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Discussione: razzisti

  1. #11
    MazingaZ
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Re: razzisti

    Originally posted by Totila
    Per caso degli USA?
    IL FOGLIO di giovedì 12 maggio 2005 pubblica un articolo sulla nascita della pericolosa alleanza tra gli Stati Uniti e il regime saudita.


    Roma. Nel febbraio 1945 ci fu anche un’altra Yalta. Meno clamorosa dell’incontro in cui Roosevelt, Stalin e Churchill si erano “spartiti” il mondo. Più discreta, molto più segreta, senza stenografi e resocontisti, con poche testimonianze, tutte indirette. L’incontro tra il presidente americano, sulla via del ritorno dalla conferenza sul Mar Nero, con il monarca saudita Ibn Saud, sull’incrociatore pesante Uss Quincy, ancorato nel Gran lago amaro, in mezzo al canale di Suez. La “grande Yalta” torna alla ribalta. Segnò la storia d’Europa per decenni. Ma c’è chi ha dubbi che sia così “d’attualità”. I “torti” che aveva prodotto sono stati sostanzialmente raddrizzati dal 1989 in poi. L’Europa dell’est non ha più nulla a che fare con quella che era finita sotto il tallone di Stalin. Quel capitolo è chiuso, anche se ritornano citazioni a far avvampare le polemiche, se n’è aperto uno nuovo, del tutto diverso, con altri temi. Di nuove spartizioni a quel modo non se ne vedono all’orizzonte. Anche se alcuni dei personaggi indossano vecchi costumi e maschere tradizionali, è cambiato il canovaccio. Quanto al se il futuro ordine mondiale possa funzionare meglio con accordi cinici ma solidi tipo Yalta, con un’impostazione tipo Società delle Nazioni in stile wilsoniano (il sogno, enunciato nel 1918, di “mettere fine a tutte le guerre”, seguito 20 anni dopo da una guerra più spaventosa della precedente), o con l’assertività di un protagonista unico, è un altro discorso. A non essersi sciolti del tutto sembrano semmai i nodi della “Yalta minore”. Di quel che concordarono Franklin Delano Roosevelt e il re saudita a bordo del Quincy non si sa molto. Su questa “coda” non c’è abbondanza di memoriali e di resoconti ufficiali come per la Conferenza a palazzo Livadia sul Mar Nero. Non c’è una registrazione stenografica del colloquio. Non ci sono note di “colore”. Tranne che Roosevelt, già molto provato dalla lunga malattia, regalò la sua sedia a rotelle all’ospite, anche lui anziano e tormentato da una dolorosa artrite, e che i marinai del Quincy avevano dovuto ereggere una tenda sulla tolda della nave, perché il sovrano del deserto rifiutava di dormire in una “cassa di ferro”. Roosevelt morì qualche settimana dopo, il 12 aprile, prima di poter affidare la sua versione a un rapporto. Si sa che parlarono soprattutto di petrolio. Si presume che l’accordo fu che gli Stati Uniti si impegnavano a sostenere la monarchia feudale e oscurantista saudita, purché questa gli garantisse i rifornimenti di petrolio di cui l’economia americana, già lanciata verso il boom del dopoguerra, aveva assolutamente bisogno. Il patto funzionò per 60 anni. Molto più, ormai almeno15 anni più a lungo di quanto avrebbe retto la spartizione dell’Europa in rigide “sfere di influenza”: quella occidentale nella sfera Usa, quella dell’est nella sfera del comunismo sovietico. Ha retto sinora attraverso tutte le vicissitudini in medio oriente. Non è stato scalfito nemmeno quando, pochi anni dopo, al rapporto “speciale” tra Usa e Arabia saudita, si aggiunse quello altrettanto speciale tra Usa e Israele: una delle storie più straordinarie della seconda metà del secolo scorso è come la politica americana abbia potuto camminare costantemente, senza inciampare troppo gravemente, su due gambe che si facevano lo sgambetto l’un l’altra: il sostegno totale alla monarchia campione dell’antisemitismo e dell’antisionismo arabo (Ibn Saud fu un pioniere nella ristampa e distribuzione in massa dei falsi “Protocolli di Sion”, finiti in soffitta in occidente con la fine di Hitler,
    arrivò a dire che era pronto a “sacrificare 10 milioni di arabi, pur di sterminare Israele”) e l’impegno, altrettanto totale, a garantire la sopravvivenza di Israele. Cosa aveva condotto Roosevelt a quell’appuntamento in mezzo al canale di Suez? Aveva attraversato l’Atlantico a bordo del Quincy, riadattato con un ascensore per accomodare la sua carrozzina, poi era volato da Malta a Yalta, dalla Crimea in Egitto, quindi si era reimbarcato a Suez sull’incrociatore; la sua assenza da Washington durò oltre un mese; persino il suo vice Truman era stato tenuto all’oscuro dei dettagli dell’itinerario,
    gli fu detto che, al bisogno, avrebbe potuto contattarlo attraverso gli uffici della Casa Bianca. Gli arabi non avevano divisioni da schierare nell’assalto finale ai bunker hitleriani (semmai durante la guerra avevano simpatizzato coi nazisti), né contro la grande fortezza giapponese, che restava il problema principale per Washington(ci vollero poi le atomiche per fare breccia). Roosevelt guardava oltre. “La mia ferma convinzione è che nei prossimi 25 anni gli Stati Uniti dovranno affrontare un declino acuto delle riserve di petrolio, e siccome il petrolio, e tutti i suoi sottoprodotti sono la base della capacità di combattere una guerra moderna, ritengo che questo sia uno dei problemi più importanti che ci troviamo di fronte”, dice una nota di quei giorni del segretario alla Marina James Forrestal al segretario di Stato Usa. L’Arabia di Ibn Saud nel 1944 aveva concesso agli americani la costruzione di una base aerea a Dhahran, dove avrebbero dovuto sostare i rifornimenti via aria diretti in Europa. Ma la sua utilità già cominciava a venire meno. Molta più importanza avevano le promettenti esplorazioni petrolifere, iniziate dalla Standard Oil of California (Socal) nel 1933. Abdulaziz ibn Saud sospettava degli inglesi, temeva un “accerchiamento” ostile del suo regno, c’era già stato un incidente di frontiera per l’oasi di Buraimi, rivendicata dal Qatar, Abu Dhabi e Oman, sotto protezione britannica, soprattutto sospettava che Londra potesse aiutare gli hashemiti, la tribù rivale che lui stesso aveva spodestato, a tornare a governare lo Hejaz (uno degli hashemiti, gli alleati originari di Lawrence d’Arabia nella prima guerra mondiale contro i turchi regnava ad Amman, l’altro, cacciato dalla Siria finita sotto influenza francese, era stato sistemato provvisoriamente col “contentino” del trono dell’Iraq a Baghdad). Promise a Roosevelt, secondo la testimonianza dell’allora giovane segretario del capitano del Quincy, Albert Levesque, che “non avrebbe mai più dovuto preoccuparsi del petrolio”. Roosevelt non si lasciò sfuggire l’affare del secolo.

