Chiesa semplicemente scomoda
L'accusa di politicismo un alibi
Andrea Riccardi
Anni fa, nel clima acceso della contestazione, durante una visita nella periferia romana, il cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma, fu fatto segno di un lancio di uova, mentre usciva in macchina da una parrocchia. A tirargliele era un gruppo di femministe, critiche con gli interventi del porporato in tema di aborto.
La gente restò attonita e, ad un certo punto, si fece avanti un'anziana fragile che, passando tra le dimostranti, pulì con il suo fazzoletto il finestrino del cardinale. Questo episodio mi è tornato alla mente, quando s'è saputo della chiassata allestita a Siena all'indirizzo del cardinale Ruini. Fortunatamente non si trattava di uova. Gli anni sono diversi: allora capitavano anche episodi di questo tipo agli uomini di Chiesa. Qualcosa tuttavia spunta ancora, come s'è visto. E resta segno di uno stile deprecabile: interagire non con gli argomenti razionali dell'interlocutore, ma provando piuttosto ad intimidire e zittire.
Nel gergo di questi giorni si è voluto codificare l'episodio sotto l'accusa dell'intromissione chiesastica, che è vecchia come la vicenda nazionale. Ma lo storico sa che ci sono stagioni e vicende assai differenti. Quello dell'ingerenza poi è tema che figura anche nella storia moderna di altri Paesi, un'imputazione che è mossa talora da regimi autoritari, altre volte invece è lanciata in condizioni di democrazia.
Lo si dice a fronte di pronunciamenti della Chiesa su questioni antropologiche, ma anche di giustizia, o di rilevanza sociale, o per condizioni in cui sono colpiti i diritti umani. Insomma, la gamma delle situazioni è vasta, ma la passione della Chiesa è la stessa. Naturalmente gli interventi su simili questioni non intendono essere "infallibili", seppur rilevano lo stesso atteggiamento evangelico, che parte dalla fede e si coniuga dentro le pieghe del vissuto umano. Secondo quella metodica della mediazione culturale che, unica, può immunizzare dai fondamentalismi. Insomma, cambieranno i modi ma a questa passione eloquente la Chiesa non rinuncia.
In Italia, dopo il Concilio, sono cambiati i soggetti di questi interventi. Prima parlavano il Papa e, in sua vece, la Santa Sede. Oggi c'è anche la Cei che, dal Vaticano II, è diventata un soggetto a pieno diritto della vita ecclesiale e sociale del Paese. Espressione di una dimensione nuova, quella della Chiesa italiana, con una sua identità, distinta dalla Sede apostolica. Rileggendo le prolusioni svolte dal cardinale Antonio Poma (presidente della Conferenza episcopale italiana nel decennio 1969-79, quanto mai difficile per il cattolicesimo italiano), ci si rende conto di come questi intervenisse puntualmente sulle vicende emergenti allora nel Paese.
Non parlava magari di questione antropologica come fa Ruini oggi, ma di "altri" umanesimi con cui confrontarsi e talvolta scontrarsi. Nel 1976, ad esempio, affermava che la Chiesa doveva prendere posizione "di fronte alle proposte di liberazione che si fondano solo sulla fiducia nell'uomo… come se la salvezza dipendesse solo dai suoi mezzi, ignorando Dio e lo spirito".
I tempi, e gli uomini che li leggono, cambiano.
La Chiesa, radicata nei problemi del Paese, e tenuta desta da una collaudata passione per l'umano, resta una risorsa che contribuisce a fare la qualità della nostra vita sociale. In una condizione in cui i dibattiti sono così umorali, gridati dopo una rapida scorsa delle agenzie stampa, senza respiro, personalizzati, non si riesce a parlare del domani in una prospettiva di lungo respiro. Per questo la riflessione della Chiesa (con posizioni non sempre così scontate, come le vengono attribuite) è una ricchezza che fa pensare anche chi non è d'accordo con quanto afferma. Meglio non scomodare allora la vecchia accusa di politicismo, se non altro per non far pensare che si stia cercando alibi a fronte della scomodità dei suoi argomenti.
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