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    Predefinito Le "quasi" primarie del....

    ....Cav.

    Roma. I dirigenti di centrodestra sono indaffaratissimi in dichiarazioni ottimistiche e orgogliose sulle primarie che verranno. Se verranno, perché ad ascoltare i loro discorsi privati non paiono così convinti che saranno primarie aperte e in grande stile. Qualcuno - ma sono pochi – dice addirittura che non se ne farà nulla. Tutti però, dopo le risse delle ultime ore, vogliono un compromesso.
    Silvio Berlusconi ha in mente una convention di eletti, non solo parlamentari ma anche consiglieri regionali e comunali (quelli di Forza Italia si stanno già contando e sono calcolati più o meno in otto-novemila). Il che dovrebbe riprodurre i rapporti numerici esistenti fra i partiti di centrodestra, consegnando la vittoria al premier e gli sfidanti il più possibile nell’ombra.
    Pier Ferdinando Casini non è entusiasta all’idea di esporsi in una competizione dall’esito scritto, fa sapere che cercherà di essere pronto e non potrebbe essere diversamente.
    Mentre il segretario dell’Udc, Marco Follini, a differenza di alcuni dirigenti del suo partito molto più possibilisti, non vuole saperne di primarie che non siano “realmente aperte a tutti e democratiche”. Considera questo appuntamento come l’ultima occasione per garantire la tenuta del centrodestra.
    E se il Cav. fosse irremovibile?
    A questo punto è difficile, semmai lo fosse, gli udc minacciano un Congresso straordinario in cui sancire l’abbandono della Cdl.
    Lo annuncerebbero nel corso dell’assemblea dei moderati che hanno fissato per il 22 di ottobre.
    Se entro quella data Follini non otterrà le garanzie richieste, trasformerà l’assemblea del mese prossimo in un atto d’accusa contro Berlusconi (“Diremo che manca una risposta adeguata, e non è casuale che chi è contrario alle primarie sia la stessa persona che mal sopporta l’idea di andare al voto”).
    Dopodiché Follini dovrebbe battezzare il nuovo partito moderato e lanciarlo nella sua corsa elettorale solitaria. Al momento fra i centristi prevale un opinione meno cruenta.
    Se autentiche, le primarie possono garantire la giusta visibilità e soprattutto consacrare il principio secondo il quale la leadership della coalizione non è più scontata. Non sarà un risultato enorme né una prova scintillante di strategia politica. Ma è qualcosa, considerando che due giorni fa i centristi rischiavano di rirovarsi lì dove erano partiti: con Berlusconi capo indiscusso e poche chance di modificare la legge elettorale.

    Nuovo vertice, la prossima settimana
    Sarà un nuovo vertice, la settimana prossima, a evidenziare quante possibilità abbia la Cdl di trovare un accordo sulle primarie (ma pure su Finanziaria e legge elettorale). In Forza Italia dicono che rispetto all’Udc non esistono ancora posizioni impostate sulle quali mediare. Bisogna attendere – ragionano i forzisti – ma non è detto che non convenga estendere lo spettro dei votanti, visto che il numero degli eletti centristi, come nel caso dei collegi uninominali, è largamente sovradimensionato rispetto all’appartenenza politica degli elettori.
    Umberto Bossi lancia segnali solo in apparenza contraddittori. Attraverso i ministri Calderoli e Maroni dice che Berlusconi è il solo candidato possibile, e se venisse scavalcato non esisterebbe più un motivo per mantenere in vita l’alleanza. Ma il segretario della Lega lombarda, Giancarlo Giorgetti, promette che il Carroccio “non si metterà di traverso alle primarie”.
    Perché si sa che i voti leghisti convergerebbero sul Cav., rendendo scontato l’esito della consultazione.
    Un po’ diverso è il discorso da fare su Alleanza nazionale. Gianfranco Fini ha più di qualcosa da guadagnare con eventuali primarie.
    A differenza di Casini, che nei confronti della leadership ha scelto una tattica a metà strada tra l’Opa ostile e la guerriglia, il capo di An crede nella via morbida alla successione al trono, e per la prima volta potrà far pesare l’elevato indice di popolarità di cui gode nell’elettorato di centrodestra. La sua speranza, confortata da un partito così radicato nel territorio come può esserlo quello dei Ds a sinistra, è di attestarsi a un’incollatura dal premier. E poi non si sa mai: con i brutti sondaggi che circolano a Palazzo Grazioli, tutto è possibile.
    La particolarità della posizione di Fini sta pure nel fatto che un suo impegno esplicito nel contendere la leadership al Cav. dovrebbe riaprire la partita per la guida del suo partito. E’ noto che Gianni Alemanno voglia affiancare il presidente Fini nel ruolo di segretario di An, e anche per questo è stato il primo a spingerlo affinché vincesse ogni ritrosia.
    Tuttavia la posizione del capo della Destra sociale non è particolarmente smagliante.
    E’ stato fino a ieri troppo vicino a Casini e all’Udc per non essere guardato oggi con perplessità.
    In più è naufragato nell’insofferenza di Fini il suo tentativo di opporsi al rispescaggio dell’odiato Giulio Tremonti.
    Ma non è che la concorrenza interna se la passi molto meglio.

