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Discussione: 7 Ottobre 1571 LEPANTO

  1. #1
    decolonizzare l'immaginario
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    Predefinito 7 Ottobre 1571 LEPANTO



    7 ottobre 1571 battaglia di Lepanto

    Lo scontro navale che ebbe luogo il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, segna una svolta epocale nella storia del Mar Mediterraneo e di tutti quei paesi che, fino ad allora, erano stati coinvolti nella lotta per arginare la minaccia turca sul mare.
    Fino ad allora, i tentativi di arginare la potenza turca sulla terraferma si erano dimostrati assai vani (vedi la battaglia di kosovo-polje o la caduta di Costantinopoli). Le ripetute sconfitte cristiane di quegli anni, sono dovute alla preparazione di alcuni corpi scelti turchi , ai mezzi, ma soprattutto all'enorme quantità di forze, che i sultani avevano la possibilità di schierare ad ogni "appuntamento" militare.


    Se nei Balcani l'opposizione agli invasori era stata comunque assai vasta, sul versante navale in pochi potevano controllare l'espansione islamica nel mediterraneo. La sola potenza che aveva i mezzi per tentare l'impresa era la repubblica di Venezia, ma da soli, i veneziani non erano abbastanza. Nel 1499 persero Lepanto stessa, e col tempo perderanno anche Naupatto, Chio e soprattutto l'isola di Cipro difesa strenuamente dal comandante Marcantonio Bragadin.
    L'unica vera speranza di vittoria, contro gli uomini del sultano, era rappresentata dall'unione di tutte le maggiori flotte cristiane dell'area mediterranea.

    In Europa il collante religioso delle popolazioni si è secolarizzato, nei paesi mussulmani è rimasto come sempre, nessuno può "muoverlo" pena la morte.

    O ci svegliamo e li rimandiamo a casa o ci sveglieranno loro. O accettano le NOSTRE leggi o se ne devono assolutamente andare, non ci sono vie di mezzo.

  2. #2
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    ... e di successo in successo, fini che le grandi Forze cristiane si impossessarono anche dell'assessorato alla sanità della Regione Lombardia, scacciando l'infedele Alessandro C'è

  3. #3
    Superpol
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    879 Cesario Console, figlio del Duca di Napoli, sconfigge la forze saracene nel mare di Ostia.
    Poco prima dello scontro Papa Leone IV venne a Ostia e benedì i comandanti e le truppe che dovevano affrontare i saraceni all'interno della chiesa di Sant'Aurea.
    La Battaglia diventa il simbolo della forza delle armate cristiane e oggetto di lavori artistici come questo dipinto di Raffaello, che si trova nelle stanze Vaticane dedicate all'artista.

  4. #4
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    Talking non facciamoci mancare niente..

    La piana di Maratona 11 settembre all'alba

    La mattina dell'11 settembre l'esercito greco era schierato all'imbocco meridionale della piana di Maratona, presso il tempio di Ercole, a cavallo della strada principale che conduceva ad Atene, o forse al riparo delle vicine colline.

    Ai 9.000-10.000 opliti ateniesi, circa 900-1.000 per ciascuna delle 10 tribù in cui era suddivisa la popolazione della città, si erano da poco aggiunti 1.000 opliti alleati di Platea.

    Milziade e Callimaco avevano schierato la falange in una formazione sottile al centro (probabilmente i contingenti di un paio di tribù schierati su 4 ranghi) e della profondità normale (8 ranghi) sulle ali. Così la fronte della falange era pari a quella degli avversari e di lunghezza attorno ai 1.500 metri. A una falange poteva capitare di trovarsi con la fronte più corta di quella avversaria, e quindi a rischio di aggiramento, ma l'espediente di assottigliare il centro per porvi rimedio è unico nel suo genere per l'epoca.

    Sulla formazione e sulla quantità dei persiani, Erodoto non dà molte informazioni: sappiamo che il centro dello schieramento era tenuto da persiani e sciti e, avendo i greci assottigliato la propria formazione per pareggiare quella avversaria, i persiani erano sicuramente più numerosi.