    Aveva un problema, rassicurare l’amico Churchill, suo concorrente in materia. L’ambasciatore di Londra a Washington, Lord Halifax, racconta nelle sue memorie che, in un incontro di poco precedente alla Casa Bianca, il presidente gli aveva mostrato una mappa tracciata a mano delle risorse petrolifere del medio oriente, e gli aveva detto che gli Stati Uniti avevano bisogno del petrolio saudita, la Gran Bretagna avrebbe potuto tenersi quello della Persia, avrebbero potuto dividersi quello di Iraq e Kuwait. Poi aveva scritto di persona a Churchill: “Non facciamo gli occhi dolci (sheep’s eyes) ai vostri pozzi in Iraq o Iran”. “Grazie per le rassicurazioni sul fatto che non fate gli occhi dolci ai nostri pozzi in Iran e Iraq. Mi consenta di reciprocare che non abbiamo la minima intenzione di cozzare contro i vostri interessi in Arabia saudita”, aveva risposto Churchill (l’Ammiraglio, come lo chiamavano in codice i servizi che organizzarono la trasferta a Yalta) al Colonnello (come veniva chiamato in codice il presidente americano). C’era una complicazione: verso i pozzi iraniani aveva delle mire anche Stalin, ma poi fu convinto a ritirarle dall’Azerbaigian iraniano e a tenerle solo in Europa. L’altra complicazione era il fondamentalismo islamico e l’intransigenza di Ibn Saud sugli ebrei in Palestina. Chaim Weizmann, poi presidente di Israele, ricorda di aver incontrato Roosevelt negli anni 40 e che gli disse che il problema si sarebbe risolto “con un piccolo baksheesh (una mancia)”, “al che gli risposi che sradicare l’intera popolazione araba non sarebbe stato affatto così semplice”. L’idea originaria di Roosevelt non era uno Stato ebraico, l’allora suo segretario al Tesoro Henry Morgenthau ricorda di quando gli illustrò un progetto per trasformare la Palestina in un “paese religioso”. “Mi disse che Gerusalemme sarebbe stata affidata a un comitato congiunto di rappresentanti della Chiesa cattolica ortodossa sic), avrebbe messo filo spinato tutt’attorno alla Palestina… e gli arabi sarebbero stati spostati da qualche altra parte in medio oriente… posto ce n’è”. Edward Stettinius, suo segretario di Stato, annota nei diari del 1944 che il presidente gli disse che “la Palestina deve essere per gli ebrei, e non ci devono essere arabi”. I suoi successori alla Casa Bianca si sarebbero rassegnati a riconoscere
    Israele solo obtorto collo (anche perché li aveva preceduti Stalin).

