Cosa c'è in comune tra socialisti e liberali?
di Carlo Lottieri
In un primo tempo doveva essere solo l’escamotage necessario ai radicali di Bonino & Pannella per non stare fermi un altro giro e per trovare, grazie alla mediazione dei socialisti di Enrico Boselli, quel pertugio necessario a farli approdare nuovamente in Parlamento. Si trattava del compromesso che conduceva ad abbracciare Romano Prodi, insomma, per ritrovare la strada di Palazzo Montecitorio.
Ma in politica, ahimé, tutti hanno bisogno di darsi ragioni e trovare coperture ideologiche. Ed ecco quindi che l’accordo è stato presentato come l’esigenza di ricondurre sotto le medesime bandiere anime disperse di una stessa famiglia. Nell’incontro tenutosi a Fiuggi, Boselli ha affermato che socialisti e liberali avrebbero radici comuni e sarebbero chiamati a stare sotto il medesimo tetto. E, più che di un semplice Pacs, si tratterebbe di un vero matrimonio d’amore.
Questo è però assai bizzarro: soprattutto se si considera come liberalismo e socialismo siano teorie politiche tra loro alternative. Riconoscersi liberali dovrebbe essere caratteristico di quanti pongono al centro delle relazioni pubbliche la libertà individuale: contro ogni forma di collettivismo, autoritarismo, statalismo e, quindi, socialismo. Al contrario, è dalla tradizione socialista che sono emersi i partiti comunisti, fascisti o socialdemocratici. Lenin, Mussolini, Kautsky, Sorel, Gramsci, Rosa Luxemburg e Pertini appartengono alla medesima storia.
È ben difficile capire cosa metta in relazione tra loro i fautori del libero mercato e quanti, al contrario, auspicano sempre e comunque un’espansione dello Stato.
È vero che il centro-destra al governo davvero di rado ha mostrato una qualche adesione a principi liberali. Ha parlato di tagli alle tasse, ma poi si è limitato a riduzioni impercettibili. Per questo, il numero dei dipendenti pubblici è aumentato e ugualmente in crescita è apparsa la spesa pubblica. Da parte liberale, insomma, ci sono buoni motivi per criticare Berlusconi e i suoi, anche se a sua volta il centro-sinistra di Prodi e Bertinotti non promette nulla di buono.
Nelle logiche della politica romana, i radicali si possono comprendere. In fondo, essi non vogliono fare la fine dell’asino di Buridano, che incapace di scegliere tra due identici mucchi di fieno finì per morire di fame. Chi fa politica punta ad entrare in Parlamento, accedere ai finanziamenti, ottenere la propria quota di cariche ed incarichi.
Ma per fare tutto questo è davvero necessario scomodare il liberalismo? E ha senso riportare in auge quell’ircocervo liberalsocialista particolarmente legato al nome di Carlo Rosselli? Nel 1930 questi rigettava “il sedicente liberalismo borghese” (la libertà di mercato) e riconosceva invece l’autentico liberalismo in un socialismo che parla “di socializzazione, di abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio, della sostituzione del criterio di socialità al criterio egoistico”. È su queste basi che intendono riunirsi i radicali e i socialisti italiani?
Per anni ed anni, in Italia si è fatto davvero un uso ed un abuso irrazionali dei riferimenti al liberalismo. Dopo il crollo delle ideologie, si è pensato di trovare nella teoria liberale un sostituto per le vecchie etichette, tanto più che la maggior parte dei sedicenti liberali ignora la centralità dei diritti di proprietà. In tal modo il liberalismo poteva diventare una sorta di giacobinismo laicista, nemico di ogni fede perché infatuato dal culto repubblicano per le istituzioni.
È questa religione civile che spinge ad occuparsi più dei matrimoni gay che del protezionismo anti-Cina, ad enfatizzare ogni questione bioetica a scapito di un tema come la tassazione. Più che impegnarsi a favore del libero mercatoe contro il potere statale, i socialisti liberali del chiacchiericcio nazionale sembrano quindi dominati dal frasario ottocentesco che restaurano ogni 20 settembre, nelle loro rievocazioni a Porta Pia. E nessuno si stupirà se quanti si dicono liberali finiranno per fare da contorno alla riedizione, trent’anni dopo, della riunificazione socialista che ebbe protagonisti Pietro Nenni e Giuseppe Saragat.
Ma se le cose stanno così, la nuova “unità laico-socialista” è una questione tutta interna agli statalisti di ogni colore: intrecciata con le future mosse di De Michelis e le reazioni di Mastella.
Niente d’interessante, insomma, per autentici liberali & libertari.
L'Indipendente, 26 settembre 2005.


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