    L'organizzazione militare persiana era decimale: fila di 10 uomini, "reggimenti" (hazarabam, ovvero "migliaia") di 1.000, "divisioni" (baivarabam "diecina di migliaia") di 10.000, quindi gli arstibara (portatori di lancia) persiani schierati al centro avevano un bel vantaggio numerico contro i loro diretti avversari: 10 contro 4.

    Gli sciti erano tradizionalmente degli arcieri e secondo me si schierarono davanti ai persiani come schermagliatori e non ai loro fianchi. Nulla sappiamo delle truppe sulle ali: possiamo congetturare che ci fossero anche gli opliti simpatizzanti di Ippia, o quelli reclutati da Dati e Artaferne tra Ioni e Eoli e nella scorreria navale tra le isole greche, cosa che giustificherebbe la loro scarsa prestazione in battaglia.

    Che i greci fossero fronteggiati anche da opliti ne dà testimonianza indiretta Erodoto raccondandoci di come un certo Epizelo perdesse la vista in combattimento quando era stato fronteggiato da un gigantesco oplita barbuto che aveva poi ucciso un suo commilitone.

    Di cavalleria persiana Erodoto non parla e sicuramente, almeno nella fase iniziale del combattimento, non doveva essere schierata. Un indizio che la cavalleria fosse presente è un bassorilievo attualmente custodito a Brescia, copia di un dipinto greco, che testimonia la presenza di un cavaliere persiano durante la battaglia.

    Non va dimenticato, poi, che l'esercito persiano era diviso: una parte di esso era poco distante -- ma comunque troppo distante -- sull'isola di Agilia a guardia dei prigionieri che dovevano essere portati a Dario.

    GRECI:
    a) contignente di Platea
    b) 4 tribù su 8 ranghi
    c) 2 tribù su 4 ranghi
    d) 4 tribù su 8 ranghi

    PERSIANI
    e, g) ali composte complessivamente da 4.000 opliti o da 5.000 truppe persiane
    f) 10.000 porta lancia persiani e 2.000 arcieri sciti.

    Vuoto per pieno, anche considerando uno schieramento su due linee, i persiani non erano più di 20.000, anzi probabilmente prossimi ai 15.000: un baivarabam di arstibara occupa 900-1.000 metri di terreno, 4.000 opliti alleati o 5.000 (mezzo baivarabam) persiani, schierati alle ali, necessitano di altri 450 metri circa, che ci portano allo stesso fronte della falange greca.

    La piana di Maratona 15 minuti dopo l'alba

    La distanza tra i due schieramenti era di circa 1.500 metri (8 stadi): i greci la percorsero molto rapidamente, a passo doppio per la parte iniziale e di corsa negli ultimi 100-200 metri, in buona approssimazione impiegandoci una quindicina di minuti.

    Il rischio che la falange si scompaginasse era enorme e forse quell'ultimo tratto di corsa non era preventivato.

    Comunque sia, quello che i greci persero in coesione lo guadagnarono in impeto.

    I persiani erano molto probabilmente già schierati e preparati a ricevere i greci: come spiego parlando della campagna di maratona, secondo me puntavano ad una battaglia di sganciamento, uno scontro che doveva premettere alla spedizione di riprendere il mare senza troppe perdite dopo l'inconcludente fase di stallo a cui erano riusciti ad imbrigliare i greci con lo sbarco a Maratona.

    L'effetto sorpresa dovette essere comunque notevole, soprattutto per la brevità del tempo che gli opliti impiegarono per coprire la terra di nessuno, minimizzando anche il tempo durante il quale sarebbero stati vulnerabili alle frecce persiane (tattica che i greci impiegarono sicuramente a Cunassa).

    Ma non è su questo aspetto che Erodoto insiste: secondo lo storico greco la cosa che più stupì i persiani (non meno degli stessi greci) fu il coraggio e la combattività degli ateniesi che "furono i primi tra tutti i greci, a nostra conoscenza, a tollerare la vista dell'abbigliamento medo e degli uomini che lo vestivano; fino ad allora ai greci faceva paura anche semplicemente udire il nome dei Medi".