    Ma come se l’era cavata sull’argomento con Ibn Saud? Stettinius annota nel suo diario, in data 2 gennaio 1945, che Roosevelt intendeva portare all’incontro col re saudita una mappa in cui si dimostrava che “la Palestina occupa un’area infinitesima del medio oriente, e quindi la si può dare agli
    ebrei senza danneggiare in alcun modo gli interessi arabi”. Di come poi sia andata abbiamo solo quel che Roosevelt stesso disse al Congresso il 1° marzo: “Sul problema dell’Arabia, sull’intero problema, il problema musulmano, il problema ebraico, ho imparato più cose in cinque minuti di colloquio con Ibn Saud, di quanto avrei potuto apprendere nello scambio di due o tre dozzine di lettere”. L’affermazione fece venire la pelle d’oca ai rappresentanti delle comunità israelitiche americane. Lasciò confusi anche i suoi più stretti collaboratori. Il suo intimo, Harry Hopkins, scrisse, molto più tardi, che l’unica cosa che il presidente aveva appreso “era quello che tutti coloro addentro nel problema palestinese già sapevano, che gli arabi non volevano ebrei in Palestina”. Stettinius annotò: Roosevelt “è ora convinto che se si lasciano le cose al loro corso naturale ci sarà spargimento di sangue tra arabi ed ebrei”, quindi “per evitarlo bisognerà inventare una qualche formula non ancora scoperta per impedirlo”. Forse non è solo una coincidenza che, poco prima del suo viaggio a Mosca e dintorni in occasione del 60° della vittoria sovietica sul nazifascismo – preceduto dai commenti “revisionistici” su Yalta – George W. Bush abbia incontrato, passeggiando nel giardino del suo ranch texano a Crawford, il principe della corona Abdullah ibn Saud, nipote dell’interlocutore di Roosevelt. Avranno parlato di caro petrolio (Bush padre aveva un problema diverso, premeva sui sauditi quando i prezzi erano divenuti troppo bassi) e di altro. Si saranno intesi meglio?

  2. #12
    MazingaZ
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: razzisti

    Originally posted by thematrix
    saddam hussein era un dittatore laico, non islamico

    Fu Saddam Hussein a far mettere la scritta "Allah è grande" sulla bandiera irachena.
    Sveglia!

