| Venerdi 23 Settembre 2005 - 146 | Marzio Paolo Rotondò |

La caccia agli oligarchi procede come stabilito e lo Stato russo riacquista progressivamente ciò che gli era stato tolto dalla speculazione. Sono infatti iniziate le trattative per l’acquisizione di Sibneft da parte di Gazprom: un nuovo colpo grosso per il Cremlino, che metterà ben presto le mani su più di 1/3 delle risorse energetiche del paese. Ancora incerta la data della transazione, ma la certezza che questa vada in porto è matematica.
Mosca però vuole di più.
Continua il progetto del presidente Putin e della sua amministrazione per riportare allo Stato i settori strategici persi dopo la caduta dell’Unione sovietica. Nel mirino del Cremlino soprattutto le industrie energetiche, una delle più grandi ricchezze per la Russia moderna.
Dopo la rinazionalizzazione della Yukos di Khodorkovsky, messo dietro le sbarre per frode fiscale, ora tocca alla Sibneft di Abramovich. Il celebre magnate del calcio e proprietario del Chelsea, ha ricevuto un’offerta che non può rifiutare. Lo Stato Russo ha intenzione di sottrarre la percentuale di Abramovich, pari al 72% dell’azienda di proprietà dell’ex-oligarca per una cifra che dovrebbe aggirarsi sui 14 miliardi di dollari. In questo modo il Cremlino vuole riunire il primo produttore mondiale di gas la Gazprom, e il quinto produttore russo di petrolio Sibneft. Quando l’operazione sarà conclusa, questa sinergia creerà un colosso energetico di scala mondiale in grado di competere con i potentissimi indiscussi del settore: giganti del calibro di Royal Dutch Shell, British Petroleum ed Exxon Mobil. Ma nei piani del Cremlino si ambisce a di più che al controllo di un misero terzo delle risorse nazionali strategiche e, gradualmente, si farà di meglio. Intanto, l’operazione che si profila entro la fine dell’anno rappresenterà la più grande scalata societaria mai avvenuta nella storia della Russia.
L’annuncio ufficiale è stato fatto a Pechino da Alexander Medvedev, capo della divisione export della Gazprom, in Cina per coordinare la ‘road show’ della compagnia: “Le trattative per acquistare Sibneft sono in corso e spero che l’operazione vada in porto prima della fine dell’anno”. Con questa dichiarazione si ammette per la prima volta l’inizio delle trattative, da tempo però scontate. Fino a questo momento le due compagnie si erano sempre trincerate dietro un ‘no comment’ anche se i segnali erano tengibili.
Una conferma consistente che il buon esito della transazione sia oramai solo una questione di tempo, era comunque già stato confermato recentemente dalla Fas, l’Antitrust russa. Secondo un comunicato della stessa, si è reso noto che attraverso l’acquisto di Sibneft, Gazprom non occuperebbe una posizione dominante sul mercato petrolifero. Visto il contesto, non avrebbe potuto dire il contrario. “Sebbene il parere della Fas non rappresenti un via libera ufficiale, accelererà sicuramente il processo di acquisizione delle due compagnie”, ha scritto in una nota inviata alla clientela la banca d’affari UralSib.
Dopo il trasferimento di un’iperbolica somma di dollari in direzione delle casse di Gazprom provenienti da diversi istituti di credito europei, transito che non è passato di certo inosservato, si è avuta la certezza matematica del buon fine dell’operazione. Tutte queste conferme hanno creato molta euforia sul mercato. Il titolo dell’azienda russa è schizzato alle stelle tanto da far segnare sul mercato di Mosca un balzo di circa il 9%, trainando con se l’intero listino sui massimi storici, chiudendo in rialzo dell’1,64%.
Per portare a termine le trattative ormai scontate, si è dato vita ad una maxi linea di finanziamento da 12 miliardi di dollari che si diramerà su due linee direttive: un prestito ponte e uno sindacato che sarà rifinanziato attraverso l’emissione sul mercato di obbligazioni ‘corporate’. Le banche che parteciperanno all’operazione sono già state presentate la settimana scorsa. I nomi degli istituti sono ovviamente autorevoli dato le proporzioni dell’operazione: Abn Amro e Dresdner Kleinwort Wasserstein dovrebbero fornire la metà della linea di finanziamento. Anche a Citigroup, Credit Suisse First of Boston, Goldman Sachs e Morgan Stanley è stato chiesto di intervenire, ma le suddette banche si sono riservate qualche tempo per valutare l’impatto del finanziamento dare una risposta ufficiale.