    La piana di Maratona tra i 15 e i 45 minuti dopo l'alba


    Il combattimento fu subito molto aspro: i persiani, subentrati al centro agli schermagliatori sciti, ebbero la meglio sugli ateniesi facendo collassare le tribù centrali, ma sulle ali i greci travolsero i loro oppositori mettendoli in fuga.

    "Si combatté a lungo", sottolinea Erodoto, e questa asserzione va interpretata rispetto alla relativa lunghezza di una battaglia oplitica: dopo un'ora di combattimento l'oplita era infatti spossato, anche per il solo peso delle armi che indossava.

    Nonostante quindici minuti di intensa camminata e un tempo più o meno analogo di combattimento, le vittoriose ali greche anziché abbandonarsi all'inseguimento dei loro avversari in rotta, mantennero il controllo e la lucidità necessaria a riorganizzarsi sul posto e a convergergere sul centro persiano.

    Questa manovra, non semplice per una falange oplita, fu effettuata con tanta efficacia da rivelarsi vincente: come sappiamo, il superamento dell'ala destra era spesso spontaneo, e portava ad un aggiramento cui gli opliti erano in qualche misura abituati, ma che la stessa manovra avvenisse anche sull'ala sinistra era una novità.

    Il combattimento riprese con un notevole vantaggio tattico per i greci che alla fine prevalsero, inseguendo i persiani fino alle navi.

    Se le supposizioni che ho fatto per lo schieramento sono corrette, circa 10.000 persiani si trovarono a combattere contro 8-9.000 greci che erano calati sui loro fianchi.

    Prima di farsi chiudere in una sacca, i persiani ruppero e i greci si precipitarono dietro a loro.

    Questo inseguimento è rimasto particolarmente impresso nell'immaginario degli ateniesi: Pausania nel suo "viaggio in Grecia" descrive un dipinto celebrativo di questa fase della battaglia ad Atene, ed Aristofane nella sua commedia "gli Acarnesi" spiega che i veterani di Maratona per evocare ai giovani il senso profondo della battaglia bastava dicessero "inseguivamo".

    In effetti gli ateniesi dovettero metterci l'anima nell'inseguimento: avevano corso, avevano combattuto e ora stavano spendendo le ultime risorse fisiche e morali per raggiungere i persiani e soprattutto le loro triremi fin tanto che erano presso la riva.

    I persiani, più freschi e più leggermente equipaggiati, dovevano essere una preda difficile da prendere, eppure molti di essi vennero uccisi durate la rotta. Alcuni finirono nella Grande palude e affogarono.

    Numerose, però, furono anche le perdite greche: il polemarca Callimaco e "molti ateniesi illustri" caddero proprio nel tentativo di raggiungere le navi per bruciarle.

    "Inseguirono i persiani in fuga facendone strage, finché, giunti sulla riva del mare, ricorsero al fuoco e cercarono di catturare le navi": sorvolando sulla contraddizione di voler catturare le navi bruciandole e sul problema di come si poteva "ricorrere al fuoco" in quelle condizioni: a meno che, come ho ipotizzato, almeno una parte del campo persiano si trovasse -- con i suoi fuochi -- in prossimità della riva del mare presso l'approdo della flotta.

    Alla fine lo storico greco comunque non parla di navi distrutte dal fuoco, ma conta solo 7 triremi "catturate".

    Le altre riuscirono a prendere il largo indisturbate perché i greci, paghi del risultato ottenuo e stremati dalla fatica (5-6 kilometri di corsa campestre e un bel po' di combattimenti) interruppero l'inseguimento o non fecero in tempo a raggiungerle.

    O forse, finalmente, la cavalleria persiana comparve sul campo di battaglia, costringendo i greci ad una ritirata precipitosa.

    La cifra di 7 triremi catturate ci aiuta anche a valutare l'entità delle perdite persiane: 6.400 uomini afferma Erodoto.

