Maurizio Blondet
19/10/2005
LONDRA - Tony Blair ha deciso: ordinerà una nuova generazione di armi nucleari, per rimpiazzare la «flotta» britannica di testate Trident, che è diventata vecchiotta.
La decisione sta incontrando una dura opposizione nel partito laborista (il cancelliere dello scacchiere Gordon Brown è contrario per gli alti costi del progetto) e anche fra gli alti gradi militari.
Che si domandano se la spesa valga la pena, in un bilancio della Difesa limato all’osso (1).
Il costo della nuova generazione di armi atomiche è valutato in 10 miliardi di sterline (15 miliardi di euro), da aggiungere ai costi già in atto per il mantenimento dell’arsenale nucleare, che si aggira sui 300 milioni di sterline l’anno, e che l’anno prossimo salirà a 507.
I Trident possono durare, dicono i critici, altri vent’anni.
Vero è che la decisione di cambiarli va presa con molto anticipo, dati i tempi lunghi per lo sviluppo e le prove di nuove armi atomiche.
Già in maggio il giornale Independent aveva rivelato questo progetto, aggiungendo che Blair lo avrebbe reso pubblico solo dopo le elezioni.
Ora, vinte le elezioni, sta passando all’azione.
Le motivazioni addotte: conservare alla Gran Bretagna il know-how tecnico e scientifico per il nucleare, creando una generazione di armi completamente nuova (il compito è affidato all’Atomic Weapons Establishment di Aldermaston, una ditta di Stato a cui è stato raddoppiato il finanziamento, e che si occupa oggi della manutenzione dei Trident); ma soprattutto, gli USA vogliono che l’Inghilterra rimanga nel club nucleare. Proprio adesso.
Perché proprio adesso?
«Non abbiamo attualmente un nemico che ci occorra prendere di mira con bombe atomiche», ha obiettato Paul Flynn, un parlamentare laborista e membro della Commissione Difesa, che è ostile al progetto.
Invece il nemico c’è, ed è l’Iran.
Il 16 ottobre Blair e il ministro degli Esteri Jack Straw hanno dovuto ascoltare la lezione di Condoleezza Rice sul «peggiorare delle relazioni con Teheran».
Qualcuno ha provato ad obiettare che appunto l’ammodernamento dell’arsenale nucleare metterebbe la Gran Bretagna in posizione alquanto falsa nella sua richiesta agli ayatollah di rinunciare al nucleare.
Ma la logica è l’ultima delle istanze cui viene prestata attenzione.
Israele preme, e questo solo conta.
«L’Iran armato con testate nucleari mette in pericolo l’esistenza di Israele», hanno ripetuto agli anglo-americani il ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz.
E il ministro degli Esteri Silvan Shalom, spalleggiato dal capo del Mossad Meir Dagan (2), hanno detto che se Washington non ferma il programma nucleare iraniano, «Israele agirà da sola, unilateralmente».
Insomma bisogna fare quest’altra guerra, perché non la faccia Israele.
E che la guerra all’Iran diventi atomica, è scritto nelle decisioni prese.
La Camera bassa USA, il 6 maggio 2004, con 376 voti contro 3 (la nota lobby aveva lavorato bene) dava mandato alla Casa Bianca di «usare tutti i mezzi appropriati per prevenire e dissuadere l’Iran dal dotarsi di armi nucleari».
Fra i mezzi «appropriati», ci sono le bombe atomiche.
Lo dice un recente documento del Pentagono «Doctrine for joint nuclear operations», che impegna gli USA a rispondere con armi nucleari a minacce di «armi di distruzione di massa» (ossia anche chimiche e batteriologiche) (3).
Bombe nucleari «bunker buster», concepite per devastare installazioni sotterranee e corazzate, sono state dichiarate «usabili» dal Congresso.
Una dottrina creata apposta per l’Iran.
E Dick Cheney, come ha rivelato la rivista di destra American Conservative, ha dato ordine di prepararsi ad un attacco nucleare contro l’Iran subito dopo un grosso attentato sul suolo americano, tipo 11 settembre, sia o no l’Iran coinvolto nell’attentato: e Cheney sa che questo attentato avverrà.
Come nota un ebreo pacifista (4), gli Stati Uniti hanno compiuto tutti i passi necessari a lanciare la prima bomba atomica in un atto di guerra dopo quelle di Hiroshima e Nagasaki.
Peggio: «una superpotenza nucleare vuole bombardare con atomiche uno Stato non nucleare [l’Iran] che ha firmato il trattato di non-proliferazione e sta cooperando con la IAEA, su istigazione di uno Stato [Israele] che ha almeno 100 bombe atomiche, che non ha firmato il trattato di non-proliferazione e che ha iniziato le ostilità con atti di aggressione militare non provocati».
Naturalmente una guerra aggiuntiva all’Iran metterà in qualche difficoltà il corpo di spedizione USA impantanato in Iraq, che potrà essere fatto segno di missili da Teheran.
Ma non contano le vite dei soldati americani.
La lobby preme.
Israele lo esige.
Maurizio Blondet
Note
1) Andy McSmith, «Revealed: Blair’s nuclear bombshell», The Independent, 18 ottobre 2005.
2) Meir Dagan è l’uomo che, il 7 luglio scorso, avvertì il ministro israeliano Netanyahu, che era a Londra in visita, di non uscire dall’albergo, perché stava avvenendo il quadruplice attentato «islamico» nella sotterranea. Dagan sapeva tutto in anticipo ma, ha detto, solo «pochi minuti prima».
3) E’ istruttivo leggere la lista delle condizioni sotto cui il Pentagono, in questo documento, si autorizza all’uso di armi nucleari. «Per dimostrare l’intenzione e la capacità USA di usare armi nucleari come deterrenti contro un avversario che usa armi di distruzione di massa (WMD); contro un avversario che intenda usare MD contro gli USA, o forze alleate o popolazioni civili; contro installazioni avversarie che contengono WMD […]; per contrastare forze convenzionali avversarie potenzialmente superiori; per mettere fine a una guerra rapidamente e favorevolmente secondo i termini USA; per assicurare il successo di azioni americane e multinazionali». Praticamente non c’è occasione in cui le armi atomiche non possano essere usate; saranno usate anche «per dimostrare l’intenzione e la capacità USA di usare…» (sic). Insomma si teorizza l’uso preventivo e indiscriminato dell’arma atomica.
4) Jorge Hirsch, «Israel, Iran and the US: nuclear war, here we come», Antiwar.com, 17 ottobre 2005.
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