OTTAVO ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI "KATER I RADES"
28 Marzo 1997: l’affondamento del Kater I Rades A451 sul canale d’Otranto.
L’Albania all’inizio del '97 fu segnata da un precipitare di vicende, l'una più grave dell'altra. Il crack finanziario aveva determinato insurrezioni popolari, specie al sud. Comitati di insorti, vere e proprie bande armate, avevano assunto il controllo delle città, diffondendo un clima di terrore. Il panico si diffuse nel paese alla notizia che il governo italiano, il 3 marzo, aveva fatto evacuare i propri concittadini: il 13 marzo venivano chiusi l'aeroporto di Tirana e i porti di Saranda, Valona e Durazzo, interrompendo i rapporti col resto del mondo. Infine, il 25 marzo venne firmato il trattato italo-albanese: dal 3 aprile, in cambio degli aiuti promessi, l'Italia si assicurava la possibilità di rimandare indietro gli immigrati albanesi senza permesso. Venne predisposto il blocco navale chiamato in codice "Operazione bandiere bianche", provocando tra l'altro accuse di incostituzionalità da parte dell'UNHCR, l'organismo ONU che si occupa dei rifugiati.
Alle quindici del 28 marzo, la Kater (battello in italiano) salpò dal porto di Valona. Era stata costruita, circa 35 anni prima, per un equipaggio di nove persone e non era adibita al trasporto passeggeri che, al momento dell'imbarco, erano invece più o meno centoventi, molti dei quali donne e bambini. Fu caricata gente fino all'orlo e una grande folla rimase sul molo a imprecare all'occasione perduta mentre l'ultima nave per l'occidente prendeva il largo. Cosa li spingeva da queste parti è noto: la crisi che tra il '96 e il '97 aveva seppellito le speranze dei tre quarti delle famiglie albanesi in seguito alla maxitruffa delle finanziarie, le società piramidali che promettevano interessi, in alcuni casi, fino al 300%. In un paese dalla produzione inesistente e con la maggior parte della popolazione disoccupata, i contadini avevano macellato il proprio bestiame per venderlo ai paesi vicini investendo il ricavato nelle piramidali e per lo stesso motivo molte famiglie avevano venduto le proprie case con la certezza di ricomprarle e ricostruirle più grandi e comode. Una massa enorme di denaro contante andò così a finire nelle casse di queste holding arricchitesi con l'embargo internazionale contro Serbia e Montenegro e grazie a commerci di armi, droga e manodopera clandestina.
Alle 17,15 la motovedetta venne avvistata dalla nave Zeffiro della marina militare italiana. Vennero informati l'ammiraglio Alfeo Battelli, comandante del MARIDIPART di Taranto (il centro che coordina le attività di pattugliamento in Adriatico) e l'ammiraglio Umberto Guarnieri, comandante in capo del CICNAV, la sala operazioni nazionale, quattro palazzine che affacciano in via santa Rosa, a Roma, tra le vie Aurelia e Cassia. Dalla Zeffiro partirono diverse intimazioni a non proseguire, ma la Kater I continuò a tenere la prua verso le coste pugliesi. Il comando delle operazioni passò quindi alla corvetta "Sibilla", più agile e quindi più adatta a manovre di intercettazione ed eventualmente di arresto del natante. Quel che accadde da questo momento in poi è stato raccontato alle autorità giudiziarie sia dai superstiti che dall'equipaggio della "Sibilla". Due versioni opposte. Di interessante c'è però che la versione degli italiani sulla dinamica dell'incidente è stata praticamente smontata pezzo per pezzo dalla relazione di consulenza tecnica dell'avv. Sergio Maria Carbone e dell'ing. Giulio Russo Krauss, incaricati dal p.m. Leone De Castris. Il comandante della "Sibilla", Fabrizio Laudadio, asserisce di essersi portato due volte a distanza di megafono, a dritta della Kater I, cioè sulla destra, per intimare il dietrofront. A tal fine si avvicinava ad una distanza compresa tra i dieci e i venticinque metri. L'incidente si è verificato durante il secondo tentativo: la motovedetta albanese avrebbe effettuato una manovra spericolata, voltando verso destra e andando a finire sotto la prua della corvetta italiana, un mastodonte d'acciaio quattro volte più lungo e tre volte più largo, 1200 tonnellate contro le 56 della Kater I. L'ordine di indietro tutta è stato immediato, ma non sufficiente a evitare l'impatto. La tragedia è stata quindi conseguenza della dabbenaggine del comandante albanese.