    Secondo molti studiosi è un numero sospetto soprattutto in relazione ai 192 greci morti citati da Erodoto: infatti 192 x 33,33 = 6.400. Probabilmente equivale a dire che i morti persiani furono molti di più di quelli greci.

    Tuttavia l'equipaggio di una trireme era 200 uomini e su di essa potevano trovare posto 30-40 fanti invece di una fila di rematori: 7 triremi catturate significavano quindi tra un minimo di 900 e un massimo di 1.400 tra fanti e marinai bloccati a terra e probabilmente morti.

    Le perdite persiane, dunque, possono avere questa come cifra di partenza orientativa. Ad essa dobbiamo aggiungere i caduti in battaglia e quelli durante l'inseguimento, arrivando ad un 10% del totale delle forze impegnate, ovvero attorno alle 1.600 unità.

    Statisticamente bassa è la percentuale di morti tra gli ateniesi (Erodoto non parla dei morti tra i plateesi): un 2% scarso contro il 5% medio per la parte vincente riscontrato per le battaglie oplitiche. Ma in questo caso è più difficile che Erodoto possa sbagliarsi, perché i nomi dei morti erano noti uno ad uno.

    Con la fortuna si spiega ogni cosa e sarebbe facile dire che i greci vinsero a Maratona perché furono incredibilmente fortunati. Certo è che lo schieramento iniziale e la doppia manovra di ripiegamento sull'interno non sono espedienti tattici "normali" per una falange: ogni dubbio e ogni supposizione sono legittimi, a voi stabilire in che misura hanno pesato coraggio, abilità e fortuna.

    Quello che avvenne prima e dopo la battaglia è raccontato parlando della campagna di Maratona.

  5. #5
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    ma voi non adoravate il dio Po'???

    http://www.dragonidicuneo.leganord.org/dragoni25.jpg

  6. #6
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    GENTE SENZA MEMORIA..... E ORA LA TURCHIA LA VOGLIONO FARE ENTRARE IN EUROPA..
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  7. #7
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    Predefinito Re: non facciamoci mancare niente..

    In Origine Postato da alemaggia
    La piana di Maratona 11 settembre all'alba

    La mattina dell'11 settembre l'esercito greco era schierato all'imbocco meridionale della piana di Maratona, presso il tempio di Ercole, a cavallo della strada principale che conduceva ad Atene, o forse al riparo delle vicine colline.

    Ai 9.000-10.000 opliti ateniesi, circa 900-1.000 per ciascuna delle 10 tribù in cui era suddivisa la popolazione della città, si erano da poco aggiunti 1.000 opliti alleati di Platea.

    Milziade e Callimaco avevano schierato la falange in una formazione sottile al centro (probabilmente i contingenti di un paio di tribù schierati su 4 ranghi) e della profondità normale (8 ranghi) sulle ali. Così la fronte della falange era pari a quella degli avversari e di lunghezza attorno ai 1.500 metri. A una falange poteva capitare di trovarsi con la fronte più corta di quella avversaria, e quindi a rischio di aggiramento, ma l'espediente di assottigliare il centro per porvi rimedio è unico nel suo genere per l'epoca.

    Sulla formazione e sulla quantità dei persiani, Erodoto non dà molte informazioni: sappiamo che il centro dello schieramento era tenuto da persiani e sciti e, avendo i greci assottigliato la propria formazione per pareggiare quella avversaria, i persiani erano sicuramente più numerosi.

    L'organizzazione militare persiana era decimale: fila di 10 uomini, "reggimenti" (hazarabam, ovvero "migliaia") di 1.000, "divisioni" (baivarabam "diecina di migliaia") di 10.000, quindi gli arstibara (portatori di lancia) persiani schierati al centro avevano un bel vantaggio numerico contro i loro diretti avversari: 10 contro 4.

    Gli sciti erano tradizionalmente degli arcieri e secondo me si schierarono davanti ai persiani come schermagliatori e non ai loro fianchi. Nulla sappiamo delle truppe sulle ali: possiamo congetturare che ci fossero anche gli opliti simpatizzanti di Ippia, o quelli reclutati da Dati e Artaferne tra Ioni e Eoli e nella scorreria navale tra le isole greche, cosa che giustificherebbe la loro scarsa prestazione in battaglia.

