornai a casa dalla Seconda guerra mondiale, pensavo che mi sarebbe stato facile scrivere della distruzione di Dresda, dato che tutto quel che dovevo fare era riferire quel che avevo visto. E pensavo anche che sarebbe stato un capolavoro o che per lo meno mi avrebbe fatto guadagnare un sacco di quattrini, dato che il tema era così forte.
    Ma allora non mi venivano molte parole da dire su Dresda, o almeno non abbastanza da cavarne un libro. E non me ne vengono molte neanche adesso, che son diventato un vecchio rudere con tutti i suoi ricordi sul gobbo e le sue Pall Mall e i figli ormai grandi.
    Penso a quanto mi siano stati inutili i miei ricordi di Dresda, e a quanto sia stato comunque tentato di scriverne, e mi viene in mente il famoso limerick:
    C’era un giovin d’Istambul,
    che al suo attrezzo parlò:
    «La borsa m’hai vuotato,
    la salute m’hai rovinato,
    e adesso, mio dannato,
    non funzioni neanche un po’».
    E mi viene anche in mente quella canzone che fa:
    «Mi chiamo Yon Yonson,
    e sto nel Wisconsin,
    a sgobbare in segheria.
    Quando cammino per la via
    la gente mi chiede:
    “Come ti chiami?”.
    E allora rispondo:
    Mi chiamo Yon Yonson,
    e sto nel Wisconsin...».

    E così via all’infinito. Durante tutti questi anni, la gente che ho incontrato mi ha chiesto spesso a che cosa stavo lavorando, e io di solito rispondevo che la cosa in cui ero più impegnato era un libro su Dresda. Lo dissi, una volta, a Harrison Starr, e lui alzò le sopracciglia e mi chiese: «È un libro contro la guerra?».
    «Sì», dissi, «penso di sì».

  10. #140
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    E tu onore di pianti,Ettore,avrai ove fia santo e lagrimato il sangue per la patria versato,e finchè il Sole risplenderà su le sciagure umane
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    Citazione Originariamente Scritto da pcosta Visualizza Messaggio
    È tutto accaduto, più o meno. I brani di guerra, in ogni caso, sono abbastanza veri. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro che conoscevo minacciò veramente di fare ammazzare i suoi nemici personali, dopo la guerra, da dei killer. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.
    Io tornai veramente a Dresda con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica) nel 1967. Somigliava molto a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate d’ossa umane.
    Ci tornai insieme a un vecchio compagno di guerra, Bernard V. O’Hare, e facemmo amicizia con un tassista che ci portò al mattatoio dove eravamo rinchiusi la notte come prigionieri di guerra. Si chiamava Gerhard Müller. Ci disse che era stato per un po’ prigioniero degli americani. Gli domandammo che effetto faceva vivere sotto i comunisti, e lui disse che il principio era terribile, perché tutti dovevamo lavorare molto duro, e perché non c’erano case e mancava da mangiare e da vestirsi. Ma adesso le cose andavano molto meglio. Lui aveva un bell’appartamentino, e la figlia frequentava una buona scuola. Sua madre era rimasta incenerita nell’incendio di Dresda. Così va la vita.
    A Natale mandò a O’Hare una cartolina, ed ecco cosa diceva:
    «Auguri a lei, alla sua famiglia e al suo amico buon Natale e felice anno nuovo e spero che ci incontreremo di nuovo in un mondo libero e in pace nel mio tassì, se il caso vorrà».
    Mi piace molto quel «se il caso vorrà». Non vi dirò quanto mi sia costato, in soldi, tempo e ansietà questo schifoso libretto. Ventitré anni fa, quando tornai a casa dalla Seconda guerra mondiale, pensavo che mi sarebbe stato facile scrivere della distruzione di Dresda, dato che tutto quel che dovevo fare era riferire quel che avevo visto. E pensavo anche che sarebbe stato un capolavoro o che per lo meno mi avrebbe fatto guadagnare un sacco di quattrini, dato che il tema era così forte.
    Ma allora non mi venivano molte parole da dire su Dresda, o almeno non abbastanza da cavarne un libro. E non me ne vengono molte neanche adesso, che son diventato un vecchio rudere con tutti i suoi ricordi sul gobbo e le sue Pall Mall e i figli ormai grandi.
    Penso a quanto mi siano stati inutili i miei ricordi di Dresda, e a quanto sia stato comunque tentato di scriverne, e mi viene in mente il famoso limerick:
    C’era un giovin d’Istambul,
    che al suo attrezzo parlò:
    «La borsa m’hai vuotato,
    la salute m’hai rovinato,
    e adesso, mio dannato,
    non funzioni neanche un po’».
    E mi viene anche in mente quella canzone che fa:
    «Mi chiamo Yon Yonson,
    e sto nel Wisconsin,
    a sgobbare in segheria.
    Quando cammino per la via
    la gente mi chiede:
    “Come ti chiami?”.
    E allora rispondo:
    Mi chiamo Yon Yonson,
    e sto nel Wisconsin...».

    E così via all’infinito. Durante tutti questi anni, la gente che ho incontrato mi ha chiesto spesso a che cosa stavo lavorando, e io di solito rispondevo che la cosa in cui ero più impegnato era un libro su Dresda. Lo dissi, una volta, a Harrison Starr, e lui alzò le sopracciglia e mi chiese: «È un libro contro la guerra?».
    «Sì», dissi, «penso di sì».
    Addio Kurt.
    Con le budella dell' ultimo prete impiccheremo l' ultimo re

 

 
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