    Da il Foglio

    saluti

    p.s. Il candidato Casini avrà pure i suoi problemi quando salterà fuori il "conflitto d'interessi" tra una "figura istituzionalmente fuori dalle parti" che partecipa alla elezione da premier presentandosi ad una sola delle suddette parti.
    Mentre Fini se la dovrà vedere pure con Tremonti, vice-segretario di FI e di nuovo ministro del Tesoro, dopo esserne stato cacciato da Follini in combutta proprio con Fini.

  2. #2
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    Predefinito Caccia al....

    ….Tesoro

    Roma. “Ora la questione è nelle mani del Consiglio superiore della Banca d’Italia”. A Palazzo Chigi è opinione diffusa che se Antonio Fazio non darà seguito alle parole del premier (“la permanenza del governatore non è più opportuna, né compatibile con la credibilità internazionale del nostro paese”, ha detto Silvio Berlusconi) la strada maestra da seguire sarebbe quella di chiedere una convocazione straordinaria del supremo organo di Via Nazionale, o di sperare in un’iniziativa della Bce.
    Una direzione di marcia che poteva essere intrapresa soltanto con una pubblica dichiarazione di sfiducia come quella pronunciata da Berlusconi, fanno notare ambienti governativi.
    Infatti, oltre alle pressioni del vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, per accettare il ritorno all’Economia di Giulio Tremonti, a indurre Palazzo Chigi al “vade retro Fazio” sono state anche le osservazioni di alcuni membri dello stesso Consiglio superiore della Banca d’Italia.
    Il quale solo in seduta straordinaria (mentre quella in programma per il prossimo 29 settembre è ordinaria) può ritirare la fiducia al numero uno di Palazzo Koch.
    Formalmente, per la convocazione straordinaria del Consiglio, occorre la richiesta di almeno 2/3 dei 13 membri. Ma in casi eccezionali, è l’interpretazione prevalente, è sufficiente un’azione di pressing. In questo modo, di fatto, torna in auge la strada suggerita fin dall’inizio da Domenico Siniscalco: “Una richiesta del ministro dell’Economia al consigliere anziano del Consiglio superiore – si leggeva in un appunto riservato del Tesoro –di convocare il Consiglio per esaminare la posizione del governatore e discutere la eventuale revoca”.
    Questa soluzione è stata di fatto sollecitata da alcuni componenti il Consiglio che non si possono annoverare tra i faziani a oltranza.
    Basti pensare alle parole pronunciate nei giorni scorsi da Giordano Zucchi, industriale tessile, uno dei 13 membri dell’organo di via Nazionale. Questo il ragionamento di Zucchi:
    “Avremmo il dovere d’intervenire se il governo dovesse chiedercelo. Se l’esecutivo ci chiede di avviare la revoca perché è venuto meno il rapporto di fiducia, allora sarebbe possibile un nostro intervento”. Le considerazioni di Giordano Zucchi, e di pochi altri componenti il Consiglio, hanno quindi accelerato la sfiducia espressa da Palazzo Chigi, proprio per superare lo stallo.
    Ma non è detto che l’input dell’esecutivo sia sufficiente per centrare l’obiettivo, si fa notare in via Nazionale.
    Infatti, al momento, la maggioranza del Consiglio superiore non sarebbe affatto propensa a seguire l’indicazione governativa.
    D’altronde i tredici consiglieri sono designati dalle assemblee generali presso le sedi regionali della Banca d’Italia. Comunque il rappresentante (seppur senza diritto di voto) del Tesoro nel Consiglio, Roberto Ulissi, capo della direzione generale Sistema bancario, sarebbe stato allertato per avviare l’iter, iniziando a sondare il presidente del Consiglio superiore, Paolo Emilio Ferreri. Ma proprio per gli equilibri interni all’organo non prevale l’ottimismo nell’esecutivo sulla riuscita dell’operazione. In caso di fallimento, tornerebbe utile l’extrema ratio messa nero su bianco dall’ufficio legislativo di Via XX Settembre, capitanato dal magistrato Gaetano Caputi, su disposizione di Siniscalco: “In caso di mancato seguito alla richiesta o di valutazione negativa del Consiglio superiore in ordine alla revoca, gli azionisti della Banca d’Italia potrebbero promuovere ai sensi del regio decreto del 1910, numero 204, una speciale azione giudiziaria di responsabilità nei confronti del Consiglio superiore”.