  3. #13
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: razzisti

    Originally posted by MazingaZ
    Fu Saddam Hussein a far mettere la scritta "Allah è grande" sulla bandiera irachena.
    Sveglia!
    1 sta cosa dovresti dimostrala dato che a me non risulta

    2 saddam era così religioso che nel 1991 fece radere al suoo najaf, violare il mausoleo dell'imam alì e uccidere gli imam piu importanti
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  4. #14
    MazingaZ
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: razzisti

    Originally posted by thematrix
    1 sta cosa dovresti dimostrala dato che a me non risulta

    2 saddam era così religioso che nel 1991 fece radere al suoo najaf, violare il mausoleo dell'imam alì e uccidere gli imam piu importanti
    http://www.resistenze.org/sito/te/po/ir/poir2n23.htm

    A Saddam Hussein viene comunemente attribuito il desiderio di diventare un nuovo Nasser, un leader capace di riunire sotto di sé tutto il mondo arabo; e la religione, prima relegata alla sola sfera privata, sembra essere un buon mezzo per raccogliere consensi di quel mondo. Saddam Hussein paladino della lotta per la riconquista della Palestina contro l’invasore ebreo; Saddam Hussein eroe dei popoli che percepiscono gli attacchi e le guerre del mondo occidentale non musulmano non in senso di strategie geo-politiche ed economiche, quanto in senso religioso: il mondo contro l’Islam.
    Questo avvicinamento all’Islam, legato alla nuova immagine di capo religioso in un paese musulmano, che Saddam Hussein vuole sia percepita sia all’estero che in patria, ben si confà anche agli iracheni che, come tutti i popoli in disgrazia, trovano l’unico conforto nella religione.
    Ecco quindi il comparire sulla bandiera irachena la scritta “Allah Akbar,” (Dio è il più grande) ed ecco che ogni anno, in occasione del compleanno del presidente, si inaugura una nuova moschea, e contestualmente si posa la prima pietra di un’altra. A Baghdad è in costruzione quella che sarà la moschea più grande del mondo, la Saddam Grand Mosque, il cui progetto prevede otto minareti, di cui quattro alti 280 metri. Nel 2000 è stata terminata la Moschea di Um al-Maarik, dedicata alla “Madre di tutte le Battaglie” come viene chiamata in Iraq la Guerra del Golfo, anch’essa con otto minareti, 4 dei quali hanno la forma di canne di mitragliatrice con il colpo in canna, e quattro di rampe di lancio dei missili Scud che nel 1991 caddero su Israele ed Arabia Saudita: un chiaro messaggio del legame religione-potere-guerra che non passa inosservato.
    Dal 1997 (anno del nostro primo viaggio in Iraq) al 2001, il numero delle donne che per le strade di Baghdad indossano il velo che copre il capo è aumentato notevolmente, ed a Mosul, in una delle vie principali è praticamente impossibile trovare una donna per strada dal tramonto in poi. L’avvicinamento alla religione, ultima speranza per chi non ne ha più, è favorita dal governo che con un’accorta politica cerca così di deviare l’attenzione verso un campo che non solo può consolare, quanto può anche amalgamare, nel nome dell’Islam, le aspirazioni delle due grandi componenti religiose del paese: i sanniti, minoritari ma al potere, e gli sciiti maggioritari ma con scarsa rilevanza politica ed economica.

