di RAFFAELE SIMONE
IN AUSTRIA si parla con insistenza dell'opportunità di ritoccare il testo dell'inno nazionale. Sebbene le parole siano state scritte da una donna (la poetessa Paula Preradovic), qualcuno lo trova maschilista, coi suoi appelli a imperatori, eroi e guerrieri, e suggerisce di renderlo più mite e sfumato, insomma più politicamente corretto.
Si sa che gli inni della maggior parte dei paesi d'Europa sono nati nell'epoca dei moti indipendentistici dell'Ottocento: è quindi naturale che parlino di popoli liberati, di oppressori pestati e messi in fuga, di vittorie e di sangue. Ma forse, nello spirito della nuova (e ancora monca) Costituzione europea, sarebbe davvero opportuna una revisione generale degli inni (salvo, forse, “la Marsigliese”, l'unico che abbia una rinomanza internazionale) che si ispirasse ai nuovi ideali (o almeno ai nuovi slogan) dell'Unione.
Quello italiano, ad esempio, com'è dal punto di vista della “correttezza politica”? La domanda è più complicata di quel che appare, anzitutto perché per giudicare un testo bisognerebbe conoscerlo. Sappiamo tutti invece che il nostro “Fratelli d'Italia” (1847) è ignoto ai più, di certo ai calciatori della Nazionale, che lo sostituiscono platealmente con una specie di scat , neppure tanto appropriato come ritmica. Il nostro inno, bruttino come musica (Novaro non era Mozart!) e tremendo come versi, ha bisogno non solo di una ristrutturazione linguistica ma anche di una revisione ideologica. Infatti è (sia detto con tutto il rispetto) una spettacolare raccolta di “scorrettezze politiche”, che, se solo il testo fosse conosciuto, potrebbe dare ai nervi a diverse categorie d'italiani, e anche (diciamolo) di stranieri.
Vediamo da vicino. Anzitutto si asserisce che la vittoria è “schiava di Roma”, il che, oltre che essere piuttosto di cattivo gusto, è purtroppo anche storicamente falso. È insistente poi l'affermazione “siam pronti alla morte” dato che “Italia chiamò”. Essere pronti alla morte per checchessia sembra oggi un obiettivo poco condiviso, salvo che da vituperate frange di fondamentalisti: nessuno nella tradizione italiana ha mai davvero teorizzato la morte come principio politico, tolti alcuni gruppi fascisti, che però si limitavano ad annunciarla a parole.
Nel testo appare poi l'auto-denigrazione, nefasto vezzo italico, che ci spinge a parlar male di noi anche dinanzi a estranei: “Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi, / Perché non siam popolo, / Perché siam divisi”. Nessuno oggi avrebbe la faccia di descriversi come “calpesto e deriso”, dato che il bon ton impone semmai di fare sfoggio della propria fitness dicendo che “in Italia tutto va bene”. Troviamo anche un'aspirazione unitaria che oggi (tra federalismo di varia lega e devoluzione) sembra molto indebolita: “Raccolgaci un'unica / Bandiera, una speme: / Di fonderci insieme”. C'è poi l'ammiccamento al forte legame politica e Chiesa: “l'Unione, e l'amore / Rivelano ai Popoli / Le vie del Signore”. C'è un involontario e sgradevole ammiccamento al Ventennio: “I bimbi d'Italia / Si chiaman Balilla”.
E alla fine c'è ricca materia per una raffica di potenziali crisi internazionali. Sono versi che pochissimi conoscono (stanno in fondo, dove quasi nessuno arriva), ma che richiedono un'immediata riforma: “Già l'Aquila d'Austria / Le penne ha perdute. // Il sangue d'Italia, / Il sangue Polacco, / Bevé, col cosacco, / Ma il cor le bruciò”. A parte la sconsolante modestia dei versi, russi e austriaci (senza parlare dell'etnia cosacca) avrebbero mille motivi per risentirsi. L'immagine di popoli che, sia pure spennacchiati, bevono il sangue degli altri (anche se per farsi poi bruciare il cuore) non è proprio il massimo per le buone relazioni internazionali.
In conclusione, e lasciando da parte gli scherzi, non sarebbe davvero male se, tra i tanti concorsi per architetti che si fanno in Italia, si lanciasse un concorso vero e serio per poeti e musicisti, per dare al paese un inno moderno, sensato, condiviso, e se possibile anche bello.
Ho deciso di inviare una vibrante lettera di protesta al Messaggero, visto che il direttore si permette di mettere in prima pagina questo stronzo. Immaginatevi la mia faccia allibita quando mi è capitato sottomano il giornale di ieri. Invito anche voi a fare altrettanto.
prioritaria@ilmessaggero.it




Rispondi Citando