    Un saggio dà ragione al governatore
    L’azione di responsabilità può essere promossa anche da un solo azionista, purché in possesso di almeno mille azioni, pari allo 0,33 per cento del capitale. Una percentuale superata, oltre che dalle banche private, da enti pubblici come l’Inps presieduto da Gianpaolo Sassi e l’Inail di Vincenzo Mungari.
    Ma a Palazzo Koch, finora, non si curano di operazioni del genere, ritenendo di aver operato rispettando la legge. Quella legge, ossia il testo unico riformato nel 1993, che, come scrive uno dei massimi esperti italiani di Authority, Marcello Clarich, docente di Diritto amministrativo alla Luiss, nel suo recente saggio “Autorità indipendenti” (il Mulino), “mantiene in capo alla Banca d’Italia poteri (normativi e amministrativi) conformativi del diritto d’impresa così estesi da consentire all’Istituto di Vigilanza di esercitare in via informale un’azione intensa di moral suasion”.

    Da il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Tesoro, arrivo!

    Roma. Le questioni che il cambio di guardia fra Domenico Siniscalco e Giulio Tremonti pone sono numerose. Le più evidenti sono le seguenti: la manovra finanziaria per il prossimo anno, la partita bancaria (dalla banca del nord cara alla Lega, alla legge sul risparmio, destino di Bankitalia compreso), il rapporto con l’establishment raccolto intorno ai muniti fortini dell’asse Milano-Torino e alla presidenza della Confindustria.
    Partiamo da qui. In principio Siniscalco era stato accolto con grande entusiasmo dal sistema confindustriale, complice anche l’amicizia personale con molti esponenti dell’establishment del nord. Un atout che mancava (e manca) al ruvido Tremonti, uomo di montagne più che di salotti. Quella certa selvatichezza tremontiana è indicata da molti come un serio difetto. Ma è compensata dalla franchezza politica. Inoltre come spiega Andrea Pininfarina, vicepresidente degli industriali “Tremonti è riuscito, anche grazie al sacrificio di Siniscalco, a ottenere dal governo una dura presa di posizione nei confronti del governatore. Il che ci rende più ottimisti sulla possibilità che Fazio si dimetta’’.
    Sulla questione bancaria si concentra la curiosità degli osservatori. Molti ritengono che sarà difficile per Tremonti tornare sul progetto di banca del nord che il partito con cui il ministro vanta una consuetudine, la Lega, persegue.
    Secondo Nicola Rossi (Ds) Tremonti non sarà in grado di rendere più stringente il provvedimento sul risparmio: “Non vedo – dice – come potrebbe modificare l’atmosfera che regna in Parlamento e nella maggioranza, oggi tale da non consentire che della legge si faccia qualcosa di utile’’.
    Di diversa opinione è Mario Baldassarri, viceministro dell’Economia (An) secondo il quale la cosiddetta bozza Tremonti, abbandonata un anno fa a favore di un provvedimento più morbido potrebbe ora tornare d’attualità: “Abbiamo perso un anno, adesso probabilmente si può ripartire dal punto in cui Tremonti aveva lasciato’’. E cioè, da una riforma in cui le competenze della Banca d’Italia verrebbero suddivise anche fra Consob e Antitrust, ma soprattutto basata sul mandato a termine per il governatore, eletto con maggioranza qualificata dal Parlamento per sette anni, con successiva incompatibilità rispetto a ogni altro incarico di pari durata e di pari retribuzione. Il che non starebbe a significare “una sorta di vendetta nei confronti del governatore, ma piuttosto la risposta giusta al problema di adeguamento delle norme dell’Istituto centrale ai tempi correnti’’, osserva Baldassarri.
    Ma il primo appuntamento su cui si potrebbe verificare la discontinuità fra Siniscalco e Tremonti è il lavoro sulla Finanziaria. Secondo Nicola Rossi, “Tremonti potrebbe inserire nella manovra quel condono che Siniscalco non avrebbe mai accettato. Mentre Tremonti può anche permetterselo, perché a otto giorni dalla scadenza della presentazione della Finanziaria non si può andare troppo per il sottile’’.
    Per Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil, l’avvicendamento sarà ininfluente: “La diversità, al massimo, è tra chi ti avverte venti minuti prima di prendere una decisione, e chi invece ti chiama venti minuti dopo averla presa. Tremonti rientra nella seconda categoria’’.
    La discontinuità potrebbe arrivare semmai sul fronte previdenziale: “Non credo che Tremonti, legato com’è alla Lega, toccherà le pensioni, come forse avrebbe cercato di fare Siniscalco’’.
    Anche da parte confindustriale non ci sono elementi per ipotizzare novità:
    “Non ci facciamo illusioni – dice Pininfarina – la spesa pubblica è fuori controllo, e nemmeno Tremonti penso sarà in grado di metterla a posto a pochi mesi dalle elezioni’’.