In parallelo al maxi prestito bancario, una seconda parte del finanziamento all’operazione la Gazprom mira a ottenerlo dalla Shell. In cambio, il colosso russo ha stipulato un accordo con quello anglo-olandese ai fini di un’operazione di ‘asset-swap’. L’operazione consiste nello scambiando del 50% del giacimento di gas siberiano ‘Zapolyarnoye’ con il 25% del giacimento ‘off-shore’ di petrolio e gas naturale ‘Sakhalin-2’, dislocato al largo dell’omonima isola. Questa zona è stata giudicata dagli esperti la più grande riserva mondiale di petrolio dove si trovano i maggiori giacimenti di petrolio e gas ancora da sfruttare. In questa zona, le compagni petrolifere hanno giudicato che potranno ricavare solo dalle infrastrutture attuali circa cento dollari al secondo. Si stima che vi siano circa 13 bilioni di barili di petrolio interamente da sfruttare; un dato che attira investimenti miliardari da tutto il pianeta.
Ma l’operazione fra Gazprom e Shell, come ha spiegato lo stesso Medvedev, vede la compagnia russa troppo perdente per fattori esterni. La stima dei costi per Gazprom è raddoppiata raggiungendo a 20 miliardi di dollari a causa dell’acuirsi dell’inflazione in Russia, del calo del dollaro e del rialzo dei prezzi dei metalli. Gazprom si aspetta dunque un risarcimento dopo l’operazione. Stando a quando rilevato dagli analisti, tale risarcimento potrebbe ammontare a 2 miliardi di dollari. Secondo i calcoli della banca d’affari Ufg, con l’aumento dei costi, infatti, si ridurrebbe il valore stimato del giacimento da 3,5 miliardi di dollari a 2,5 miliardi.
Al miliardo di differenza andrebbe ad aggiungersi un altro miliardo derivante dalla diversa valutazione degli asset scambiati visto che il 50% del giacimento di ‘Zapolyarnoye’ sarebbe valutato 4,5 miliardi, mentre il 25% del ‘Sakhalin-2’ 3,5 miliardi. Queste però sono cifre molto volubili e i termini dello scambio potranno essere soggetti ad ulteriori cambiamenti.
Sul fronte industriale e commerciale invece, nel corso della conferenza stampa che ha annunciato l’acquisizione di Sibfneft, Medvedev ha confermato che la compagnia russa ha avviato trattative con l’azienda petrolifera di proprietà dello Stato cinese, la Cnpc, per costruire due gasdotti della capacità di 30 miliardi di metri cubici.
Il primo gasdotto è stato concepito per rifornire la parte ovest della Cina, mentre il secondo quella nord-est.
Il progetto assume una rilevanza strategica epica, considerando che il mercato cinese sarà ben presto, e di gran lunga, il primo consumatore mondiale di energia.
Anche nel panorama europeo, Gazprom è solidamente radicata. Attualmente, il gas russo rappresenta ¼ del volume importato nel continente europeo. Accordi come quello stipulato recentemente fra il presidente Putin e il cancelliere tedesco Schroeder, che darà origine ad un nuovo gasdotto in direzione dell’Europa, stanno incrementando le quote di mercato di gas in mano al Cremlino. Gazprom, oltre ad essere pandemica nelle acquisizioni nazionali, è anche molto attiva sul mercato europeo. Voci di mercato portano a pensare che sia interessata anche all’acquisizione della nostra Snam Rete gas.
La Russia è il secondo produttore mondiale di petrolio ed il primo di gas naturale. Il governo russo ha ben pensato di prendere il controllo di questo settore strategico e dei suoi introiti stratosferici. Considerando il contesto internazionale, i prezzi delle materie prime, e la crescente domanda globale, lo Stato Russo ha trovato un metodo par stabilizzare l’economia del Paese. Il commercio delle risorse naturali russe ha infatti un impatto preponderante sull’export, sulla crescita del Paese e del suo Pil, tanto da essere il principale pilastro dell’intera economia. Queste risorse garantiscono una stabilità alla Russia che altrimenti non riuscirebbe ad avere. Se dovesse fare affidamento sull’economia selvaggia, sulle speculazioni di personaggi inaffidabili che la caratterizzano e sulla sua moneta tartassata dalle svalutazioni, il sistema economico russo collassarebbe. La nazionalizzazione di questo settore strategico si è dunque profilata di primo piano per l’amministrazione Putin.
Mosca quindi non si fermerà nella sua pandemia lanciata sul settore dell’energia, poiché questo settore rappresenta allo stesso tempo l’antidoto e la malattia della propria economia. Un circolo vizioso di importanza vitale per il paese.