Questa la versione di Laudadio e, con poche variazioni, dell'intero equipaggio della "Sibilla".
C’è da aggiungere che la notizia dell’affondamento della Kater venne data solo il 31 marzo 1997 e solo perché il Quotidiano di Lecce diffuse la notizia, che il resto dell’altra stampa (di regime) occultò a tutti gli effetti: governava Prodi con Andreatta alla Difesa e Ministro di polizia l’on Giorgio Napoletano.
Ma la Conferenza stampa diramata in fretta e furia dalla Marina vide presente unicamente l’avvocato del comandante della Sibilla: assenti il Governo, lo Stato maggiore ed il capitano Laudario. Così come al molo di brindisi non fu presente neppure uno straccio di sottosegretario qualunque, per rendere omaggio alle vittime, e perfino l’assenza di Massimo D’Alema, eletto nella pugliese Gallipoli.
Era venerdì cosiddetto ‘santo’ , che precede la pasqua. Il rito della passione di 108 o 128 vittime (il numero esatto non è dato sapere) buttate barbaramente in mare da una ‘sinistra’ operazione, ordinata da Roma, di "harrassement verso l'imbarcazione albanese" .Il termine sta a significare "disturbo intenzionale" ed è in disaccordo con le procedure internazionali, come specifica il manuale delle procedure tattiche della Nato (Nato Classificata ATP31). Queste direttive impartite alla flotta per il pattugliamento del canale d’Otranto. tecnicamente si chiamano «regole d’ingaggio» e sono cruciali per stabilire il comportamento da assumere in presenza di imbarcazioni cariche di profughi. Pare che da terra sia arrivato l’ordine di procedere, costasse quel che costasse, al suo blocco. A rivelarlo al Tg5 è stato, in forma anonima, un marconista in servizio su una nave italiana in mare in quelle ore anche se successivamente smentito dall’ammiraglio Alfeo Battelli, comandante del dipartimento dell’Adriatico, ma non escluso per nulla dal numero uno della Marina, Angelo Mariani: «Il fatto è possibile e bisognerà approfondire».
Il 25 gennaio 2001 viene presentata la proposta di una Commissione d’inchiesta parlamentare (che non si sa quale fine faccia) poiché il sostituto procuratore Leone de Castris richiede l'archiviazione delle accuse, "per inidoneità degli elementi raccolti", riferendo esplicitamente che sono state manomesse le prove fotografiche, così come "il filmato girato a bordo della fregata Zeffiro si interrompe inspiegabilmente con ciò destando non pochi sospetti, proprio nel momento in cui è inquadrata la prua della nave Sibilla che si avvicina minacciosamente alla nave albanese". Inoltre le "registrazioni radio tra navi e tra navi e comandi di terra tra le 17 e le 19 del 28 marzo 1997, l'ora dell'affondamento del Kater I Rades, sono scarsamente intelligibili o si riferiscono a momenti temporalmente diversi da quello utile".
Nella richiesta di archiviazione, il magistrato ha concluso che: "non sono stato messo in condizione di valutare l'incidenza degli ordini impartiti ai comandanti delle due navi impegnate (Sibilla e Zeffiro) dai comandi a terra (...)" anche considerando che le comunicazioni su frequenza criptata usata negli ultimi momenti prima del naufragio "non sono state rese disponibili".
Inoltre il 13 gennaio 2000 muoiono l’avv. Giuseppe Baffa ed il suo collaboratore Perrotta in un incidente stradale mentre si recavano da Cosenza a Brindisi dove si sarebbe dovuto tenere un’udienza del processo per la strage: l’avv. Baffa era il legale della maggior parte dei superstiti e dei familiari delle vittime. Più volte il legale aveva espresso timore per la propria incolumità perché nella vicenda vi erano molti lati oscuri ed anche il giorno prima di morire aveva telefonato a un giornalista del "Giorno" annunciando di aver scoperto incartamenti segreti e di temere per la propria vita.
Fonti: Camera dei deputati, Senato, Panorama, Il Giorno, Umanità Nova




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