    Da il Foglio

    saluti

  4. #4
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    Predefinito

    mustang hai un pvt
    ...cercatemi , se volete e potete , come RoccoFerraro

  5. #5
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    Predefinito Paradosso delle primarie....

    ....pazze

    Negli Stati Uniti, dove sono prassi indiscussa, le elezioni primarie che contano, quelle vere, si svolgono nel campo dell’opposizione e il loro obiettivo è scegliere il migliore sfidante del presidente in carica, quello che può vincere.
    Ricordate le primarie repubblicane dell’ultima elezione?
    No, ovviamente, erano tutti per Bush.
    Ricordate invece quelle democratiche, con Kerry contro Edwards e Dean eccetera, all’ultimo sangue?
    Sì, furono lo spettacolo preelettorale.
    Da noi, sempre che Berlusconi decida pazzamente di correre a questo tipo di elezioni (con il nostro modesto voto, va da sé), si realizzerebbe l’opposto.
    La sinistra farebbe le primarie finte, quelle che servono a legittimare un capo già scelto e indiscusso perfino dai candidati che gli fanno la cortesia di correre contro di lui.
    La destra, sfiduciando il presidente in carica alla vigilia delle elezioni, farebbe invece le primarie vere, quelle che servono a definire la guida dell’opposizione e la candidatura a premier in sostituzione dell’uscente, con i veri candidati alternativi in lizza per sottrargli consensi e cercare di stroncarne le ambizioni.
    A sinistra Fassino, D’Alema, Rutelli a sostegno di Prodi, e anche gli altri candidati già lo hanno scelto come prossimo premier e si misurano pro forma.
    A destra Fini e Casini all’assalto di Berlusconi per strappargli la leadership mentre è da una legislatura a Palazzo Chigi.
    Spettacolo assolutamente demenziale.
    L’opposizione parte dunque con il vantaggio di avere un leader indiscusso, che cerca nelle primarie solo una farlocca unzione democratica, la maggioranza invece il leader lo mette in discussione, comportandosi già come se fosse all’opposizione, prima che eventualmente ce la mandino gli elettori.
    Chi ha letto il Foglio degli ultimi mesi, e anche quello di ieri, sa che nel nostro giudizio la missione del Cav. è più che onorevolmente compiuta, e starebbe a lui di inventare qualcosa di nuovo.

    Ma non così, porca puttana.
    E’ vero che, gli alleati di Berlusconi avendo condotto con i metodi della faida personale la lotta politica per la leadership, ora la sola idea delle primarie vere a destra ha un effetto rigenerante, sembra paradossalmente una cosa seria, una prospettiva solida, robusta, una performance di cui finalmente vantarsi.
    Ma come sarebbero andate le elezioni in America se i repubblicani avessero imposto a Bush un duro confronto ravvicinato, fondato su un atto di sfiducia verso la persona e la politica del presidente, mentre Kerry veniva incoronato come re e profeta del partito democratico?

    Ferrara su il Foglio

    Saluti

    Ps: invece io dico ”ben fatto, Cav.”, porca puttana.
    Il Premier conta più sulla intelligenza e sul “naso” dei giornali a lui “non contrari” - e lo dimostra proprio questo “fondo”- che sull’odio covato democristianamente da alcuni suoi alleati.
    Portando a galla l’imbecillità politica del presidente della Camera che probabilmente - visto il cambio di rotta recente – deve aver compreso la cavolata “studiata a lungo e covata con perseveranza” che gli stava servendo l’amico segretario Follini.
    Chiedere alla coalizione che governa di fare le “primarie” per far vincere le opposizioni.

    Follini e gli ex comunistelli di sagrestia potranno pure essere politicamente imbecilli ma alcuni sono spinti dal sogno covato da anni: la rinascita della Balena bianca.