    QUEL CALDEO DI TAREQ AZIZ

    In una tale situazione come vivono i cristiani? La questione deve essere esaminata da due punti di vista: quello delle fonti di informazioni e successivamente quello dell’analisi di tali informazioni.
    Le fonti di informazioni sono due: i cristiani che vivono in Iraq e quelli che lo hanno abbandonato e risiedono all’estero. Le fonti interne parlano di convivenza non problematica nella maggioranza dei casi, e spesso, toccando l’argomento, viene fatto per esempio notare che il Vice Primo Ministro, Tareq Aziz, è cristiano caldeo.
    Per quanto riguarda la vita di tutti i giorni, noi stessi abbiamo assistito ad una cerimonia in una chiesa caldea di Baghdad, dove a suonare l’organo era un musulmano, Mohammad, e le stazioni della Via Crucis della chiesa del’Assunzione a Baghdad sono state scolpite dal musulmano Mohammad Hikmat Ghani, uno dei maggiori scultori iracheni viventi.
    Una situazione idilliaca quindi? Secondo le fonti estere non si direbbe. I cristiani residenti per esempio nella ricchissima zona petrolifera di Kirkuk, così come i curdi, i turkmeni e gli yazidi che la abitano, sarebbero sottoposti alla ricollocazione forzata in altre zone, compiuta dal governo che vorrebbe “arabizzare” un’area di interesse economico e strategico, essendo Kirkuk vicinissima, ma fuori dalla no-fly-zone controllata da americani ed inglesi, e di conseguenza importantissima in vista di un’eventuale invasione di truppe dal nord curdo.
    Un altro problema riguarda l’identità dei cristiani che, pur dichiarandosi discendenti degli Assiri, sono costretti a “dimenticare” la loro origine per assumere quella dell’etnia maggioritaria della zona in cui abitano: e le etnie riconosciute in Iraq sono solo quella curda o araba.
    Sempre a proposito di identità poi, un recente decreto governativo iracheno stabilisce che non è più possibile dare ai nuovi nati nomi che non siano arabi, iracheni o islamici, con un chiaro richiamo alla religione maggioritaria, malgrado che lo stesso decreto, si legge, “debba essere applicato a tutti gli iracheni, a dispetto dell’appartenenza religiosa.” La giustificazione di questo decreto è porre fine all’abitudine dei cristiani di dare ai figli nomi stranieri e pertanto, se è possibile rifarsi ai nomi biblici, essi devono sempre avere la forma araba: non più Maria o Mary, ma sempre Mariam. E’ solo un nazionalismo un po’ esasperato? I cristiani giudicano questo decreto come un tentativo di “arabizzarli” e per questo, pur adeguandovisi “obtorto collo” nella vita privata Mariam continua ad essere Maria.
    Ancora più grave è la conferma, dataci da Monsignor Shlemoun Warduni, Patriarca Vicario dei Caldei, dell’inizio dell’applicazione di un altro decreto riguardante la fede.
    Tale decreto impone per i documenti di identità l’unica scelta tra il dichiararsi musulmano o non musulmano. E’ ovvio che a parte la questione di appartenenza religiosa tale decreto si pone come potenzialmente pericoloso dal punto di vista legale. L’Iraq è ancora uno stato fondamentalmente laico, ma se le cose dovessero cambiare, i cristiani, ora non-musulmani, potrebbero non godere più della protezione prevista dal Corano nei confronti delle “Genti del Libro” (come erano definiti gli ebrei ed i cristiani perché depositari del messaggio divino) e ricadere nella categoria dei popoli atei, di essa non meritevole.

