....nel covo di Riina
Palermo. La perquisizione del covo di Totò Riina non la fermò di propria iniziativa, ma comunque l’ordine di rinviarla lo diede lui: Gian Carlo Caselli.
Era arrivato da poche ore, a Palermo, si era insediato la mattina del 15 gennaio del 1993 e giusto in quelle primissime ore da procuratore, il Ros del generale Mario Mori e del capitano Ultimo gli fece trovare, su un piatto d’argento, il boss dei boss, il pericolo pubblico numero uno.
Un regalo eccezionale, un biglietto da visita invidiabile, che consentì a Caselli di mettere il cappello, perlomeno a livello di immagine, su uno dei più grandi successi investigativi del dopoguerra e al quale in realtà poco o nulla aveva contribuito.
Poi però i carabinieri chiesero di non perquisire la villa-covo di Riina e il neoprocuratore si fidò – chi non lo avrebbe fatto? – rimandando a data da destinarsi l’accesso nel residence di via Bernini da cui era uscito il capomafia.
Comincia così il giallo del ritardo nella perquisizione della villa di Riina, sfociata in un processo che vede gli stessi Mori e Ultimo, alias Sergio De Caprio, imputati di favoreggiamento aggravato. La ricostruzione di quelle ore – l’arrivo di Caselli, la cattura di Riina, la richiesta del Ros, l’ordine del procuratore che fermò una colonna di auto dei carabinieri e bloccò a terra gli elicotteri pronti a decollare – è stata fatta da un testimone d’eccezione, il magistrato Luigi Patronaggio.
La sua deposizione crea però più di un imbarazzo: si spiega così, forse, la tiepidezza dei quotidiani di ieri; vero è che Saverio Lodato, mafiologo dell’Unità, era testimone in udienza e correttamente non ha scritto di se stesso; ma sui maggiori giornali non c’erano grandi firme né grandi articoli.
Due colonne in cronaca.
Nel processo l’accusa sostiene che i due ufficiali del Ros, evitando la perquisizione immediata della villa-covo del capo di Cosa Nostra, avrebbero favorito i mafiosi che andarono a “ripulire” l’abitazione di Riina, portando via i mobili, gli effetti personali e – sempre che vi fossero – le carte con l’archivio del boss. In sostanza, avrebbero prima arrestato il superboss (che sarebbe stato “venduto”) e poi favorito i suoi compari, in virtù di un accordo inconfessabile.
Oltre che inconfessabile, questa accusa ha pure il difetto di essere indimostrabile, con prove e argomenti solidi: è per questo che la stessa Procura aveva chiesto di archiviarla per due volte.
Con la consueta tecnica del mascariamento ad oltranza, nella richiesta di archiviazione, i pubblici ministeri avevano però schizzato fango a più non posso sui due indagati, per concludere che l’accusa non poteva essere utilmente sostenuta in giudizio. Il gip Vincenzina Massa non si è convinta e ha sostanzialmente costretto i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino ad andare al dibattimento.
Il metodo dell’archiviazione con annesso mascariamento – più volte seguito, a Palermo, negli anni 90 e anche oltre – adesso si ritorce su colui che nel 1998, cinque anni dopo la cattura di Riina, avallò la richiesta di iscrivere Mario Mori e Sergio De Caprio nel registro degli indagati: ancora lui, Caselli.
Il procuratore di Palermo, chiamato come testimone dall’accusa, dovrà infatti spiegare pubblicamente le ragioni che lo indussero a fidarsi di Mori e “ultimo”, a credere ciecamente cioè che il covo fosse sotto controllo o sotto osservazione da parte del Ros.
Comunque la si veda, la procura di Caselli non esce benissimo da questa vicenda; ed è forse questa la vera ragione per cui i pm –con lo sta bene dell’attuale procuratore, Piero Grasso – avevano cercato di chiudere il caso.
Il processo in realtà nessuno lo voleva: non gli imputati, ovviamente, chiamati a dover spiegare con incomprensioni, malintesi e negligenze una delle pagine più controverse delle vicende di mafia; non i magistrati dell’antimafia che fu e che, nel migliore dei casi, fanno la figura degli ingenui; e nemmeno l’attuale dirigenza della procura, che non vuol legare il nome di Piero Grasso a un processo dall’esito incerto e che soprattutto crea tensioni col Ros, per non parlare del Sisde, di cui Mori è direttore.
Su il Foglio
saluti




Rispondi Citando