    E gli italiani? Che ci siano poi tanti imbecilli ed altrettanti disperati nostalgici della D.C., in giro con la scheda per votare, non mi pare proprio.

    Finga di promettere le primarie, Cav., ben fatto!

  6. #6
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    Predefinito Scortesie

    Roma. E’ perfino banale che Marco Follini preferisca impuntarsi sulle primarie di centrodestra piuttosto che rassegnarsi alla legge elettorale denominata “toscanellum” e approvata ieri in commissione Affari costituzionali (fra gli insulti dell’Unione). E anzi a questo punto, per lui, è meglio l’attuale maggioritario ibrido di un provvedimento che, come si sa, prevede liste bloccate e invalida la ragione essenziale delle primarie (mettere sotto esame la leadership berlusconiana).
    In più aliena all’Udc ogni simpatia da parte di tanti potenziali interlocutori proporzionalisti del centrosinistra.

    Da Clemente Mastella dell’Udeur (“Una legge da oligarchie comuniste”, commenta con il Foglio”) a Rifondazione comunista e parte della Margherita (“Un vero peccato che sia andata così”, aggiunge deluso Gerardo Bianco).
    Nei giorni scorsi dall’entourage del segretario dell’Udc filtrava un’irritazione operosa.
    Follini continua a parlare della legge come di “un pasticcio che non favorisce né compattezza interna alla coalizione né dialogo all’esterno. E che dovrà passare la severa verifica dell’aula, con voto conclusivo a scrutinio segreto”.
    Quando? Oggi sarà la conferenza dei capigruppo a stabilire il calendario, ma non se ne dovrebbe discutere prima di ottobre inoltrato, e comunque non prima della devolution.
    Follini, per dire le intenzioni bellicose, medita addirittura un referendum regionale per abolire il sistema toscano che fa da modello a quello appena votato in commissione.
    Presenterà in aula un emendamento che introduce le preferenze nella scheda elettorale (“Ma non faremo barricate”, dissumulano i centristi).
    Nel frattempo cerca di illuminare il tema delle primarie, unico strumento affidabile per sfiduciare il Cav. Per questo, ieri pomeriggio, l’Udc ha spedito a Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi la proposta ufficiale del partito sulla competizione (conferma le indiscrezioni di martedì e la volontà di allestire le urne a dicembre).
    Gli alleati di Forza Italia non hanno intenzione di lasciar cadere la nuova legge proporzionale. Secondo un classico schema di trattativa politica, sono però disposti a concedere domani ciò che hanno negato ieri. Voterebbero l’emendamento di Follini? In Forza Italia lasciano intendere che “contemplano l’eventualità” ma in cambio vorranno archiviare le primarie.
    E allora saranno di nuovo scortesie.

    Da il Foglio

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Gentilezze

    Roma. Paolo Gentiloni non ce l’ha (ancora) fatta, ma ha trionfato.
    Il “braccio sinistro di Rutelli”, proposto dall’opposizione come presidente della Vigilanza Rai al posto di Claudio Petruccioli, ha incassato i voti del centrosinistra, dei tre commissari dell’Udc e, a sorpresa, altri tre voti da parte di esponenti del centrodestra: 23 in tutto, con un solo altro voto ce la faceva al primo colpo.
    Si replicherà martedì e serviranno sempre 24 voti (i tre quinti della commissione), e poi mercoledì, quando basterà la maggioranza e Gentiloni non avrà più ostacoli.
    Il buffo è che avrebbe potuto farcela anche ieri, perché il centrosinistra ha un voto in meno, non avendo ancora sostituito Claudio Petruccioli.
    Dall’Udc, quindi, un altro strappo con la maggioranza, del resto annunciato.
    Ma la sorpresa sono gli altri tre voti.
    Quelli di An non hanno partecipato, la Lega si è astenuta.
    Non resta che FI: probabilmente da lì sono venuti i tre voti a sorpresa.
    “C’è un’intesa, bisogna rispettarla”, sostenevano apertamente, prima del voto, alcuni commissari berlusconiani.
    E quindi è solo questione di giorni, per Gentiloni.
    Rutelliano non ruiniano, amante del ciaiuscolo, fedele allo stesso barbiere che aveva da bambino, cortese tanto da essere paradossalmente ribattezzato in gioventù “Scortesoni”, Gentiloni a quel posto era destinato già da tempo.
    Ex Pdup, movimentista, ecologista, espressista (dall’Espresso), assessore capitolino, nel 2001 ha organizzato la campagna di Rutelli (quella con la canzone di Fossati, “Una notte in Italia”), che rammenta come “triste e retrò”.
    Sul suo sito di americanista democratico compaiono quelli di “Democracy Corps” e “Personal Democracy”, ma meglio ancora quelli del Gambero Rosso e Slow Food.
    Si racconta con una citazione di Vasquez Montalban:
    “Siamo una generazione che a diciotto anni era come ne avesse quaranta, ma poi non ha mai accettato di compierne quarantuno”, e una di Adriano Sofri:
    “Non so se sono di sinistra, ma l’importante è esserlo stato”.
    Un bel successo, intanto, quei sei voti dalla maggioranza, per “il braccio sinistro di Rutelli”. “Almeno per sfuggire –dice lui – al gomito del tennista”. Politicamente parlando.
    Rischio che non ha corso giocando un tempo con Luciana Castellina.
    Né giocando ora con Ermete Realacci.