    Che i greci fossero fronteggiati anche da opliti ne dà testimonianza indiretta Erodoto raccondandoci di come un certo Epizelo perdesse la vista in combattimento quando era stato fronteggiato da un gigantesco oplita barbuto che aveva poi ucciso un suo commilitone.

    Di cavalleria persiana Erodoto non parla e sicuramente, almeno nella fase iniziale del combattimento, non doveva essere schierata. Un indizio che la cavalleria fosse presente è un bassorilievo attualmente custodito a Brescia, copia di un dipinto greco, che testimonia la presenza di un cavaliere persiano durante la battaglia.

    Non va dimenticato, poi, che l'esercito persiano era diviso: una parte di esso era poco distante -- ma comunque troppo distante -- sull'isola di Agilia a guardia dei prigionieri che dovevano essere portati a Dario.

    GRECI:
    a) contignente di Platea
    b) 4 tribù su 8 ranghi
    c) 2 tribù su 4 ranghi
    d) 4 tribù su 8 ranghi

    PERSIANI
    e, g) ali composte complessivamente da 4.000 opliti o da 5.000 truppe persiane
    f) 10.000 porta lancia persiani e 2.000 arcieri sciti.

    Vuoto per pieno, anche considerando uno schieramento su due linee, i persiani non erano più di 20.000, anzi probabilmente prossimi ai 15.000: un baivarabam di arstibara occupa 900-1.000 metri di terreno, 4.000 opliti alleati o 5.000 (mezzo baivarabam) persiani, schierati alle ali, necessitano di altri 450 metri circa, che ci portano allo stesso fronte della falange greca.

    La piana di Maratona 15 minuti dopo l'alba

    La distanza tra i due schieramenti era di circa 1.500 metri (8 stadi): i greci la percorsero molto rapidamente, a passo doppio per la parte iniziale e di corsa negli ultimi 100-200 metri, in buona approssimazione impiegandoci una quindicina di minuti.

    Il rischio che la falange si scompaginasse era enorme e forse quell'ultimo tratto di corsa non era preventivato.

    Comunque sia, quello che i greci persero in coesione lo guadagnarono in impeto.

    I persiani erano molto probabilmente già schierati e preparati a ricevere i greci: come spiego parlando della campagna di maratona, secondo me puntavano ad una battaglia di sganciamento, uno scontro che doveva premettere alla spedizione di riprendere il mare senza troppe perdite dopo l'inconcludente fase di stallo a cui erano riusciti ad imbrigliare i greci con lo sbarco a Maratona.

    L'effetto sorpresa dovette essere comunque notevole, soprattutto per la brevità del tempo che gli opliti impiegarono per coprire la terra di nessuno, minimizzando anche il tempo durante il quale sarebbero stati vulnerabili alle frecce persiane (tattica che i greci impiegarono sicuramente a Cunassa).

    Ma non è su questo aspetto che Erodoto insiste: secondo lo storico greco la cosa che più stupì i persiani (non meno degli stessi greci) fu il coraggio e la combattività degli ateniesi che "furono i primi tra tutti i greci, a nostra conoscenza, a tollerare la vista dell'abbigliamento medo e degli uomini che lo vestivano; fino ad allora ai greci faceva paura anche semplicemente udire il nome dei Medi".

    La piana di Maratona tra i 15 e i 45 minuti dopo l'alba


    Il combattimento fu subito molto aspro: i persiani, subentrati al centro agli schermagliatori sciti, ebbero la meglio sugli ateniesi facendo collassare le tribù centrali, ma sulle ali i greci travolsero i loro oppositori mettendoli in fuga.

    "Si combatté a lungo", sottolinea Erodoto, e questa asserzione va interpretata rispetto alla relativa lunghezza di una battaglia oplitica: dopo un'ora di combattimento l'oplita era infatti spossato, anche per il solo peso delle armi che indossava.