    IL MINISTERO DEGLI AFFARI RELIGIOSI

    Molto delicato è anche il campo della libertà religiosa. In Iraq esiste il reato di apostasia, la conversione, cioè, di un fedele ad un’altra religione. Un cristiano che decidesse di diventare musulmano però non rischierebbe niente, ed anzi trarrebbe probabilmente dalla sua conversione i vantaggi che di solito appartengono alla maggioranza. Il musulmano che volesse invece diventare cristiano non avrebbe vita tanto facile: sebbene fortunatamente non venga più applicata la pena di morte in questi casi, ciò che lo aspetterebbe sarebbe la “morte civile,” la perdita del lavoro, dei beni, del diritto ereditario ed addirittura della moglie e dei figli da cui sarebbe forzatamente separato.
    Il rischio di conversioni di massa dall’Islam al cattolicesimo, comunque, non sembra essere alto. I cristiani non sono autorizzati a fare proselitismo al di fuori degli edifici di culto e studio ad essi pertinenti, ed anche lo stesso insegnamento della religione cristiana nelle scuole va scomparendo. Sembra infatti che, contestualmente all’obbligo dello studio del Corano in tutte le scuole del paese, compresi gli orfanotrofi cattolici frequentati solo da alunni cattolici, (uno dei provvedimenti presi nell’ambito della “Campagna di Fede” lanciata dal Governo qualche anno fa) le scuole dove si insegna il cristianesimo siano sempre meno. Un decreto del 1972 tuttora in vigore stabilisce che l’insegnamento di tale materia sia obbligatorio in quelle scuole in cui il numero degli alunni cristiani raggiunga la percentuale del 25%. Secondo quanto riferito dalle fonti estere ed interne, però, sarebbero sempre di più i direttori scolastici che per non far gravare sulla scuola la spesa di un altro insegnante, quello di religione cristiana, appunto, rifiuterebbero l'ammissione di alunni cristiani che porterebbero la percentuale della loro presenza al 25%.
    Come è chiaro da questi pochi esempi, quindi, le informazioni provenienti dall’esterno, seppur da molti riconosciute come “esageratamente allarmistiche” poggiano su una base di verità. Resterebbe da capire come mai questa disparità nel tono della denuncia. Nel caso delle prudenti fonti interne, un’ipotesi potrebbe essere il desiderio di non scontentare il governo e quello, comune a molte minoranze nel mondo, di tenere un basso profilo, fatto di eventuale accettazione della discriminazione a favore della certezza della sopravvivenza. Nel caso delle fonti esterne, (quasi tutte nord americane) i giudizi negativi potrebbero essere dovuti ad una volontà di denuncia sincera, rafforzata dall’essere ormai fisicamente lontani da qualsiasi eventuale conseguenza, o alla complicità, diretta od indiretta, più o meno cosciente, di tali fonti con i governi che da 12 anni a questa parte e, con un nuovo impeto dopo i fatti dell’11 settembre, hanno iniziato e continuato la campagna di demonizzazione dell’Iraq, perfetto capro espiatorio della volontà egemonica di quei governi nell’area mediorientale.
    L’Iraq è un paese in cui non è facilissimo avere delle informazioni; ogni aspetto della religiosità, per esempio, musulmana o cristiana, viene filtrato, esaminato e ricondotto al Ministero degli Affari Religiosi, in totale controllo dei musulmani. Per capire la situazione dei cristiani è raccogliere tutte le informazioni possibili, da tutte le fonti, e cercare di ricostruire un quadro globale. Certo ci augureremmo che la situazione fosse effettivamente quella di pacifica convivenza sbandierata sia dai cristiani che dai musulmani che vivono nel paese.
    Se così non fosse le speranze di sopravvivenza della comunità cristiana sarebbero veramente ridotte: spinti all’emigrazione da guerre, condizioni minoritarie, tragica situazione economica, i cristiani potrebbero scegliere di abbandonare quei luoghi in cui, con San Tommaso, la cristianità arrivò ben sei secoli prima dell’Islam

  5. #15
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: razzisti

    Originally posted by thematrix
    saddam hussein era un dittatore laico, non islamico
    Infatti Saddam Hussein non ha mai ucciso nessuno.

  6. #16
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: razzisti

    Originally posted by thematrix
    2 saddam era così religioso che nel 1991 fece radere al suoo najaf, violare il mausoleo dell'imam alì e uccidere gli imam piu importanti
    Perchè erano sciiti e lui è sunnita, BAMBA!

  7. #17
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: razzisti

    Originally posted by MazingaZ
    Fu Saddam Hussein a far mettere la scritta "Allah è grande" sulla bandiera irachena.
    Sveglia!
    sbaglio o il braccio destro di saddam era un cristiano???

    nella occidentalissima americanissima arabia saudita ti prendono a calci in culo se osi solo mostrare un crocifisso mignon......

  8. #18
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: razzisti

    Originally posted by IlikeUSA
    Infatti Saddam Hussein non ha mai ucciso nessuno.
    ha ucciso, ma da laico......non da fanatico religioso, era solo un dittatore sanguinario, non un religioso.....
    capisci la differenza?

  9. #19
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: razzisti

    Originally posted by IlikeUSA
    Perchè erano sciiti e lui è sunnita, BAMBA!
    ma erano comunque MUSULMANI, e un musulmano secondo la legge coranica non puo uccidere un musulmano per motivi confessionali, BAMBA AL QUADRATO
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  10. #20
    MazingaZ
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: razzisti

    Originally posted by thematrix
    ma erano comunque MUSULMANI, e un musulmano secondo la legge coranica non puo uccidere un musulmano per motivi confessionali, BAMBA AL QUADRATO
    Quasi ogni giorno in Iraq vengono ammazzati gli sciiti (quelli che voi al grido di "via dall'Iraq" vorreste lasciare soli), addirittura pure nelle loro moschee.. dai Sunniti.. I fatti ti smentiscono.
    Saddam Hussein era un dittatore, islamico, e se leggessi l'articolo che ho riportato qua sopra forse un pochino te ne renderesti conto.

 

 
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