    Da il Foglio

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Il Mario Segni pensiero

    Al direttore - Leggo sul Foglio opinioni autorevoli (Ostellino, Salvati) fortemente contrarie alle primarie, e in particolare a quelle del centrodestra considerate una sorta di trappolone per Berlusconi.
    La penso esattamente all’opposto.
    Considero le primarie un grande passo avanti della democrazia dell’alternanza. Concordo con Paolo Franchi che le primarie della Casa delle libertà sarebbero ancora più importanti di quelle del centrosinistra. E ritengo che siano per il centrodestra italiano una delle poche vie d’uscita, e per lo stesso Berlusconi un modo onorevole di uscire dall’impasse.
    Inizio da un problema concreto.
    Si sta discutendo in questi giorni la cosiddetta legge Cirielli, o salva Previti, come la chiamano alcuni.
    Ebbene io intendo entrare nel dibattito delle primarie per dire che la Cirielli è uno schifo, è uno dei tanti errori clamorosi della Casa delle libertà.
    Voglio poter dire a tutti che se il centrodestra perderà le prossime elezioni sarà prima di tutto perché un pezzo dell’Italia moderata e liberale le ha voltato le spalle non accettando le leggi ad personam e il conflitto di interessi.
    Voglio portare dentro questa maggioranza il tema della legalità, convinto come sono che l’abbandono di questo principio abbia rappresentato per la Cdl una specie di catastrofe, la perdita della bussola in pieno oceano.
    E soprattutto voglio poter dire a tutti che è assurdo considerare di sinistra chi dice queste cose, perché questi anzi sono i temi caratteristici di ogni forza liberaldemocratica, perché un centrodestra che abbandona il binomio “legge/ordine” perde la sua ragion d’essere, e regala alla sinistra un ruolo fondamentale e per essa improprio, la difesa dello stato liberale.
    Voglio poter dire infine che questa “devolution” non è contro lo stato di diritto ma è contro lo Stato in sé, e che ancora una volta è incomprensibile come un centrodestra serio possa perdere l’anima per rincorrere i voti di Bossi.
    So bene che tranne Fisichella, Tabacci e qualche altro coraggioso nessun parlamentare o dirigente ha avuto il coraggio di dire queste cose, anche se molti le pensano. Ma ciò che sta uccidendo la maggioranza è l’appiattimento e il rifiuto di un dibattito corretto.
    Ebbene, proprio a questo servirebbero le primarie: aprire al vento delle idee, e anche delle contestazioni, stanze chiuse da troppo tempo che rischiano di ammuffirsi. Sarebbero un primo passo per trasformare il centrodestra da un blocco modellato sulla persona e sulla linea del capo in una normale coalizione democratica, cioè una alleanza in cui la linea e le leadership vengono determinati dal confronto e dal dibattito continuo.
    Questo è il nocciolo della questione. Le obiezioni mi sembrano irrilevanti, come l’idea che nel bipolarismo la maggioranza uscente non discute la linea e il leader.
    Dove sta scritto? La Thatchter fu pensionata dal suo partito, e il dissenso del partito democratico sulla guerra in Vietnam costrinse Johnson a non ricandidarsi.
    Sulla anomalia berlusconiana abbiamo opinioni differenti, caro Ferrara, ma concordiamo nel considerarla una anomalia, e sappiamo che dalle cose anomale bisogna uscire al più presto.
    Le primarie sarebbero un passo in questa direzione.
    Berlusconi diffida perché le primarie lo farebbero passare, nella migliore delle ipotesi, da monarca assoluto a monarca costituzionale. Lo comprendo. Ma lui dovrebbe comprendere che, se vuol salvare la coalizione e forse rafforzarla, le primarie sono uno dei pochi strumenti utilizzabili.