    Nonostante quindici minuti di intensa camminata e un tempo più o meno analogo di combattimento, le vittoriose ali greche anziché abbandonarsi all'inseguimento dei loro avversari in rotta, mantennero il controllo e la lucidità necessaria a riorganizzarsi sul posto e a convergergere sul centro persiano.

    Questa manovra, non semplice per una falange oplita, fu effettuata con tanta efficacia da rivelarsi vincente: come sappiamo, il superamento dell'ala destra era spesso spontaneo, e portava ad un aggiramento cui gli opliti erano in qualche misura abituati, ma che la stessa manovra avvenisse anche sull'ala sinistra era una novità.

    Il combattimento riprese con un notevole vantaggio tattico per i greci che alla fine prevalsero, inseguendo i persiani fino alle navi.

    Se le supposizioni che ho fatto per lo schieramento sono corrette, circa 10.000 persiani si trovarono a combattere contro 8-9.000 greci che erano calati sui loro fianchi.

    Prima di farsi chiudere in una sacca, i persiani ruppero e i greci si precipitarono dietro a loro.

    Questo inseguimento è rimasto particolarmente impresso nell'immaginario degli ateniesi: Pausania nel suo "viaggio in Grecia" descrive un dipinto celebrativo di questa fase della battaglia ad Atene, ed Aristofane nella sua commedia "gli Acarnesi" spiega che i veterani di Maratona per evocare ai giovani il senso profondo della battaglia bastava dicessero "inseguivamo".

    In effetti gli ateniesi dovettero metterci l'anima nell'inseguimento: avevano corso, avevano combattuto e ora stavano spendendo le ultime risorse fisiche e morali per raggiungere i persiani e soprattutto le loro triremi fin tanto che erano presso la riva.

    I persiani, più freschi e più leggermente equipaggiati, dovevano essere una preda difficile da prendere, eppure molti di essi vennero uccisi durate la rotta. Alcuni finirono nella Grande palude e affogarono.

    Numerose, però, furono anche le perdite greche: il polemarca Callimaco e "molti ateniesi illustri" caddero proprio nel tentativo di raggiungere le navi per bruciarle.

    "Inseguirono i persiani in fuga facendone strage, finché, giunti sulla riva del mare, ricorsero al fuoco e cercarono di catturare le navi": sorvolando sulla contraddizione di voler catturare le navi bruciandole e sul problema di come si poteva "ricorrere al fuoco" in quelle condizioni: a meno che, come ho ipotizzato, almeno una parte del campo persiano si trovasse -- con i suoi fuochi -- in prossimità della riva del mare presso l'approdo della flotta.

    Alla fine lo storico greco comunque non parla di navi distrutte dal fuoco, ma conta solo 7 triremi "catturate".

    Le altre riuscirono a prendere il largo indisturbate perché i greci, paghi del risultato ottenuo e stremati dalla fatica (5-6 kilometri di corsa campestre e un bel po' di combattimenti) interruppero l'inseguimento o non fecero in tempo a raggiungerle.

    O forse, finalmente, la cavalleria persiana comparve sul campo di battaglia, costringendo i greci ad una ritirata precipitosa.

    La cifra di 7 triremi catturate ci aiuta anche a valutare l'entità delle perdite persiane: 6.400 uomini afferma Erodoto.

    Secondo molti studiosi è un numero sospetto soprattutto in relazione ai 192 greci morti citati da Erodoto: infatti 192 x 33,33 = 6.400. Probabilmente equivale a dire che i morti persiani furono molti di più di quelli greci.

    Tuttavia l'equipaggio di una trireme era 200 uomini e su di essa potevano trovare posto 30-40 fanti invece di una fila di rematori: 7 triremi catturate significavano quindi tra un minimo di 900 e un massimo di 1.400 tra fanti e marinai bloccati a terra e probabilmente morti.

