Il fondatore di Repubblica, a suo modo maestro dell’Italia laicista o secolarista, ha finalmente capito (e riconosciuto ieri nel suo giornale) che la questione cattolica non riguarda soltanto la Santa Sede intesa come Stato estero o l’alto clero concordatario, ma anche “i valori dei quali la religione è portatrice, l’etica che ne deriva e i suoi campi di applicazione in materie prima trascurate o addirittura inesistenti, prima tra tutte la bioetica che i progressi della tecnologia hanno portato alla ribalta e che hanno fatto sorgere nuovi bisogni, nuovi desideri e nuovi diritti chiamando in causa la legislazione e quindi la politica e, insieme, la religione, la società civile, lo Stato”.
Di questo bignamino bio-teo-fogliante niente è eccepibile. E’ così. E chi come i nostri lettori si è sorbito da anni quintalate di Habermas, Ratzinger, Jonas, Caffarra, Ruini, Chargaff, Strauss più le nostre flebili chiose non ha bisogno che ci si spieghi oltre.
Complimenti dunque a un maestro che sa anche essere allievo. Benvenuto tra gli atei devoti che hanno accettato e rilanciato la sfida culturale di quella fabbrica e deposito di fede, spirito e idee che si chiama Chiesa.
Purtroppo il vecchio Eugenio non è ateo, è narcisista.
Ecco come si dipinge senza dirlo esplicitamente, sempre nell’editoriale di ieri: egli è tra “quelli che, pur avendo fede in un Dio trascendente e cristiano, non passano necessariamente attraverso il filtro sacramentale del magistero ecclesiastico ma cercano di raggiungerlo direttamente e plasmano il proprio sentimento religioso con l’autonomia di una propria morale”.
Mica male come ammiccamento.
Fare come se Dio ci fosse è un buon criterio, che noi laici devoti applichiamo liberamente in nome della ragione e del pensiero forte che sempre le corrisponde.
Ma inseguirlo direttamente, senza nemmeno l’ausilio della sola fede e della sola scrittura, che è la soluzione protestante, è performance che solo una infinita devozione a Io, piuttosto che a Dio, può consentire.
Se poi al caro Eugenio riuscisse di acchiapparlo, chapeau.
Intanto però questa strana devozione, che gli permette finalmente di capire che è cambiata l’aria, che sono nati molti nuovi problemi per l’umanità, e dunque bisogna discuterne con i successori degli Apostoli, i quali non sono letteralmente i primi venuti, non gli consente invece di chiarirsi le idee sul concetto di laicità, cioè sulle conseguenze della sua scoperta.
Scrive Scalfari che i vescovi devono attenersi al modello cavourrianotogliattiano della separazione tra Chiesa e Stato, tra religione e politica, temperata dal concordato.
E motiva letteralmente così: “La politica non rientra nelle competenze della Chiesa”, sicché il popolo di Dio e la sua gerarchia debbono occuparsi di etica e di carità, due questioni di loro spettanza.
Chi glielo dice che Giovanni Paolo II definì la politica “la più alta forma di carità”?
Ferrara su il Foglio
saluti




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