    Mario Segni su il Foglio

    Saluti

  9. #9
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    Predefinito Alibi "primarie"

    Le primarie nell’Unione si terranno come previsto il 16 ottobre. Quelle nella Casa delle libertà date per imminenti forse non si terranno mai.
    Follini parla di dicembre come data possibile ma parla da solo.
    Se, come sembra, la maggioranza si è veramente messa d’accordo per modificare la legge elettorale in senso proporzionale, le primarie non avrebbero più alcun senso.
    razie al nuovo modo di scrutinio ciascuno potrà vedersi assegnare dagli elettori la forza che merita, la conta prima della conta avrebbe lo stesso valore di un sondaggio.

    Sembra dunque una storia tesa, del genere “primarie sì primarie no nella terra dei cachi”.

    D’altronde in proposito molti e qualificati commentatori hanno parlato di caricatura della democrazia, di uso improprio di un istituto che in altre democrazie permette di scegliere per davvero i candidati, mentre in Italia nel migliore dei casi farebbe confusione, nel peggiore esporrebbe a rischi mortali coalizioni già fortemente agitate da spinte centrifughe.
    Eppure se tutta una classe politica in evidente difficoltà si sta incartando in una sola parola, non può essere solo un effetto moda o una furberia di Scapino.
    E’ invece il segnale importante, il sintomo definitivo che l’infinita transizione italiana è arrivata al capolinea, che la logica di coalizione sta in piedi con le stampelle, che il sistema tutto cammina a testa in giù, se i partiti più forti si defilano e non danno seguito alle loro pur legittime ambizioni.
    E se lo scontro all’interno di ogni singolo schieramento e tra un polo e l’altro è più che mai sulle persone piuttosto che sulle cose da fare.
    Anche se dovesse rimanere lettera morta, la proposta di riforma elettorale della Casa delle libertà certifica in modo definitivo che la situazione attuale non è più sostenibile, che o si torna indietro o si va avanti.
    Il guaio è che la maggioranza (ma non solo, verosimilmente anche una parte non trascurabile dell’opposizione) preferiscono di gran lunga tornare indietro.
    Verso il proporzionale più o meno ricalcato sul modello tedesco proprio nel momento in cui si è mostrato tutt’altro che efficace. Si preferisce tornare indietro anziché andare avanti, dare senso compiuto al maggioritario introducendo il doppio turno in cui la prima volta si vota per scegliere, la seconda per eliminare, come nel modello francese.
    In fin dei conti cos’è questa orgia di primarie vere o presunte se non la rivolta di un sistema incompiuto, la vendetta del maggioritario, che anche in forma ibrida, all’italiana, mal sopporta che non sia l’elettore a scegliere?
    Si può comprendere che la maggior parte dei partiti preferisca di gran lunga tornare indietro, tornare ad essere la chiave di volta della politica, immergersi negli umori profondi di un elettorato dal comportamento schizofrenico che è stato innovatore al punto di abolire d’un colpo, sull’onda della protesta o dell’emozione, il voto di preferenza e quindi una Repubblica, ma che è anche così conservatore da seguire persino contro l’evidenza i simboli storici di partito.
    Forse mai si affaccerà in Italia quell’elettorato maturo, che cambia comportamento secondo il momento storico, il tipo di elezione, la personalità e i programmi dei candidati.
    La riforma se mai ci sarà ripropone la prevalenza del gioco formale della politica sulla sua sostanza materiale, dell’astratto sul concreto.

    Una nuova età dell’oro per i partiti
    Per i partiti, una nuova età dell’oro. I leader avevano già in qualche modo anticipato l’air du temps. In fondo a destra come a sinistra sono mesi che si dibatte principalmente di forme e metodi: come regolare i problemi di leadership, come presentarsi al voto.
    Contenitori senza contenuti. E di palpabile c’è stato solo il logoramento d’immagine del presidente del Consiglio, un clima generalmente irrespirabile nelle relazioni interpersonali.
    Il fumo di Londra è così spesso che per incanto è venuto fuori che il governo del popolo delle partite Iva ha una nuova priorità: difendere il lavoro dipendente.
    E da dietro la stessa cortina il centro sinistra fa sapere che non sa ancora cosa potrà fare e cosa non potrà fare per tenere unita la futura maggioranza.
    Devono prima andare al governo e avere un’idea del buco lasciato.
    E’ come se gli uni e gli altri dicessero che prima si vince, poi si vedrà.
    Primum vincere, strana assonanza con qualcosa di antico. Un non sense dal punto di vista del maggioritario dove la conquista del potere passa per altre strade, saper indicare una rotta credibile, mostrare di avere il carattere per mantenerla e mani ferme per reggere il timone.
    Una classe politica responsabile sarebbe andata avanti nello spirito del 2001. La scusa che le primarie si possono fare solo all’interno di un partito e non di una coalizione non tiene: il primo turno del maggioritario in Francia equivale a primarie in cui tutti si contano.
    Né tiene l’osservazione che nel maggioritario la coalizione sarebbe sottoposta al ricatto dei piccoli: nessun sistema esalta la forza di dissuasione del piccolo al grande più di quello attuale o del proporzionale puro, senza sbarramento.
    Se la riforma invece non ci sarà, conviene che sia la destra che la sinistra facciano le loro primarie. E che le facciano per bene. Come buon maggioritario comanda.