    Le perdite persiane, dunque, possono avere questa come cifra di partenza orientativa. Ad essa dobbiamo aggiungere i caduti in battaglia e quelli durante l'inseguimento, arrivando ad un 10% del totale delle forze impegnate, ovvero attorno alle 1.600 unità.

    Statisticamente bassa è la percentuale di morti tra gli ateniesi (Erodoto non parla dei morti tra i plateesi): un 2% scarso contro il 5% medio per la parte vincente riscontrato per le battaglie oplitiche. Ma in questo caso è più difficile che Erodoto possa sbagliarsi, perché i nomi dei morti erano noti uno ad uno.

    Con la fortuna si spiega ogni cosa e sarebbe facile dire che i greci vinsero a Maratona perché furono incredibilmente fortunati. Certo è che lo schieramento iniziale e la doppia manovra di ripiegamento sull'interno non sono espedienti tattici "normali" per una falange: ogni dubbio e ogni supposizione sono legittimi, a voi stabilire in che misura hanno pesato coraggio, abilità e fortuna.

    Quello che avvenne prima e dopo la battaglia è raccontato parlando della campagna di Maratona.
    Non va bene, manca la foto del dipinto della Battaglia di Maratona..
    Ritenta sarai piu' fortunato

  8. #8
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    Se Genyo avesse una qualche lontana idea della storia saprebbe che Lepanto fu una gran cagata sotto il profilo strategico e che la vera data dell'inizio del declino mussulmano, con relativa sconfitta militare disastrosa fu il fallimento dell'assedio di Vienna del 1683.

    Ma francamente so di chiedere troppo....
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  9. #9
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    Se Genyo avesse una qualche lontana idea della storia saprebbe che Lepanto fu una gran cagata sotto il profilo strategico e che la vera data dell'inizio del declino mussulmano, con relativa sconfitta militare disastrosa fu il fallimento dell'assedio di Vienna del 1683.

    Ma francamente so di chiedere troppo....




    Dopo la guerra di Candia a danno dei Veneziani, i Turchi minacciano l'Impero asburgico fino a giungere, nel 1683, alle porte di Vienna. Gli aiuti dei principi tedeschi e dell'esercito polacco evitano la capitolazione della capitale asburgica. La Lega Santa austro-polacca organizza la controffensiva cristiana che ridimensionerà in maniera decisiva le aspirazioni del sultano, e con la pace di Carlowitz (1699), lo costringerà a rinunciare ai territori dell'Europa orientale.

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    In Origine Postato da Fuori_schema
    Se Genyo avesse una qualche lontana idea della storia saprebbe che Lepanto fu una gran cagata sotto il profilo strategico e che la vera data dell'inizio del declino mussulmano, con relativa sconfitta militare disastrosa fu il fallimento dell'assedio di Vienna del 1683.

    Ma francamente so di chiedere troppo....
    L'anno dopo (1572) una nuova flotta turca di 250 navi affrontò a capo Matapan la flotta della Santa Lega che preferì non ingaggiare battaglia. L'anno successivo (1573), la presenza della medesima flotta e lo sfaldarsi della Lega Santa costrinse i Veneziani alla resa: il 7 marzo del 1573 firmò la pace, per la quale rinunziava a Cipro, a Dulcigno, a Sapotò e ad Antivari, pagava in tre rate una indennità di guerra di trecentomila ducati e si obbligava ad un tributo annuo di millecinquecento ducati per l' isola di Zante. "..Dopo la pace del 1573 - scrive il Battistella- Venezia non è più una grande potenza, quantunque per oltre due secoli ancora il suo nome risuoni famoso nel mondo per la saggezza del suo governo, per lo splendore della sua civiltà, per l'opera sagace della sua diplomazia, per gli ultimi trionfi delle sue armi. Perdute la Morea, le Cicladi, Negroponte, Cipro, essa non ha più che la colonia di Candia; ormai il suo impero marittimo, percorsa la sua parabola, declina rapido al tramonto e la grande Repubblica marinara, si può asserire, non fa che sopravvivere a se stessa." (BATTISTELLA Antonio - La Repubblica di Venezia ne' suoi undici secoli di storia)

 

 
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