    Lanfranco Pace su il Foglio

    saluti

  10. #10
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    Predefinito Casini

    Roma. Ma Casini deve dimettersi o no? Interpellato sul suggerimento al presidente della Camera avanzato ieri dal Foglio – Casini abbandoni l’incarico a Montecitorio e torni a fare politica come dirigente della coalizione di centrodestra, risolvendo così l’ambiguità di cui si è fatto portatore a causa del suo ruolo di primo promotore della riforma della legge elettorale – il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, esponente dell’Udc, non vede il bisogno immediato che Casini si dimetta, ma “certo, se poi il centrodestra arrivasse formalmente a indire le primarie, allora il tema potrà essere affrontato…”.
    Questo proprio nel giorno in cui Casini offre una sponda politica al segretario del suo partito, Marco Follini, promettendo che “le primarie si faranno, punto e basta”.
    Resta, per Giovanardi, che “il comportamento del presidente della Camera è ineccepibile e la canea dell’opposizione è totalmente ingiustificata.
    Infatti la proposta di riforma della legge elettorale era all’ordine del giorno da tempo, e poi ormai è storicamente certificato che le leggi elettorali si modificano prima, non dopo le elezioni”.
    Non è questione di regole neanche per il costituzionalista Augusto Barbera: “E’ una faccenda politica. Propongo a Casini di continuare a fare il presidente della Camera con il consueto stile apprezzabile e di rinunciare invece alla riforma elettorale, alla quale sono profondamente contrario. Spero che non passi. Tifo per l’opposizione”.
    Mentre Antonio Di Pietro (Italia dei valori) si associa a Beppe Grillo nella richiesta di una mozione di sfiducia nei confronti di Casini, l’ala riformista dell’Unione promette, con il deputato diessino Giuseppe Caldarola, “un ostruzionismo da mille e una notte”.
    Caldarola non asseconda l’invito del Foglio: “Non voglio affermare il principio per cui un uomo con un progetto politico (la riforma elettorale) non debba e non possa gestire un’istituzione.
    Anche se temo che Casini non ce la faccia ad arbitrare la partita in maniera equilibrata, visto che per parte nostra, come disse Reagan alla fine del suo primo mandato, ‘non avete ancora visto niente’”. Nemmeno per il senatore Franco Debenedetti (Ds) il doppio ruolo istituzionale e politico di Casini richiede il “bel gesto”.
    “Non sempre le dimissioni risolvono i problemi politici –obietta Debenedetti – Se non altro per saturazione, guardo con scetticismo anche a questa nuova richiesta di dimissioni.
    Se quelle di Casini avessero il potere di far deragliare la nuova legge elettorale, non le darà. In caso contrario, resti dov’è: in campagna elettorale avremo un forte argomento polemico in più”.
    Il politologo liberale Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, sostiene che “l’invito del Foglio in questo momento è prematuro, sia perché per rimettersi alla guida dell’Udc Casini dovrebbe chiedere al segretario Follini di farsi da parte sia perché poi dovrebbe competere con Berlusconi per le primarie. Entrambi scenari che confliggono con il principio di realtà”.
    Fra i politici di centrodestra, invece, Domenico Mennitti, sindaco forzista di Brindisi e presidente della Fondazione Ideazione, in linea di principio riconosce l’eleganza del consiglio del Foglio: “Quando nel 1991 mi dimisi dal partito (Msi), per correttezza lasciai anche il Parlamento. Credo di non aver avuto successori in Italia.
    La politica però è cambiata e non mi stupisco che pochi o nessuno si scandalizzino dell’ambiguità di Casini”.

    Su il Foglio

    saluti

 

 
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